Cartoline dalla Giudecca – I

“Lo metto appena esco e lo tengo sempre addosso per non dimenticarmelo in giro”. Chi, pagato per farlo o no, si sciroppi dieci o più ore di film al giorno, in un estenuante tour de force fatto di vaporetti strapieni, lunghe code di cinefili sudaticci, tramezzini ingollati camminando – mentre in piazza San Marco la pratica è sanzionata dalla Polizia del Decoro, al Lido risulta ancora tollerata – e pennichelle consumate di nascosto sulle panchine del lungomare, visto che il vero cinefilo non può permettersi di dormire in sala, nemmeno coi film più soporiferi, chi insomma abbia accesso illimitato alle proiezioni della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia non smette mai di portare il suo badge appeso al collo. Alcuni probabilmente non se lo tolgono nemmeno a letto, nemmeno sotto la doccia. Quel segno di riconoscimento tanto ambito, accredito o abbonamento che sia, fa sì che l’impiegato delle poste che spende tre quarti delle ferie e l’intera quattordicesima per seguire il festival possa venire scambiato per cinematografaro o critico professionista (e viceversa). I più fanatici alloggiano al Lido, nei pressi del sacro recinto tra l’Excelsior e il Casinò, gli altri stanno in centro. In queste mattine, qui alla Giudecca, ne incontro molti uscire dai loro b&b con la cispa ancora sugli occhi e una gran voglia di tornare a letto. Mi chiedo se almeno i più informati di loro sappiano di soggiornare a pochi metri dagli stabilimenti della Scalera Film, dove all’inizio del 1944 vennero trasferite le produzioni di Cinecittà. Nonostante i bombardamenti, Cinecittà esiste ancora, mentre la Scalera non c’è più: il teatro di posa in cui venne in parte girato l’Otello di Welles (1950) è stato raso al suolo pochi anni fa. Al suo posto, il triste scheletro di un nuovo complesso residenziale mai terminato, ultimo frutto guasto dei commerci tra il centrosinistra veneziano e Francesco Bellavista Caltagirone (vedi alla voce “urbanistica contrattata”), ma questa, come si dice, è un’altra storia. Il bipede badge-munito, specie migratoria che fa la sua ricomparsa in laguna a inizio maggio per le biennali d’arte e d’architettura e a fine agosto per la mostra del cinema, rappresenta solo una piccola parte, per quanto appariscente, del multiforme bestiario veneziano. Nonostante l’estinzione programmata e inarrestabile della classe media, infatti, a Venezia la varietà umana rimane più vasta della media nazionale. Ne sono causa il turismo di massa come quello elitario, le piccole colonie di danarosi expats come i sottoproletari autoctoni, gli operatori e il pubblico dei grandi eventi culturali come gli studenti di ben due università (Ca’ Foscari e IUAV) di buona se non ottima fama. L’interazione tra tutti loro, al di là delle barriere di classe e cultura, è favorita dalla stessa geografia urbana. Ci si muove più o meno tutti seguendo gli stessi percorsi, a piedi o coi mezzi pubblici, in un territorio lento e fatto di distanze contenute, come in una metropoli appallottolata.

