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Forma, còlor e composìscion

Francesco Vezzoli

Francesco Vezzoli

Capitandoci unicamente nel corso di tormentate sessioni di zapping serale, non immaginavo che persino in un contenitore di stronzate come Mtv rimanesse lo spazio per un format intelligente come quello di Pif, Il testimone. L’altroieri è andata in onda la divertentissima prima puntata della nuova serie, dedicata a quel settore dell’artigianato di lusso detto “Arte Contemporanea” (sovrapponibile oggi, grossomodo, a quel cul-de-sac in cui gli artisti si sono infilati un secolo fa: l’arte concettuale). Interessante notare come, in fondo, la maggior parte di quei costosi oggetti d’arredamento, destinati in un paio di lustri a non lasciare traccia, passino in secondo piano nel racconto. Il testimone ironizza bonariamente sulle opere, ma più ancora su quel piccolo Grand Monde di critici, curatori, galleristi e ricche signore le quali dichiarano candidamente che «l’arte è communication». Un mondo in cui il curioso semicolto mette il naso come le casalinghe disperate mettono il naso nelle vite delle principesse. Forse la chiave per capire tutto il contemporaneo sta insomma, banalmente, nella possibilità di «parlare con l’artista». Una certa umanità, con tutti i suoi puttaneggiamenti, con gli onesti, i furbi, i completi imbecilli.

Alcuni dei tipi umani che Pif incontra sono meravigliosamente ridicoli, e in questo per me sta il vero spettacolo dell’arte contemporanea, quello che si inscena nei vernissage e nelle cene. Tra Londra e l’Italia, Pif ci mostra una bella carrellata di personaggi, tra i quali segnalerei in particolare la Signora Napoleone («è tutto riguardo forma, còlor, composìscion») Massimiliano Gioni, direttore della prossima edizione della Biennale di Venezia («non ridefinisce la definizione di opera») e Francesco Vezzoli («club culture-fuggire da Brescia-ho fatto la St. Martin»). Mi associo alla simpatia che Pif nutre per Philippe Daverio, assente ma nominato più volte, detestato dalle ‘ndrine dei critici e dei curatori italioti ma amatissimo da noi ignoranti. Non manca mai, naturalmente, la citazione della memorabile visita di Sordi alla Biennale ne Le vacanze intelligenti, scritto dal fidato Rodolfo Sonego, che tra l’altro, prima di dedicarsi alla sceneggiatura, aveva a lungo fatto parte del giro di Emilio Vedova e Giuseppe Santomaso.

Ah, la fauna delle Biennali. Con quella gente lì, forte del mio mimetismo, mi fingo appassionato evoluto. Ci cascano anche, e mi sorprende trovare gente più ignorante di me, che coi miei bigini arrivo, se va bene, agli anni ’80, e di tutto il resto so quello che raccontano i giornali. Le cagatine di Cattelan, ad esempio, le ho conosciute come tanti quando sono entrate nelle pagine di cronaca. Seguo qualche nome sparso, qualche amico artista, certo. Ma non saprei davvero cosa tiri nel mevcato del contempovaneo oggidì. Per questo, guardando Il testimone, mi concentro sui personaggi che Pif incontra, più che sui pezzi. E tuttavia, giunto al minuto 24:07, mi sembra di scorgere qualcosa di familiare. Eh sì, è proprio il lavoro di Nemanja.

