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Cosa non va nel nascente “fronte repubblicano”

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Non so voi, io sono frastornato dal can-can di questi giorni, spero quindi mi perdonerete la scarsa lucidità. Per quel poco che posso capire di economia e di finanza – che è ancor meno di quanto capisca di politica – un’uscita dalla moneta unica per tornare alla cara vecchia liretta sarebbe un disastro i cui effetti – concluso un percorso al cui confronto la brexit sembrerebbe una passeggiata di salute – ricadrebbero principalmente sui ceti più deboli, sulla parte già impoverita del Paese, su chi sta rimanendo senza protezioni. Tutto questo a dispetto dell’impostura che contrappone “il popolo” a “l’Europa delle banche”, e anche facendo finta che la polemica sull’euro non sia anche uno scontro tutto interno all’establishment, spesso un’aperta competizione tra soggetti dediti alla speculazione, tra chi ha scommesso sul successo della moneta unica e chi sul suo fallimento. Per quel poco che posso capire di diritto costituzionale – ancor meno di quanto capisca di economia e di diritto – bene ha fatto il Presidente Mattarella a respingere la candidatura di Savona. Mattarella ha fatto bene, più ancora che per tutelare la stabilità economica e i risparmi degli italiani, per una questione di elementare correttezza istituzionale: non si comprende in effetti perché una posizione non unanime all’interno di un partito del 17% – che in campagna elettorale non ha fatto di tale posizione il proprio cavallo di battaglia – debba diventare la linea economica del futuro governo. Che poi Salvini abbia voluto forzare la mano per fare la vittima, gridare alla sospensione di sovranità e tornare a elezioni e passare all’incasso è un’ipotesi molto realistica, ma irrilevante ai fini delle decisioni del Presidente. Il punto è che i signori NoEuro si dovrebbero presentare dichiarando le loro intenzioni in modo chiaro, a luglio, settembre, ottobre o quando sarà. Senza pantomime, senza trucchetti.

Ciò detto, non mi pare che questa situazione grottesca abbia reso in qualche modo più serena la scelta a noi poveri elettori collocati più o meno a sinistra. Leggo della proposta di Calenda di un “fronte repubblicano”, e vedo con piacere che i settori moderati della sinistra di sistema hanno riscoperto l’uso della parola antifascismo – del resto la polemica sull’euro è uno dei pretesti col quale la destra radicale ha imposto le sue parole d’ordine nel discorso pubblico. Peccato che l’altro grande tema usato dalla nuova destra, quello delle migrazioni, non sembri rientrare nelle preoccupazioni immediate del nascente fronte repubblicano. Giusto ieri, l’ineffabile Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi, twittava un grafico relativo all’andamento del numero degli sbarchi. Tuttora la quasi totalità del Partito Democratico rivendica la bontà della linea Minniti – ricordiamolo per i distratti: una linea che prevede l’accordo coi clan libici per tenere in appositi lager i migranti che attraversano il Sahara (vitto e alloggio sono pagati da noi contribuenti italiani, pestaggi e stupri sono omaggio della ditta). Capisco che la posizione di noi poveri mentecatti “buonisti” sia assolutamente minoritaria, ma, anche mettendo da parte qualunque principio etico e guardando ai risultati elettorali, mi stupisco di come le teste d’uovo del centrosinistra non abbiano colto la vanità dell’illusione che li ha portati a inseguire la destra dimenticando che nel mercato delle idee le persone tendono comunque a preferire l’originale alla copia.

Più in generale, se Calenda, Renzi e soci pensano di poter scaldare i cuori dell’elettorato disperso trasformando le prossime elezioni in quello che da sempre tutti noi europeisti abbiamo temuto e respinto, cioè un referendum sull’euro, se credono di poter imporre la razionalità in una fase distruttiva come quella che stiamo vivendo, se credono di poter creare un fronte europeista da contrapporre ai sovranisti insistendo sulla difesa acritica di quel Senatore di Scandicci e Lastra a Signa che da segretario ha portato il PD al suo minimo storico, sullo sfottò dei curriculum degli avversari, sulla negazione del conflitto sociale e sugli strappi continui – ammesso che sia rimasto ancora qualche brandello da stracciare – con la tradizione del socialismo democratico, beh, si salvi chi può. Un ciclo si sta chiudendo, nel Paese e nelle teste di tanti. Il mio primo pezzo qui sugli Stati Generali, quattro anni fa, voleva essere una critica costruttiva al rottamatore, allora rampante. Le critiche costruttive erano inutili e ingenue allora e lo sono a maggior ragione oggi. Salverei però una citazione che avevo inserito allora:

