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La Germania, l’Europa e i vecchi odiosi stereotipi

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Non ci possiamo far nulla, siamo animali simbolici in cerca di senso, abituati ad astrarre e a caricare di significati i fatti più minuti. Lo facciamo ad ogni livello, dal circolo della canasta alle “scuole alte” – in quest’ultimo contesto, da quando il detto nietzschiano «Non esistono fatti, ma solo intepretazioni» è diventato legge, lo si può fare anche pagati, e quindi con maggior soddisfazione. Quando i fatti, da minuti, diventano notevoli, parliamo appunto di fatti significativi. Se il fatto implica una tragedia di qualche tipo, e naturalmente una morte o, meglio ancora, una strage, la ricerca di senso diventa quasi compulsiva. In una prospettiva religiosa, tutto risulta più semplice. Per contro, l’individuo secolarizzato e un poco rincoglionito dalla massa di informazioni che è costretto a digerire ogni giorno, se la deve cavare diversamente.

Nel caso della tragedia del volo German Wings, non si è nemmeno aspettato che la conta dei morti terminasse perché i rimasticatori simbolici attivi sui media, social o meno, vomitassero il loro bolo di senso. Si tratta di un bolo un tantino avvelenato, perché viviamo in un’epoca piena di veleni verbali. Così, a poche ore dallo schianto dell’aereo, una certa lettura della tragedia era già nelle teste di tutti. A partire dalle banali considerazioni – le uniche davvero sensate, a mio avviso – sul fatto che nel mondo reale il “rischio zero” non esiste, un esercito di commentatori ha cominciato a tirare in ballo la Germania. Sì, perché una volta appurata la non appartenenza all’Islam di Andreas Lubitz, una qualche colpa collettiva andava comunque trovata – sempre per la faccenda della ricerca del senso.

Un senso storico-politico-antropologico fa sempre la sua porca figura e dà molta più soddisfazione di altri significati, come quello religioso – per cui ce la si deve prendere con qualcuno che forse nemmeno esiste – o banalmente fattuali – per cui all’eventualità statistica che qualcosa vada storto si può reagire al massimo con una bestemmia – il che ci riporta al caso precedente. Si inizia quindi al bar con la semplice Schadenfreude rivolta al primo della classe («Hai visto ‘sti crucchi, sempre tutti precisi e affidabili, eh? Ben gli sta»), sino a diventare, in taluni editoriali, un’invettiva contro la loro arroganza, una critica che va ben oltre il caso German Wings e arriva naturalmente a toccare la questione fondamentale: il ruolo della Germania nell’attuale crisi europea.

Al fondo di tutto c’è infatti l’immagine di una Germania arcigna e arrogante, dei Tedeschi come bulli d’Europa, affamatori di popoli attraverso l’austerità, ottusi nella migliore delle ipotesi, consapevolmente malvagi nella peggiore, in un guazzabuglio nel quale si confondono governi e nazioni, si isolano singole componenti culturali, si ipostatizzano presunti caratteri nazionali perenni e, immancabilmente, si fanno paralleli a tratti osceni con gli episodi più tragici della storia del Continente. Nell’uscita del portavoce di Lufthansa («cose di questo tipo non sono nel nostro DNA») alcuni hanno addirittura voluto intravedere i segni del razzismo nazionalsocialista. Una formuletta da frasario aziendale, sentita mille volte, l’ultima delle quali, soltanto pochi giorni prima, dalla bocca del premier-motivatore Renzi in visita al cantiere di Expo («ce la faremo, perché è nel nostro DNA»), qui evoca i fantasmi peggiori del Novecento.

Inutile dire che di questa polemica antitedesca beneficiano in particolare i vari No-Euro, i quali raccolgono pazientemente i frutti di un quotidiano lavoro di propaganda a cui certo giornalismo partecipa ben volentieri, sia in Italia che in Germania. E se un grande conoscitore della cultura tedesca come Gian Enrico Rusconi invita a smetterla coi rispettivi, odiosi, stereotipi, immediatamente lo si vede arruolato dai No-Euro tra gli antitedeschi («lo dice anche Rusconi!») e tra i nemici dell’Unione Europea. Eppure, se c’è qualcosa che rafforza la nostra convinzione di europeisti, sono proprio queste deprimenti polemiche “etniche”. C’è un terribile non-detto che ogni tanto affiora nel discorso pubblico europeo, fatto di odio atavico, pregiudizi, guerre e stermini di massa. Ecco perché ciò che affiora ogni tanto oggi è la prova inconfutabile di quanto sia stato giusto e necessario iniziare il processo di integrazione europea, appena ieri.

