La parola comunista

Qualche giorno fa ho compiuto un sano – e per me raro – esercizio di autocontrollo che purtroppo oggi non riesco a replicare. Mi ero ripromesso di non parlare di Cesare Battisti e della lunga coda retorica dei nostri anni di piombo, di cui ho già scritto tutto quello che pensavo qui. Mi sono trattenuto di fronte a un Salvini gongolante per la cattura del «terrorista comunista», con quella maligna soddisfazione e quell’enfasi sull’aggettivo comunista che denotano tutta la bassezza morale di chi non potrà mai esprimere i valori della Repubblica, nemmeno con sessanta milioni di baciamano. Mi sono trattenuto, ma ho sperato che qualcuno, nel triste can can mediatico che non ho avuto lo stomaco di seguire con attenzione, avesse la prontezza di ricordare al ministro che anche Guido Rossa era un comunista. Era un operaio comunista e una brava persona, a differenza del dirottatore di navi, un tempo “comunista padano” per gioco. È vero che le parole possono essere pietre, ma spesso sono puro flatus vocis, privo di sostanza. Di Guido Rossa so con certezza che era un comunista e una brava persona. Di altri non so. Chi ieri a Genova ha offeso la sua memoria, attendendo forse da mesi il quarantennale dell’assassinio, si definisce probabilmente a sua volta “comunista”, ma certamente non è una brava persona. È una merda.

Potrei chiudere qui il pezzo, come un buongiornista qualsiasi in cerca di facili indignazioni e di qualche clic in più, potrei sperare nei cento euro del contest mensile qui su GSG. Suvvia, la mamma dei cretini, non diamogli corda, le destre strumentalizzano, maddai è solo una scritta sul muro. Sono tutte osservazioni più che valide. Si tratta in effetti «solo» di una scritta sul muro – un muro di salita Santa Brigida, che ho riconosciuto ancor prima ancora di leggere il titolo del TG – e il problema infatti non sta nella scritta, ma nella mano che l’ha tracciata, la mano di quella che io frettolosamente considero “una merda”. Il mio problema, il mio assillo è tutto qui: io potrei conoscere quella merda, non nel senso che sappia chi ha materialmente tirato fuori di tasca la bomboletta per scrivere «GUIDO ROSSA INFAME», proprio come i mafiosi, o la teppa degli ultrà, o le merde di ogni estrazione. No, purtroppo non conosco l’infame che ha insultato Guido Rossa, però nei miei quarant’anni di esistenza di merde simili ne ho incontrate davvero tante. Un numero sproporzionatamente grande, direi, anche per le mandrie universitarie in cui non mancano i cervelli mollicci naturalmente attratti dall’estremismo parolaio. Sbarbati ora bardudos ormai sulla via della canizie, cresciuti spesso e volentieri in grandi e belle case piene di libri, impegnati a scippare tutte le rabbie altrui e tutte le ingiustizie del mondo per poi pasticciarci, per giochicchiarci sperando così di occultare le proprie miserie, supplire alle proprie carenze affettive, colmare i propri vuoti, sfogare le proprie personalissime frustrazioni, vincere la noia. Questi ometti sarebbero comunisti proprio come Guido Rossa?

Flatus vocis. Se il filisteo prevalente e il grand’editorialista, suo rappresentante nei media, chiedono un giorno sì e l’altro anche di mettere una moratoria sull’uso della parola fascista, forse per timore che le differenze tra loro e i fascisti propriamente detti risultino irrilevanti, io chiedo la stessa cosa per la parola comunista. Berlinguer e Berija, Guido Rossa e l’anonima merda che lo ha insultato per iscritto in salita Santa Brigida non possono essere chiamati con lo stesso nome.

Io, Rifonda e gli altri/3

Ma quanto diamine la stai menando, con questo tuo apprendistato politico? Il giusto, soltanto il giusto. Ultima puntata.