Nemanja Cvijanovic, 'sweetest dream', da crossborderexperience.org

Nemanja Cvijanovic, ‘The sweetest dream’, da crossborderexperience.org

Non credo di avere i mezzi per giudicare l’opera in sé. Non saprei prezzarla, ecco. Non saprei piazzarla. Mi limito a rilevare la pigrizia insita in certi scontatissimi détournement. Ma sono affari di chi se la mette in casa, per eurosettemila. Quello che posso giudicare è il discutibile messaggio che The sweetest dream veicola. E per una volta posso anche dire di aver “parlato con l’artista”. Nemanja l’ho conosciuto cinque o sei anni fa. Per via di certe amicizie, in quel periodo frequentavo  un gruppetto di giovani artisti impegnati a farsi un nome qui a Venezia. Facevo un po’ l’osservatore esterno, il testimone, come Pif (ma senza telecamera!). Mi capitava di discutere dei loro lavori, con alcuni. Con altri, soltanto del più e del meno. Perché un certo tipo di giovane artista, quando è molto convinto di sé, tende ad evitare gli scambi di vedute con i non addetti ai lavori. Ad inizio carriera è bene rendere produttivo ogni pensiero con le persone giuste, senza perdere tempo con il testimone casuale. Se non si sale sul carrozzone, il rischio è quello di doversi trovare un lavoro qualunque. Ma Nemanja era allora già abbastanza cresciutello e scafato. E’ un tipo simpatico e alla mano, che nelle fattezze ricorda un po’ John Belushi. Prima di occuparsi di arte concettuale, realizzava – e forse realizza ancora? – coloratissime tele tra il pop e il realismo socialista. Ne ricordo una con i vecchi despoti del socialismo non allineato, Tito, Nehru, Nasser, e una squadriglia di Mig all’orizzonte. Nemanja si dichiara “comunista e internazionalista” e, come tale, è convinto di un certo numero di stupidaggini che ho ben presente, avendoci creduto io stesso. In più crede – come non pochi altri, soprattutto tra i nati sull’altra sponda dell’Adriatico – che all’origine delle guerre jugoslave vi sarebbe stata una cospirazione ordita dalla finanza europea, in particolare da quella tedesca.

La gallerista intervistata da Pif, povera stella, non è ben informata, e da sola proprio non ce la fa a cogliere il contenuto esatto dell’opera, che pure è chiarissimo. Ci sono dentro l’equazione liberismo=fascismo e la tiritera sull'”Europa delle banche”. Peraltro Nemanja ha spiegato diffusamente il senso del suo osceno parallelo tra Unione Europea e III Reich nel corso di vari incontri e interviste. E vorrei ben vedere: quando decidi di usare la svastica, sei giustamente chiamato a difendere la tua scelta. Che risponde in modo perfetto al principio del massimo risultato con il minimo sforzo. Per l’artista si tratta di monetizzare il potere disturbante di alcuni simboli: è un gioco facile, che le arti e l’industria culturale adottano consapevolmente, da Duchamp in poi. Se la gente si lamenta, vuol dire che la provocazione ha funzionato.

The sweetest dream nel 2005 venne esposta al “Mars Pavillion”, cioè alla bellissima serra dei giardini di Castello, occupata – prima del restauro che l’ha restituita alla città – dai fioi dei centri sociali veneziani, che ne fecero una sorta di contropadiglione esterno della 51a Biennale d’Arte. Tutto bene, senonché non tutti i disobba rientrano nella categoria degli smaliziati artattivisti, e in quell’occasione alcuni di loro sollevarono qualche robusta obiezione rispetto all’opportunità di esporre una svastica in un luogo occupato da antifascisti. Capito? Non contestavano il  paragone imbecille. A loro, giustamente, schifava il simbolo in sé, il cui carico di morte è più forte di qualsiasi operazione di straniamento.

Sui giochetti linguistici che l’arte concettuale compie sui simboli della Storia andrebbe detta un’ultima cosa: nonostante tutte le bubbole sull’artista che vede un po’ più lontano degli altri, quella roba non è “avanguardia” di alcunché. Non rivende nulla che non si possa trovare nei mercatini delle pulci di tutta Europa, stracolmi di insegne che la politica ha fatto sparire in gran fretta. E la politica postmoderna non ha più bisogno di insegne o di simboli, senza i quali è più semplice mischiare le idee e sovvertire i significati, fino a rendere accettabili le bestialità. A titolo di promemoria, vale la pena riportare il giudizio che la neo-capogruppo grillina alla camera, Roberta Lombardi, ha dato del fascismo, il quale, a suo avviso, «[…] prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia». 

(E l’ho buttata in politica anche stavolta).