Talvolta, un certo pessimismo sul futuro d’Europa è più che lecito, ma non possiamo, noi Europei, lasciarci scoraggiare. Dobbiamo soltanto imparare a parlare di una complicata ma risolvibile questione di quattrini senza tirare in ballo le rispettive madri.

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Monti, gli asili cattolici e i cani di Pavlov

Vaghi, vaghissimi ricordi. Non so se a partire da qualche criterio psicopedagogico o dall’arbitrio della mother superior, un certo numero di marmocchietti veniva selezionato per una dimostrazione di talento rivolta alle famiglie. I prescelti venivano sottoposti ad alcuni mesi di formazione intensiva in vista di quello che per molti sarebbe stato il primo episodio importante di panico e tremori e pisciarella: il saggio di fine anno. Qualunque cosa possa significare, il figlio del comunista (ovverosia il vostro affezionatissimo blogger) imparava i pezzi a quattro mani di Schubert e Boccherini, mentre il figlio del democristiano – poi berlusconiano – imparava la preghierina dell’angioletto per recitarla con due ali di polistirolo attaccate alla schiena. Buffo, no? Meno buffa fu l’esperienza per come la vissi, o meglio, per come la ricordo. Considerato il bamboccio che ero, molto amato e vezzeggiato, l’impatto con suor Tiziana – così si chiamava la mia insegnante di pianoforte – fu piuttosto duro. Poco avvezzo ai giudizi severi, alle bacchettate – non metaforiche – sulle mani ed allo stress della performance, la mia reazione al termine del saggio fu tale da scoraggiare i miei dal farmi proseguire gli studi di pianoforte. Sviluppai un odio per gli strumenti musicali in genere che durò fino ai dodici anni, quando, rovistando a casa dei nonni, trovai una vecchia chitarra scassata con la quale, ad orecchio, strimpellare i motivetti sentiti alla tele.

Eh sì, ho fatto l’asilo dalle suore. Più precisamente, in una scuola materna fondata e gestita dalle Figlie di Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario, congregazione nata dall’ordine delle Suore di Nostra Signora, etc., istituito dalla nobildonna genovese Virginia Centurione Bracelli  (escludo che all’asilo ci fossero figlie rassomiglianti il ritratto della fondatrice, che avrei però riconosciuto, qualche anno più tardi, nella novizia Gloria Guida. E comunque sia, forma bonum fragile est!). Alt! Capisco l’automatismo nell’attribuire le mie numerose tare all’imprinting cattolico. Eppure, calvario pianistico a parte, non rimprovero alle figlie del calvario nulla che non possa rimproverare anche ai miei insegnanti degli anni successivi, anche a quelli de sinistra. Ma ammettiamo pure che il sottoscritto abbia subito qualche danno. Il fatto è che la mia famiglia non aveva altra scelta, dal momento che al paesello l’unica scuola materna esistente era (ed è tuttora, trent’anni dopo, in un nuovo e più brutto edificio) quell’asilo parificato gestito dalle suore. Così è in gran parte del Veneto, regione tradizionalmente bianca,  e in varie altre regioni d’Italia (i dati li trovate qui).

Dopo la polemica di qualche mese fa, relativa alla scelta di Monti di far pagare l’IMU anche alla Chiesa Cattolica, mitigata da una provvidenziale – è il caso di dirlo – esenzione relativa proprio agli edifici scolastici, il tema dei fondi alle scuole parificate ritorna in primo piano nei giorni della spending review. A parte la soppressione-accorpamento di alcuni enti ed istituti di ricerca, che sinceramente saluto con favore (non si capisce perché l’Istituto per l’Alta Matematica, in un Paese che disprezza persino l’aritmetica, non possa stare dentro il CNR, ad esempio), in queste ore la rete frigge di una nuova indignazione di stampo pavloviano: “Eccolo là, il Monti, il democristo, che toglie 200 milioni all’Università per darlo alle scuole dei preti!” Curiosamente, basta voltare lo sguardo all’altra sponda per sentire i Cattolici piangere miseria e deplorare i nuovi tagli alle scuole parificate. Come la mettiamo? Ancora una volta, il fatto che i pianti e i latrati di Guelfi e Ghibellini vadano all’unisono è un segno che l’amministratore del condominio sta lavorando bene. In questo caso si è deciso che dai tagli previsti alle scuole paritarie –  le quali, in termini assoluti, riceveranno circa 50 milioni in meno rispetto all’anno scorso –  siano abbuonati 200 milioni. Che all’Università sia tolta la stessa cifra ha naturalmente favorito la polemica. Comunque la si pensi, per i motivi che ho descritto sopra, questa è l’unica soluzione possibile, a meno di non far pagare direttamente alle famiglie le bollette degli asili – e poco ci manca.