Ero incazzato per la caduta del governo, che aveva portato all’interregno di Richelieu D’Alema e preludeva al ritorno del Caimano, anche se le sue conseguenze sarebbero state chiare soltanto in seguito. L’uscita da Rifonda era in realtà solo il sintomo di un mal di pancia più profondo. Mi ero già accorto di essere lontano su troppe questioni, non soltanto dal partitino, ma da tutta la cosiddetta Sinistra antagonista, della quale Rifonda era poi la sponda di destra. Non capivo perché certi dittatori dovessero piacermi soltanto perché si dichiaravano “socialisti”. Ero in disaccordo totale sul sionismo (l’“anti-israelismo”: l’unico collante che tenga ancora insieme la maggior parte della Sinistra), sugli OGM e sul pensiero scientifico,  sull’Europa e sulla moneta unica, sull’uso della forza in determinate situazioni e su tante questioni economiche, rispetto alle quali rivelavo una scandalosa vicinanza a quei liberali che a parole avrei dovuto disprezzare! Mi accorsi che l’estremismo – al di fuori delle arti – mi respingeva, così come mi respingeva la Totalità hegelo-marxista. La dura verità stava emergendo. Ero un riformista. «Dio buono, che vergogna!». Ma fingevo, negavo soprattutto a me stesso, perché non è sexy essere riformisti a vent’anni. Ai tempi di Genova – quando  il Bertinotti, che si è sempre creduto molto furbo, cercava di “cavalcare i movimenti” – osservavo con curiosità quello che succedeva nella galassia no-global. Era una realtà che mi attraeva e mi respingeva allo stesso tempo, che fondamentalmente non capivo e che un po’ invidiavo. Mi accorsi ad esempio che alcuni giovani cattolici di paese, cresciuti e rimasti topi di sacrestia, ora si erano piazzati più a sinistra di me, in quella cazzo di Rete Lilliput! Non che fosse una novità, nella storia politica d’Italia.

Alcuni episodi lasciarono il segno. Ricordo ad esempio la presentazione di Impero di Toni Negri e Michael Hardt, a Trieste, credo proprio nel 2001. Quando le tirate negriane raggiungevano il climax, mi giravo verso il resto della platea in cerca di qualche sorriso, ma lo studentame adorante non coglieva il ridicolo. Applaudivano anzi sempre più forte, guidati dai capiclaque dei disobba locali. Mi venivano in mente le descrizioni di certi rituali primitivi: mi aspettavo che Negri da un momento all’altro tirasse fuori un coltellaccio e immolasse Pier Aldo Rovatti, seduto di fianco a lui. Finita la messa, mi fermai a cercare qualche voce di dissenso. La trovai in un giovane comunista di non so che gruppetto, il quale, dopo aver dato del revisionista a Negri, mi spiegò con tranquillità che il crollo definitivo del Capitale, dati alla mano, era ormai una questione di mesi. Occorreva pensare all’organizzazione dei soviet nella Bassa Friulana. In quell’occasione compresi due cose importanti. La prima era che avrei sempre preferito i veterocomunisti ai postoperaisti innamorati del suono della loro voce. La seconda era che le infinite faide interne alla Sinistra avevano effettivamente qualcosa di religioso. Era una lotta per l’egemonia dottrinale che continuava da un secolo e mezzo, fatta di chiese, concili, scismi, movimenti ereticali, scomuniche, roghi, santi e martiri. Occorre avere almeno un po’ di fede, in quelle faccende. A me la fede manca del tutto e, agli invasati che si scannano per la giusta dottrina, preferisco chi tenta concretamente di mettere una pezza ai mali del mondo (e non al Male, che nessuna utopia potrà mai eliminare) senza troppi strepiti, con umiltà e intelligenza. La maggior parte dei comunisti pre-Bolognina erano fatti così, a ben vedere. Ma erano comunisti? Io di sicuro non lo sono più.

