Come stiamo regalando al Sultano l’arma dei profughi

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So che non si tratta di un’opinione granché popolare, ma sono convinto che il terrorismo nasca da quella che un tempo si definiva autonomia del politico e che le motivazioni sociali da sole spieghino poco. A scegliere il piccolo jihad sono stati sia il milionario saudita Bin Laden che lo spaccino belga Abdeslam, così come nelle file del terrorismo rosso si ritrovavano sia il figlio dell’operaio Alasia che quello del ministro Donat-Cattin. Anche i dibattiti non specialistici sull’usurpazione del “vero Islam” da parte del “falso Islam” dei terroristi lasciano il tempo che trovano. Basti ricordare che ad usare l’aggettivo «comunista» nei nostri anni Settanta erano sia i brigatisti che il PCI, tra loro nemici giurati. Così, «vero Islam» è semplicemente qualunque Islam si definisca tale, e 1400 anni di fitna lo dimostrano. Un ideale apocalittico e settario può diventare ragione di vita di un individuo per i motivi più vari, mai esclusivamente economici. Come i girasoli, i jihadisti nati e cresciuti sul suolo europeo sono attratti da un punto di riferimento, sia simbolico che materiale:  quindici anni fa poteva essere il regime talebano in Afghanistan, oggi è il cosiddetto califfato in Siria. E finché quel sole risplenderà sinistramente, i girasoli volgeranno ad esso il loro sguardo. Ciò detto, in presenza di combustibili potenti quali le ideologie religiose (incluso il marxismo rivoluzionario…), le condizioni materiali degli individui forniscono certamente il comburente. Purtroppo, gli stessi commentatori in cerca di moventi nel «disagio delle periferie» o nell’ «assenza di biblioteche di quartiere» nelle nostre metropoli, non sembrano altrettanto interessati a ciò che può accadere in condizioni di “disagio” infinitamente maggiore. Cinque anni di guerra civile siriana hanno prodotto quattro milioni di profughi, due dei quali sono attualmente confinati nei campi turchi. L’identità “migrante=potenziale terrorista” fa ovviamente il paio con quella, altrettanto stupida, insultante e pericolosa “islam=religione terrorista”, e tuttavia non possiamo escludere che all’interno dei campi – che per quanto ben gestiti siano, rimangono luoghi in cui è difficile resistere a lungo senza perdere la testa – esista una possibilità di reclutamento da parte di Daesh. Non dobbiamo mai dimenticare che la maggior parte dei Siriani non fugge dai tagliagole di Al Baghdadi, ma dalle barrel bomb dell’esercito di Assad. Già ora, l’assistenza ai profughi è garantita in parte dalle ONG islamiche vicine a Erdoğan.La dabbenaggine degli stati UE, che pensano di allontanare i problemi tenendo lontani i rifugiati, usando Erdoğan come un nuovo Gheddafi, rischia di creare la prossima generazione di islamisti radicali e di dare forza al disegno neottomano che sembra aver preso piede in Turchia negli ultimi anni. Mentre in Europa dibattiamo giustamente attorno al concetto di integrazione, in Medio Oriente l’idea di impedire l’integrazione di grandi masse di rifugiati rappresenta da sempre una strategia deliberata volta alla creazione di una potentissima arma politica. È sufficiente tenere confinati i profughi, negare loro la possibilità di cercare lavoro o di richiedere la cittadinanza, anche dopo un’intera generazione. Questo è accaduto ad esempio ai Palestinesi, cittadini di seconda classe in vari paesi dell’area. La storia della striscia di Gaza, autentico incubatore d’odio creato e amministrato per vent’anni dall’Egitto, è in questo senso esemplare, ma, ahimè, siamo ormai abbastanza cresciuti per capire che la Storia non è mai maestra di vita.

Nella foto, il campo profughi di Kilis (ANADOLU AJANSI – ADEM YILMAZ)

Ci batteremo per Valeria, ma anche per l’Italia peggiore

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L’ultimo saluto a Valeria Solesin in piazza S.Marco

