Fascisti o no?

m5s

Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati pars pro toto, a giocare il ruolo del popolo. Il popolo e’ cosi’ solo una finzione teatrale. Per avere un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo più bisogno di Piazza Venezia o dello Stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentato e accettato come la Voce del Popolo. A ragione del suo populismo qualitativo, l’ Ur-Fascismo deve opporsi ai ‘ putridi’ governi parlamentari. Una delle prime frasi pronunciate da Mussolini nel Parlamento italiano fu: “Avrei potuto trasformare quest’ aula sorda e grigia in un bivacco per i miei manipoli”. Di fatto, trovò immediatamente un alloggio migliore per i suoi manipoli, ma poco dopo liquidò il Parlamento.

(Umberto Eco, Identikit del Fascista, «la Repubblica», 2 luglio 1995, poi in Cinque scritti morali, Bompiani, 1997)

[…] Nessun movente etico-politico, […] umanità o […] carità vera, […] nessun senso artistico e umanistico e men che meno […] un’intervento di indagine critica. Si trattava per lo più di gingilloni, di zuzzuruloni, di senza-mestiere dotati soltanto d’un prurito e d’un appetito che chiamavano virilità, che tentavano il corto-circuito della carriera attraverso la «politica».

(Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, in Saggi Giornali Favole e altri scritti, vol. II, Garzanti, 2008)

Per prima cosa, vorrei qui ringraziare Grillo e i suoi. Col loro comportamento sono riusciti a ricompattare buona parte della smandrappata sinistra democratica, che potrà anche scannarsi attorno alla figura di Renzi, all’idea di partito o alle diverse ricette economiche, ma rimane unita sulla difesa della democrazia e delle sue istituzioni. Scusate se è poco. Dal 2011 non credo di aver dedicato più di quattro o cinque post al M5S. Avevo già liquidato tutta la faccenda come il peggior sintomo dei malanni della nostra democrazia: una sorta di febbre, che rivela un’infezione. Qualcuno, anche nel PD, l’aveva invece considerato un interlocutore politico come altri, coi risultati che conosciamo: nessuno, a parte l’ormai canonico vaffanculo. Anche per questo, forse, tra i più severi critici del grillismo come minaccia alle istituzioni troviamo oggi i bersaniani, mentre i renziani, a mio avviso un po’ discutibilmente, si concentrano sulla cultura “del risultato”: per non rischiare di ferire l’amor proprio dell’ex-elettore PD potenzialmente recuperabile – quello che a novembre 2012 scelse Renzi e che avrebbe votato PD in caso di una sua vittoria, si limitano a fargli notare quanto poco abbiano combinato i grillini. E non è detto che su alcuni provvedimenti non possa rendersi necessario anche il voto del gruppo M5S, o di una parte di esso.

Intanto, a sinistra del PD e fuori dal Parlamento, c’è chi considera tuttora il M5S un potenziale alleato. Si tratta della congrega dei radical-chic inaciditi, dei vari intellò rimbecilliti, dei giacobini frustrati. Una su tutti, Barbara Spinelli che qualche giorno fa rivendicava ancora la bontà dell’appello fatto a suo tempo da detta congrega a Bersani perché tentasse un governo PD-M5S. Ricordate? Si trattava del famoso «governo di cambiamento» a cui i grillini per primi non sono mai stati interessati, ma questo la figlia del povero Altiero non lo sa, finge di non saperlo, non vuole sapere, o non l’ha proprio capito. A me vengono tuttora i brividi al pensiero che il più grande partito della Sinistra potesse anche solo ricevere un appoggio esterno dai grillini. In ogni caso, fa specie che parecchi tra coloro i quali per vent’anni hanno dato del fascista a Berlusconi oggi rifiutino di vedere le componenti fascistoidi della proposta a cinque stelle.  

«Ah. Qui volevi arrivare, eh?»

