Mafia Capitale, un’occasione da non perdere

 

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A proposito di eccellenze italiane da difendere, mi domando perché ancora non si sia riconosciuta la grandezza di certi nostri «garantisti». Quello del garantismo a orologeria è un meccanismo di precisione straordinario, ed è forse l’eredità più importante che il ventennio berlusconiano ci abbia lasciato. Guardate ad esempio come in queste ore le truppe scelte terziste si muovano come un sol uomo, le faretre piene di straw man o argomenti ad hominem da lanciare a chi di fronte all’ennesimo scandalo pubblico accenni ad un minimo di indignazione. I garanterzisti italioti non te ne fanno passare una. Se chiedi giustizia, vieni precipitato immediatamente a bruciare nella gehenna dei giacobini e dei mozzaorecchi, assieme a Flores D’Arcais. Se ritieni necessario un codice etico per la politica, è come se invocassi lo Stato etico nazista. Se parli di un sistema di malaffare, sei trattato come certi mitomani complottisti (che in effetti non mancano, come insegna la storia della c.d. “trattativa Stato-Mafia”). Se manifesti qualche timida riserva rispetto all’opportunità, per un rappresentante politico – al di là delle fattispecie penali – di frequentare certi personaggi, sei nella migliore delle ipotesi un fesso, nella peggiore, un moralista di tendenze illiberali. A questo punto, tu che in fondo rimarrai sempre un “apprendista liberale”, ti chiedi dove stia il tuo errore. I liberali che avevi in mente, come Pannunzio o il giovane Pannella, erano gente che denunciava gli intrecci tra politici e palazzinari nell’Italia del boom, per dirne una. Evidentemente oggi non usa più. Essere «liberali» nell’Italia di oggi significa semplicemente praticare una variante distorta di libertinismo per la quale l’esercizio del Potere presuppone necessariamente l’immoralismo radicale.

La falange del «Foglio» arriva in questi casi a livelli spettacolari, al punto da strapparti quasi un applauso. Mafia Capitale è tutta una fantasia di questi magistrati-romanzieri, il 416 bis è una schifezza, l’unica vera mafia è quella siciliana, coppole e lupare (e, siccome nemmeno quella esiste più, ne consegue che la mafia non esiste), il Principe non si tocca, il manovratore non si disturba, perché loro (i potenti) sono loro, «e voi nun siete un cazzo». E via così, tirando forte la corda della democrazia, perché tanto questa corda ha retto a decenni di strattoni, che vuoi che sia se quegli adorabili discolacci dei nostri politici ne combinano sempre una. Stupisce quindi che un altrimenti agguerritissimo oplite terzista come Fabrizio Rondolino, sulle pagine di Europa, affermi come sia «necessario che la politica dia un segnale profondo di discontinuità», pena «il discredito definitivo della politica (non solo) romana». Purtroppo temo che «il discredito della politica» sia un eufemismo che non rende assolutamente l’idea del pericolo che corre la democrazia stessa. Grillo è arrivato per primo, Salvini segue a ruota, ispirandosi al peggio delle destre europee. Per ora manca la massa critica, ma quanto potremo confidare ancora nella debolezza delle spinte antisistema? A questo Renzi dovrebbe pensare seriamente, smettendola di barcamenarsi tra slogan e scelte tattiche. Sia chiaro, che Buzzi fosse presente alla cena di finanziamento del PD all’EUR, appena un mese fa, non dimostra nulla, se non che rottamazione e cambio di verso non sono davvero possibili in un sistema di relazioni di potere radicatissimo come quello romano. Bisogna scendere a patti, e questo hanno fatto i renziani, a Roma come ovunque fossero in minoranza. Non basta portare a Roma un tesoriere fiorentino per cambiare le cose.

