Archivi tag: carcere

Altri dubbi: i negazionisti, la legge, la stupidità umana

Giorni di un’intensità disturbante, tra i disastrosi funerali di un nazista centenario e i 70 anni del rastrellamento al Ghetto di Roma. Proprio in queste ore, con la consueta e un po’ ridicola sensibilità a singhiozzo dei nostri legislatori, si ridiscute della necessità di sanzionare per legge il negazionismo.

La prima reazione è quella del libertario quale mi considero, che non tollera il concetto stesso di reato d’opinione. Questo vale anche per le opinioni più ripugnanti (non per le incitazioni alla violenza, naturalmente). Tanto più che in questo caso si parla di carcere, e io sono sempre più convinto che il carcere sia inutile o dannoso (perché criminogeno) per la maggior parte dei reati.

In secondo luogo, c’è la questione dell’effetto culturale. Ogni forma di censura contribuisce alla diffusione clandestina dei pensieri che proibisce, rischiando di alimentare forme di complottismo e facendo passare i negazionisti come vittime dello Stato etico o martiri del libero pensiero, come è accaduto con David Irving. La Rete è naturalmente il perfetto contenitore di tutte quelle bestialità che un tempo passavano solo attraverso le pubblicazioni a stampa. Una situazione di illegalità è poi il contesto ideale per quel genere di negazionismo strisciante mascherato da puro esercizio intellettuale, proprio ciò da cui il cretino prevalente rimane affascinato, e di cui il divulgatore scientifico in chief del gruppo L’Espresso, Piergiorgio Odifreddi (negazionista? probabilmente no. Imbecille? Senz’altro) si è fatto interprete qualche giorno fa:

caro hommequirit,

vedo che anche lei ha sollevato un vespaio, avendo toccato un nervo scoperto della storiografia relativa alla seconda guerra mondiale.

su norinberga [sic], confesso di essere molto vicino alle sue posizioni. il processo è stato un’opera di propaganda. i processati hanno dichiarato, con lapalissiana evidenza, che se la guerra fosse andata diversamente, a essere processati per crimini di guerra sarebbero stati gli alleati, e ovviamente avevano ragione: non a dire che sarebbero stati processati, ma che sarebbe stato corretto e giusto processarli per quei crimini.

sono anche vicino alle sue posizioni quando afferma che l’opinione che la maggior parte delle persone, me compreso ovviamente, si formano su una buona parte dei fatti storici è fondata su opere di fantasia pilotata, dai film di hollywood ai reportages giornalistici. e che la storia sia tutt’altra cosa, e abbia il suo bel da fare a cercare di sfatare i luoghi comuni che sono entrati nel “sapere” collettivo.

[…]

non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra. e non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune. ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato, affinché credessi ciò che mi è stato insegnato.

A Odifreddi, cui non mi azzardo a suggerire i maggiori testi di Holocaust Studiessegnalo almeno la documentazione del processo Irving v. Lipstadt, nel quale proprio David Irving citava in giudizio la storica americana Deborah Lipstadt per diffamazione. Irving ha perso quel processo, le sue menzogne sono state demolite, come il pigro Odifreddi, se ne avrà voglia, potrà verificare.

Uno dei punti chiave della difesa della Lipstadt – che, detto per inciso, è contraria all’introduzione del reato d’opinione – sta in una constatazione oggettiva: David Irving non è uno storico. Per questo inviterei tutti quegli storici italiani preoccupati per un possibile attacco alla libertà di ricerca ad andare oltre il riflesso iniziale. Personaggi come Irving o Carlo Mattogno non solo non fanno ricerca storica ma anzi ne contestano il metodo, in violenta polemica con l’accademia. Lo studio della storia non c’entra proprio nulla, Il negazionismo non è storiografia, è propaganda del nazismo e delle varie mutazioni rossobrune ed islamiste (ben riassunte nella squallida figura di Roger Garaudy, per chi se lo ricordi).

