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Il ventre degli architetti: Alvaro Siza alla Giudecca

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«Lei vive e lavora in un posto meraviglioso. Dica la verità, ma lei ci vivrebbe, allo Zen?»

«Non ci sono queste condizioni, io non posso vivere allo Zen, non faccio il proletario [sic], faccio un altro mestiere!»

Così il compagno Vittorio Gregotti, decano dell’architettura italiana, nella memorabile intervista semiseria condotta dieci anni fa da Enrico Lucci per “Le Iene”. Com’è distante lo Zen da Campo Marte, come risulta difficile accostare due esempi così diversi di edilizia popolare. Eppure, a mio avviso, il vizio di fondo di chi scelga la forma dell’altrui abitare è lo stesso. Il Campo Marte cui mi riferisco si trova alle Zitelle, propaggine orientale dell’isola della Giudecca affacciata sul bacino di S.Marco. Situato a duecento metri da uno dei luoghi del turismo d’élite veneziano, l’hotel Cipriani, Campo Marte non è certo lo Zen II, ma è stato ed è tuttora il simbolo di una certa marginalità sociale. Periferia interna di urbanizzazione più recente, verde di orti fino alla fine della Grande Guerra, assomiglia ad altre aree della Venezia novecentesca, luoghi in cui l’edilizia popolare si è potuta liberare dalle ristrettezze del tessuto urbano precedente. Calli più larghe, case più grandi e luminose. Le prime, qui, sono del 1914, costruite da una cooperativa operaia cattolica. Ad esse seguiranno, sotto il fascismo, le famigerate “case minime”. Case rivolte ad operai e sottoproletari, minime perché davvero minima era la loro metratura, tra i 20 [venti] e 30 metri quadri. Quelle case sono state abbattute a partire dagli anni Ottanta per far posto a vari interventi di riqualificazione, l’ultimo dei quali ha visto coinvolti alcuni grandi nomi dell’architettura contemporanea: Aldo Rossi, Carlo Aymonino, Rafael Moneo e Álvaro Siza. Il cantiere del condominio di Siza è rimasto fermo per quattro anni e l’edificio rimane incompiuto, ma in parte già abitato dagli assegnatari dei bandi e in questi mesi sede del padiglione portoghese della Biennale di Architettura. La mostra di quest’anno, aperta sino al 21 novembre, è dedicata appunto a Siza, posto in dialogo ideale con Rossi. L’Aja, Porto, Berlino, Venezia, quattro progetti di social housing narrati attraverso altrettanti piccoli documentari in cui Siza è per qualche ora ospite di chi vive nelle “sue” case e può verificare in vivo l’applicazione del suo pensiero architettonico. Siza è un architetto abituato a dialogare con il contesto e sensibile alla memoria dei luoghi – si veda la sua ricostruzione del quartiere del Chiado a Lisbona. Per questo ci si chiede come sia potuto giungere, incrociando lo studio della “Venezia minore“ coi modelli del razionalismo, a un edificio di tale bruttezza. Il condominio Siza è un blocco a L dalla linea punitiva, tra la caserma e il carcere, sul quale spicca, conficcato nello spigolo dell’edificio, un terrazzino adatto ai proclami di qualche ras di quartiere. Questa è naturalmente soltanto l’opinione – non qualificata – dello scrivente. In quanto agli assegnatari, essi si guardano bene dal sollevare obiezioni estetiche alle case finalmente consegnate. (Nemmeno il Professore Settis né la Contessa di Arosio hanno protestato, il che ci farà dormire sonni tranquilli).