“La forza delle circostanze, più ancora che un’esplicita adesione, ha fatto sì che i Socialisti diventassero in tutta Europa i più strenui difensori delle istituzioni democratiche. Essi si trovano a difendere tutto un gigantesco patrimonio materiale, giuridico e morale acquistato in lunghi decenni di lotte e sacrifici; il loro movimento trova le sue più solide basi non nel partito politico, ma in una gigantesca rete di interessi (leghe, cooperative, società mutue, ecc.) che chiedono e impongono costante vigilanza e tutela. I socialisti bene intendono che, non ottemperando a questa funzione tutelatrice, finirebbero per essere soppiantati da altre correnti verso cui graviterebbero le forze sindacali e cooperative”. (Carlo Rosselli, Socialismo Liberale e altri scritti, Torino, Einaudi 1979, p. 451).

Non c’è bisogno di inventare proprio nulla, basta saper leggere – i libri e la realtà attorno a noi.

 

Immagine: Alfred Neumann, Humoristiche Karte von Europa im Jahre 1870, Verlag Reinhold Schlingmann, Berlin (da 50watts.com)

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Caro Centrosinistra, il tempo stringe

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Dopo ogni elezione, il tentativo di molti politologi e di tutti i notisti politici è un po’ quello dei fisici teorici: si cerca la spiegazione più elegante e sintetica, si cercano la simmetria, l’ordine, l’idea unificante che tenga assieme tutti i pezzi. La cosa riusciva abbastanza facile sia al tempo dei grandi partiti di massa e delle grandi narrazioni politiche, durante la Prima Repubblica, sia durante la Seconda, ai tempi del nostro bipolarismo imperfetto. Oggi non è più così semplice, a mio avviso, nonostante le letture prevalenti diffuse in queste ore. Un po’ tutto il ceto dirigente di centrosinistra sembra concordare su un punto: «La nostra gente» è stufa di battibecchi, litigi e scissioni. Naturalmente all’interno del PD si accusa la guerra di logoramento condotta dagli antirenziani, mentre questi ultimi danno la colpa agli strappi di Renzi. Onestamente, la Teoria dell’Eccessiva Litigiosità a Sinistra, che esaspera l’elettore e lo fa restare a casa, mi convince solo in parte. La storia della Sinistra è tutta uguale, dalla Prima Internazionale ad oggi. Le rotture spostano voti di qua e di là, ma in questo caso stiamo parlando non di voti spostati, ma di voti scomparsi tra astensione, m5s e centrodestra a trazione leghista. Le divisioni fanno perdere la Sinistra, si ripete. Verissimo. I fatti però ci dicono che l’unità è una condizione necessaria, ma niente affatto sufficiente. A Padova, Sergio Giordani, amico dell’ex sindaco bersaniano Zanonato e sostenuto al ballottaggio dalla coalizione civica alla sinistra del PD, batte Bitonci forse solo per la debolezza di quest’ultimo. A Genova – la sconfitta che pesa di più, nonostante gli androidi renziani la mettano sullo stesso piano della vittoria a Molfetta – l’unità non è bastata, né è bastato un candidato di sinistra-sinistra come Crivello, che forse ha pagato il fatto di essere stato assessore di Doria. A Sesto S. Giovanni, un tempo – ormai lontanissimo – Stalingrado d’Italia, Monica Chittò aveva il sostegno più ampio possibile, dalle civiche a Rifondazione, ma non ce l’ha fatta.