In questo senso (ma si tratta di una mia libera e discutibile interpretazione di non-giurista), la propaganda negazionista rientrerebbe nella fattispecie della legge, già esistente, sul divieto di apologia del fascismo. Il fatto è che tale legge risulta praticamente inapplicata, e l’apologia è stata praticata liberissimamente in ogni contesto e in ogni forma possibile a partire dall’introduzione della legge Scelba, tra l’altro anche da parte di personalità e aree politiche che oggi vorrebbero legiferare contro il negazionismo!

Insomma, la faccenda è complicata in linea teorica, ma forse di scarsa rilevanza pratica. Per quanto mi riguarda, è uno di quei casi in cui il principio generale cozza con l’ingombrante particolare, la ragione col sentimento, l’utilità con l’indignazione, la testa con la pancia. Libertario sì, e voltairiano, ma sino a un certo punto. Di sicuro non darei la mia vita perché un nazista possa esprimere la sua opinione, questo no. Se fossi in Parlamento, probabilmente mi asterrei dal votare la legge. Ma, da semplice cittadino, confesso che mi sarebbe difficile firmare eventuali petizioni per eliminarla. Il perché ho tentato di spiegarlo su twitter:

neg

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,

Piccole delusioni di un cacadubbi

La polemica relativa alle dichiarazioni di Matteo Renzi sul problema carcerario, non avessi ormai una certa esperienza di delusioni politiche (e umane), e non prendessi la politica per quello che è, cioè il luogo dei compromessi, più che delle grandi idealità, mi avrebbe gettato nello sconforto. Al posto dello sconforto, oggi provo comunque un certo malessere.

Potrete dire che si tratta di un tema marginale, potrete essere contrari, per molte fondate ragioni, alla concessione di un indulto o di un’amnistia. Io sono favorevole all’amnistia come soluzione temporanea, cura sintomatica, in attesa di intervenire sulla legislazione. Per una volta, faccio mia la posizione di un candidato non mio, col quale sono sempre tutt’altro che tenero, Pippo Civati. Rimando a un suo post di ieri per rimanere nel merito della vicenda. E soprattutto, rimando alle pluridecennali battaglie dei Radicali.

Guardando invece al dato politico, per così dire, mi cascano un po’ le braccia, e non quelle soltanto. E’ evidente che la situazione precongressuale sta portando Renzi a tirare in barca le reti del consenso in tutti i modi possibili (en passant, oltre a cambiare verso, consiglierei di cambiare agenzia di comunicazione, ma questa è tutt’altra faccenda…). Anche contraddicendo sé stesso in modo plateale. Naturalmente, un apparato PD che governa invece senza consenso popolare, si è trovato nella posizione più comoda per sferrare il classico colpo sotto la cintura al candidato favorito. Come perdere un’occasione simile? E’ facile oggi plaudere ai moniti di un galantuomo come Giorgio Napolitano, che da tempo si interessa alla situazione carceraria, peraltro senza alcun secondo fine, da vero garante dell’integrità costituzionale di questa scalcagnata repubblica. E’ facile perché Napolitano è la forza che tiene unite queste larghe intese, che dona loro legittimità.  Ma dov’erano Cuperlo, Zanonato e gli altri, fino a ieri? Dov’erano tutti quelli che parlano oggi con toni gravi della situazione delle patrie galere, accusando Matteo Renzi di guardare alla pancia dell’elettorato?

Non ho mai abbracciato in modo acritico le posizioni di Renzi, come chi legge questo blog sa già. Mi sono definito “renziano non dogmatico”, e di fronte al dogmatismo di tanti sostenitori (ma forse si tratta di varie declinazioni della figura dell’addetto stampa) la definizione mi pare azzeccata. Renzi rimane il mio candidato perché credo che solo le sue posizioni in materia di economia e di welfare possano dare qualche possibilità al Paese, e perché credo sia l’unico candidato che possa portare una sinistra (sperabilmente unita) a governare convincendo anche parte degli elettori moderati, evitando di dover rinunciare al bipolarismo, e quindi evitando tragiche dipendenze da centri, centrini e sinistrette identitarie. Insomma, Renzi per me rimane l’unica opzione possibile, si tranquillizzino alcuni amici, si rassegnino gli altri.

