Archivi tag: ballottaggio

Perché l’arca di Felice Casson è naufragata?

o-FELICE-CASSON-facebook-e1413502022611.jpg

In genere non amo l’uso disinvolto delle metafore in politica, eppure ieri sera, dopo una giornata di pioggia a dirotto, la mente è andata subito all’immagine di un diluvio particolare, per così dire, immagine che in una città nata, più volte salvata e sempre minacciata dalle acque assume una concretezza unica. Sarà il trauma della sconfitta, fatto sta che non riesco a non pensare a Felice Casson come ad una sorta di Noè chioggiotto. Felice/Noè ha fallito nel tentativo di portare in secca l’arca della Sinistra veneziana e, dopo ventidue anni, il governo della città passa alla Destra.

Sulle cause di questa sconfitta dibatteremo – anche ferocemente, tra militanti – per mesi e mesi, e ognuno troverà i propri capri espiatori – mentre sarà difficile trovare la forza per sopportare ancora i «ve l’avevo detto» di Massimo Cacciari. In attesa di puntare i riflettori su Brugnaro, che per quanto mi riguarda rimane ancora un oggetto non identificato, mi concentrerei su ciò che è andato storto con Casson, sconfitto per la seconda volta in dieci anni e in queste ore rimasto silenzioso – un silenzio condiviso da un centrosinistra attonito. In primo luogo, sappiamo che esiste una fisiologia del consenso. Vent’anni sono un ciclo abbastanza lungo perché al suo termine ci si possa aspettare un cambiamento. Se poi quel ciclo corrisponde al declino della città, un cambiamento diventa ancora più probabile. Sottoscriverei l’analisi lucida ed onesta (e solitaria) fatta da Laura Fincato a spoglio non ancora terminato: la crisi di consenso del centrosinistra a Venezia inizia ben prima dell’arresto di Orsoni e segue di pari passo gli errori fatti e soprattutto l’incapacità di correggerli. Personalmente, volendo tentare una sintesi (forse un po’ brutale) che spieghi il “fisiologico” cambiamento di cui sopra, guarderei ai vent’anni nel loro insieme, anche oltre Venezia. Il primo centrosinistra nato nel post ’89 è proprio il centrosinistra dei governi locali, quello della grande stagione delle autonomie e del “partito dei sindaci”. A Venezia, durante e dopo l’era Cacciari, i consensi si sono mantenuti attraverso la leva della spesa pubblica, che potremmo dividere in tre grandi aree: a) Servizi pubblici, welfare locale e produzione culturale b) posti di lavoro nelle partecipate e controllate, fornitrici dei servizi al punto precedente c) urbanistica contrattata e rapporto con i grandi contractor privati delle opere pubbliche. Un modello che, se ben bilanciato, riesce in teoria a garantire crescita economica e consenso politico.

Per ragioni varie e complesse (la mia vena reazionaria direbbe: semplicemente a causa della natura umana), questo modello ad un certo punto va in crisi.  Le istanze ai punti b) e c) si mangiano quelle al punto a) e, proprio all’apice di una crisi finanziaria locale, nazionale e globale, emerge il sistema corruttivo relativo al punto c). Come sappiamo, la storia finisce con l’arresto del Sindaco in carica, giusto un anno fa, cui purtroppo non è seguita un’adeguata autocritica del gruppo dirigente del PD e del centrosinistra tutto. Centrosinistra forse non del tutto consapevole della più grave crisi di consenso dei vent’anni del suo governo, e che tuttavia, dopo le primarie, si affida a Noè/Felice, alla figura del sindaco-magistrato-moralizzatore. Uno schema che altrove, almeno sul piano elettorale, ha funzionato. Non qui in Laguna. A Venezia si è letteralmente sbriciolato quel blocco di consenso che ha garantito la continuità al centrosinistra almeno sino all’elezione di Orsoni. L’astensione si è manifestata soprattutto in quel blocco, frutto di una disillusione e di un rancore ormai troppo profondi. Casson non è riuscito a coinvolgere gli indignati nemmeno attraverso la propria lista civica, un tentativo in realtà piuttosto goffo di marcare la distanza dal Partito Democratico. Il fatto è che la lista Casson non nasce da qualche spontaneo movimento della c.d. società civile, ma da una raffinata opera di ingegneria politica che oltre ad alcune (irrilevanti) rotture – vedi Pizzo e Seibezzi – aveva portato anche ad alcune importanti ricomposizioni – tra cui il capolavoro di Nicola Pellicani, già candidato della Ditta sconfitto alle primarie, divenuto capolista.