Certamente esistono questioni locali che andrebbero sviscerate, ma noi, come premesso, vogliamo la teoria unificante, ne abbiamo un gran bisogno per muoverci nel caos di quest’epoca orribile. Una traccia da seguire, ahinoi, è senza dubbio quella della paranoia legata all’emergenza migranti e al terrorismo islamista. Lo sanno gli ex ras della Ditta Bersaniana: bloccati in una sorta di emiparesi, metà volto sorridente per la tranvata subita dall’arcinemico Renzi, metà dolente per la crisi della Sinistra nel suo insieme, insistono, come abbiamo detto, sui danni della svolta destrorsa del PD. Certamente, non ci stancheremo mai di scriverlo, le persone preferiscono sempre gli originali alle brutte copie. Vale per il vestiario e i gadget tecnologici, vale anche per il mercato delle idee. Imitare la destra, ad esempio sul tema dell’immigrazione, serve soltanto a confermare le paranoie dell’elettore impaurito. E si comprende perfettamente lo sconcerto dei bersaniani di fronte ad ampie porzioni del «nostro popolo» che – in periferia come in centro – dimostrano preoccupanti tendenze xenofobe. Il problema è che a questa constatazione non fa mai seguito un’analisi puntuale slegata dalla propaganda. La crisi della Sinistra è iniziata alcuni decenni fa, quando all’idea di emancipazione – anche culturale – della classe operaia si sono sostituiti l’assistenzialismo e la gestione dei clientes. Ovvio che un legame di questo tipo non possa resistere alla crisi del debito sovrano. Ma se il vecchio tesserato nato politicamente nel PCI comincia a desiderare “pulizia” nel suo quartiere e a preferire Salvini a Renzi, nonostante gli orridi decreti Minniti e le tante uscite censurabili su migranti e sicurezza, la colpa è di Renzi? Purtroppo, la prima delle Grandi Tradizioni di Sinistra abbandonate dagli ex figiciotti sembra essere quella dell’autocritica.

Naturalmente l’arroganza non difetta nemmeno al Segretario. Poco interessato alla campagna delle amministrative, terrorizzato dal calo dei consensi, Renzi vive la frustrazione più grande della sua carriera politica: essersi preso definitivamente il partito, privo ormai di opposizione interna, soltanto per scoprire che quel partito è un limite alle sue ambizioni. Lo immaginiamo guardare a Macron mangiandosi le mani. «Che bischero! Se solo avessi fatto un partito mio!». Non sarebbe cambiato granché, forse, comunque ora è troppo tardi. Il capitale del carisma è stato già speso, resta da capire se nei prossimi mesi la via seguita sarà quella dell’arroccamento, che, nella migliore delle ipotesi porterà nel 2018 a un fragile governo di larghe intese, o il passo indietro di un Renzi che resta segretario rinunciando alle prossime primarie per il leader di coalizione. Nel frattempo, la Destra torna a serrare i propri ranghi e a recuperare parte del suo elettorato divenuto grillino. Il m5s, raggiunto il limite fisiologico dei consensi, è infatti all’inizio della sua parabola discendente e si avvicina la resa dei conti tra chi vuole governare e chi si accontenta del teatrino e del lauto stipendio di parlamentare. Quando quel terzo polo collasserà, la Sinistra – tutta – potrà decidere se far governare la Destra per un altro decennio o no. Ma forse quella decisione è già stata presa.

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LA FRONDA PERENNE

Siccome sono in fondo un individualista radicale – con lievi tendenze sociopatiche – considero l’unità a sinistra un bene preziosissimo. Mi spiego meglio: con la scomparsa della Sinistra di classe, per costruire un grande partito riformista di massa occorreva mettersi di buzzo buono e tentare di fare sintesi, di trovare quel minimo comun denominatore attorno al quale tenere insieme la polvere dei piccoli interessi reali e delle opinioni atomizzate, mai perfettamente sovrapponibili tra loro. Questo avrebbe dovuto fare il PD alla sua nascita, in un congresso davvero fondatore che non si è mai tenuto. Mettendo assieme questo vizio originario e lo strappo che il rottamatore ha imposto al corpaccione intorpidito del centrosinistra, non sarebbe difficile comprendere e anche giustificare la prossima scissione della fronda antirenziana, annunciata finalmente da Pippo Civati, che prevede di andarsene dal partito in primavera, assieme a «meno di dieci» parlamentari. La proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso sembra essere stato l’abbandono di Cofferati, il quale a sua volta ritiene impossibile rimanere nel partito dopo il tremendo pasticcio delle primarie liguri. Che dire? Dispiace. Dispiace perché le divisioni fanno sempre danni, almeno dal 21 gennaio del 1921– per restare entro l’arco temporale di un secolo. Dispiace, ma non poteva andare altrimenti, e non per i motivi enunciati pubblicamente. Chi abbia un minimo di onestà intellettuale, riconoscerà come in questi ultimi giorni non siano intervenuti fatti nuovi. Non sono nuove le alleanze tattiche col centrodestra, né tantomeno i brogli alle primarie. E nemmeno la sempre più nebulosa identità della Vera Sinistra sembra minacciata più di quanto non lo sia stata negli ultimi vent’anni. E’ che serve dare qualche sostanza ideale alle proprie azioni, tutte basate sul politicismo più schietto.