Il teatro di posa della Scalera Film, 2007

Questo è particolarmente vero alla Giudecca, un’isola – o meglio un’infilata di isolotti – lunga un paio di chilometri che gli urbanisti e gli architetti definiscono “spazio a pettine”: al posto del labirinto di calli del resto della città storica, la Giudecca possiede una riva percorribile, o fondamenta, affacciata sul canale omonimo, dalla quale origina una serie di calli che la tagliano perpendicolarmente (i denti del pettine). Ovunque tu debba andare, dovrai passare per il fronte canale e, volente o nolente, incontrerai quindi tutti «in fondamenta» anche più volte al giorno. Chi si muove – il residente indaffarato e scarrettante e il turista che passeggia in tutta rilassatezza, e chi staziona – il barista, il pensionato pescatore di seppie e il vorace gabbiano reale o Magoga. Percorrendo l’estremità occidentale dell’isola, ci si rende pienamente conto di come questa sia stata il cuore industriale della città storica almeno sino all’ultima grande espansione di porto Marghera, negli anni ’50: l’aria anseatica dell’imponente Molino Stucky, oggi hotel da quattrocento stanze, i tanti magazzini e opifici in mattone rosso, ora in gran parte trasformati dalla gentrificazione. Nei favolosi anni Ottanta, quando la Giudecca era un quartiere segnato dal declino industriale e dall’eroina – un luogo in cui gli altri veneziani non mettevano piede – furono per primi certi foresti che insegnavano allo IUAV a comprare per due lire quegli spazi e a trasformarli in loft. Nel frattempo, anche alcune delle botteghe affacciate sul canale e chiuse da decenni sono diventate appartamenti; il visitatore occasionale può inizialmente confondersi, tanto la loro struttura esterna è rimasta immutata. Tra i regolamenti fissati da Comune e Soprintendenza allo scopo di garantire la perfetta mummificazione del cadavere di Venezia vi è infatti anche il divieto di murare le vetrine, per cui le casette di cui sopra potrebbero sembrare ancora negozi, non fosse per il vetro satinato. In realtà, al visitatore, specie se nordeuropeo, sembra non dispiacere l’idea di esser messo in vetrina in quella che del resto è una città-vetrina. Molti di loro lasciano anzi le porte spalancate – anche per non soffocare nell’umidità dei piani terra – e non esitano a mostrarsi in mutande, stravaccati in divano, con un libro di Žižek tra le mani (scena che ho colto personalmente un paio di settimane fa; qui non si inventa nulla, si registra e basta). Le grandi aiuole e gli alberi di fondamenta S. Biagio, piuttosto rari in una città povera di verde pubblico – e ancora più rari dopo le ultime tempeste – possono essere un piccolo incentivo a pernottare in zona. Sono tuttavia tentato di avvisare i fidanzatini sdraiati proprio lì che a Venezia ogni spiazzo erboso è principalmente un cacatoio per i cani dei residenti. Cani grandi come vitelli o piccoli come topi – la taglia media non usa granché tra i giudecchini – i cui stronzi finiranno spalmati sulle magliette del turista. Ignorando del tutto le ultime tendenze del fashion design, desisto dal proposito (non vorrei fare la figura del provinciale). Intanto, a cento metri di distanza, stanno preparando la cena a Joaquin Phoenix, che ha scelto uno dei ristoranti di Arrigo Cipriani, intoccabile sacerdote della venezianità DOC – per le sue gozzoviglie festivaliere. L’aiuola concessa all’“Harry’s Dolci” è curatissima, a differenza di altre, nonostante gli sforzi di qualche abitante, il che fornisce una buona rappresentazione visiva del confronto impari tra rendita privata e bene pubblico – pubblico, non «comune», per cortesia. Bene pubblico, più precisamente demaniale, è anche il canale che dalla Giudecca prende il nome, nel quale, oltre alle famigerate navi da crociera, sfrecciano i taxi e i granturismo del leggendario “Cocco Cinese” che raccattano i gruppi di turisti al Tronchetto per poi scaricarli in Riva degli Schiavoni. Oltre a provocare i classici danni strutturali agli edifici, il robusto moto ondoso provocato da questi mezzi arriva spesso a inondare la fondamenta anche in assenza di acqua alta; la pietra d’Istria resta così bagnata sempre più a lungo e tende a ricoprirsi di un’alghetta viscida, nemica dei trasportatori e dei femori dei residenti anziani. Il turista, d’altra parte, al termine delle sue derive tra calli e canali, dopo tanto scarpinare tra mille anni di storia, crede probabilmente che un bel pediluvio d’acqua salata addizionata di nafta e colibatteri sia quello che ci vuole e Venezia non può certo negare questa piccola cortesia ai suoi ospiti. (continua)