Ovviamente sì, proprio qui volevo arrivare. Vorrei chiarire il mio pensiero su questo punto, e cercherò di farlo senza ricorrere al paralogismo autoreferenziale della Spinelli («Non credo che il M5S sia un movimento squadrista, perché non avrei mai firmato appelli per un movimento squadrista»). E’ chiaro che se per «fascista» intendiamo un movimento che si richiami direttamente o nascostamente al fascismo storico, il club di Grillo non si può definire «fascista». Probabilmente nemmeno «Ur-fascista» nel senso inteso da Eco. E in ogni caso, a parecchi italiani, magari di sinistra, magari dotati di sufficiente cultura ed esperienza, magari autonominatisi «difensori della Costituzione», le componenti fascistoidi di cui sopra non sembrano così evidenti.

Non basta che diversi rappresentanti del M5S abbiano dato giudizi assai benevoli sul Ventennio, o che utilizzino alcune formule rivelatrici di una certa cultura politica (imparaticcia, ma tant’è, questa è la cifra della nostra epoca), dall’«Europa dei popoli» alla «comunità nazionale», ai «confini sconsacrati». Non sono forse certi «revisionisti moderati» coi loro editoriali sui grandi quotidiani, ad insistere sulla rivalutazione del fascismo «prima delle leggi razziali» .

Non bastano il razzismo, la xenofobia e lo sfruttamento cinico dei problemi dell’immigrazione, una retorica attraverso la quale il centrodestra italianoda più di vent’anni, costruisce campagne e vince elezioni.

Non basta il linguaggio da stupratori fascisti dimostrato nei giorni scorsi – lo stesso linguaggio delle bestie che violentarono Franca Rame, e di fronte al quale Dario Fo resta in silenzio. Mi si dice di non scomodare il Gadda di Eros e Priapo, perché il sessismo italico è trasversale e il maschilismo della cultura patriarcale ancora radicatissimo. Vero.

Non basta una virulenta forma di antieuropeismo e di antimondialismo, unita a un generico odio per la finanza basato spesso sull’analfabetismo economico, e a bizzarre teorie di marca neofascista (vedi alla voce signoraggisti): è specificamente fascista parlare dei «disastri della globalizzazione» o prendersela con le banche?

Non basta l’irrazionalismo che va dalle scie chimiche al metodo Stamina, passando per l’indimenticabile palla biowash: in questo paese il metodo scientifico ha forse mai goduto di grande popolarità? (E comunque il Movimento è zeppo di ingegneri, a partire da… Rocco Casalino).

Non basta d’altronde nemmeno il cospirazionismo dei deliri allucinati in materia di 11/9: cosa possiamo pretendere con le nostre esperienze di stragi e servizi deviati e con un giornalismo alla ricerca dei suoi quattro lettori con ogni mezzo possibile, escluso il fact checking?

Non bastano la simpatia per regimi autoritari come l’Iran degli ayatollah e non basta il pregiudizio manifesto verso Israele: posizioni considerate «di sinistra» in Italia, dove gli antisemiti si sono comodamente sistemati tra le file degli antisionisti.

Probabilmente no, nessuno degli elementi che ho elencato è sufficiente a chiamare «fascista» il Movimento 5 Stelle. Può bastare? Non direi.

La verità è che la politologia fatica un po’ di fronte al gran frullato delle frattaglie ideologiche rimasteci dal secolo passato, di fronte a un discorso pubblico che il panico da crisi economica riduce spesso ad un’accozzaglia di slogan populisti. In un contesto simile, hanno trovato il loro spazio ideale un esagitato buffone e un faccendiere che si intende un po’ dell’internient. Il gatto e la volpe hanno deciso di inserirsi nel vuoto di consenso dei partiti e hanno inventato il M5S, non un partito in senso stretto, ma qualcosa di più vicino ad una piattaforma web, con tanto di ridicole consultazioni online. Un’operazione di marketing politico nella quale il movimento è una sorta di collettore fognario collegato via ADSL al ventre molle del Paese e in grado quindi di raccogliere ogni sorta di escremento politico nel momento stesso in cui si forma. Che poi qualche idea sensata affiori dal liquame, non stupisce, se ogni orologio rotto…