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Banksy says: “Read flaneurotic!”

La pagina appartiene all’edizione italiana di Wall and piece. Si legge male? cliccateci sopra. [Il flou è involontario, la lente era sporca.]

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Vernissagem

Sta per terminare la lunga, faticosa settimana d’inaugurazione di questa 54a Biennale d’Arte di Venezia. Anche questa volta, se si rimane indenni al passaggio delle orde di biennalisti dotati di invito o tessera stampa, se si è superata con un sorriso la ridicolaggine degli stereotipi artsy, radical-choc e pseudointellettuali dei suddetti, se si è restati indifferenti di fronte alla volgarità della ricchezza ostentata alle feste, allora si può procedere alla ricerca dell’Arte, all’interno di una rassegna ogni volta più grande e piena di cose, e inevitabilmente sempre più ridotta a fiera delle vanità contemporanee.

Mi è impossibile dare una prima impressione complessiva  della mostra, curata quest’anno da Bice Curiger. Di fatto non ho visto granché.  Noi piccoli peones della Biennale, impegnati a tenere aperti i padiglioni, in questa prima settimana riusciamo a conoscere bene solo il piccolo mondo in cui abbiamo passato le nostre giornate, quello del ‘nostro’ padiglione. Si tratta di lavoro. Se l’artista non ci piace, non ne possiamo parlare male nei nostri blogghetti. La regola sarebbe quindi: evitare di parlarne, almeno sino a mostra finita, tra sei mesi. Si dà il caso però che Scenario, la mostra di Francisco Tropa al padiglione del Portogallo, sia veramente bella. Se non vi fidate dell’opinione di un semplice appassionato, semicolto e semplicione, pensate a quanti commenti entusiastici mi è capitato di raccogliere da parte di giornalisti del settore, critici, curatori, galleristi e collezionisti. E se, comprensibilmente, non vi fidate nemmeno dei suddetti personaggi, venite voi stessi a dare un’occhiata.

Scenario è uno di quei lavori che prendono per incantamento . Sette lanterne magiche proiettano ombre che chiedono prima di tutto di essere viste, non decifrate. L’inflazione del concettuale nell’arte contemporanea fa sì che una parte dei visitatori, prima ancora di guardare, chiedano spiegazioni. Ma Scenario non è un’opera concettuale, né Francisco ci ha indicato alcuna “chiave”. Tra i dettagli si celano alcuni riferimenti alti (il cubo platonico, ad esempio), ci si possono vedere alcuni simboli primordiali, alcune opposizioni fondamentali (Caldo/Freddo, Essere/Divenire, etc.), vi si coglie una riflessione sulla percezione visiva e sul tempo. Ma soprattutto vi si riconosce subito un esempio di cosa sia l’Arte propriamente detta: l’esperienza di ciò che non può essere detto [meglio e/o in modo diverso da come faccia l’opera stessa].

Il Leone d’oro alla partecipazione nazionale nel frattempo è andato alla Germania, e quello al miglior artista a Christian Marclay. Ricordo di aver letto per la prima volta il suo nome nei credits di un cd allegato a  “Musica Jazz”. Una raccolta di live tra i quali spiccava, almeno per me, il tema di C’era una volta in America interpretato da John Zorn. Marclay in quel caso aggiungeva qualche spezia sonora con i suoi giradischi. Solo più tardi l’ho scoperto in quanto artista visivo. Oggi ha vinto con un video di 24 (ventiquattro) ore, intitolato The Clock. Un bel lavoro di montaggio, se non altro…bof!

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Arte e spazzatura

La forza dell’Arte sta – anche – nella sua capacità di costruire mondi, rileggendo con occhi diversi la realtà fattuale. Anche se più spesso capita che sia la realtà a guardare all’arte, in particolare al concettuale, con occhi diversi. Diversi da quelli del critico, il che non è sempre un male. Dalla visita alla Biennale ’78 della coppia Alberto Sordi-Anna Longhi ne Le vacanze intelligenti A Re’, me volevano compra’ pe’ dieciotto mijoni!») fino al gustoso episodio accaduto nei giorni scorsi a Padova. Piazzata in strada nell’ambito di una rassegna di giovani artisti, l’opera di Isabella Facco è stata scambiata per spazzatura, impietosamente compattata assieme alle scoasse ordinarie prodotte dai patavini senza alcuna intenzione espressiva, ed infine incenerita.