Detto brutalmente: quando si forma un nuovo gruppo dirigente, qualcuno resta fuori, perché le poltrone non sono infinite. Resta fuori chi non salta sul carro del vincitore, perché non ha voluto saltare, o perché si è troppo attardato credendo che il carro non partisse. Le motivazioni intime sono comunque inconoscibili e non sono mai politicamente rilevanti. Comunque sia, una volta rimasto a piedi, diventi naturalmente fronda. Non hai alternative, la tua visibilità e la tua stessa esistenza politica sono legate al tuo essere qualcosa. Tautologicamente: non essendo maggioranza, sei minoranza, ed essendo minoranza sei costretto ad essere fronda. Solo i singoli e sconosciuti militanti come il sottoscritto possono permettersi di stare in mezzo al guado, bastonando un giorno Renzi e l’altro Civati, convinti che dallo scorso febbraio le scelte di Renzi siano state quasi tutte criticabili, ma anche che la pellaccia del Paese sia infinitamente più importante del posizionamento politico del proprio partito. Chi ricopra invece un ruolo elettivo, chi rappresenti qualcun altro al di fuori di sé stesso, questo non se lo può permettere. Ecco il dramma di Civati, Fassina, Cofferati e gli altri. Non li invidio. A loro toccherà sperimentare nuovamente le gioie del settarismo, trovandosi al (debole) traino di Tsipras o di Vendola, in cerca della compagnia di qualche c.d. “grillino responsabile” o dell’ideologo noeuro di turno, eventualmente (spero di no) rendendosi anche responsabili di una vittoria della destra, come già Bertinotti tre lustri fa.  A noi, d’altro canto, resterà la conferma che il “grande edificio della Sinistra unitaria” che sognavamo è soltanto uno di quei palazzi abusivi che crollano non appena arrivano al terzo piano. Forse ci meritiamo di vivere in una tendopoli.

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Che cosa ho capito di queste elezioni europee

Mi ero quasi deciso a dividere il commento elettorale in diversi post tematici – uno puramente tecnico, dedicato all’analisi comparata dei dati, uno sugli effetti politici del voto in Europa, uno su quelli del voto domestico, etc. Il fatto è che vorrei tentare di “depoliticizzare” progressivamente questo blog, o meglio di riservare alla politica uno spazio circoscritto, accanto ad altri temi che mi stanno a cuore (a titolo di esempio: il tramonto del cinema su pellicola, qualche dilettantesca recensione di libri dimenticati, le curiosità raccolte da un pigro flâneur di cui a voi sicuramente non frega un ciufolo). Insomma, ho concentrato tutto qui è il pezzo è venuto un po’ lungo…