Che Grillo e Casaleggio personalmente condividano le idee dei loro simpatizzanti o che siano dei puri venditori, non rileva. E’ probabile che, dopo un paio di appuntamenti elettorali, il fenomeno grillino declini da sé. Il gatto e la volpe avranno nel frattempo ottenuto dall’operazione il ritorno economico sperato. Ma il sintomo, la febbre di cui parlavo sopra, non andrebbe sottovalutato perché ci ripete una verità che non ci piace ascoltare: a una fetta consistente di popolazione italiana non importa assolutamente nulla della democrazia e delle sue istituzioni. Non si tratta di militanti ideologizzati, di fanatici, di amanti dell’eversione. Si tratta di vittime del declino economico. Operai di un manifatturiero che muore, artigiani, piccoli imprenditori e commercianti in crisi, gente che ha sempre badato al sodo, e a maggior ragione bada al sodo in momenti di crisi profonda. Non hanno granché a cuore i fragili meccanismi delle liberaldemocrazie, non se ne sono mai interessati perché non ne hanno mai avuto il bisogno. A loro i partiti di massa chiedevano un voto, una volta ogni tanto. In cambio i più fortunati ricevevano le regalie destinate ai clientes, altri una relativa sicurezza di poter vivere e lavorare in pace. Ad un certo punto, questo patto si è rotto – sulle cause di tutto ciò altri potranno dire meglio di me. Nel corso del Novecento, in fasi e contesti diversi, queste masse sono diventate carne da adunata (o peggio). Se i rappresentanti pentastellati sono, come suggerisce Corrado Augias, «fascisti inconsapevoli», i loro elettori sono fascisti potenziali. Mi si obietterà che fascisti potenziali lo siamo un po’ tutti. E’ possibile. Personalmente, per formazione familiare ritengo di potermi escludere dal novero.

Scenari molto improbabili? Fantapolitica da blog? Pippe da politologi della domenica? Lo spero, ma continuo a praticare l’esagerazione come forma di scaramanzia. E a sperare che il Paese non prosegua nel suo declino, che cessi di distruggere, giorno dopo giorno, tutta la sua ricchezza. Perché il fattore determinante, come sempre nella storia delle democrazie, è quello economico.

Salute e ideologia al tempo della crisi

Quando le osservi dal tuo letto con trentanove di febbre, le bizzarre evoluzioni politiche di un Paese come l’Italia assumono i tratti del delirio, dell’allucinazione. Ricorderò questo marzo 2013 come una fastidiosa parentesi piretica, per così dire. Il mese è iniziato con la mia dolce metà che si ammala di scarlattina – il che, passati i trenta, suona un po’ ridicolo, ma è soprattutto una gran rottura di palle. Come pretendere di passare dieci giorni ad accudire l’appestata senza ammalarmi a mia volta? E infatti, dopo un paio di settimane, il simpatico streptococco piogene decide di piantare le tende anche nella gola del sottoscritto. Batterio d’altri tempi, ha atteso cavallerescamente che M. fosse guarita, se non altro. Nel frattempo sono guarito pure io, senza tuttavia farmi mancare, al termine della prima cena da convalescente, una meravigliosa colica renale con tanto di chiamata al 118 e gita in motoscafo (lo so, ve lo chiedete in tanti: qui a Venezia ci son le idroambulanze). Detto en passant, questo scherzetto mi è costato cento euro di ticket vari, finora, ma nessuno si è azzardato a chiedermi carte di credito o denaro contante mentre mi contorcevo e vomitavo per i dolori del mio povero rene, come sarebbe avvenuto in altri paesi, non dotati del nostro Sistema Sanitario Nazionale (teniamocelo stretto, che è meglio).  Ma lasciatemi finire con i malanni: tanto per gradire, un bell’ascesso al dente del giudizio, che potrei dover togliere tra qualche giorno.