Di fronte a tatticismi così marchiani, non posso negarlo, l’entusiasmo scema comunque un po’. Ma scema soprattutto davanti alle tante forme di negazione e mirror climbing di queste ultime ore. Perché davvero, a volte mi sembra che il maggior problema di Renzi siano i “renziani”. Cari content curators dei vari profili social [il plurale nei prestiti *è* ammesso, se volete ne discutiamo in altra sede], potete raccontarmela finché volete: Matteo per me ha fatto una figuraccia. La politica come luogo del buon compromesso e, certo, della ricerca del consenso. Ma attenzione, non può finire tutto lì. Non dico le grandi idealità – Dio ce ne scampi e liberi – ma un minimo di coerenza la vogliamo conservare?

Giorni fa, persone che ritengo degne di stima, impegnate per Renzi dalle scorse primarie, mi hanno proposto l’iscrizione ad una della tante associazioni “Adesso” sparse sul territorio. Avevo qualche dubbio, in quanto iscritto al partito, non rispetto alla legittimità, ma all’utilità di far parte di un’associazione che vorrebbe fare da zona mediana (se ho capito bene) tra partito e potenziali elettori. Ora si aggiunge la constatazione che no, un cacadubbi come il sottoscritto non sarebbe affatto utile alla causa. Per cui, cari ragazzi, vi auguro buon lavoro e ci vediamo ai congressi locali.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Senza parole

Il tempo è galantuomo e ha fatto giustizia di pregiudiziali ideologiche, enfatizzate dai media, che attribuivano responsabilità agli agenti di custodia per un pestaggio mai avvenuto”.

Così Carlo Giovanardi, uomo per il quale ho esaurito ogni aggettivo. Prendiamo atto della scoperta, da parte di uno dei nostri più importanti istituti di ricerca medica – la terza sezione della Corte d’assise di Roma – di una “sindrome da autopestaggio”. Quello che il Senatore Giovanardi e gli altri come lui dovrebbero ficcarsi nelle loro piccole zucche bacate è che lo Stato è in ogni caso responsabile dell’incolumità di una persona sottoposta alla sua custodia. E’ la privazione della libertà a implicare la tutela della vita e della dignità personale dei detenuti da parte dell’Autorità. La condizione del detenuto va paragonata a quella del minore nella scuola: quando un bimbo delle elementari si apre la testa durante le lezioni sono i suoi insegnanti a doverne rispondere. Se il ragazzino si lancia sua sponte dal secondo piano, la responsabilità rimane comunque tutta dell’insegnante, che sarà giudicato per la sua negligenza (“culpa in vigilando“). Son cose risapute. Purtroppo, in un Paese che abbia la nostra situazione carceraria, un concetto simile pare una roba da sovversivi e tocca ripetere l’abc dello Stato di Diritto un giorno sì e l’altro anche, tocca ricordare come l’Italia abbia dato i natali a Cesare Beccaria. Arriverà mai a capire tutto ciò, il Senatore Giovanardi, esponente di una forza politica che si dice “garantista”? E, soprattutto, arriverà a capire che, se proprio non si vogliono trovare i responsabili materiali di una violenza, e se non si possiede nemmeno quel briciolo di moralità che imporrebbe di porgere delle scuse e di essere solidale con chi ha perduto un proprio caro (come ha fatto il Ministro Cancellieri), non si potrebbe almeno tacere, dopo tante oscenità già dette?