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Nelle loro chiacchierate con Siza, gli abitanti elencano semmai, molto garbatamente, alcuni problemi pratici dell’abitare («Si sente tutto quello che fanno i vicini»), e molto garbatamente Siza – un anziano signore di gentilezza e compostezza atlantiche – risponde, in modo più o meno convincente: si sa, l’insonorizzazione costa, lui ce l’avrebbe messa, ma sono andati al risparmio, è pur sempre una casa popolare, eccetera. Si è tentato di regalare «un po’ di lusso» agli abitanti, almeno a coloro i quali hanno avuto la fortuna di un terrazzino. Sta poi a loro scegliere se rinunciare alla vista per i fiori o viceversa. «La mia architettura non ha un linguaggio prestabilito, né aspira a diventare essa stessa un linguaggio, si tratta piuttosto di una risposta a un problema concreto, una situazione di trasformazione di un luogo alla quale partecipo», ha scritto Siza. Ma forse la concretezza dell’architetto non è la stessa concretezza dell’inquilino. Oppure dobbiamo ammettere che anche Alvaro Siza, «partecipando alla trasformazione dei luoghi», possa perdere di vista la distanza che corre tra estetica e funzione e quindi trascurare un aspetto assai prosaico, e altrettanto centrale nelle vita quotidiana dei bipedi sapiens civilizzati. Tra le magagne delle case finite, ritroviamo infatti un autentico flagello dell’architettura contemporanea: il bagno cieco. Qualche settimana fa, a Londra, ho potuto notare che persino a Churchill Gardens, quartiere di edilizia pubblica sorto sessant’anni fa sulle macerie delle case vittoriane spianate durante il blitz, i cessi hanno le loro brave feritoie. Non così al condominio Siza di Campo Marte, dove, a differenza che a Pimlico, i bagni sono provvisti di bidet, ma al posto di una qualche apertura c’è un piccolo aspiratore che fa quello che può…Perché non ha voluto mettere le finestre, Architetto Siza?, chiede l’inquilina. L’archistar dà l’unica risposta possibile, per quanto sconcertante: «perché non stavano bene nella composizione della facciata». Come se Siza non avesse progettato da zero, come se la soprintendenza o ATER, committente del progetto, avessero messo qualche veto sui bagni finestrati. Naturalmente, nessuna rivista di architettura si occuperà mai dei bagni ciechi, se a disegnarli è un Pritzker Prize e Leone d’Oro alla Biennale. A nessuno verrà in mente di chiedere ad Álvaro Siza Vieira o a qualsiasi altro progettista: «Architetto, ma lei non la fa, la cacca?»

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In difesa del brutto a Venezia

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«Che sia il caldo?». Non lo credevo possibile, ma è capitato che io e il Sindaco Luigi Brugnaro formulassimo un pensiero quasi identico: «è la bellezza di Venezia: stiamo ballando sul Titanic e riusciamo ad avere un tale livello di discussione. È una polemica che mi affascina moltissimo, perché vuol dire che siamo ancora una città viva». Per una volta, il primo cittadino sembra anzi distinguersi per arguzia e moderazione, facendomi passare per benaltrista rancoroso. Perché di fronte alle polemiche sull’ampliamento dell’Hotel Santa Chiara la mia reazione è stata di grande fastidio, molto più grande di qualunque fastidio mi possa provocare il bianco scatolone sorto a piazzale Roma. Qualche anno fa un’indignazione simile era stata provocata dai nuovi pontili dei vaporetti al Lido e a S.Marco, visti come simbolo del continuo «stupro estetico di Venezia nella postmodernità». Argomenti da pausa caffè per impiegati comunali laureati in filosofia o per mandarini dell’industria culturale cresciuti in un piano nobile vista Canal Grande – ricordo la stupefatta scoperta di piazzale Roma e del suo caos da parte di Cesare De Michelis, che in un incontro pubblico lamentava dei disagi patiti per raggiungere la sede di Marsilio lì trasferita. No, nessun brutto edificio mi offenderà quanto mi offendono le alzate di ciglio delle élite intellettuali, inerti di fronte alle peggiori speculazioni ma ipersensibili a qualunque oggetto possa offendere il loro sguardo raffinato. Per élite intellettuale, detto per inciso, non intendo soltanto gli editori, ma ormai chiunque lavori nel terziario e abbia una casa di proprietà in centro storico. Non soltanto, quindi, gli architetti, ma tutti i depositari del Bello e del Vero per ius sanguinis, in quanto nativi veneziani, hanno già formulato il giudizio sul “cubo”, e a loro si è aggiunto presto il resto d’Italia, da destra a sinistra, da Sgarbi al Professore Settis, passando per lo spiaggiato lettore di Repubblica, gridando allo scandalo, invocando denunce, arresti, demolizioni, ignominia perpetua. Giusto per non lasciare nulla d’intentato, è intervenuto anche l’ineffabile Ministro Franceschini, il quale ha richiesto “un dossier” sul caso. Ora mancano soltanto i fioi del centro sociale Morion che, non appena tornati dalle ferie, troveranno ampie superfici su cui trascrivere gli slogan del ’77.