Un discreto giro di sfiga, insomma, ma davvero nulla di serio. Non nel 2013. Certo, quello associato alla colica è il dolore fisico più intenso che abbia mai provato, ma oggi sono disponibili tante belle molecole con proprietà analgesiche.

Diclofenac [acido 2-(2-[2,6-diclorofenilammino] fenil) etanoico]

Pure la scarlattina – un mal di gola a pois, alla fin fine – non è niente di che, e tuttavia occorre ricordare che, fino agli anni Trenta del secolo scorso, con un po’ di fortuna, potevi restarci secco. Poi è arrivato il dottor Fleming con la Penicillina, e dopo di lui tanti altri ricercatori, e tanti altri antibiotici.

Sir Alexander Fleming

Come voi (venti) affezionatissimi lettori sapete, questo è un blog illuminista, dove si tengono in gran conto la scienza e il suo metodo. Per questo, al momento della guarigione, trovo spontaneo ringraziare il dottor Fleming e sorridere ai progressi dell’umano ingegno. Mi rendo conto, però, di come una visione di questo tipo suoni oggi piuttosto inattuale, vagamente demodé. Non so quanto abbia contato l’influenza di Feyerabend, piuttosto che della fuffa new age che da quarant’anni è entrata nelle rubriche dei settimanali femminili (e non). State sereni, non sono in grado di produrre un saggio di filosofia della scienza. Molto semplicemente, mi preoccupa vedere come, mai come in questi anni, il sistema più produttivo dal punto di vista dei risultati, quello che chiamiamo medicina scientifica, sia messo seriamente in discussione. Si tratta senza dubbio di uno dei grandi paradossi dei nostri tempi. Mentre l’aspettativa di vita (nei paesi sviluppati!) cresce costantemente, mentre la ricerca medica arriva a risultati che pochi decenni fa sarebbero stati giudicati fantascientifici, mentre l’efficacia dei farmaci aumenta in maniera inversamente proporzionale al loro costo, la gente (la folla) dubita in maniera crescente di tutto ciò, e quel che è peggio è che si tratta di un “dubbio fideistico”, non del sano scetticismo che portò, ad esempio, Robert Boyle a gettare le basi della chimica moderna

Robert Boyle, ‘The Sceptical Chymist: or Chymico-Physical Doubts & Paradoxes’, London, 1661