Contrassegnato da tag , ,

Il mio appello a Marco Pannella

(c) Ansa/Maurizio Brambatti

Caro Marco,

Nelle settimane precedenti stavo per proporre ai miei trenta lettori un post su tutto quello che non andava nell’azione dei Radicali, sulle tue tirate a volte inutilmente provocatorie, spesso del tutto incomprensibili a noi poveri di spirito, su quanto spesso tu mi faccia incazzare. Ma oggi c’è qualcosa di più urgente. Da ormai una settimana insisti a non voler mangiare né bere niente. Questo, dicono i dottori, in pochi giorni renderà inservibili i tuoi poveri reni, costringendoti alla dialisi a vita. Per non parlare del grave rischio che corre il tuo vecchio cuore. Paradossalmente, più la tua situazione si aggrava, più i bollettini medici, fatti di azotemia, di chetoni e di complicanze cardiocircolatorie, oscurano le motivazioni del tuo sciopero. Ormai comunque credo quelle ragioni le conoscano in molti. Col tuo sciopero, prendi le parti degli ultimi tra gli ultimi, cioè di chi sta in galera. Le condizioni delle nostre carceri sono disumane. Lo riconosce l’Europa, che per questo (e per cento altri motivi, in cento altri settori) ci sanziona. Mettendo a rischio la tua vita, chiedi l’amnistia, precisando che l’amnistia è soltanto un primo passo e che quello che serve è riformare il sistema carcere, che nel Paese di Cesare Beccaria non corregge alcunché, ma genera altro crimine e marginalità. E, più ancora, serve riformare in profondità la giustizia, anche nel senso di una depenalizzazione di tanti reati che non dovrebbero proprio essere tali.
Io credo che gli Italiani tutto questo lo sappiano, ma che le loro coscienze non ne siano granché smosse. Del tutto legittimamente, anche i più sensibili tra loro hanno priorità diverse. Non ci si può fare nulla. Gli altri di amnistia non vogliono proprio sentir parlare, molti di loro preferirebbero anzi il cappio, il ceppo del boia, la sedia elettrica. Credo siano la maggioranza, silenziosa in tempi di vacche grasse, rumorosa in tempi di crisi. Sono quelli che qualche tempo fa ti sputazzavano, accusando i radicali di aver “salvato un camorrista” dopo l’astensione su Cosentino. Non conoscevano i fatti. O non avevano fatto il minimo sforzo per conoscerli. In ogni caso, avevano bisogno del loro capro espiatorio. Credi nella possibilità pedagogica della non-violenza, ma nemmeno tu credi sia sempre possibile smuovere quella maggioranza. Per questo cerchi spesso – e spesso trovi – «nomi vitali, come nel 1976, perché quelli urgono», per questo riproponi oggi un «elenco illustre». Anche su questo ci sarebbe molto da riflettere.
Rischi la vita con lo sciopero totale della fame e della sete per chiedere al Presidente della Repubblica – quel «Re Giorgio» cui ingiustamente attribuisci riflessi «tra il controriformistico e lo stalinista» – di sollecitare il voto del Parlamento sull’amnistia, in modo da interrompere quella che hai definito la «diretta riproposizione sociale, morale istituzionale della Shoah» [sic!] che sarebbe data dalla condizione della Giustizia e delle carceri italiane. In questo c’è tutto te stesso. Pannella il liberale, Pannella l’indifendibile provocatore, Pannella il pazzo, Pannella l’istrione, Pannella il Santo. Santo, perché soltanto i santi possono occuparsi dei malfattori, dei ladri, dei tossici, dei reietti di ogni tipo e di tutti i prigionieri innocenti. Santi che a volte diventano martiri. Hai dunque deciso di volerti trasformare in martire? Sicuro di essere più utile alla democrazia da morto, stampato sulle bandiere assieme a Gandhi (uno che è stato ucciso dalla violenza, e mai avrebbe voluto immolarsi in un gesto non-violento – ammesso che il suicidio possa essere definito “gesto nonviolento”). Io sono sicuro di no. Egoisticamente, desideriamo tutti un Marco Pannella in piena salute. Ed egoisticamente, Marco Pannella dovrebbe desiderare di essere in piena salute.

Caro Marco, secondo me essere liberali significa anche non perdere mai il senso della misura, il senso del limite. Fermati finché sei in tempo!