Sia chiaro: non rinnego niente. Se penso soprattutto a quel circolino di paese, so di aver scelto le migliori persone che potessi frequentare allora. Con alcuni era nata una vera amicizia, al di là della politica e se ora non ci vediamo più è soltanto perché la vita ci ha allontanati. Nel ’98 mi ero già trasferito in città per studiare, come gli amici più stretti. Cominciai a tornare meno spesso al paese, soltanto per vedere i miei. Negli anni ho continuato a frequentare gli stessi ambienti, un po’ per affinità, un po’ per abitudine, un po’ per caso. Ho scoperto lo strano piacere delle eresie marxiste (francofortesi-operaisti-situazionisti-etc.) considerate puramente come generi letterari. Ho votato tutti i partiti della sinistra, comunista e non, inclusi i Radicali ed escluso Tonino Di Pietro, che non è di sinistra. Grazie a Gianpaolo Pansa, mi sono iscritto all’ANPI, che qui a Venezia spesso delega la faccenda delle iscrizioni a…Rifonda (mi hanno già telefonato varie volte perchè vada a ritirare la tessera 2012 al circolo, me ne dimentico sempre).

Ho scoperto che, là dove la Sinistra è maggioranza, i sinistronzi sono legioni, sia tra i puri e gli antagonisti che tra gli opportunisti e gli amici dei palazzinari. La stronzaggine, del resto, è una qualità prepolitica che a volte si colora di qualche tinta. Quanta ideologia, decisamente troppa. Quanta ideologia è davvero necessaria per affrontare razionalmente e in modo laico le questioni più elementari, ad esempio del dove e come far passare una strada o una ferrovia? Sarà che viviamo in uno strano Paese, una Repubblica in cui non è mai esistita una Destra democratica, dove c’è la Sinistra più settaria del mondo, dove il termine “legalità” evoca un’idea di Stato di polizia, mentre “antifascista” – anche grazie agli sciocchi per i quali tutto è fascismo, dalla cravatta al biglietto del tram – viene scambiato per qualcosa di a-democratico e violento dalla maggioranza filistea. La quale maggioranza, peraltro, in fatto di democrazia, avrebbe molto da imparare. Con la crisi, poi, lo scenario si è fatto ancora più confuso, le parole d’ordine sono diverse, o hanno cambiato senso, e il vecchio Marx – un grande classico della modernità, da leggere e rileggere – non sta più sulle insegne della rivolta. La verità è che ho provato ad essere comunista fuori tempo massimo, quando il comunismo era ormai una pantomima, e la radicalità stava prendendo altre forme, come oggi appare evidente a tutti. Pare proprio che i vent’anni passati dalla fine del socialismo reale siano stati soltanto una parentesi di spappolamento e marcescenza delle idee radicali: postmodernisti e tradizionalisti, cyberfanatici e luddisti, islamisti e leghisti, complottisti, signoraggisti, sciroccati ingenui e miserabili che spillano loro quattrini, giovani borghesi indignati, nazi e fasci 2.0, comunisti che riscoprono la patria e fanno l’occhiolino ai rossobruni. Tutta roba da cui mi tengo ben distante.

Resta il problema dell’etichetta da portare. Sembra che non se ne possa fare a meno. «Riformista…» no, «Migliorista…» nemmeno, «Socialdemocratico» per carità. Il mio amico comunista scuote la testa. Quelle etichette non gli piacciono. Improvviso e azzardo un «Azionista», nel senso del Partito D’Azione, di Giustizia e Libertà, di Rosselli, Rossi, Salvemini, Ginzburg, Lussu, Foa, Spinelli, Galante Garrone, Fenoglio, etc. «Ecco, ti pareva, snob fino all’ultimo!», direte. Boh. A me sembra più snob citare Agamben, la biopolitica e i rizomi, ed ho il sospetto che il vero discrimine stia nell’attitudine all’autoironia, qualità estremamente rara (e preziosa), in politica:

Nel febbraio del 1974 il “Giorno” pubblicava un’intervista fattami da Corrado Stajano. Il titolo, credo non scelto da lui, era: Il mite giacobino non s’arrende. Quella qualifica mi mise di buon umore, e subito scrissi e mandai a Stajano, dedicandoglielo, questo scherzoso


Autosfottò del “mite giabobino”

Gli antifascisti levano le tende
ma il mite giacobino non si arrende.
La birba vince e il giusto se la prende,
ma il mito giacobino non si arrende.
Cadono Luther King, Kennedy, Allende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La fiaccola del Mis losca si accende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La classe dirigente compra e vende,
ma il mite giacobino non si arrende.
Dilaga il mal da Napoli a Torino,
ma non si arrende il mite giacobino.