Proprio l'”anarchico” Paul Feyerabend sosteneva come fossero stati i crescenti successi della medicina ad instillare nella gente comune, soprattutto nella prima metà del Novecento, un’incondizionata fiducia nel metodo scientifico. La realtà odierna contraddice tutto questo. Sembra che una fetta non trascurabile di popolazione non si fidi più della medicina “ufficiale”. E’ difficile trovare una motivazione univoca a questo atteggiamento. A volte mi chiedo se proprio i progressi della medicina, superata una certa soglia, non producano una sorta di distorsione percettiva, tanto più forte in società in cui la cultura scientifica sia scarsamente diffusa: se il medico viene visto come uno sciamano onnipotente (cioè se ci «si aspetta troppo dalla scienza» e «la si concepisce come una superiore stregoneria», come scriveva Gramsci), allora ogni diagnosi sbagliata, ogni cura inefficace mineranno irrimediabilmente la fiducia del paziente-cittadino nel sistema di conoscenza della medicina. E’ difficile accettare, per sé o per i propri cari, di essere finiti nei numeri piccoli delle statistiche, e spesso non serve a nulla ricordare come quelle statistiche, pochi anni prima, fossero di segno affatto diverso. Ma questo aspetto delusionale non basta a spiegare la vera e propria ribellione nei confronti della medicina scientifica e l’adesione alla pletora di sciocchezze pericolose cui ognuno di noi è esposto ogni giorno. Non so più quanti amici e conoscenti ricorrano regolarmente all’acqua sbattuta (ormai riconosciuta dall’agenzia del farmaco e scaricabile come gli altri medicinali!) e alle più bislacche teorie olistiche mutuate dalle medicine tradizionali di mezzo mondo e pescate naturalmente su Internet, negli innumerevoli siti di “informazione alternativa” che ormai stanno in cima ai database dei motori di ricerca. Nei quindici anni passati dal caso mediatico della cosiddetta “cura” Di Bella la soglia del ragionevole è precipitata davvero in basso. La politica ce lo insegna, del resto: il discorso pubblico, in tempi di crisi, si radicalizza, ed ogni insulsaggine diventa socialmente accettabile. Dal puttano olistico Scilipoti, seguace e diffusore della Nuova Medicina Germanica del nazista Ryke Geerd Hamer, al grillino Gian Paolo Vanoli, che suggerisce di curare il cancro con un mix di urina ed estratto di aloe vera, da chi (anche tra costoro i grillini abbondano) è ormai convinto dell’inesistenza del virus dell’HIV (a partire dalle discutibili tesi contenute in un libro di Peter Duesberg), per arrivare ai troppi genitori coinvolti nella pericolosa campagna di disinformazione sui vaccini. Quello che più mi spaventa è il rifiuto polemico rispetto alle possibilità di verificare i loro miracolosi rimedi, l’irrazionalismo e l’assenza di metodo, accompagnati però da una pretesa di “scientificità”, che consiste immancabilmente nel riferirsi agli “studi” di qualche “ricercatore indipendente” (che cioè rifiuta qualsiasi verifica da parte della comunità scientifica). La medicina scientifica viene ovviamente descritta come asservita alle multinazionali farmaceutiche, rendendo quindi inutile ogni confronto con i suoi esponenti.

Si tratta di una nefasta ideologia che non ha evidentemente nulla a che vedere col caro vecchio mondo dei rimedi della nonna. I rimedi della nonna non pretendevano di curare le malattie mortali. Erano degli utili palliativi per i malazzi passeggeri, frutto di una secolare pratica empirica e di una forma primordiale di chimica farmaceutica, che con gli infusi e i decotti estraeva, senza saperlo, i principi attivi delle piante (raccomando a tutti una bella tazza di malva, tutte le sere…). No, quella della medicina alternativa non ha nulla di tradizionale, è un’ideologia postmoderna, nata in seno alla società di massa nella fase più estrema della sua ipersemiosi. Le gerarchie del sapere sono crollate, regnano la sfiducia e le teorie della cospirazione. Eccolo, il tratto comune a tutte quante le fesserie che ho elencato sopra: l’idea del complotto, di un potere occulto, che lucra sulle malattie, e se necessario le crea. Agenti di questo potere sono i medici e gli scienziati. Untori, avvelenatori di cui non fidarsi. Va da sé che un tale allucinato sistema di credenze sia inattaccabile come certi retrovirus. Uhm. Vi ricordate quale leader politico ha definito il proprio movimento «un virus»?

Ecco, mentre sfebbravo, i miei malanni fisici e quelli politici dello Stivalazzo mi sono davvero sembrati un tutt’uno.

Quando finirà la colica?

Forma, còlor e composìscion

Francesco Vezzoli
Francesco Vezzoli

Capitandoci unicamente nel corso di tormentate sessioni di zapping serale, non immaginavo che persino in un contenitore di stronzate come Mtv rimanesse lo spazio per un format intelligente come quello di Pif, Il testimone. L’altroieri è andata in onda la divertentissima prima puntata della nuova serie, dedicata a quel settore dell’artigianato di lusso detto “Arte Contemporanea” (sovrapponibile oggi, grossomodo, a quel cul-de-sac in cui gli artisti si sono infilati un secolo fa: l’arte concettuale). Interessante notare come, in fondo, la maggior parte di quei costosi oggetti d’arredamento, destinati in un paio di lustri a non lasciare traccia, passino in secondo piano nel racconto. Il testimone ironizza bonariamente sulle opere, ma più ancora su quel piccolo Grand Monde di critici, curatori, galleristi e ricche signore le quali dichiarano candidamente che «l’arte è communication». Un mondo in cui il curioso semicolto mette il naso come le casalinghe disperate mettono il naso nelle vite delle principesse. Forse la chiave per capire tutto il contemporaneo sta insomma, banalmente, nella possibilità di «parlare con l’artista». Una certa umanità, con tutti i suoi puttaneggiamenti, con gli onesti, i furbi, i completi imbecilli.