La prima cosa che mi sento di poter dire è: missione compiuta. Il mio principale obiettivo rispetto a queste elezioni coincide con l’arresto dell’avanzata grillina e degli euroscettici su cifre comunque preoccupanti, ma gestibili. Il dato di per sé non è confortante, se pensiamo che, tra M5S, Lega e FLI, il 40% degli elettori attivi (i quali, per il voto europeo, rappresentano il 58% degli aventi diritto) è in qualche modo ostile all’idea di integrazione europea, e tuttavia i quattro punti persi dal buffone di S.Ilario ci rassicurano sul clima sociale del Paese. Italiani, ancora non avete sbroccato, e questo è un bene. In secondo luogo, il risultato straordinario del Partito Democratico non può che rendermi felice. Si tratta in questo caso di una vittoria storica. In Italia nessun partito di sinistra (e soltanto la DC degli anni ’50) ha superato il 40% dei consensi. L’effetto Renzi è evidente, e se leggiamo il risultato tenendo a mente che si tratta di un voto per il Parlamento Europeo, – mai davvero considerato importante dall’elettorato, e meno che mai nel clima euroscettico della grande crisi che stiamo vivendo – capiremo la portata di quest’effetto che davvero pochi, anche tra i più ottimisti, avrebbero previsto. Chiunque dovrà ammettere che questa campagna il Partito Democratico se l’è giocata davvero bene, dal punto di vista della comunicazione. Gli 80 euro sono certamente serviti, ma è stata soprattutto l’impressione di un movimento reale, possibile grazie al governo Renzi, a convincere gli elettori (su questa impressione tornerò poi, alla fine del post). Last, but not least, questa è l’elezione in cui si sancisce la fine del berlusconismo. La promessa di un bonus-crocchette-per-cani non è bastata, il carisma dell’ex-cavaliere è ormai esaurito. Berlusconi è finito in quanto agente coagulante del consenso moderato, diviso nelle sue varie componenti, diviso tra la (lunga e difficile) ricerca di una forma e di qualche leader sostitutivo, per via dinastica o meno.

Da elettore di sinistra non canterei tuttavia vittoria troppo presto, soprattutto dopo aver dato un’occhiata – attenzione, arrivano i dati “hard”, che vi pregherei di controllare ed eventualmente correggere – alle percentuali, raffrontate alle serie storiche del voto di questi ultimi vent’anni. Berlusconi crolla al 16%, è vero, ma è altrettanto vero che il Centrodestra nel suo complesso (FI+NCD+FLI+LN), rispetto alle Politiche del 2013, tiene e anzi guadagna un paio di punti (dal 29 al 31%). Il che, tenendo a mente da dove viene il grosso degli elettori grillini, mi fa dire che la Destra, pur frammentata, nel Paese è ancora e sempre prevalente. La coalizione berlusconiana del 1996 arrivava al 52%, che è poi il totale deila somma M5S residuo+Destra attuale. (Naturalmente le mie sono considerazioni spannometriche, che non tengono conto della composizione dell’area degli astensionisti rispetto ai vari partiti. Correzioni e suggerimenti, in particolare da chi queste cose le studia di mestiere, sono benvenuti). Sono abbastanza convinto che metà dei 4,5 punti persi da Grillo siano tornati da dov’erano venuti, è cioè la Lega Nord, la quale, con la svolta noEuro di Salvini, guadagna il 2%. Altri elettori grillini provenienti dal centrosinistra, credo in misura non superiore al 2%, potranno essere tornati al Centrosinistra renziano. Ma se guardiamo alla somma del “Centrosinistra allargato” (cioè, com’era originariamente, includendo la c.d. Sinistra radicale, allora Rifondazione, oggi la lista Tsipras), siamo sugli stessi numeri del 1996: 43-44%. A questo proposito, nonostante gli tsiprassiti siano riusciti  (in virtù di un richiamo analogo all’effetto-Renzi) a superare lo sbarramento, la tendenza generale vede i soggetti a sinistra del PD condannati al destino di tutti i “partiti d’opinione”, e cioè a percentuali irrisorie o alla scomparsa definitiva. (Un messaggio per Nichi: «Nichi, questo PD aspetta a te!». E chi si vorrà sciogliere, si scioglierà…) Sempre parlando di partiti di opinione, la batosta di Scelta Europea era prevedibile e prevista da tutti, tranne che dai diretti interessati. Permettetemi un paradosso: i liberali italiani sono minoritari perché non hanno letto Marx (ma almeno Boldrin dovrebbe averlo letto, visto il suo passato di militante nel PCI). Cioè a dire, in un paese paleocapitalista, corporativo, clientelare e retto dai sussidi come il nostro, chi parli di libero mercato con l’aggressività di FARE non va granché lontano. Ai più ragionevoli consiglierei di riunirsi ai numerosi liberali del PD, che del resto può contenere parecchie loro istanze.