(Alessandro Galante Garrone, Paolo Borgna – Il mite giacobino, Roma, Donzelli 1994)

Avercene, di miti giacobini così.

(Fine)

Io, Rifonda e gli altri/2

Lo sappiamo, la politica a vent’anni è anche un rifugio dalle magagne che l’ingresso nell’età adulta comporta. E tuttavia a quella roba io ci ho creduto per davvero. Riconoscevo le ingiustizie, mi identificavo, pensavo ai rimedi, cercavo un senso, una direzione, un’identità forti. E una famiglia aggiuntiva, in un certo senso.


Se devo scegliere un solo ricordo prezioso di quel mio noviziato politico, penso ad un episodio apparentemente banale. Era morto T., lo storico sindaco socialista del paese, una persona in gamba e perbene. Avevamo inviato un telegramma di condoglianze alla famiglia, e la figlia ci aveva risposto con una bella lettera. “Ai compagni del circolo di Rifondazione”, diceva. Mentre R. la leggeva, sentivo – e percepivo negli altri – una sorta di lieve commozione, un sentimento che non avrei mai più provato, né il 25 Aprile, né il Primo Maggio, né in altre occasioni di quel tipo. Quando sento parlare di ‘Unità della Sinistra’ mi torna sempre alla mente quell’episodio. Proprio in quel periodo, per la prima volta nella storia dell’Italia Repubblicana, la classe dirigente dell’ex PCI era al governo del Paese. Non da sola, certo, e al prezzo di molti compromessi, come si fa in democrazia. Dal punto di vista del mio partito di allora, il primo governo Prodi era un esecutivo sostanzialmente liberista cui tuttavia si poteva dare l’appoggio esterno. Era pur sempre l’unica alternativa a Berlusconi, i cui otto mesi di governo erano sembrati una tremenda allucinazione collettiva. Per un paio d’anni, pur tra mille tentennamenti, il gioco funzionò, finché non arrivò il “grosso scherzo” di Bertinotti, ricordato da Nanni Moretti nei giorni scorsi. Al momento della fiducia sulla finanziaria dell’autunno ’98, Rifondazione votò contro e fece cadere il governo. Il bello è che oggi quella finanziaria, se paragonata alle (salutari) legnate di Monti, pare scritta da Keynes in persona. Certo, occorre storicizzare, contestualizzare. Come no. Il Fausto difende tuttora con una certa arroganza una scelta che, già allora, mi pareva assolutamente incomprensibile. Ricordavo la visione di Maroni e Ferrara ministri, o meglio la sola idea di Maroni e Ferrara ministri, e rabbrividivo. Non avevo dubbi, Rifonda aveva fatto un’enorme cazzata. Se non altro, imparai qualcosa sul narcisismo, sulla politica politicista, sui tic dei rivoluzionari da salotto, dei parolai radical chic che, dopo aver arringato le loro folle, si ritrovano a bere prosecchi nei palazzi della nobiltà romana. Decisi di uscire dal partito, terminando dopo neppure un anno la mia esperienza di militante-tesserato (ah, non stracciai la tessera, che conservo ancora da qualche parte). Dichiarai la mia intenzione ad una delle solite riunioni settimanali. Alla preoccupazione per le reazioni degli altri – che in parte già sapevano – si univa un certo compiacimento per quel mio piccolo gesto da dissidente. Non avevo capito un cazzo.