Scongiurato il pericolo che il (non più così) fiorente Nord-Est rimanga senza asili, rimane la solita considerazione generale sui privilegi della scuola privata, in gran parte cattolica, e quindi sui privilegi della Chiesa. Certo noi progressisti, noi gente laica e de sinistra, potendo, vorremmo vedere i nostri figli in uno di quei begli asili pubblici emiliani, puliti, moderni, colorati ed accoglienti, fiori all’occhiello del socialismo padano. Gli studenti nella scuola privata cattolica (considerata nel suo insieme, dalla materna ai licei, su tutto il territorio nazionale) rimangono attorno al 9% del totale, nonostante un calo forse legato più a questioni demografiche che a scelte culturali. Già, le scelte culturali. Che vi (ci) piaccia o no, l’imposta sugli immobili della Chiesa l’ha decisa un cattolico, Mario Monti – cattolico di quelli che vanno a messa  al mattino presto, prima di andare in ufficio, e che chiedono udienza al Papa subito dopo il loro insediamento al Governo. Non l’ha decisa nessuno dei vari governi di Centrosinistra che pure abbiamo avuto in questi ultimi vent’anni. Non l’ha decisa il Gentiluomo di Sua Santità Massimo “Richelieu” D’Alema, che durante la sua breve esperienza da Presidente del Consiglio assieme a Luigi Berlinguer – prima quindi di Berlusconi e della Moratti e di chiunque altro – stabilì la parità tra scuola pubblica e privata, estendendo quindi a quest’ultima i sussidi diretti, che ad oggi ammontano a circa 500 milioni di Euro, ripartiti tra contributi di mantenimento e buoni scuola. Il tutto in nome della conquista del Centro. E se non vi basta, chiedete un po’ a questi signori e a tutti l’homeni de cultura amici loro in che scuole hanno fatto studiare i loro figlioli.

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A proposito di rigore

E’ probabile che a tanti italiani il risultato portato a casa da Monti stanotte non tocchi quanto quello portato a casa dagli Azzurri. In effetti la natura tangibile di due gol batte l’annuncio dell’accordo raggiunto a Bruxelles.  E ormai la vulgata, da destra a sinistra, racconta di tecnocrati impegnati a salvare le banche e a far suicidare la povera gente. Nonostante i fatti dicano qualcosa di diverso, in tanti a sinistra continueranno a parlare di “offensiva neoliberista” . Ma non ha importanza, ciò che importa è che sia possibile un buon compromesso tra le politiche di spesa e quelle di rigore fiscale, che la moneta unica tenga e che nessuno venga lasciato per strada. Ecco perché le quindici ore di “partita” giocata, in buona sostanza, tra Monti e la Merkel dovrebbe interessare anche i monomaniaci con i loro abbonamenti Sky e i loro 42″ comprati a rate. O forse no:

Certo, me la sono goduta e sofferta pure io, Germania-Italia. Come un bel film. Anzi, meno di un bel film, perché domani non ricorderò nulla dei movimenti in campo e forse neppure dei gol. Continuo a pensare che il calcio professionistico – cioè il discorso su di esso – in questo Paese occupi troppo spazio, troppo tempo, troppe risorse. Ma piace alla maggioranza, e tanta gente ci campa, dunque va bene così. E’ poi capitato – e capita ancora spesso – che un oggetto così pervasivo, alla base di un immaginario così forte e diffuso, diventi materiale di riflessione intellettuale e di creazione letteraria. Impossibile dimenticare Umberto Saba e le sue Cinque poesie sul calcio. Pur non condividendo la passione dei tifosi, il grande poeta triestino così scriveva:

E’ (il gioco) più popolare che ci sia oggi, ed è quello in cui si esprimono con più appassionata evidenza le passioni elementari della folla. L’atmosfera che si forma intorno a quegli undici fratelli che difendono la madre è il più delle volte così accesa da lasciare incancellabili impronte in chi ci è vissuto dentro. E questo per non parlare della bellezza visiva dello spettacolo, dei gesti necessari dei giocatori durante lo svolgimento della gara. Che dire poi di quello che succede tra il pubblico e i giocatori quando una  squadra paesana riesce a segnare un goal contro una squadra superiore (la cui superiorità molte volte è dovuta a denaro) e rinnova, sotto gli occhi dei concittadini, lucenti alle lacrime, il miracolo di Davide che vince il gigante Golia?

Un’allegoria riproposta in queste settimane, inevitabilmente. Oggi l’edizione online del Corrierone riporta la prima pagina del 13 luglio 1982, un paio di giorni dopo la fine del Mundial. Scorrendo i nomi degli scrittori e degli intellettuali che commentavano la nostra vittoria mi è impossibile non tentare un confronto con il nostro presente: Moravia, Testori, Parise, Volponi, Sereni…e, tra gli scrittori, un professore di economia nemmeno quarantenne, il bocconiano Mario Monti. Il suo pezzo va letto come se fosse stato scritto oggi:

Mi sembra che negli ultimi anni si siano sviluppati due fenomeni: il gusto della spettacolarità e la sfiducia, nel prossimo e nella verità. Il gusto della spettacolarità l’abbiamo visto emergere nelle marce non competitive, nella contemplazione in massa di opere d’arte, persino in una politica giocata e valutata in termini di immagine molto di più che di contenuti. In senso opposto e cioè centrifugo, ha giocato la sfiducia. Se parli con qualcuno che non conosci e forse anche se lo conosci bene, può essere un terrorista, un aderente a società segrete, un impeccabile bancarottiere. Soprattutto sei posto sempre più spesso davanti a eventi misteriosi “dietro” i quali stanno cose gravi e contraddittorie per cui l’unica certezza è che non conoscerai mai la verità. Ecco di colpo la vittoria dell’Italia: è una verità semplice, giustamente ritenuta importante e a tutto tondo: “dietro” non c’è niente. Credo che non sia un ritorno di nazionalismo, malgrado il revival degli anni Trenta e il fatto che eravamo stati campioni nel ’34 e ’38. Piuttosto da economista quale sono vedo in tutto ciò tre caratteristiche che si ritrovano anche quando l’Italia “gioca” l’economia invece del calcio: il passaggio dall’autoflagellazione all’entusiasmo spinto; la difficoltà di identificazione rispetto all’estero (“siamo proprio gli ultimi; ma no, in fondo siamo i più brillanti”) e infine il saper agire risolutamente solo in condizioni di emergenza (il rischio era di essere accolti a pomodori al ritorno in Italia oppure una crisi della lira). Abbiamo battuto i brasiliani per fantasia, i tedeschi per gioco di squadra. Sarà un caso, ma il nostro punto debole è stato il…rigore. Come in economia.

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L’amara medicina

Come giudicare il medico – o il tecnico – che, per salvarti la vita, ti amputa una gamba? Le prime reazioni a Monti rientrano nella norma (anche il delirio leghista vi rientra): di fronte ai provvedimenti impopolari è inevitabile la resistenza di chi abbia tratto qualche vantaggio dall’uso della parola ‘popolo’ . Anche la Lega nella sua fase, delirante e ridicolissima, “di lotta”. si è già vista. Che Monti stia tuttavia muovendosi da buon equilibrista lo provano le critiche (alquanto frettolose, a dire il vero) di Alesina e Giavazzi. Ma ciò che di realmente nuovo porta questo governo è l’assenza di infingimenti propagandistici. Se c’è qualcosa di apprezzabile nei tecnici, oltre alla loro competenza, è l’assenza di riflessi “politici” in senso deteriore. Niente voti da guadagnare né clientele da mantenere, ma una certa brutale chiarezza di cui in momenti come questo c’è assoluta necessità.

Ecco quindi che anche l’assenza di una patrimoniale – assenza difficile da digerire, per quanto mi riguarda – assume un segno diverso dal previsto. Sappiamo che è più facile prendere poco a molti che non molto a pochi e per ora concediamo il beneficio del dubbio al Professore: prendiamo il suo non come rifiuto ideologico (“paesi considerati civili” come la Francia, adottano un’imposta sui grandi patrimoni, ricorda Monti),  quanto come un puro calcolo di efficacia: con una lentezza curiale che ricorda forse quella di Prodi e con appena un sentore di ironia, Monti ha in effetti spiegato come per arrivare legalmente ad individuare i grandi patrimoni ai fini di un prelievo occorra mettere a punto strumenti di indagine dei quali ora non disponiamo. Questa cosa porterebbe via due anni – un’era geologica in tempi di crisi – durante i quali, peraltro, i capitali prenderebbero facilmente il volo fuori dai nostri confini.

Sull’altro grande tema, quello delle pensioni, l’esposizione della Fornero è stata ineccepibile, nella forma e nella sostanza. Non ci ricordavamo più cosa potesse significare veder piangere un ministro: la tensione nervosa sciolta nel pianto è stato un segno di reale partecipazione, cioè di verità. Quando il Ministro avverte che i principi di equità, in questo preciso momento, sottostanno ai vincoli finanziari, stabilisce un rapporto onesto con il Paese, e non è poco. Oltre a questo – importantissimo – aspetto comunicativo,  entrando nel merito della riforma (della riforma della riforma della…), non riesco a trovare alcunché di scandaloso nel c.d. adeguamento dell’età pensionabile. E’ probabile che sia stato plagiato dai temibili apparati della propaganda demoplutoippoquiquoqua, come pensano alcuni dei miei vecchi compagni, eppure, che vi devo dire, trovo l’argomento della Fornero estremamente convincente: se lo Stato non mi dice quando mi devo sposare o avere un figlio, perché dovrebbe dirmi quando smettere di lavorare? La Civiltà del Lavoro e le sue contraddizioni durante la crisi: quanto è miope una visione della Vita che si spenda in lotte per difendere due anni di pensione? Quello che viene svelato in momenti come questo è un quadro deprimente, nel quale ai quarant’anni (il “numero magico” di Susanna Camusso) di lavoro salariato – cioè di galera – seguirebbero vent’anni di meritato riposo. Il che porta a riflessioni ambigue ed imbarazzanti: il Lavoro nobilita l’Uomo, al punto da desiderare di fuggirne non troppo tardi? La vita è quella liberata dal Lavoro organizzato? E’ tragicamente così, per quasi tutti noi. E la risposta ‘di sinistra’ dovrebbe forse essere quella per cui la Vita si ritrae, si comprime e si realizza negli anni di una (asupicabilmente lunga) vecchiaia assistita? Mio Dio. Non vedo segni di progressismo in questo, e nemmeno di Socialismo, per come (sempre più) confusamente lo immagino.  Sappiamo quanto sia centrale la funzione dei sindacati. E tuttavia, anche tralasciando Angeletti e Bonanni, non trovo più sostenibili alcune posizioni di CGIL su questo punto. Posizioni che si spiegano molto semplicemente con la crisi profonda dell’occupazione, e quindi con la caduta del numero di lavoratori attivi iscritti al sindacato, superati dai pensionati.  Capisco il gioco delle parti, la necessità di difendere la categoria prevalente dei tesserati: proprio per questo occorrerebbe un sindacato meno attaccato alla retorica e più alla concretezza del nostro scenario.  O qualcuno è sinceramente convinto che si possano difendere salari e pensioni dopo un’eventuale bancarotta del Paese e la fine della moneta unica europea?

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Comunicazione di servizio

L’ennesimo trasloco, preso con molta calma per non commettere vecchi errori (e cercare invece di commetterne di nuovi) non mi consente di commentare adeguatamente gli eventi politici di questi giorni. Attendo fiducioso la nomina di Mario Monti e la successiva ricetta Lacrime & Sangue. Non sto facendo dell’ironia, credetemi: sono convinto che la ricetta Lacrime & Sangue sia di gran lunga preferibile alla ricetta Petardo nel Culo, al contrario di quanto pensa qualche buffone radical-chic. A risentirci a prestissimo, miei cari lettori.

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