Legg io, s’intitola l’opera: uno scaffale di libri, qualcosa di visto parecchie volte nell’ambito dell’ombelicale spinto. Al di là dell’opera e del trattamento riservatole in quanto ‘pezzo’ d’arte contemporanea, mi domando se almeno i libri siano stati salvati. Temo di no, e l’idea di un libro che brucia mi disturba molto.

Insomma pare che a Padova la nettezza urbana sia piuttosto efficiente, pure troppo. Tentiamo un’operazione concettuale, pure se non ci abbiamo il gallerista: Pensiamo alla monnezza nelle strade di Napoli come ad un’estesissima installazione di land art.

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Buon compleanno, Tate Modern

Doris Salcedo, Shibboleth

La Tate Modern è stata aperta il 12 maggio di dieci anni fa. In dieci anni ci sono andato una volta sola, a pochi mesi dall’inaugurazione. Me ne vergogno non poco (per il fatto di esserci andato una volta sola, nel caso non fosse chiaro).  Luoghi come quello mi riempiono sempre di stupore e ammirazione. Stupore, per lo spazio in cui sono situati, innanzitutto. Uno dei musei più visitati al mondo, la TM sorge nella vecchia centrale elettrica di Bankside, una montagna di mattoni rossi di forma vagamente mesopotamica che per alcuni decenni ha rifornito di energia (e smog) mezza Londra, prima di diventare archeologia industriale, prima che il bruciare petrolio per produrre energia elettrica diventasse antieconomico. E’ sorella della più celebre centrale di Battersea, quella sorvolata dal maiale gonfiabile nella copertina di Animals dei Pink Floyd, la cui riconversione dovrebbe partire l’anno prossimo.

Che fare di un mastodonte simile? E’ un pezzo di memoria della città, mica lo puoi radere al suolo. Occorre riconvertirlo senza perderne le forme. Grandi volumi, grandi superfici: il luogo ideale per una grande galleria d’arte. Meglio se pubblica. Il consiglio di amministrazione della Tate a metà anni ’90 affida ad Herzog & De Meuron (mica Pizza & Fichi) il compito di farne la propria sede per l’arte contemporanea. Il che è solo la metà dell’opera. Perché uno spazio diventi luogo occorre vi sia una gestione intelligente. Ed ecco l’ammirazione. La Tate, nelle sue diverse articolazioni, è quello che in UK chiamano “Non-Departmental Public Body”, e cioè “a body which carries out functions on behalf of the government department that sponsors it, but is administered independently“.  E’ riuscita in dieci anni a far diventare una galleria pubblica un grande luogo di aggregazione, mantenendo la qualità della proposta sempre alta, riuscendo ad essere pubblica, cioè per tutti, anche coinvolgendo il privato: oggi i fondi pubblici coprono il 40% della spesa, il resto viene dalle sponsorizzazioni e dalle esposizioni temporanee. Sì perché, come per gli altri grandi musei di Londra, l’ingresso alla collezione è gratuito. Un meccanismo virtuoso, come si dice, che altrove, diciamo pure qui in Italia, non è proprio di casa. Ogni volta che penso alla Tate Modern mi viene in mente il Molino Stucky e la triste fine che ha fatto, regalato dai politicanti ad un palazzinaro per farci venire dei suoi simili nei weekend. O a Punta della Dogana, un altro pezzo di Venezia diventato giocattolo di lusso per un ricco bimbo cresciuto. Ma forse non può essere altrimenti. Ai paesi civili, le buone pratiche per le arti e la cultura. All’Italia, la bellezza in ogni pietra, che, al contrario di quella delle mignotte, non sfiorisce, e rende assai di più.

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