Con mia grande sorpresa, la mia scelta aveva infatti dato il via ad una sorta di effetto domino. Quella sera tutti i compagni del direttivo espressero la volontà di lasciare il partito. Beninteso, con motivazioni opposte alla mia: non giudicavano più tollerabile l’ambiguità di Bertinotti rispetto alle scelte liberiste del Centrosinistra. “Siamo anticapitalisti o no, cazzo?!”. Potevano pensarci prima, direte voi, come poteva pensarci prima Bertinotti. Transeat. Ciò che conta è che la defezione di gruppo ebbe una conseguenza grottesca, o drammatica, a seconda dei punti di vista. Venendo a mancare il nucleo che teneva in piedi il circolo, quest’ultimo, semplicemente, cessava di esistere. L’unico ventenne, il sottoscritto, mollava, i trentenni pure (anche se non ricordo più cosa fece E.), gli anziani era già tanto se rinnovavano l’iscrizione. E i comunisti di mezz’età dov’erano? Non c’erano. Erano tutti diessini. Toccava comunicare la notizia alla Federazione Provinciale. Non la presero benissimo. Qualche giorno dopo, inviarono un apparatčik per tentare di convincerci a fare marcia indietro. Pazienza per noi quattro cazzoni, ma era pur sempre il circolo di un importante centro operaio che veniva a mancare. Lo sapevamo, Rifonda in fabbrica di fatto non esisteva, ma sbandierarlo così, in quel modo, in quel momento! Giacca, cravatta, soprabito scuro e ventiquattrore, l’apparatčik si presentò alla riunione successiva, e non fu granché persuasivo. Non ricordo alla lettera cosa ci disse ma, pescando nelle formule di rito, è facile ricostruire il suo meccanico pistolotto: “Vi invito a riflettere, questo è proprio il momento di dimostrare compattezza, superando le logiche di corrente, sostenendo la coraggiosa scelta della direzione nazionale, che ha voluto alzare la posta, al di là di ogni opportunismo“, eccetera. L’opportunismo era ovviamente quello di Cossutta e Diliberto, gli scissionisti. Niente da fare, avevamo deciso. Al di là delle motivazioni strettamente politiche, i più vecchi avvertivano quella stanchezza che ti prende dopo aver tanto predicato nel deserto, assieme al desiderio e alla necessità di dedicarsi ai sacrosanti cazzi propri. L’inviato della Federazione prese atto e se ne andò. Fine. Dopo mezzo secolo, i comunisti non avevano più una sezione in paese. In realtà nessuno di noi smise subito di fare politica, c’erano pur sempre l’associazione e il giornaletto. Ma senza il partito veniva a mancare un binario fondamentale. Per quanto mi riguardava, assecondai sempre più il mio individualismo – quello che alla lunga, se non te ne vai di tuo, ti porta ad essere cacciato dalle parrocchie – e cominciai a riflettere sul come la pensassi veramente, al di là di pose e infingimenti vari. Cominciai sul serio a leggere i testi sacri (canonici ed apocrifi) della Sinistra, e in quel periodo nacque la mia discutibile predilezione per il saggio rispetto al romanzo. (continua)

Io, Rifonda e gli altri/1

«Bertinotti, in nome dei lavoratori che diceva di rappresentare, tolse la fiducia a Prodi e, secondo me, di fatto fece perdere 10 anni a questo Paese»

Quanta politica. Troppa, nella mia testa ce n’è troppa, anche e soprattutto ora che è diventata una passione fredda, come possono esserlo la cucina o le collezioni di dischi. E’ da un po’ che penso di scrivere qualcosa sul mio apprendistato politico. Il recente battibecco tra Nanni Moretti e Fausto Bertinotti mi è sembrato un ottimo pretesto per farlo.