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Impunito

Esule/rifugiato politico. La nostra lingua non è poi così ricca se dobbiamo mettere nella stessa categoria Battisti e i fratelli Rosselli. Dico, Cesare Battisti e Carlo Rosselli. Ma d’altronde questo è proprio il momento delle grandi ammucchiate: Battisti, Bettino, Carlo Rosselli, tutti quanti assieme (non) appassionatamente.

Dovrà almeno passare il Carnevale perché il Tribunale Supremo Federale del Brasile si pronunci sulla richiesta di scarcerazione del rifugiato politico Battisti, presentata dai suoi legali e sulla rinnovata richiesta di estradizione, presentata dallo Stato Italiano. In un paese senza memoria e fatto a pezzi dal berlusconismo, la riapertura del capitolo ‘anni di piombo’ riesce ancora a surriscaldare gli animi come pochi altri temi, a dimostrazione di quanto gli anni ’70 non passino mai di moda.
Riconosco di nutrire un pregiudizio insuperabile nei confronti di Cesare Battisti. Qualcosa che non ha molto a che fare con la ‘politica’. Non mi piace la sua faccia, ecco. Una faccia di cazzo, come ebbe a dire l’anno scorso Fulvio Abbate. Una faccia da impunito. Ma sono più gli effetti del surriscaldamento di cui sopra ad interessarmi. Quello che la vicenda Battisti tira fuori dalle persone che la osservano e la commentano, la loro visione del mondo.
A ridosso della decisione di Lula, in Italia si sono ricomposti i due fronti della polemica, che avranno ancora modo di scontrarsi nei prossimi mesi. Da una parte una larga maggioranza ‘bipartisan’ schierata naturalmente per l’estradizione. Il Sistema della liberaldemocrazia che il terrorismo ha sfidato, lo Stato monopolista della violenza, con i suoi rappresentanti, assieme all’area della fascisteria più o meno ripulita – gente che non abbiamo mai visto stracciarsi le vesti di fronte alla serena permanenza giapponese dello stragista Delfo Zorzi, per dirne una. Si è sentito ovviamente di tutto, dalla sacrosanta rabbia dei parenti delle vittime alle bouta(na)de dei soliti berluscones (“boicottiamo il Brasile!”) subito smentite.
Dall’altra parte, i resti e le filiazioni di ciò che stava a sinistra del PCI. In sostanza, i bersagli diretti o indiretti della legislazione d’emergenza di quegli anni. La maggior parte di loro cova da allora un forte risentimento verso la magistratura, la quale fu almeno in parte – ai tempi del cosiddetto teorema Calogero – strumento di un regolamento di conti tutto interno alla sinistra. Conti non ancora del tutto regolati, come dimostrano certe odierne contrapposizioni.
Nel ’77  il Partito Comunista più grande dell’Europa Occidentale, a pochi passi dalla stanza dei bottoni, si scontrò con l’arcipelago variegato dei movimenti, da cui era germogliata anche la componente della lotta armata, altrettanto varia nelle sue ramificazioni. Nell’infinita proliferazione di gruppi, gruppetti, partitini armati, ognuno con la sua brava sigla, occupavano un posticino rispettabile anche i Proletari Armati per il Comunismo di Arrigo Cavallina, un signore che dopo dodici anni di galera è oggi attivo nel volontariato cattolico a Verona. Il corredo ideologico dei PAC era uno dei tanti sottoprodotti della sconfitta operaia: la pantomima di una rivoluzione impossibile finiva allora di consumarsi nel disperato tentativo di trasformarla in rivolta permanente. Una parte dei teorici dello scontro armato, di fronte alle micce bagnate del proletariato tradizionale, pensò che i combattenti adatti a quel frangente fossero da cercare nelle nuove e vecchie marginalità, nella delinquenza comune, nella teppa, tra quelli che lo Stato aveva già represso. Insomma, più di qualcuno (oltre ai PAC vanno ricordati i NAP) andava a raccattare i militanti in galera. Cesare Battisti era appunto uno di quei nuovi militanti che venivano dalla strada passando per il carcere. Un ragazzaccio dall’adolescenza difficile, si direbbe. Qualche rapina, una denuncia per atti osceni, un primo soggiorno in carcere. Lì Cesare incontra appunto Arrigo Cavallina (qui intervistato da «Il Giornale»), che lo rende edotto sul suo ruolo di rappresentante in armi del proletariato. Uscito di galera, Cesare inizia a girare con la pistola in tasca e l’invisibile divisa di rivoluzionario addosso. Quando poi l’esperienza dei PAC si conclude con gli arresti e i processi, ai quali non sfuggono i suoi compagni, riesce a darsi alla fuga. La dottrina Mitterand (qui descritta con sintesi efficace da Miguel Gotor) viene in suo soccorso. Per quindici anni Battisti gode delle garanzie dello stato Francese. Diventa uno scrittore di successo, scrive romanzi gialli, frequenta i salotti letterari e si rifà una vita.

