Il giornalismo di qualità e le scimmie del quarto reich

Non seguo il calcio più o meno dalla fine degli anni Novanta e ho smesso da molto tempo di memorizzare settimanalmente i due o tre nomi e numeretti che agevolano tante conversazioni di circostanza, preferendo invece limitare al minimo tali conversazioni. Questo non significa che il pallone non continui comunque a seguire me per strada, sui giornali, in tv, sul web. È aprendo come faccio ogni giorno l’home page dell’agenzia Stefani, pardon, dell’ANSA, che mi sono imbattuto in un articolo della redazione sportiva intitolato Tre scimmie antirazzismo, nuova bufera sulla Lega A. Si parla delle polemiche causate da un’iniziativa che i vertici del mondo del calcio italiano avrebbero promosso per combattere il razzismo negli stadi (leggasi: per pararsi il culo al tiggì senza dare alcun dispiacere ai nazisti tesserati dei loro club). Una pensata che potremmo definire ridicola, non si parlasse di una tara mentale dagli effetti tragici come quella razzista. Non è però la notizia in sé ad avermi colpito, quanto un piccolo inciso dell’anonimo autore del pezzo: “Ieri, poi, la presentazione dell’iniziativa artistica contro il razzismo con l’esposizione di tre quadri raffiguranti tre scimmie (una asiatica, una nera e una ariana) e lo slogan We are all the same”. La scimmia ariana. Ariana.

Scuoto la testa, sbuffo, impreco, emetto una serie di consonanti clic e mi metto alla tastiera con l’intenzione di protestare con l’agenzia. Ci rifletto per qualche minuto e infine desisto. Butto giù queste quattro righe corredate di screenshot e metto su Le Nuvole di De André. Di più non mi riesce.