Ne è passato di tempo. In prima liceo, dopo aver vissuto in casa lo psicodramma della Bolognina e la fine del glorioso Partito Comunista Italiano, mi dichiarai simpatizzante del PDS. Ci pensarono gli ormoni ed Edipo a farmi cercare un posto, per così dire, alla sinistra del padre. Cominciai a seguire quello che faceva il Partito della Rifondazione Comunista. Piccolo e irriducibile, teneva le vecchie insegne bene in alto, mentre Occhetto le aveva appoggiate ai piedi della Quercia, come attrezzi dimenticati. Per parte mia, nel corso di tutta l’adolescenza, a pranzo e a cena, accusavo papà e tutti i diessini di aver “tradito il marxismo e la lotta di classe”, diventando una forza socialdemocratica il cui obiettivo era “la mera gestione dell’esistente” – un’espressione imparata da qualche parte che mi piaceva molto, allora, ed oggi capisco il perché. Rifonda invece ci credeva ancora, mi dicevo. Già allora ero un cane piuttosto sciolto, ma sapere che c’era Rifonda mi rassicurava, rassicurava cioè sia quel po’ di ribellismo adolescenziale che il mio bisogno di certezze religiose: in fondo non era passato molto tempo dal mio abbandono della tonachella da altar boy. Avevo cominciato a girare col “Manifesto” in bella mostra (“Liberazione” no: era francamente illeggibile), la sciarpetta rossa e, per un certo periodo, un baschetto di una taglia più piccolo che mi causava dei tremendi mal di testa. Venivo affettuosamente preso per il culo dagli amici più stretti – impolitici e tendenti al nichilismo. Non potevo votare e non ero un piccolo attivista, è che a quell’età occorre scegliere la propria sottocultura, anche se vivi nella provincia profonda, dove anche mettersi l’orecchino pare un affare di Stato. In paese c’erano i metallari, uno di noi si era tatuato l’omino di Tales from the Punchbowl dei Primus, ed io facevo il comunista col baschetto, ecco. Pochi anni dopo, incontrai finalmente il Partito. L’incontro avvenne nell’umida stanzetta che K., un’amica americana, anarchica e decrescista – quando ancora la decrescita non era di moda – aveva affittato al piano terra di una villa del seicento, e che aveva fatto diventare una sorta di centro sociale noto in paese come “il Search“. Al “Search”, tra gli altri, c’era Rifondazione che teneva la riunione settimanale del direttivo. Il locale circolo di Rifonda contava allora una ventina di iscritti, una metà dei quali rappresentata da vecchi e soprattutto vecchissimi ex-piccì, legati sentimentalmente all’idea della tessera. I militanti attivi erano una mezza dozzina. Erano quelli che venivano alle riunioni, che volantinavano il giorno di mercato e che cambiavano la prima pagina di Liberazione nella bacheca sotto ai portici. Fiancheggiavo, ma l’idea di tesserarmi ancora era respinta da quel mio fondo individualista e piccolo borghese – roba da gulag, in altri contesti. Cominciai a frequentare i compagni più giovani, che avevano almeno dieci anni più di me. Assieme ad alcuni di loro, e ad un paio degli amici impolitici, fondammo una piccola associazione culturale, dedita tra le altre cose a un cineforum che fece scoprire ai valligiani Lo sguardo di Ulisse. Insomma, che lo fece scoprire a quei quindici, organizzatori compresi, che vennero a vederlo.