Su Cesare Battisti il giallista non posso dire nulla: non ho letto i suoi libri. Sembra vadano molto bene in Francia e tra i suoi sostenitori, a vario titolo e in varia misura, si contano alcuni dei nomi più noti della gauche caviar parigina. Paese dall’ampio abbraccio, la Francia. Ha accolto tanto i terroristi in fuga dalle condanne quanto i rampolli degli industriali spediti al sicuro al di là delle Alpi. Tra i primi, Cesare Battisti, tra i secondi, Carla Bruni-Tedeschi, figlia del re della gomma, Alberto, riparata lì assieme alla famiglia. Nei suoi caffè e nelle sue università Parigi accoglieva tutti, difensori e demolitori dello status quo. Tra i tanti interventi all’epoca della concessa estradizione dalla Francia nel 2004, merita di essere segnalato quello di Daniel Pennac. Delle storie di Benjamin Malaussene, di Mo il Mossi e degli altri abitanti di Belleville non ricordo più molto, se non che mi sono stati simpatici dalle prime pagine. Ricordo anche Come un romanzo, che contiene il decalogo degli ‘imprescindibili diritti del lettore’, come quello di poter abbandonare un libro senza alcun senso di colpa. Nella sua lettera a Battisti dalle pagine di «Le Monde», Pennac si esprimeva così:

Il 10 luglio 1880, nove anni dopo la Comune di Parigi (insurrezione che fece più di trentamila morti!), i condannati furono graziati e amnistiati. E’ il 2004, i fatti che le sono attribuiti risalgono a quasi trent’anni fa ed eccola di nuovo gettato in galera, tradito dal paese che le aveva garantito rifugio e consegnato a quello che le rifiuta il perdono.

Mentre riflettevo sull’incongruo parallelo con la Comune di Parigi, mi sono ricordato di quel diritto a non finire un libro. La ricaduta etica di quel diritto mi  è apparsa subito chiara, se riferita al vissuto di Battisti. Uno che ad un certo punto ha buttato via il libro che aveva aperto, senza finire di leggerlo. Cioè senza affrontare le estreme conseguenze delle sue scelte. Questo mentre tanti altri protagonisti della lotta armata sono arrivati al fondo della loro esperienza, pagando i loro conti con la giustizia e in diversi casi riacquistando una voce nel dibattito pubblico (Renato Curcio ha fondato una casa editrice e si occupa di ricerca sociale e Sergio D’Elia è stato parlamentare radicale, tanto per fare due nomi). Certo in questo caso si parla dell’esecuzione materiale di omicidi e dei conseguenti ergastoli, mica di roba condonabile come una verandina abusiva o una banda armata senza morti sul groppone.