Del resto, guardando oltre il caso della Capitale, con tutto il plus di grottesco, di vernacolare, di eccessivo dei suoi protagonisti, le storie di certe cooperative sociali si assomigliano un po’ dappertutto. La marginalità rende, a livello economico e a livello di rendite elettorali, perché è facile per il capobastone di turno portare i propri soci ex carcerati o ex-tossici a votare in blocco per il candidato amico – anche solo alle primarie di partito, se il marginale è un migrante. Anche più facile di accaparrarsi e mantenere i voti dei lavoratori della partecipate comunali. Così si eleggono i sindaci in Italia, in particolare nel caso in cui lo scarto tra candidati non sia enorme.  Dal «Sindaco d’Italia» come ama definirsi, pretendo di più, almeno su questi temi. Commissariare il PD romano è un inizio, ma non basta. Posso accettare ogni tipo di compromesso, in materia economica e fiscale – ammesso che possieda gli strumenti sufficienti per giudicare una manovra economica. So bene che Matteo Renzi non è il taumaturgo che molti suoi pasdaran tendono a credere o far credere. Ma sulla questione morale no, non posso fare sconti. Da una parte per la rabbia e la sofferenza che mi causa l’impunità del Potere, dall’altra perché la rabbia degli Italiani sta corrodendo le basi della nostra democrazia, dando spazio a chi vorrebbe sostituirla con qualcos’altro. Non possiamo perdere anche quest’occasione.

È arrivata la bufera

Certamente una bufera attesa, e comunque sorprendente per la sua violenza. Non occorrevano particolari doti di preveggenza per sapere che, dopo gli arresti di Baita e Mazzacurati, l’inchiesta sui lavori del MOSE avrebbe presto o tardi toccato il livello politico. Anche sui nomi non era necessario sforzare troppo l’immaginazione: il coinvolgimento di Giancarlo Galan era atteso da almeno sei mesi. Non sto emettendo sentenze, attenzione, rilevo solo la meccanica elementare di qualunque sistema di corruzione: se una mano dà, un’altra mano riceve e da qualche parte questi soldi “volanti” saranno pur andati a finire. Ministeri ed enti locali sono i luoghi in cui i magistrati hanno il dovere di cercare i responsabili. Per questo, per quanto grave (e assai infrequente), nemmeno l’arresto di un sindaco in carica può stupire.

In questo momento sono tre le piccole notazioni che mi preme fare su questa vicenda.

La prima è relativa al solito ridicolo scontro «giustizialisti vs garantisti». Sono convinto che la Giustizia italiana sia malata e necessiti di una riforma, non amo l’idea di carcere e detesto chi crede di ottenere qualche rivalsa politica o sociale per via giudiziaria. Però siccome ad indignarsi per la malagiustizia, sempre e soltanto quando sono i membri dell’élite a finire in manette, ci sono già tutti i grandi opinion maker terzisti, ho deciso che non c’è alcun bisogno del mio contributo. Spiace che l’élite palazzinara convenuta ai vernissage della Biennale di architettura sia stata turbata dagli arresti eccellenti. Sono certo tuttavia che sapranno riprendersi rapidamente. Chi, come la Signora Alberta Marzotto, va sostenendo che la «giustizia a orologeria» starebbe causando un danno d’immagine al Paese farebbe forse meglio a tacere. Dovrebbero forse tacere anche certi miei compagni di partito, scattati come dei misirizzi garantisti in difesa di Orsoni . Qualcun altro ha tirato in ballo il povero Enzo Tortora, che mi auguro venga di notte a tirare i piedi a tutti quelli che ne strumentalizzano il nome.

La seconda notazione riguarda il mio sindaco, Giorgio Orsoni – accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti durante la sua campagna elettorale. A naso, se devo dirla tutta, trovo la cosa improbabile, ma ritengo altrettanto improbabile che in una piccola città chiacchierona in cui gli affari si decidono davanti a un fritto misto e una bottiglia di prosecco millesimato, un rappresentante del professionismo cittadino così ben introdotto, una volta eletto, sia diventato improvvisamente cieco. Massimo Cacciari, predecessore di Orsoni, in queste ore sostiene come sia il sistema degli appalti pubblici sulle grandi opere «in regime d’emergenza» – cioè, in Italia, sempre – a rendere impossibile per un amministratore il controllo di eventuali illeciti. Una tesi che non mi convince del tutto. Detto per inciso, questo arresto non influisce minimamente sul giudizio politico che ho già formulato da tempo. Nel 2010 ho votato Giorgio Orsoni controvoglia, spinto dallo spauracchio di Renato Brunetta sindaco. Oggi non lo rivoterei perché ritengo quella di Orsoni un’amministrazione deludente da ogni punto di vista, fatta di assenza di visione, di scarsa trasparenza, di grande ambiguità politica del Sindaco in persona, che si è sempre potuto permettere di intestare a sé stesso i (pochi) meriti di questi quattro anni e di incolpare di tutte le magagne il PD, le giunte precedenti e – come tutti i sindaci dello Stivale – il patto di stabilità. Occorre aggiungere che questo atteggiamento è stato reso possibile proprio dalla deliberata assenza del PD – primo partito in città – in quanto attore politico. L’amara verità è che l’idea, così di moda negli ultimi vent’anni, secondo cui la politica avrebbe dovuto ritrarsi per far spazio alla cosiddetta «società civile», ha solo lasciato le città in pasto ai vari gruppi di interesse, ritenuti in grado di autogestire le proprie attività senza alcuna mediazione. Si è creduto che il declino della città potesse essere arrestato lasciando fare i vari amici e amici degli amici (Pierre Cardin, per intenderci, non faceva parte degli amici). Grave errore, anche quando commesso in buona fede, se la qualità dei soggetti in questione non è troppo alta. Mi pare siano in molti, nel PD, sia tra gli iscritti che tra i dirigenti, a pensarla come me. Qualche settimana fa avevo detto chiaramente al mio segretario che mi sarebbe risultato impossibile rinnovare l’iscrizione se il partito avesse deciso di ricandidare ancora Orsoni – magari senza primarie, perché l’avvocato le rifiuta, ritenendo che il sottoporre il suo nome a una consultazione (come nel 2009) equivalga a un giudizio negativo sul suo operato. Comunque Orsoni esca dalla vicenda, il problema non si pone più.

Ultimo punto: il riflesso condizionato di tutta quell’area che per comodità chiamerei “decrescista”, che in questi giorni di scandali, tra Expo e MOSE, gongola. Per intenderci, mi riferisco a tutti quelli per cui il cemento armato è uno strumento del demonio, le gallerie ferroviarie sono stupri della Madre Terra, ecc. Naturalmente non ho alcuna intenzione di fare una difesa d’ufficio del MOSE. Da anni mi sono fatto l’idea che sia un’opera inutilmente impattante e assurdamente costosa, ma ora che i lavori si avvicinano ormai alla fase conclusiva occorre solo sperare che queste accidenti di paratie funzionino, anche perché il pensiero di aver buttato – letteralmente – a mare quasi cinque miliardi di euro per nulla sarebbe davvero difficile da sopportare. Vorrei però tentare di rispondere alla critica generica contro le grandi opere. Non affronto qui il problema del discorso contro la Modernità che sta alla base di questa critica, perché non è affrontabile razionalmente. Più prosaicamente, dire che «dove ci sono grandi opere, c’è mafia e corruzione» è una magnifica scoperta dell’acqua calda. I lavori per la metropolitana milanese nel corso degli anni ’80 hanno rappresentato un enorme serbatoio di corruzione politica. Grazie a quei lavori, però, Milano possiede – unica città d’Italia – un trasporto pubblico degno di una grande città europea. Qual è il problema, la metropolitana o la classe dirigente corrotta? Sarà per colpa delle grandi opere se siamo la più corrotta delle democrazie occidentali, o non sarà forse per via di una certa mentalità familistico-mafiosa, quella del «fatti li cazzi tuoi»? Credo che persino un cercopiteco saprebbe rispondere sensatamente. Che facciamo, rinunciamo per sempre ai grandi progetti perché non siamo capaci di condurre seriamente una gara d’appalto, tenendo fuori gli ‘ndranghetisti, o perché i partiti non riescono a tener fuori i ladri? Credete davvero che se vincessero gli ideologi della decrescita, non troveremmo poi nessuno a chiederci il pizzo sulla casa di paglia?

In quel mentre, in una piccola città…

La brace grillina sarà davvero meglio della padella del solito malaffare? No. Credo che ci scotteremo malamente. Saremo soltanto un po’ meno unti. Arrostiremo, anziché friggere.

La notizia dell’arresto di Piergiorgio Baita e di vari altri notabili veneti (tra i quali spicca il nome dell’ex segretaria di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo) accusati, per ora, di frode fiscale, rischia quasi di venir oscurata dalla cronaca politica nazionale. E d’altronde, chi come me abita i sonnacchiosi resti della Serenissima non viene granché scosso dalla notizia, un po’ per secolare menefreghismo, un po’ perché non c’è davvero niente di nuovo sotto il sole. Già da luglio 2012 era in corso un’indagine su presunte false fatturazioni in casa Mantovani, e comunque in carcere Piergiorgio Baita c’era già finito vent’anni fa, quando Tangentopoli aveva sfiorato anche Venezia. Paradossalmente fu quello l’inizio della sua ascesa, culminata nella presidenza di uno dei più grossi contractor d’Italia. Mantovani, per capirci, è chi sta costruendo il MOSE e ha costruito la quasi totalità delle nuove infrastrutture del territorio veneziano (passante di Mestre, nuovo ospedale, tram, etc.), senza contare gli appalti in giro per lo Stivale, dalle spiagge sarde all’Expo 2015. Che sian bravi è fuori di dubbio, ma saranno davvero i più bravi? Sarà interessante tornare sull’argomento non appena verrà toccato il livello politico. Ma forse allora avremo altro di cui occuparci.

Garantismo tattico

Detesto anche solo l’espressione “tintinnare delle manette” e non ho mai “fatto il tifo” per la magistratura. Non si “tifa” per un potere dello Stato, semmai si auspica – votando di conseguenza, quando viene il momento – che quel potere resti indipendente e dalla politica e dalle ambizioni personali dei suoi rappresentanti. Non ho mai amato il protagonismo di certi magistrati e ancor meno i toni da Comitato di Salute Pubblica di certa Sinistra. Travaglio, poi, ha cominciato a lasciarmi perplesso in tempi non sospetti ed è sconfortante verificare come il cambiamento in questo Paese debba avvenire per via giudiziaria. Ciò detto, non è altrettanto sconfortante che un partito, una coalizione, un’idea di programma (ogni tanto qualcuno trova ancora il coraggio di ripeterla, la migliore barza del Cav., quella sulla “rivoluzione liberale”) e un’intera fase politica durata vent’anni si possano verosimilmente leggere come il tentativo dell’uomo più ricco d’Italia e dei suoi famigli di salvarsi dal fallimento e/o dalla galera? E’ andata proprio così, ed un giorno lontano, quando saremo tutti morti, lo si potrà dire senza suscitare più alcuno starnazzamento. La maggior parte dei cosiddetti “garantisti” italioti non ha il benché minimo interesse per la Giustizia in quanto tale, che in questo Paese versa nelle tragiche condizioni che sappiamo. Tralasciando i semplici prezzolati, tutti gli altri nutrono un qualche desiderio di revanche personale o politica (ma questo è uno dei casi in cui il personale è assolutamente politico) nei confronti della magistratura. Nel corso degli anni, allo zoccolo duro degli ex-craxiani si è aggiunta una pletora di valvassini del Principe, di pennivendoli inaciditi, di gente a cui hanno messo in galera il babbo o semplicemente punito la squadra del cuore. Tutta questa gente può contare sulla scarsa, scarsissima memoria degli Italiani. Non basterebbe, altrimenti, una grande faccia di culo per ricordare il ventennale di Falcone e Borsellino (un compitino facile facile) ed attaccare allo stesso tempo la Procura di Palermo – la quale non è investita di alcuna autorità divina, sia ben chiaro. Il fatto che qualche radicale rischi a volte di confondersi in questa massa mi mette un po’ di tristezza, ma insomma, una volta rinunciato all’idea di una confortante mamma politica, si può ben sopportare qualche contraddizione.

Insomma, si sarebbe potuto andare avanti così sino alla fine dei tempi, ascoltando in sottofondo le vocette di Cicchitto o Straguadagno o Lappaterga o Sarcazzochi, sinché la placca africana non avesse accartocciato del tutto lo stivale sul confine svizzero, sinché il livello dei mari non fosse salito fino a ricoprire anche i cocuzzoli, sinché non ci fossimo – alla buon’ora – estinti tutti. E invece mi sembra stia succedendo qualcosa di nuovo. La nuova fase dello scontro tra classe politica e magistratura si apre con qualche sorprendente riposizionamento, magari non dichiarato. La faccenda delle intercettazioni al Quirinale, la morte di D’Ambrosio, la risposta durissima di Napolitano («atroce è il rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose») stanno contribuendo a rimescolare le carte. I risultati politici di questa situazione potrebbero anche risultare interessanti. E’ a forza di avvisi di garanzia che Vendola (Vendola l’eclettico, Vendola il sostenitore dei progetti di Don Verzé, il delirante Vendola: «trent’anni di liberismo [?] che hanno portato l’Italia in grande crisi») si riavvicina a Bersani (e a Casini…), allontanandosi di gran carriera da Tonino di Pietro. La mossa giusta per i motivi sbagliati, ahimè. Stai a vedere che l’immaginario “partito dei giudici”, descritto dal Cav. e dai suoi famigli per vent’anni, si possa formare adesso, di fronte a una ricomposizione dei fronti: tutti quelli con avviso di garanzia, da una parte, quelli senza, dall’altra. Non sarebbe un bello spettacolo.

Il capocomico lascia la compagnia

La notizia è che Umberto Bossi si è dimesso. Beh, finalmente, direi. Uno col suo handicap, del resto, mica può reggere ancora a lungo i ritmi della politica attiva. Ma no, dice che si è dimesso per le accuse a Belsito, il tesoriere. Uno scandalo che colpisce anche il “cerchio magico” e la famiglia Bossi. Usavano i soldi dei rimborsi elettorali per i loro comodi! Uhm, fatemi capire: la novità consisterebbe nel fatto che i leghisti rubano? Ma pensa. E la faccenda Credieuronord-quote latte? Già dimenticata, eh? Oh, poi magari i loro elettori credevano davvero che un fazzolettone verde al collo rendesse immuni dal potere dei quattrini, vai a sapere. Chi crede all’esistenza della Padania può credere a tutto, in fondo. Il punto è che le ruberie non dovrebbero suscitare grandi sorprese. L’istigazione al genocidio sì. In realtà ci siamo abituati pure a quello. Mica male, come lascito culturale della Seconda Repubblica, no? Dice, sì vabbè, le solite boutade, dalla pallottola che costa cinquecento lire ai cappi alle sparate razziste di Borghezio alle “rivoluzioni” invocate da Giancarlo Gentilini, è tutto teatro. Faceva teatro (di strada) pure quell’ex Senatore della Repubblica che qui a Venezia, l’estate scorsa, minacciava di morte un mio amico senegalese: «Adesso salgo a prendere la pistola e ti ammazzo, e scommettiamo che non finisco neanche in galera?». Si sa che col teatro in Italia non si campa. Perciò rubano.