Sbrigate le faccende minori, veniamo agli aspetti davvero problematici di questo voto che, nonostante la sua consapevole e scientifica riduzione a (precoce) “elezione di midterm” del governo Renzi, rimane un voto europeo. Non un voto qualunque, ma un voto pro o contro l’integrazione europea. Il sorriso per la vittoria del PD risulta un po’ smorzato dalle brutte notizie che ci arrivano dal resto dell’Unione. Il Front National è primo partito in Francia, con quasi il doppio dei voti dei Socialisti, l’UKIP di Farage, lo xenofobo, arriva al 29% in UK, superando sia i Tories che il Labour. In Austria il FPÖ raddoppia il numero di seggi al Parlamento Europeo e, per la prima volta, i neonazisti tedeschi dell’NPD avranno un loro parlamentare, che farà compagnia ai due eletti di Alba Dorata. Tutto questo a pochi giorni dall’attentato antisemita del museo ebraico di Bruxelles. Alla luce di tutto questo, dovremmo fermarci a riflettere su cosa sia stata l’Europa prima del Manifesto di Ventotene, dovremmo ricordare che ieri, come ha scritto Michele Ainis, noi abbiamo votato su Auschwitz ,«Perché l’Europa è nata lì, da quell’orrore senza precedenti. È nata per bandire il genocidio, e siccome il genocidio aveva celebrato la massima potenza dello Stato, l’idea europea coltivò fin dall’inizio il genocidio degli Stati».

A balzare agli occhi è ovviamente l’estrema destra, ma in generale sono i conservatori del PPE, CDU della Merkel in testa, a vincere questa tornata.

Chi, a sinistra dentro e fuori il PD, parlava di rinegoziare il debito dei paesi del sud dovrà ben riflettere sulla situazione reale e capire che l’euroscetticismo è una forza bifronte, e cioè che l’Europa rischia di essere strappata da due parti, da due populismi affini ma distinti: a Nord il populismo indica i PIIGS (noi terroni, insomma) come una zavorra che, a causa dell’Unione, rischia di tirare a fondo i paesi “virtuosi”  A Sud, un analogo populismo, trasversale da destra a sinistra, incolpa di tutti i suoi guai “l’Europa delle banche” e il rigore imposto dalla Germania. Il problema centrale rimane sempre quello del debito, e di come conciliare la tenuta del sistema creditizio con la ripresa economica del continente. Non ho né strumenti sufficienti né certezze per poter dire cosa sia meglio. Penso però che troppa gente sia troppo convinta di troppe cose. L’unica cosa di cui sono sicuro è che i conservatori avranno la presidenza della Commissione Europea e per i prossimi anni la Sinistra dovrà governare l’Europa con loro, responsabilmente.

Non posso terminare il post senza parlare del governo Renzi e del mio partito. Sono convinto che, più che guardare a questo incredibile risultato come a un capitale da spendere – o peggio a degli allori su cui ronfare – si debba prenderlo come un messaggio sul quale riflettere. Il voto mostra come la forma definitiva del Partito Democratico si stia finalmente precisando. Si è capito che la Sinistra in questo paese può (con)vincere solo se diventa inclusiva, se è capace di parlare a tutti, anche a chi non fa parte dei suoi tradizionali soggetti sociali di riferimento. Il che non significa semplicisticamente “prendere i voti a destra”, né abbandonare i soggetti deboli. È “forte” una giovane “finta partita IVA” che nessun sindacato difende? La società è cambiata e sono cambiati gli elettori. Dai partiti popolari di alcuni decenni fa stiamo arrivando a grandi contenitori la cui linea dettagliata si gioca attorno a un leader e si decide attraverso delle primarie. Ma di questo si è parlato fino alla nausea negli ultimi due anni, non mi vorrei ripetere. Per qualcuno, l’ubriacatura da consenso porterebbe al rischio di una “democristianizzazione” del PD e/o della sua trasformazione in partito-Stato. Porterebbe, se ci trovassimo nel 1984, e non nel 2014. La gestione distributiva del potere compiuta della DC oggi è impossibile: non ci sono più torte da spartire, siamo ancora nel pieno di una crisi della quale non si vede la fine, e anche un grande exploit elettorale può essere bruciato nel giro di poche settimane, se alle parole non seguono i fatti. Sbagliano di grosso i dirigenti renziani a considerare la vittoria come la legittimazione popolare che mancava al governo. Quella legittimazione ancora non c’è, e non ci sarà fino alle prossime elezioni politiche. C’è invece la tremenda responsabilità di rappresentare la Sinistra di tutto il continente, di partecipare a quelle larghe intese di cui ho scritto sopra con un’idea forte e un realismo altrettanto forte. È evidente che i sindaci renziani eletti a Bruxelles da soli non ce la potrebbero mai fare. Ci sarà bisogno di tutte le componenti del partito, dai keynesiani ai liberisti, ci sarà bisogno di un dibattito serio, la cui forma non potrà essere quella dell’hashtag. Facciamolo.