Non vorrei apparire esageratamente snob: anch’io penso che la nuova ala del S. Chiara non sia un capolavoro e che gli architetti Varratta, Gatto e Lugato non abbiano dato il meglio del loro talento. Il “cubo” scontenta un po’ tutti, sia la maggioranza per cui l’architettura contemporanea presa nel suo complesso è una galleria degli orrori – costoro avrebbero forse preferito una bruttura finto vecchio – sia chi invece ama le forme della contemporaneità. Il nuovo S. Chiara non è certamente “bello” nel senso cartolinesco della venezia antica, ma a questa non contrappone nemmeno un segno forte. Dà l’idea di un rendering grezzo, anche visto da vicino. Beninteso, se su quel volume avessero fatto lavorare il povero Frank Gehry, i latrati dei guardiani della Grande Bellezza sarebbero stati anche più forti. Avremmo avuto un’enorme lattina schiacciata al posto di uno scatolo di pietra bianca, ecco tutto. Credo comunque che l’intenzione dei progettisti fosse proprio quella di realizzare un edificio il più possibile anonimo, come richiesto dalla Soprintendenza. Non che il contesto – forse è bene precisarlo a chi, raggiungendo Venezia in treno o dal Tronchetto, non lo conosca bene – presenti particolari criticità. Piazzale Roma è in sostanza un brutto e caotico capolinea degli autobus, nato negli anni ’30 attorno a una grande autorimessa (il garage comunale progettato da Eugenio Miozzi nel ’31), segnato da una lunga serie di risistemazioni, nell’ultima delle quali ha fatto la sua comparsa una bizzarra pensilina del tram in forma di enorme bara metallica, che per ora non ha suscitato proteste di sorta. Ricapitolando, quindi:  due grandi parcheggi multipiano, la biglietteria di ACTV, la nuova cittadella della giustizia, la rotaia sopraelevata dell'(inutile) people mover e, naturalmente, il contestato (e magnifico) ponte di Calatrava, accanto al quale sorge l’hotel. Appena di fronte, nell’ultimo tratto di Canal Grande, l’edificio del palazzo compartimentale delle ferrovie, propaggine della (bellissima) stazione progettata in stile razionalista da Mazzoni e Vallot.

«Venezia è costipata di passato, e il suo passato è sciaguratamente stupendo. Perciò, appena si presenta l’occasione, ci pensano gli architetti a dare ristoro alle pupille veneziane. […] Stai per schiattare, la grazia ti sta dando il suo colpo di grazia, quand’ecco che ci pensa la prima facciata dell’hotel Danieli a soccorrerti all’ultimo minuto, ti riprendi mettendo in salvo lo sguardo in quel confortevole bunker d’orrido. Come sopravvivere a S.Moisè, se non ci fosse accanto l’hotel Bauer Grünwald? Grazie di cuore, architetti contemporanei, grazie di pupilla per la sede centrale della Cassa di Risparmio in campo Manin, per l’INPS e l’ASL e l’ENEL in Rio novo, per l’INAIL in calle Nova di S.Simon». (Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce, Milano, 2000, pp. 73-74)

Come ricorda Scarpa, il Novecento ha in realtà lasciato segni profondi nel cuore stesso della città storica, e quello del S.Chiara è soltanto l’ultimo episodio in ordine di tempo di una lunga storia di ampliamenti albeghieri e relative polemiche, dal Bauer-Grünwald al celeberrimo Hotel Danieli, il cui nuovo edificio, sorto nel 1948 non sull’asfalto di un parcheggio, ma a pochi metri da S.Marco, inguardabile da ogni punto di vista, è tuttavia divenuto parte integrante della scenografica palazzata di Riva degli Schiavoni. Ciò che Scarpa non coglie – oltre alla bellezza di alcuni degli edifici da lui citati – è proprio il potere del tempo di integrare anche ciò che non sembra integrabile per manifesta (o supposta) bruttezza. Lasciamo che le piogge e la salsedine e i gas di scarico di piazzale Roma lascino i loro segni sul marmo del rivestimento del “cubo” e tra un paio d’anni ce ne saremo dimenticati, o forse arriveremo persino ad apprezzarlo come abbiamo amato la grande insegna luminosa della Campari al Lido, che oggi sarebbe oggetto di dure reprimende del Professore Settis sulla distruzione neoliberista del paesaggio italiano, ma la cui demolizione ha fatto versare a tanti di noi una mezza lacrimuccia. Non è semplice capire come nasca l’armonia di un paesaggio urbano. Senza dubbio l’armonia dei manuali di architettura e delle soprintendenze è qualcosa di diverso da quella di noi non specialisti. Si tranquillizzino, comunque , i disinteressati amanti di Venezia: nessun singolo brutto progetto può minacciare davvero dieci secoli di stratificazione architettonica, tutelata come in pochi altri casi al mondo. Il corpo di Venezia, antica bellezza meno sfatta di quanto ci si aspetterebbe, gode tutto sommato di buona salute. Semmai è lo spirito della città, trasformata definitivamente in albergo diffuso, a rischiare di scomparire assieme ai suoi abitanti, espulsi dalla Grande Bellezza verso luoghi in cui volumi di marmo del S.Chiara non suscitano alcuna indignazione, né indagini del ministero.