Quel natio borgo selvaggio che fa da sfondo agli eventi narrati è da molti anni la capitale mondiale dell’industria dell’occhiale. Meno di cinquemila abitanti, più di 3500 operai nella sola sede centrale del marchio, un grosso scatolo blu che ho visto crescere anno dopo anno, oltre gli argini del torrente. C’era la Fabbrica, quindi, ma si era pur sempre all’estrema periferia, in una valle lontana dai grandi centri e dalle vie commerciali. Di conflitto sociale nemmeno l’ombra, né di razzismo. C’era il benessere addormentato del Nord-Est, dove il disagio viene neutralizzato dall’alcool, dall’eroina e dagli antidepressivi. Ti veniva il sospetto che dell’essere comunisti lì mancassero le ragioni di lotta, e rimanessero solo le seccature. Ad accollarsi quelle seccature, nel direttivo del circolo, c’era un po’ di tutto, in quanto a tendenze. R., che veniva dalla Pantera in Statale a Milano, G., che a suo tempo era stato studente di mio padre all’ITIS ed aveva una cotta per le discutibili idee di Costanzo Preve, ed E., l’unico operaio del gruppo, che riuscì infine, per estenuazione, a farmi fare la tessera dei Giovani Comunisti, in quel 1998. Localmente contavamo meno di zero, rimaneva così molto tempo per la chiacchiera teorica. In giro c’era un certo fermento, i cui echi lontani erano giunti anche nella valle. Erano gli anni del cosiddetto movimento dei movimenti, di Seattle, di Attac, dei Social Forum, di Luther Blissett, degli Zapatisti (e chi se li ricorda più, gli Zapatisti?). K., per quanto additata come fricchettona dagli altri, rendeva il dibattito un filo più interessante grazie a qualche idea e a qualche libro non omologati. Ricordo gli scritti di Capitini sulla nonviolenza, l’autobiografia di Emma Goldman, o la raccolta dell’Internazionale Situazionista, tutta roba ben più stuzzicante del “Che fare” di Lenin, che pure stava lì sullo scaffale. Per qualche tempo facemmo uscire anche un giornaletto che sarebbe diventato poi “centro di elaborazione politico-culturale” (!), impaginato orrendamente dal sottoscritto, con Publisher 3.0. Ci scrivevo anche, mi è capitato di rileggere un articolo in cui svolgevo una specie di critica del Lavoro come feticcio, roba parecchio ingenua che però, anni dopo, mi avrebbe portato a leggere con curiosità le tesi di Robert Kurz. Non mancavano le conferenze, naturalmente. In quel caso toccava andare dalle vecchiarde della biblioteca civica – maestre elementari in pensione, clericali e reazionarie – e prenotare la saletta, che ovviamente non riuscimmo mai a riempire. «E’ venuta tanta gente? No? Che peccato…» sfottevano le vecchiarde, quando andavamo a restituire le chiavi. Tra i relatori ricordo Giorgio Riolo di Punto Rosso, Paolo Cacciari e un delirante Gianfranco La Grassa, che la sera, in pizzeria, si augurò «un nuovo fascismo a fare da contraltare allo strapotere americano». In quel momento mi sembrò di capire che cosa significasse veramente la faccenda degli “opposti estremismi”. La Grassa era stato invitato da G., una brava persona che purtroppo subiva il fascino di certe cupezze apocalittiche. Mi divertivano poi certi personaggi di una sinistra ultraresiduale che uscivano dal buco un paio di volte l’anno per palesarsi a quelle conferenze. Scoprii che esistevano ancora i Bordighisti. I Bordighisti! (continua)

N.d.a. WordPress ultimamente funziona da schifo. Un’altra bozza persa e rinuncio al post. Così non saprete mai se sono rimasto comunista oppure no.


Ricordare tutto, ricordare bene

Esuli istriani in partenza da Pola col piroscafo “Toscana”, 1947

I confini difficili ti parlano della loro Storia anche se non glielo chiedi. Così, quando abitavo a Trieste, aspettando l’autobus in piazza Goldoni, vedevo davanti a me, tutti i giorni, l’insegna della sede dell’Unione degli Istriani. E ricordo il disappunto di un’amica croata di fronte all’uso di chiamare Fiume la sua città, Rijeka. Cioè, Fiume, appunto. « Sono passati tanti anni, basta! », diceva. Obiettavo, senza successo, che mi pareva naturale chiamare un certo luogo col toponimo posseduto storicamente dalla mia lingua, senza per questo avere pretese territoriali su quel luogo. D’altronde, mi sembrerebbe ridicolo dover dire “vado un paio di giorni a London” oppure “Greta è di München”, così come ho trovato fastidioso e un po’ straniante sentire il velista padano, in vacanza nelle meravigliose isole del Quarnaro, insistere sul fatto che lui fosse stato a Krk, non a Veglia. Questo genere di questioni riempie migliaia di pagine nei testi di Geografia Culturale, ma alla maggior parte della gente basterebbe un po’ delle vecchie Storia & Geografia ben insegnate. A titolo di esempio, mi domando se il coglioncello che ha sentito l’urgenza di fare il suo tweet del cazzo nel Giorno del Ricordo sappia collocare Trieste e l’Istria sulla cartina geografica:

(Al coglioncello potrebbe far bene leggere la storia di Eugenio Galandauer e degli altri Ebrei fiumani salvati da alcuni giusti in Romagna. Italiani e Fiumani, ma privati della cittadinanza in quanto ebrei).