#ildibattitosì

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Non ci sono abituato…

Non sono troppo abituato a vincere, per cui sono rimasto alquanto spiazzato dai risultati delle primarie. Mi hanno sorpreso i risultati del mio quartiere più ancora di quelli nazionali, e dopo molto tempo mi sono scoperto a gioire per un fatto politico in positivo, a provare qualcosa di diverso dalla Schadenfreude per le condanne di Berlusconi. E ho gioito io che in fin dei conti non sono mai stato semplicemente “renziano”. Mi sono speso un po’ per il partito, stando al seggio, e direi che è stato più di quanto abbia fatto per la mozione Renzi, alla quale ho aderito tra vari distinguo («diversamente renziani»), non risparmiando alcuna critica, nemmeno a ridosso dell’appuntamento più importante, quello di ieri. Ho scritto qui più volte perché ritengo Renzi la scelta più razionale, per il PD ma soprattutto per il Paese. Ho cercato di spiegare le ragioni di una certa ostilità preconcetta della pancia del partito, ragioni certo politiche ma spesso semplicemente ragioni di fazione, quando non di ordine puramente estetico («ma non lo vedi?»). Tra gli scontenti ci sono i renzifobi e tutti quelli che vorrebbero un partito “più di sinistra”. Capisco le motivazioni di chi ha votato Civati pur non condividendole, e penso che il loro risultato vada tenuto in considerazione. Per ora basterà ricordare che anche il voto a Civati è stato un segnale di dissenso profondissimo con la dirigenza uscente. Non è più tempo di polemiche ma vorrei comunque spendere due parole sulla fine di un ciclo nel centrosinistra.

Alla vecchia dirigenza, agli ultimi “ragazzi” della FGCI, tra cui Cuperlo, occorre riconoscere qualche merito importante. Tra svolte epocali e affannose ricerche di nuove identità, dall’Ulivo in avanti, i migliori di loro sono riusciti a costruire un abbozzo di sinistra riformista unitaria in questo Paese. A rileggere certe interviste a Massimo D’Alema in materia di pensioni, durante il suo breve governo, o ripensando al Bersani ottimo ministro nel Prodi II, le polemiche degli ultimi due o tre anni, dopo l’ingresso in scena di Renzi, risultano quasi inspiegabili. Ma la politica è fatta così, di corsi e ricorsi, storici ma soprattutto retorici. Purtroppo, costoro sono riusciti quasi a far dimenticare tutto il buono, non ammettendo mai le schifezze calcolate, non riconoscendo mai i loro errori, non rinunciando mai alla loro presunzione di superiorità intellettuale, non essendo mai in grado di comunicare per davvero con quello che, ad ogni pié sospinto, si ostinano a chiamare “il nostro popolo”. Non hanno capito niente e continueranno a non capire perché hanno perso il consenso anche nella base elettorale delle regioni rosse. Non hanno ancora fatto i conti con la “non vittoria” di febbraio e il disastro parlamentare delle settimane successive, come potrebbero capire? Poche settimane fa, al congresso del mio circolo, un parlamentare e dirigente ripeteva la tesi della mutazione antropologica: le televisioni, il ventennio berlusconiano, l’attacco ai valori, una società diventata individualista, eccetera. In sostanza, «Il popolo non ci capisce più» perché rincoglionito, vittima del modello di B. e della sua potenza mediatica. E’ una concezione elitista della politica, naturalmente, e rivela un deficit di percezione che in un politico è inaccettabile. In assenza di qualunque autocritica, le primarie sono dunque servite come una doccia gelata. Mi spiace per Cuperlo (meno per D’Alema…), ma gran parte di quel “popolo”, a partire dai miei genitori e dai tanti amici e conoscenti che avevano scelto Bersani, oggi ha scelto Renzi, non perché turlupinati dal Renzi imbonitore, non perché siano degli sciocchi, tutt’altro. Sono persone intelligenti, hanno tenuto in piedi l’Italia col loro lavoro e sanno quando è il momento di cambiare. Occorre po’ di fredda obiettività, al di là delle polemiche e dei livori: Gianni Cuperlo poteva ormai convincere due soli gruppi di persone, in virtù di due ordini di ragioni, le une psicologiche, le altre materiali. Tra gli iscritti, i nostalgici del centralismo democratico, di un fideismo purissimo, assolutamente cattolico e comunista (nel senso dei pattern psicologici, non delle idee): tutti quelli per cui il partito è un po’ mamma e un po’ papà, ti tiene per mano, sa dove guidarti, custodisce il patrimonio di famiglia, ha le chiavi di casa. Ormai erano rimaste soltanto le chiavi di casa, e prendendoti per mano il partito rischiava di farti finire giù dalla scarpata, ma per alcuni andava comunque bene così. «Fedeli alla linea/la linea non c’è», cantavano i CCCP. Dall’altra parte, tra gli elettori, soprattutto al Sud, soprattutto nel pubblico impiego, le ragioni per votare Cuperlo erano legate al terrore di perdere le sicurezze di decenni di assistenzialismo tossico, di dipendenza da un sistema che tutto è fuorché giusto e che così com’è non riuscirà a garantire più nulla. Costoro reagiranno forse male, inizialmente. Ma se la buona politica del PD di Renzi porterà anche a loro i suoi primi risultati, si convinceranno di aver avuto torto.

Ora, come si dice in questi casi, si apre una fase nuova. Non cedo facilmente all’entusiasmo, sono ipercritico e rompipalle (se mi leggete un po’ lo sapete già), ma devo ammettere che ho trovato il discorso della vittoria di Matteo Renzi davvero molto bello. Il più bel discorso che gli abbia sentito fare. Un discorso da statista. A partire da simili ottime premesse, sarà forse ancora più dura passare ai fatti. Rifondare il PD – unito, perché l’unità è un bene supremo – senza concedere nulla a chi è saltato sul carro per convenienza, far tornare a crescere il Paese, garantire davvero l’equità, riformare la giustizia e la burocrazia, demolire le corporazioni, liberare le forze produttive, garantire non solo il mantenimento del servizio pubblico, ma il suo miglioramento, eliminando grossi pezzi di macchina dello Stato, che sono un freno allo sviluppo e un insulto all’idea stessa di giustizia sociale, disegnare finalmente un welfare equo e sostenibile, e molto altro. Naturalmente, per fare tutto questo occorrerà vincere le prossime elezioni, ma Renzi, scopertosi politicista, dovrà cominciare a giocare bene le sue carte già nei prossimi mesi, fugando ogni nostro dubbio, riuscendo a fare da pungolo al governo Letta. Personalmente non farò alcuno sconto al vincitore. Non ci sono crediti di fiducia da spendere, perché da oggi, caro Matteo, si parte da zero e si fa sul serio. «Mi è costata tanta, tanta fatica venire fin qui, ma volevo esserci ad ogni costo. Non per me, che alla mia età…ma per voi giovani, per il vostro avvenire». Questo mi ha detto una dolcissima signora di ottantacinque anni mentre registravo i suoi dati al seggio. Non posso sapere chi abbia votato quella signora, ma ogni volta che dovrò giudicare gli atti del nuovo segretario, penserò a lei.

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