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Da janela vê-se…

frame da ‘Lisbon Ground’ – Padiglione portoghese della Biennale di Architettura 2012

PMDS: «Il testo di una canzone popolare brasiliana che tutti conoscono dice qualcosa di molto interessante: “dalla finestra si vede il mare, che bello” [«Da janela vêse o mar, que lindo»]. Questo implica la presenza di una città, perché se sei Robinson Crusoe che vede il mare dalla spiaggia, non è poi così piacevole… Se dici che stai guardando il mare da una finestra, questo presuppone che tu abbia una città dietro di te. Così, perché noi si possa godere del paesaggio, ci devono essere una città e una finestra, che sia anche la finestra di un treno o di un aereo. Non abbiamo più possibilità di immaginare noi stessi a contemplare un paesaggio “puro”… Siamo la parte monumentale della natura; noi siamo paesaggio. E non è un fatto da disprezzare. Qualcun altro dice che non c’è alcun fascino nel paesaggio: la natura è un disastro, la natura è orribile, la natura è cicloni, terremoti, vulcani… Così dobbiamo costruire ponti per superare gli ostacoli della natura. Nessuno di noi potrebbe sopravvivere nella natura. Noi viviamo in una natura che abbiamo costruito. […] d’altra parte possiamo immaginare che tutti sono, per natura, architetti. Ogni uomo sa come costruire la sua casa. L’ha sempre saputo».

D: «Anche così, gli architetti hanno una responsabilità in più…»

PMDS: «Per me quella responsabilità cresce proprio con le risorse della tecnica. […] Tutta la nostra responsabilità sta nell’usare e gestire queste risorse tecniche che, nella nostra fragilità, sono già infinite, a tal punto infinite da poter produrre qualcosa che distrugge il mondo. Ci siamo già. Qualcuno una volta mi ha fatto la famosa domanda: “qual’è, alla fine, il compito fondamentale dell’architettura?”. Mi è capitato di rispondere: “la mia impressione è che in sostanza sia quello di evitare disastri“. Costruisci per evitare i disastri».

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Pierre Cardin e la sua città verticale. Parliamone.

Poi dissero: «Forza! Costruiamoci una città! Faremo una torre alta fino al cielo! Così diventeremo famosi e non saremo dispersi in ogni parte del mondo!». (GEN 11, 4)

Eh sì, dai tempi di Nimrod le torri fanno discutere. L’idea di Pierre Cardin di costruire un grattacielo alto 250 metri ai bordi della Laguna Veneta, cui accennavo qualche post fa, sta cominciando a suscitare un certo dibattito anche al di fuori dei confini di Venezia. Il tema è, evidentemente, quello della difesa del paesaggio, opposta, non sempre a proposito, allo sviluppo del territorio. Confesso che l’idea di Cardin non mi dispiace e, credo per la prima volta, mi trovo in disaccordo con gli amici di Italia Nostra. Vi segnalo qui un provocatorio – e per molti versi discutibile – articolo di Luca Nannipieri che, se non altro, ha il merito di aver alimentato un interessante thread di commenti, dove anch’io cerco di esprimere la mia (irrilevante) opinione. Non vi chiedo nemmeno più di esprimere la vostra. E’ agosto.

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