Alcuni dei tipi umani che Pif incontra sono meravigliosamente ridicoli, e in questo per me sta il vero spettacolo dell’arte contemporanea, quello che si inscena nei vernissage e nelle cene. Tra Londra e l’Italia, Pif ci mostra una bella carrellata di personaggi, tra i quali segnalerei in particolare la Signora Napoleone («è tutto riguardo forma, còlor, composìscion») Massimiliano Gioni, direttore della prossima edizione della Biennale di Venezia («non ridefinisce la definizione di opera») e Francesco Vezzoli («club culture-fuggire da Brescia-ho fatto la St. Martin»). Mi associo alla simpatia che Pif nutre per Philippe Daverio, assente ma nominato più volte, detestato dalle ‘ndrine dei critici e dei curatori italioti ma amatissimo da noi ignoranti. Non manca mai, naturalmente, la citazione della memorabile visita di Sordi alla Biennale ne Le vacanze intelligenti, scritto dal fidato Rodolfo Sonego, che tra l’altro, prima di dedicarsi alla sceneggiatura, aveva a lungo fatto parte del giro di Emilio Vedova e Giuseppe Santomaso.

Ah, la fauna delle Biennali. Con quella gente lì, forte del mio mimetismo, mi fingo appassionato evoluto. Ci cascano anche, e mi sorprende trovare gente più ignorante di me, che coi miei bigini arrivo, se va bene, agli anni ’80, e di tutto il resto so quello che raccontano i giornali. Le cagatine di Cattelan, ad esempio, le ho conosciute come tanti quando sono entrate nelle pagine di cronaca. Seguo qualche nome sparso, qualche amico artista, certo. Ma non saprei davvero cosa tiri nel mevcato del contempovaneo oggidì. Per questo, guardando Il testimone, mi concentro sui personaggi che Pif incontra, più che sui pezzi. E tuttavia, giunto al minuto 24:07, mi sembra di scorgere qualcosa di familiare. Eh sì, è proprio il lavoro di Nemanja.

Nemanja Cvijanovic, 'sweetest dream', da crossborderexperience.org
Nemanja Cvijanovic, ‘The sweetest dream’, da crossborderexperience.org

Non credo di avere i mezzi per giudicare l’opera in sé. Non saprei prezzarla, ecco. Non saprei piazzarla. Mi limito a rilevare la pigrizia insita in certi scontatissimi détournement. Ma sono affari di chi se la mette in casa, per eurosettemila. Quello che posso giudicare è il discutibile messaggio che The sweetest dream veicola. E per una volta posso anche dire di aver “parlato con l’artista”. Nemanja l’ho conosciuto cinque o sei anni fa. Per via di certe amicizie, in quel periodo frequentavo  un gruppetto di giovani artisti impegnati a farsi un nome qui a Venezia. Facevo un po’ l’osservatore esterno, il testimone, come Pif (ma senza telecamera!). Mi capitava di discutere dei loro lavori, con alcuni. Con altri, soltanto del più e del meno. Perché un certo tipo di giovane artista, quando è molto convinto di sé, tende ad evitare gli scambi di vedute con i non addetti ai lavori. Ad inizio carriera è bene rendere produttivo ogni pensiero con le persone giuste, senza perdere tempo con il testimone casuale. Se non si sale sul carrozzone, il rischio è quello di doversi trovare un lavoro qualunque. Ma Nemanja era allora già abbastanza cresciutello e scafato. E’ un tipo simpatico e alla mano, che nelle fattezze ricorda un po’ John Belushi. Prima di occuparsi di arte concettuale, realizzava – e forse realizza ancora? – coloratissime tele tra il pop e il realismo socialista. Ne ricordo una con i vecchi despoti del socialismo non allineato, Tito, Nehru, Nasser, e una squadriglia di Mig all’orizzonte. Nemanja si dichiara “comunista e internazionalista” e, come tale, è convinto di un certo numero di stupidaggini che ho ben presente, avendoci creduto io stesso. In più crede – come non pochi altri, soprattutto tra i nati sull’altra sponda dell’Adriatico – che all’origine delle guerre jugoslave vi sarebbe stata una cospirazione ordita dalla finanza europea, in particolare da quella tedesca.