Ripercorrere la vicenda giudiziaria di Battisti non è semplicissimo, partendo da quel poco che la stampa di ogni tendenza ha pubblicato. Anche i più accalorati difensori italiani – Valerio Evangelisti, Wu Ming e i soci di Carmilla – mi sembrano affidarsi più alla retorica moralistica e identitaria (noi buoni loro cattivi) che non agli argomenti fattuali. Più che le reprimende sui pentiti e i confronti tra le nefandezze del Potere e l’esistenza dell’ingenuo proletario Battisti avrei preferito uno straccio di citazione delle ‘carte’ processuali. Pazienza.
Restando ai fatti, Battisti viene condannato in contumacia all’ergastolo per una serie di omicidi e rapine compiuti nel corso del ’78 e del ’79. Chi scrive allora era un poppante che abitava le regioni in cui i PAC mettevano in pratica il loro delirante concetto di giustizia proletaria. Il Nordest, giusto un attimo prima di diventare Il Ricco Nordest, pasciuto e addormentato, mosso solo da qualche sussulto autonomista, era allora terreno di battaglia per il terrorismo di ogni colore.
In quei due anni, stando alle sentenze, Battisti avrebbe sparato a due poliziotti, Andrea Campagna e Antonio Santoro, avrebbe fatto il palo durante l’omicidio di Lino Sabbadin, macellaio veneziano, e avrebbe deciso assieme ai suoi compagni l’uccisione di Pierluigi Torregiani, un gioielliere milanese, senza parteciparvi materialmente. Responsabilità diretta in due casi, corresponsabilità materiale e ‘co-ideazione’ negli altri due.
La sua linea di difesa si basa sull’inconsistenza del dispositivo probatorio, cioè sul fatto che la sua colpevolezza sia quasi unicamente legata alle dichiarazioni di alcuni militanti dissociati e a quelle estorte con la tortura (per la precisione con il waterboarding, per chi è interessato a questo genere di particolari). Battisti si proclama innocente su tutta la linea. L’hanno incastrato gli infami prezzolati dai giudici comunisti come Spataro, dice Battisti (che ricorda un po’ quell’altro, l’amico dell’esule Bettino, n’est-ce pas?), e poi c’era la guerra civile e  la repressione poliziesca al di fuori di ogni regola democratica ecc. E’ vero, quello che successe in quegli anni nel Paese non è qualcosa di cui in una democrazia si dovrebbe andar fieri. Dalla legge Reale del ’75 a quella Cossiga del ’79, fino ai primi anni ottanta, le sospensioni dei diritti costituzionali furono maledettamente frequenti. Anche di quell’assaggio di stato di polizia dobbiamo ringraziare i ragazzini con le mitragliette e i loro maestri.
Qualunque sia la verità. proprio in virtù della necessità – contraria al decalogo di Pennac – di ‘finire il libro’, e chiuderlo una volta per tutte, io credo che Battisti debba confrontarsi con la giustizia italiana, con tutto ciò che questo comporta per la sua persona. E chi lo difende dovrebbe difenderlo qui, anziché pagargli il biglietto aereo per qualche puerto escondido. O almeno riflettere sulle conseguenze possibili del proprio atteggiamento: chi crede che non sia possibile far valere la propria innocenza in un tribunale italiano oggi avrebbe tutti i motivi per prendere le armi e sollevarsi contro lo Stato. (In alternativa, diventare Presidente del Consiglio e cambiare la Legge a proprio uso e consumo. Sovversione o eversione. Una delle due eventualità si è già presentata.)
Si suppone che chi scelse la via delle armi contro lo Stato fosse ben consapevole dei rischi a cui si esponeva. Il rischio di morire ammazzati, innanzitutto. E il rischio di perdere la libertà. Molti hanno accettato con coraggio le conseguenze delle proprie scelte. Anche le conseguenze ingiuste, o ritenute tali. Altri no. Insomma, salta agli occhi la differenza umana tra un Sofri e un Battisti. “Che fai, pure tu il moralista?”. Sì, ma non solo. In realtà mi lasciano sempre perplesso i riferimenti, così gesuitici, al pentimento, anche nella sua definizione più tecnico-giuridica di ‘dissociazione’. Vorrei una giustizia che recuperi e non punisca soltanto. Ma il recupero passa per la riconciliazione e l’accettare di venir giudicati dal proprio vecchio nemico è la condizione necessaria per ogni riconciliazione. “Ma sono passati così tanti anni!”