In una città in cui il nuovo corso renziano ha avuto sul partito locale riflessi debolissimi, e nelle cui vicende Renzi non è mai intervenuto direttamente, non è servito che una parte della coalizione prendesse le distanze dal “renzismo” – abbiamo letto candidati segnalare gli elogi di Brugnaro a Renzi per convincere il riluttante elettore antirenziano a votare Casson, mentre quest’ultimo ringraziava – giustamente – il governo per la disponibilità ad allentare i cordoni della borsa per dare respiro alle esauste finanze cittadine. Soprattutto, si è rivelato del tutto inutile il tentativo, a tratti imbarazzante, di lisciare il pelo agli elettori del Movimento 5 Stelle, del quale certa sinistra dialogante non sembra ancora aver compreso bene la natura. Il rilancio compulsivo che i campaign staffer di Casson negli ultimi giorni hanno fatto delle dichiarazioni dei vari Imposimato e Travaglio è servito soltanto a infastidire quelli che, come il sottoscritto, hanno fatto campagna per Casson con e dentro il Partito Democratico, a volte sentendosi dei paria. La speranza è che per qualcuno – non tanto gli irrecuperabili grillini, quanto la “Sinistra dei puri” sia finalmente suonata la sveglia. Il danno ormai è fatto. E, sia chiaro, lo scrivo più da cittadino preoccupato che da supporter colpito dalla sconfitta. Il problema non è infatti l’alternanza, che, come dicevamo, in democrazia va messa in conto.

Il problema è che l’alternativa di centrodestra guidata – obtorto collo, in fondo – da Brugnaro non mi sembra minimamente in grado di affrontare gli enormi problemi della Sinking City. Non vorrei offendere nessuno, ma la qualità della classe dirigente del centrodestra cittadino è persino inferiore a quella nazionale. Se poi dovessi sbagliarmi, sarò il primo a riconoscerlo con piacere. Nel frattempo, da cittadino prima che da oppositore, darei al Sindaco Brugnaro due soli suggerimenti non richiesti. Innanzitutto, fossi in lui, metterei subito a posto i più esagitati tra i suoi alleati destrorsi e leghisti, mossi soltanto da bassi sentimenti di revanche nei confronti dei “comunisti”. In secondo luogo, come Casson avrebbe voluto chiamare Arese, Daverio, Giavazzi e Rosso come “superconsulenti”, il vincitore provi a fare una scelta simile. Si circondi di gente diversa da lui e da ciò che rappresenta. Provi a stupirci. Tornando infine agli sconfitti, dopo i primi inevitabili psicodrammi, questa potrebbe essere l’occasione per verificare se la Sinistra a Venezia sappia ancora fare opposizione, e se esista ancora una Sinistra al di là della gestione (anche) clientelare delle risorse pubbliche. Ciò che non ha fatto la crisi, farà la sconfitta elettorale. Non avendo un Comune da gestire, la sinistra cittadina potrebbe ricominciare a studiare davvero i problemi del Comune e recuperare un rapporto col proprio elettorato. Un paradosso tutto da verificare.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Matteo Renzi e il babau neoliberista

Numerosi amici e conoscenti legati a certa sinistra, che mai e poi mai avrebbero votato PD, in questi giorni si ritrovano a dover decidere se votare o no CONTRO Matteo Renzi, in quella che si sta trasformando in una sorta di piccola crociata. E non parlerei affatto di una crociata dei poveri: buona parte della gauche caviar, non solo qui a Venezia, sostiene Vendola. Persone che hanno disprezzato il Bersani (ottimo) ministro e che non credono ad un progetto unitario dei riformisti, ma, pur di impedire l’ingresso di Renzi nella stanza dei bottoni, son ben disposti a turarsi il naso.
Si tratta di un riflesso tra l’ideologico e il fisiologico. La caduta di Berlusconi ha eliminato dalla visuale il nemico assoluto, costringendo molta gente ad esercitare contro il governo dei tecnici un’aggressività verbale che non si registrava da molto tempo. In queste settimane il Nemico del Popolo è però rappresentato dal Sindaco di Firenze. L’endorsement da parte del Cav., naturalmente, costituirebbe l’inoppugnabile prova dell’adesione di Renzi alla nefanda “dottrina neoliberista”, e porrebbe quindi il Comune di Firenze al livello del Cile di Pinochet – del resto l’accusa di usare un “linguaggio fascista” era già stata lanciata dalle pagine de «L’Unità»…

Insomma, per gli amici  “a sinistra der piddì”, votando Renzi ho votato una destra brutale e reazionaria, pronta a togliere diritti e lavoro e libertà. Mentre le reprimende e gli sfottò dei miei conoscenti mi risuonano nelle orecchie come un fastidioso tinnito, torno a farmi la domanda delle domande: ma questo neoliberismo di cui tutti cianciano, dove si troverebbe, di preciso?
Perché, a questo punto, prima di accettare la punizione in quanto traditore, reazionario, piccolo-borghese, individualista, etc., merito almeno una risposta. Attenzione però, non basta aver dato Storia Economica. Dovete avere due palle così, per rispondermi. E, possibilmente, avere più di sessant’anni – eh sì, voto Renzi ma in parecchi casi mi fido dell’esperienza dei più vecchi.
Fa specie che anche Carlo Galli, storico del pensiero politico e importante sostenitore di Bersani, faccia sua – davanti al pubblico de «L’Infedele» – la favola per cui l’Europa e l’Italia sarebbero vittime di decenni di politiche neoliberiste, alle quali la linea del Segretario Bersani porrebbe un freno…

Un po’ come in certi romanzetti o filmetti, più la panzana è grossa, più facilmente il pubblico è disposto a crederci, abbandonandosi al terrore. Eppure persino un ignorante come il sottoscritto è in grado di distinguere, poniamo, il laissez-faire di Reagan dalle politiche comunitarie della UE, talmente sono evidenti le differenze sostanziali.
Agli occhi di un supposto padre del c.d. neoliberismo come Von Hayek, il tipo di integrazione che l’Europa sta faticosamente cercando di realizzare rientra nel “razionalismo costruttivista”, ossia l’idea per cui le interazioni spontanee tra individui possono essere dirette, ordinate, pianificate. Ad Hayek questo non piaceva, insomma non gli piaceva la tecnocrazia, ed era assolutamente contrario all’Unione monetaria (che non fece in tempo a vedere realizzata). Ma tu guarda il pensiero, a volte…a certi amici vendolati prenderebbe un colpo nello scoprirsi in compagnia degli economisti “austriaci” e dei loro più o meno zelanti seguaci eurofobi.

Se non avete tempo per i filosofi e gli economisti, avrete tempo per i quotidiani. Almeno per le prime pagine. Ricordate? Stiamo parlando da ormai due anni delle modalità con le quali i paesi dell’Unione con le finanze più solide aiutano (e aiuteranno) i membri più indebitati. Stiamo parlando di rifinanziare il debito. (Che cosa direbbero Hayek o Mises, secondo voi?). E’ vero che quest’Unione sembra in effetti ancora così deboluccia che, forse, quando Vendola parla di “Offenfiva neoliberifta”, si riferisce alla cultura economica in voga nei paesi chiave, quelli che contano in termini di PIL. E quali sarebbero, dunque, questi paesi? Parlare di modello neoliberista riferendosi alla Germania sarebbe un’evidente sciocchezza. Parlarne a proposito della Francia è addirittura ridicolo. Lo strano mix zapateriano di welfare esteso e finanza allegra collegata al mercato immobiliare che ha caratterizzato la Spagna potrebbe essere classificato come ‘neoliberismo’? Temo di no. Soltanto l‘UK thatcheriana degli anni ’80 risponde a certi criteri classificatori, ma quindici anni di New Labour meriterebbero un’analisi più approfondita. Diciamo pure che il paese di Scrooge sia la punta di diamante di quell’offenfiva neoliberifta che soltanto Stefano Fassina e Nichi Vendola possono arginare. Ops. Il paese tradizionalmente più euroscettico non ha mai fatto la scelta della moneta unica. Che peccato, il ragionamento filava così bene!

C’è poco da fare: in questo Paese, come in tutti i paesi arretrati o in declino, lo spauracchio neoliberista è agitato dalla gente che teme di perdere il poco che ha (più in termini di diritti formali che non di opportunità reali), dai velleitari e dagli estremisti, dai furbetti beneficiari di piccole e grandi clientele di Stato, e infine da quella parte di ceto dirigente “riformista” che non ama il cambiamento in assoluto. Tutti costoro chiamano regolarmente – in buona o cattiva fede – “neoliberismo” quello che dovrebbe essere una novità quasi assoluta per l’Italia: un libero mercato dotato di regole.

Che il pericolo neoliberista sia reale o immaginario, ormai il riflesso ideologico-fisiologico di cui sopra è scattato e sarà difficile far cambiare idea agli elettori di SEL. In queste condizioni Renzi non ha molte speranze, tanto più che l’ingresso di nuovi votanti al secondo turno è reso quasi impossibile dai regolamenti che, giustamente, non si possono cambiare a partita iniziata. Ho già scritto che mi adeguerò comunque e voterò il PD di Bersani, sperando che il segnale del consenso a Renzi sia letto nel modo più intelligente all’interno del partito, anche se il rischio che il tutto si riduca all’antica lotta tra correnti è molto forte. Il primo a trovare assai scomoda la propria posizione sarà proprio il povero Bersani, uomo di buon senso sostenuto da gente molto diversa, che si troverà a doversi alleare sia con chi vuole demolire la riforma Fornero che col ranocchio Pierferdi – che Nichi, tra l’altro, si rifiuta categoricamente di baciare.

Coraggio, ho quasi finito. Aggiungo solo che la probabilità che qualcuno riesca a formare un governo politico stabile, con una Sinistra divisa, Grillo al 18% e senza una legge elettorale decente, è prossima allo zero. Che ne direste di saltare un giro e tenervi Monti per un altro po’? Non vi va, eh?

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,