La gallerista intervistata da Pif, povera stella, non è ben informata, e da sola proprio non ce la fa a cogliere il contenuto esatto dell’opera, che pure è chiarissimo. Ci sono dentro l’equazione liberismo=fascismo e la tiritera sull'”Europa delle banche”. Peraltro Nemanja ha spiegato diffusamente il senso del suo osceno parallelo tra Unione Europea e III Reich nel corso di vari incontri e interviste. E vorrei ben vedere: quando decidi di usare la svastica, sei giustamente chiamato a difendere la tua scelta. Che risponde in modo perfetto al principio del massimo risultato con il minimo sforzo. Per l’artista si tratta di monetizzare il potere disturbante di alcuni simboli: è un gioco facile, che le arti e l’industria culturale adottano consapevolmente, da Duchamp in poi. Se la gente si lamenta, vuol dire che la provocazione ha funzionato.

The sweetest dream nel 2005 venne esposta al “Mars Pavillion”, cioè alla bellissima serra dei giardini di Castello, occupata – prima del restauro che l’ha restituita alla città – dai fioi dei centri sociali veneziani, che ne fecero una sorta di contropadiglione esterno della 51a Biennale d’Arte. Tutto bene, senonché non tutti i disobba rientrano nella categoria degli smaliziati artattivisti, e in quell’occasione alcuni di loro sollevarono qualche robusta obiezione rispetto all’opportunità di esporre una svastica in un luogo occupato da antifascisti. Capito? Non contestavano il  paragone imbecille. A loro, giustamente, schifava il simbolo in sé, il cui carico di morte è più forte di qualsiasi operazione di straniamento.

Sui giochetti linguistici che l’arte concettuale compie sui simboli della Storia andrebbe detta un’ultima cosa: nonostante tutte le bubbole sull’artista che vede un po’ più lontano degli altri, quella roba non è “avanguardia” di alcunché. Non rivende nulla che non si possa trovare nei mercatini delle pulci di tutta Europa, stracolmi di insegne che la politica ha fatto sparire in gran fretta. E la politica postmoderna non ha più bisogno di insegne o di simboli, senza i quali è più semplice mischiare le idee e sovvertire i significati, fino a rendere accettabili le bestialità. A titolo di promemoria, vale la pena riportare il giudizio che la neo-capogruppo grillina alla camera, Roberta Lombardi, ha dato del fascismo, il quale, a suo avviso, «[…] prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia». 

(E l’ho buttata in politica anche stavolta).