. Certo, per chi non crede all’utilità dell’istituzione carceraria l’autorecupero, chiamiamolo così, di Battisti, che ha smesso di fare il pistolero, è diventato uno scrittore di successo, ha una bella famiglia e tanti amici famosi e intelligenti, potrebbe essere più che sufficiente. Nemmeno io credo che il carcere serva a qualcosa. Non vedo però che cosa dovrebbe distinguere Battisti dalle decine di migliaia di carcerati per reati ‘comuni’, se colpevole, o dal numero imprecisato di vittime di errori giudiziari, se innocente. Dovrebbe forse contare l’appartenenza alla sua setta di invasati, autonominatisi rappresentanti del Popolo e giustizieri in suo nome? O quella alla categoria degli scrittori? Per quanto mi riguarda, l’unica cosa a contare è la responsabilità personale dell’individuo. Le condanne o le assoluzioni collettive fanno parte di culture totalitarie che mi schifano alquanto.
Ma sorvoliamo pure sulle scelte personali del fuggiasco. In fondo nessuna bestia, a quattro o a due zampe, si fa mettere volentieri in gabbia. Se ci ingabbiano, tentiamo di fuggire. Non è quindi la fuga in sé ad esser degna di riflessione. Magari in un romanzo, chissà. Le domande che rimangono aperte sono quelle relative alla straordinaria mobilitazione dell’intelligentsia di sinistra in sua difesa. Uno si domanda quante e quali siano le motivazioni di quegli intellettuali. E’ semplicemente garantismo da “sinceri democratici”, rivolto alle vicende di una democrazia debole e malata come quella italiana? E’ la fascinazione romantica gauchiste per la figura del guerrigliero? O il desiderio di concretizzare il proprio impegno attraverso la protezione di un (sedicente) antifascista? (I Rosselli ammazzati, Battisti libero e autore di gialli: com’è vero che la Storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa).  E’ forse una sorta di senso di colpa, o di  inconfessabile debito di riconoscenza, verso chi a suo tempo prese le armi, immolandosi al posto loro? E’ un atteggiamento frutto della complicata e costante attività proiettiva dell’intellettuale, che di volta in volta individua un capro/pollo da sacrificare? In questo caso si tratta di uno “sbandato, un teppistello”, come lo definiscono i neoepici di Carmilla. Trent’anni fa poteva servire a mettere in pratica la rivolta permanente, oggi a rivendicare la propria esistenza – a sé stessi in primo luogo. Da parte di francesi e brasiliani non trascurerei, infine, una certa dose di ignoranza, come ci ricorda il giornalista brasiliano Mino Carta. Forse è ancora un problema di proiezione da parte di chi ha vissuto sulla propria pelle una dittatura militare e confonde gli assassini in fuga con i perseguitati politici.


Com’è piena di paradossi la realtà.
I PAC assassinarono il poliziotto Andrea Campagna perché questi avrebbe partecipato ai pestaggi subiti da alcuni militanti arrestati. E Battisti ha vissuto protetto in un paese nelle cui celle si può fare la fine di Daniele Franceschi (analoga a quella di Stefano Cucchi), il cui caso non sembra aver provocato grandi appelli da parte della gauche caviar e della sua portavoce preferita. In risposta ad una lettera della madre di Franceschi, arrestata per “vilipendio alle istituzioni francesi”, Carlà si è limitata a dichiarare la piena fiducia nella Giustizia del suo paese d’adozione. Grazie, Carlà. Altro paradosso: i PAC assassinarono Torreggiani perché si era fatto giustizia da sé. Ora Battisti è considerato rifugiato politico da un paese in cui gli squadroni della morte agiscono più o meno indisturbati nelle favelas per fare ‘pulizia’. Tutto questo senza dimenticare che la Francia è patria dei diritti dell’Uomo, e in Brasile governa un partito di sinistra, il PT di Lula e di Dilma Roussef. Com’è complicata la realtà.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , ,