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Il nome del figlio e la fine della politica

Una parte di farsa, una parte di satira (politica e di costume), un forte elemento vernacolare. In proporzioni variabili, la formula della commedia (all’)italiana mi sembra questa. In genere sono sempre l’elemento farsesco e i caratteri regionali a strappare la risata. La satira provoca più che altro un ghigno amaro, stampa in faccia a noi pubblico partecipe la maschera del pessimismo, della disillusione e del cinismo che andrebbe riprodotta al centro della bandiera italiana, assieme al “tengo famiglia” di Leo Longanesi. Francesca Archibugi se l’è un po’ presa con chi ha definito il suo film un remake de Le Prénom di Alexandre le Patellière e Matthieu Delaporte. È un nuovo adattamento della pièce – che è degli stessi La Patellière e Delaporte, ma non sottilizziamo. Ciò che importa è che la “traduzione” dei personaggi e degli ambienti del testo francese è perfettamente riuscita. E la commedia originale, in cui il tema è ben presente, diventa una sorta di ritratto allo specchio della nostra élite di sinistra, qualunque cosa “élite di sinistra” voglia dire. Dico ritratto e non caricatura, perché chiunque abbia incrociato quel mondo sa come gli aspetti autocaricaturali non manchino, e di fronte a certe macchiette in carne ed ossa lo sforzo di uno sceneggiatore consista anzi nel tentare di dare al personaggio tutta quella dimensione privata e sentimentale che solo il cinema e la letteratura possono, molto faticosamente, cercare di mostrare a chi non sia in intimità con le persone. Il primo a tentare il ritratto autosatirico è un padre nobile cui l’Archibugi non a caso si ispira dichiaratamente, Ettore Scola. C’eravamo tanto amati, forse il canto del cigno della commedia all’italiana, e poi La terrazza e La famiglia, un trittico in cui sono già esplicitati gli elementi di tante commedie d’autore dei trent’anni successivi. La borghesia intellettuale di sinistra, con le sue case piene di libri, le sue contraddizioni politiche e private, il suo sostanziale classismo, le guerre verbali condotte sempre a tavola, italianissimamente.  Chi è venuto dopo ha raccolto il testimone, vivendo un po’ di rendita e non sapendo sempre bene che direzione prendere. In tempi recenti, la satira del gauchiste italiano è stata una specialità di Paolo Virzì (che nel film è presente pur in assenza, attraverso moglie e figlia), non dell’Archibugi, che alla ferocia preferisce un tono nostalgico e partecipato, più nelle sue corde. L’eterna nostalgia dell’infanzia e dell’adolescenza, della propria tribù familiare unita, di un tempo in cui tutto sembrava ancora possibile (individualmente e collettivamente). E naturalmente la profonda nostalgia di quel cinema. Per chi come il sottoscritto ha formato il proprio senso del comico – ma arriverei a dire: il senso della propria appartenenza nazionale – con i personaggi di Gassman, Sordi, Tognazzi e Manfredi, quando ormai il loro mondo era già finito, la nostalgia è elevata al quadrato. Tramite di questa nostalgia nel Nome del figlio è naturalmente Alessandro Gassman. L’evocazione di Vittorio nel suo Paolo Pontecorvo – che è sia il Bruno Cortona del Sorpasso che lo zagagliante Peppe er Pantera dei Soliti ignoti – pur divertentissima, lascia un senso di vuoto. Qualcosa manca, qualcuno manca, e anche se ci fosse ancora, tutto sarebbe cambiato attorno a lui.

La nostalgia per ciò che, in termini di passioni politiche e identità collettive, si è vissuto soltanto di riflesso è però a sua volta oggetto di satira. I quarantenni del film non hanno fatto in tempo a vivere la stagione dell’impegno, essendo cresciuti nel riflusso degli anni ’80. Sandro-Luigi Lo Cascio rappresenta però chi ha preso il testimone dal padre (anche dall’altrui padre) senza sapere dove andare. Oggi vive chiuso in un guscio – anche il guscio virtuale di twitter – come un paguro, inerte, impotente, lo sguardo rivolto ipocritamente ad un passato di cui sfrutta pigramente la rendita. I notisti politici in vena – come sono sempre – di semplificazioni direbbero che l’Archibugi è saltata pure lei, dopo Francesco Piccolo, sullo stracarico carro renziano. Troppo semplice, così. Quale sarebbe il protagonista renziano del film? Forse Paolo, la cui vitalità spesso sgradevole dovrebbe far scattare in noi l’identificazione? Non direi. L’elemento politicamente nuovo del film è proprio questo. La parte giusta è poco riconoscibile, tutto si è fatto confuso. Le certezze incrollabili sono crollate addosso alle generazioni che ci hanno preceduto. E il renziano, dice la regista, in realtà non c’è. L’idealismo ha mostrato tutta la sua ipocrisia, ma dall’altra parte il realismo si è fatto spesso cinismo.E noi – pubblico ideale del film – in mezzo tra due fuochi, rifiutando di scegliere tra due alternative altrettanto indesiderabili – sempre tenendo a mente che la nostalgia delle origini non è mai di sinistra. No, la soluzione è ancora lontana, e forse nemmeno i quarantenni di oggi la conoscono. E allora viene il sospetto che la chiave del film possa stare non nei suoi protagonisti, ma nei suoi piccoli comprimari, i bimbi sempre così centrali nella poetica di Francesca Archibugi. Dalla trovata filmica del piccolo drone telecomandato dai figli di Betta e Sandro, che attraversa le stanze registrando gesti, sguardi e parole di un mondo a loro fortunatamente incomprensibile, al finale in sala parto, il film sembra volerci dire che in fondo non ci sono soluzioni da trovare. Cercarle diventa una perdita di tempo. Cresciamo e facciamo un errore dopo l’altro. Alla fine resta qualche rimpianto, ma non importa, perché la vita continua. Mentre la Politica, quella è scomparsa davvero. O così, se non altro, si pensa e si dice sulle terrazze romane.

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Il peggio è l’Italia

Un sabato mattina d’agosto, a bordo di un aliscafo che da Lussinpiccolo ci dovrebbe riportare a Venezia. Il condizionale è fuori luogo al momento della partenza, ma diventa utile dopo un’ora di traversata. C’è mare grosso e le hostess iniziano a distribuire i sacchetti di carta – che ogni volta mi riportano alla mente Tognazzi in Amici miei – atto III. Si balla parecchio e, dopo una spanciata più forte delle altre, vedo il comandante correre a poppa per controllare lo scafo. Ancora qualche minuto e viene annunciato il cambio di programma: a causa delle cattive condizioni meteo nel nord Adriatico, l’aliscafo attraccherà a Pola, da dove alcuni pullman ci porteranno a destinazione. Molti passeggeri cominciano a imprecare pensando alle loro coincidenze di treni ed aerei. Ci sono americani di ascendenza lussignana, francesi e scandinavi che perderanno il volo di ritorno. Eppure sembrano reagire col minimo sindacale di compostezza e di razionalità che la situazione richiede. E’ la Natura, baby, non ci puoi fare niente.

Gli unici rompicoglioni – ma che ve lo scrivo a fare? – sono gli Italiani.

La prima fase è quella della chiacchiera. I più rielaborano le scarne informazioni in loro possesso, in modo che, nel giro di cinque minuti, ogni passeggero italiano abbia la sua versione personalizzata dei fatti.

«Il peggio è il Quarnaro, chi naviga lo sa, da qui in poi il mare è calmo»

Una sorta di Nostromo padano, serafico dietro ai suoi occhiali da sole, si inserisce nella conversazione dei nostri vicini di posto:

«Il peggio è il Quarnaro, questi fanno come Alitalia che cancella i voli per risparmiare»

La tesi è quella per cui la compagnia ci starebbe fregando. Siccome a a navigare col mare «un po’ mosso»  si consuma più carburante e i passeggeri sono pochi, la compagnia avrebbe deciso di interrompere qui il viaggio e caricarci sui pullman. Vorrei intervenire con qualche dato in mio possesso ma M. mi dà di gomito, implorandomi di lasciar perdere.

«Il peggio è il Quarnaro. Certo, se uno i gradi li ha presi a terra…»

La possibilità che il capitano croato possa agire diversamente da Schettino (vergogna di una marineria che è stata la migliore del mondo, diciamolo ancora) e voglia preservare prima di tutto l’incolumità di passeggeri e vascello non è contemplata dal nostromo padano. E siccome il capitano sta al suo posto, sono le hostess a dover subire i tiramenti dell’italiano in vacanza. Non c’è rimedio. Al di là del ceto di provenienza, gli italiani in vacanza esprimono al meglio la loro cultura nazionale, una perfetta mistura di feudo borbonico e asilo infantile. Deboli coi forti e forti coi deboli, disprezzano il lavoro – e, sempre, la persona – di chi li serve, cameriere, capitano, portiere d’albergo o autista che sia. Pretendono poi di insegnare il mestiere altrui e rispondono a qualunque tentativo di accontentarli con ancora maggior aggressività, certi che si tratti di un tentativo di fotterli. L’italiano vede infatti fregature ovunque posi il suo sguardo distratto, perché sa quanto a casa sua la truffa sia la regola. A casa sua, tuttavia, accetta la situazione di buon grado («Il mondo è tondo e chi non sta a galla va a fondo», ripeteva ancora Tognazzi in un memorabile episodio de I mostri), così di buon grado da aver eletto per vent’anni il truffatore in chief, appunto l’italiano quintessenziale, l’incarnazione dello stereotipo nazionale. Ma all’estero – presso genti che spesso nemmeno parlano l’italiano, oi barbaroi – no, non accetta di essere fregato, e non fa alcuno sforzo di distinguere la sfortuna dal dolo altrui. Se la truffa è solo immaginata, l’italiano approfitterà dell’occasione per sfogare su qualche incolpevole le fregature subite in Patria.

«Il peggio è il Quarnaro», sento ripetere altre sedici o diciassette volte nello stesso tono di compiaciuto cinismo. L’autoproclamatosi lupo di mare verrà poi smentito da altri passeggeri, dopo qualche telefonata: bora a 65 nodi in mare aperto, marine chiuse. Peccato averlo perso di vista, mi sarebbe piaciuto sentirgli commentare la notizia. (Altra caratteristica nazionale, questa elevata a regola aurea: mai ammettere di aver avuto torto, mai, nemmeno sotto tortura. Mai concedere una smentita, mai e poi mai). Ma che importa, in fondo? All’italiano in vacanza tutto è dovuto, soprattutto l’impossibile.

All’arrivo a Pola, in dieci minuti il trasbordo è fatto. Col cambio di mezzo la situazione umana, se possibile, peggiora. Si crea una fronda degli italiani che chiedono rumorosamente di essere scaricati a Mestre, e non in Stazione marittima a Venezia. (L’Italiano riesce sempre a chiedere cose giuste nei modi più sbagliati). Sul pullman ci sono almeno tre famiglie di non italofoni (oi barbaroi!) che chiedono che cosa stia succedendo, ma non importa, cazzi loro, imparino la nostra lingua, quella di Alighieri e di Briatore. Un simpaticissimo (vogliamo negare che gli italiani siano simpatici?) quarantenne meneghino che ricorda il Mauro di Francesco di Sapore di Mare (dotato però del grano) si improvvisa animatore tra il gruppo dei più chiacchieroni, trasformando il viaggio in una sorta di gita scolastica, per la gioia dei vicini di posto. Le periodiche molestie all’autista («ma perché non va di qua? Ma perché ferma qua? Oh, ma che antipatico!») si alternano a quel po’ di cabaret in cui l’italiano eccelle. Tutto questo per quasi cinque ore di viaggio.

Come in ogni commedia ben congegnata, non può mancare il climax comico finale. A non più di trecento metri dalla stazione di Mestre, quando ormai è chiaro che la fronda padana è stata accontentata, la moglie di Maurino, rimasta fino a quel momento silenziosa (e sola, essendo il marito impegnato nell’animazione del gruppo) inizia a gridare all’autista in preda ad una crisi isterica:

«Stop heeeere, stop heeeere, why don’t you stop heeeere!!!!»

La fronda padana si associa e diventa una canea assordante, chiedono di scendere come se il pullman stesse andando a fuoco. Volano i “vaffanculo” e gli “stronzo” al povero autista, che cerca si spiegare come non abbia senso piantarsi in mezzo ad una strada a due corsie, alla fermata degli autobus urbani, per scaricare venti persone e relativi bagagli, quando la stazione è dietro l’angolo. Arrivati al parcheggio degli autobus sono ancora tutti convinti di aver dirottato il pullman a forza di strilli («oooh, lo vedi che l’hai capita, finalmente»). Andranno a prendere i loro treni e sperabilmente non li rivedrò più. Sperabilmente, in particolare, non rivedrò più il simil-Mauro di Francesco, che prima di scendere dà un’altra prova della sua simpatia:

«Son solo contento che questo qui [l’autista] adesso si becca le code al ritorno e arriva a casa stanotte. Godo.»

All’arrivo a Venezia azzardo uno hvala (‘grazie’) un po’ imbarazzato al disgraziato che si è dovuto sorbire una simile banda di stronzi per cinque ore e noto che almeno un altro passeggero, credo scandinavo, va a stringergli la mano ringraziandolo, credo più per lo spirito di sopportazione che non per la guida in sé.

Ecco, direi che i tempi sono maturi per mettere in atto la vecchia proposta.

Voglio il protettorato scandinavo sull’Italia.

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Oggi si vota

E son dieci anni esatti senza Alberto Sordi

 

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Acorns for PIIGS

Suppongo che tifare Grecia in questo momento sia considerato molto ‘radical’ (e pure un po’ chic). Certo, il buon senso suggerirebbe che i paesi sull’orlo della bancarotta tenessero a casa le loro squadre – e, se proprio non potete stare senza calcio, andate al campetto sotto casa, ché quello è gratis. Ma non si può, perché si tratta di un pezzo di economia nazionale, di un forte collante identitario e dello stupefacente legale più diffuso che ci sia. Quando Monti ha parlato di sospendere il campionato, quello è stato il momento di maggior difficoltà del suo governo, altro che la polemica sugli esodati. Rischia di mancarci il pane, ma non toglieteci i nostri strapagati circenses. Quando si vince, poi, l’ubriacatura è massima, e per nulla salutare, come rappresentato meravigliosamente nel finale de In nome del Popolo Italiano. Ma tant’è, ad ogni pig le sue ghiande.

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