Saltare sul carro del vincitore, anche se è carico di letame

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Di Andrea Inglese, poeta, intellettuale engagé di stanza a Parigi, e tra gli animatori del blog letterario Nazione Indiana, mi ero già occupato a proposito di certe sue divertenti fanfaluche staliniste a proposito di scienza. Davvero niente in confronto al suo commento sull’exploit di Grillo:

[…] Il carisma è sempre pericoloso, in politica, sia che si parli di politica diretta, orizzontale, che di politica istituzionale, e rappresentativa. Ma l’assenza totale di carisma non è neppure una ricetta che si può propinare sempre e comunque, speranzosi nelle sue miracolose virtù. Discorso simile va fatto per le emozioni, o i sentimenti. Qualche indicazione il laboratorio delle destre estreme in Europa dovrebbe alla fine averlo dato. L’emozione è un materiale ineliminabile della politica: va lavorato, non semplicemente neutralizzato

Insomma, il carisma di Grillo ha fatto colpo anche sui raffinati intellettuali marxisti, che hanno qualcosina da imparare dal “laboratorio delle destre estreme”! Un po’ rosso, un po’ di bruno…Tombola!

Degna di nota anche la risposta di Inglese al commento di un lettore:

a nunzio, che scrive
“non pensavo che per fare la rivoluzione bisognasse allontanare i giornalisti”, eppure uno che la rivoluzione l’ha fatta davvero, Lenin, già nel 18 abolisce la libertà di stampa (facendo incazzare Rosa Luxemburg)

ed è proprio con sguardo un po’ leninista che bisognerebbe studiare la vittoria di Grillo;

[In questi giorni Guido Olimpio del Corriere ha proposto un divertente parallelo tra ‘la Guida’ Khomeini e Beppe Grillo. Anche in quel caso, i numerosi boccaloni della sinistra comunista videro qualcosa di “rivoluzionario” nel golpe degli Ayatollah. Lo sapete che fine fece il Tudeh, vero?
Io aggiungerei che, senza andare troppo ad Est, anche qui abbiamo avuto i nostri Bombacci]

Te la do io la democrazia

Come si suol dire, quando il dito indica la luna, gli sciocchi guardano il dito. In questo caso il “dito” consiste nella questione della democrazia interna del M5S, scoppiata come una (piccola) bolla grazie all’intelligenza mediatica di Corrado Formigli e della sua redazione (ohibò: si può fare inchiesta in tv anche senza l’ego smisurato di Michelone Santoro). Che lo “scoop” di Piazzapulita sia fasullo come molti militonti asseriscono, è del tutto irrilevante. Dove stia poi lo scoop, quando del rapporto tra Casaleggio e Grillo si sa tutto da almeno cinque anni, e quando i mal di pancia all’interno del M5S sono noti almeno dall’epoca dell’intervista a Favia, che risale a quattro mesi fa, è un altro dei buffi misteri della mediasfera.

Il punto è che a me della democrazia interna del partito di Grillo non frega assolutamente nulla. Ma proprio nulla. Quello che mi interessa – e preoccupa – è il successo di un movimento politico populista fondato da un signore che, nel corso degli anni, è andato in giro raccontando sciocchezze su fantomatici motori ad acqua, propagandando bufale sul signoraggio partorite da “studiosi” neofascisti, cavalcando senza vergogna l’ondata xenofoba anti-rom e antiromena, sostenendo che Israele sarebbe un “pericolo per la pace” e difendendo uno psicopatico come Mahmud Ahmadinejad e il suo regime, dimostrando in generale un fiero disprezzo per la democrazia e per le sue istituzioni (non per “i ladri”, ripeto, per la democrazia e per le sue istituzioni), monetizzando infine tutte le sue fesserie a spese di quella fetta di cosiddetti “delusi dalla politica” che hanno abboccato al suo amo. Ecco, il problema non è Grillo, e non è nemmeno Telespalla Casaleggio, con le sue visioni da futurologo mentecatto. Il problema sono tutti quelli che ci sono già cascati, e quelli che ancora ci cascheranno. Questa gente non prova il minimo sussulto di fronte alle stronzate più grosse e conserva tuttavia il diritto – sancito dalla Costituzione – di votare qualunque tribuno della plebe e commediante regolarmente iscritto nelle liste elettorali. Questa gente reagisce soltanto di fronte all’azione della macchina del fango. Tocca quindi augurarsi che questa macchina funzioni a pieno regime.