Non che le testimonianze e una buona storiografia salvino dalle rimozioni, dalla memoria selettiva e dalle strumentalizzazioni politiche. Ma queste diventano pane quotidiano soprattutto in un Paese ignorante, che non ha mai fatto seriamente i conti con le proprie vicende più tragiche, e che vive il passato, più ancora che il presente, come una partita di calcio, dalla curva dello stadio, trombe in mano. Foibe! Sappiamo come sia facile far coagulare una polemica attorno ad una parola divenuta simbolo. Così ricoperta dagli slogan, la parola diventa un oggetto enorme, minaccioso, dietro al quale scompare il referente, ossia la storia che andrebbe studiata e raccontata. Per sessant’anni, gli infoibamenti del ’43-’45, e in generale le vicende del confine orientale, sono diventati quel tipo di oggetto, randello polemico usato dalla Destra in chiave anticomunista, da opporre al silenzio di buona parte della Sinistra. A chi voglia imparare qualcosa sull’argomento, consiglio il fondamentale Foibe, di Raoul Pupo e Roberto Spazzali. Costa poco e dice molto, con grande rigore. A titolo di introduzione, vi consiglio anche di leggere due articoli (che trovate qui e qui) a firma dello stesso Pupo.

Sarebbe però a mio avviso un male se questo giorno, istituito un po’ frettolosamente, diventasse “il giorno delle foibe”. Oggi si deve ricordare soprattutto l’Esodo, e cioè la traumatica frattura dell’esperienza storica giuliano-dalmata, e occorrerebbe farlo possibilmente senza che il trauma oscuri e cancelli la memoria positiva di quella cultura. Si è cominciato a capire che l’interesse per la storia della Venezia-Giulia e della Dalmazia non ha nulla a che fare con l’essere fascisti o col coltivare deliranti revanches nazionalistiche, e che la fascinazione per la civiltà “veneta” prosperata sulle sponde orientali dell’Adriatico non può essere confusa con i deliri di leghisti nostalgici e serenissimi imbecilli. Fanno veramente pena, fascisti e leghisti, fingendo di ignorare il carattere cosmopolita di quei luoghi (ridotti a provincia periferica da Mussolini) o l’importanza del Veneto da mar in quanto lingua franca di tutto il Mediterraneo (così lontano dall’idea piccola e meschina della lingua inventata per il kapannonistan veneto).

Il “Golfo di Venezia” in una carta di Vincenzo Maria Coronelli

A titolo di simbolico e personalissimo tentativo di risarcimento per quelli che, lasciate le loro case e le loro vite laggiù, trovarono una madrepatria assai matrigna, ignara e indifferente, dedico il 10 febbraio su flaneurotic – sempre che il blog sopravviva alla mia patologica incostanza – al ricordo positivo della cultura giuliano-dalmata. Sarà un contributo molto semplice, in cui mi limiterò a menzionare un celebre (o meno celebre) istriano, fiumano o dalmata. Quest’anno, appena terminate le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità, mi pare doveroso iniziare con l’illustre letterato e patriota Niccolò Tommaseo, autore del celeberrimo Dizionario della Lingua Italiana, nativo di Sebenico (cioè Šibenik…). L’immagine di Tommaseo è una presenza quotidiana, qui a Venezia: la sua statua in Campo S.Stefano viene simpaticamente identificata come “el Cagalibri“…

Ecco cosa scriveva nel 1848 in Delle nuove speranze d’Italia (non ditelo: quelle speranze rimangono nuove nel 2012):