Credevo che l’aria gelata, almeno per un giorno, avrebbe spazzato via le miserie e i cattivi pensieri dalle teste, che tutto sarebbe risultato terso come quello splendido cielo d’autunno. Che almeno nel giorno dei funerali di Valeria Solesin, e di fronte al contegno dei familiari – tanto più commovente, perché esemplare nella sua incredibile compostezza – sarebbe stato possibile dimostrare vera unità, mettere da parte le divisioni e la violenza anche verbale che caratterizza le nostre polemiche, almeno in nome della decenza, se non di più alti principi. Credevo che sarebbe stato possibile dimostrare civiltà.Ci sono riusciti  i rappresentanti dei tre grandi monoteismi, uniti alla piazza laica – e quindi inclusiva di ogni credo – e c’è riuscito persino il potere politico, a partire dal Sindaco Brugnaro, che è arrivato a parlare di Venezia «città mediterranea più di ogni altra», ponte tra le culture. C’è riuscita naturalmente tutta la gente perbene. Ma l’unità assoluta, anche soltanto in momenti come questi, non è qualcosa di umano. Forse non è neppure desiderabile. Ecco allora che, senza neppure buttare l’occhio alla fogna dei social, per tornare alla realtà basta prendere un mezzo pubblico. Basta togliere gli auricolari e ascoltare i commenti di due maturi professionisti – piccoli imprenditori – dell’industria turistica veneziana. Soddisfatti della stagione appena conclusa, pronti al mese di chiusura e alle ferie a Parigi dove, sostengono, a causa degli attentati i prezzi degli hotel crolleranno, nemmeno di fronte alla morte di una giovane si astengono dall’esprimere la loro grettezza: «Perché le hanno fatto i funerali di Stato? Muore tanta gente… Poareta, certo, ma era là a divertirsi… E quanto saranno costati? Due-trecentomila euro almeno. Tanto paghemo nialtri». Ogni volta tornano alla mente le durissime parole di Pasolini sulla viltà e l’indifferenza degli Italiani, ma ci si chiede in effetti a quale civiltà appartenga questa gente che fa i conti della serva ad un funerale, che non solo è incapace della minima comprensione e compassione e rispetto, ma non afferra nemmeno la portata simbolica di una tragedia e del rito civile attraverso il quale una comunità prova ad elaborarla. Non capisce che le tasse che – sperabilmente – versa allo Stato servono anche a questo. Se fosse per questi piccoli, miserabili filistei attaccati soltanto alla roba, Daesh avrebbe già vinto. Ma combatteremo anche per loro, per tutti gli stupidi, per tutti gli stronzi. Dobbiamo farlo.

I “progressisti laici” e la rivincita di Dio

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La Ka’ba al centro della Sacra Moschea della Mecca (Ph. Basil D. Soufi)

La tragicità degli eventi di Parigi (che hanno colpito indirettamente anche la città in cui vivo e per fortuna soltanto sfiorato le vite dei miei amici) e la pesantezza del dibattito pubblico che ne è seguito mi hanno finora trattenuto dall’esplicitare alcuni pensieri che, ne sono certo, verranno fraintesi da molti. Una premessa necessaria: la strategia di Daesh è “diabolica” nel senso etimologico del termine: mira a dividere. La divisione perseguita è innanzitutto quella tra le varie componenti delle società multiculturali, e la tragedia che dobbiamo assolutamente scongiurare è l’isolamento anche solo apparente – cioè mediatizzato – delle comunità islamiche. Ma se l’idea che il fondamentalismo omicida sia connaturato all’Islam in sé è un’enorme stupidaggine, è una stupidaggine altrettanto grossa dire che l’islam o la religione «non c’entrano nulla» con i morti di Parigi. Mentirei se negassi il fastidio profondo che provo di fronte alle autocensure, al benaltrismo e ai distinguo di vario tipo sentiti questi giorni, di fronte alla contraddizione di tanti tra noi che ci definiamo progressisti, che pretendiamo da una parte di difendere la laicità dello Stato (laicità fragilissima, perché Roma non è Parigi) prendendocela con nullità reazionarie come Adinolfi e dall’altra gridiamo all’islamofobia se solo qualcuno associa il terrorismo ad un’interpretazione della fede musulmana. E, prima ancora che i cadaveri si raffreddino, il pensiero di tanti non va alle vittime, ma allo sciacallaggio di Salvini. Onestamente a me questo non sembra accettabile, seppur comprensibile. Certamente comprensibile, se guardiamo al nostro orientalismo piccolo borghese, fatto di kebab, viaggi in Marocco e compilation di Fairuz. Il progressista pigro guarda al mondo arabo-islamico, della cui storia non conosce granché, soprattutto come a un serbatoio di consumi culturali. E dei conflitti di quel mondo conosce soltanto quelli che può attribuire alle potenze occidentali, riducendo così un’intera civiltà ad uno specchio in cui vedere riflesse le proprie nefandezze.

Oltre ad una certa misura di odio di sé, in questo atteggiamento c’è il disprezzo per l’altro che si cela nel paternalismo terzomondista, quello per cui i popoli arabi sono in buona sostanza bambini alla mercé di orchi cattivi. Secondo questa visione, al di fuori dell’occidente non esistono volontà, pratiche e condizioni materiali che non siano indotte dall’influenza coloniale o neocoloniale dell’occidente stesso. Il fondamentalismo? Una creazione della CIA in chiave antisovietica. Le dittature arabe? I cani da guardia dei nostri interessi petroliferi. Il terrorismo jihadista? La risposta alle bombe occidentali (e, naturalmente, alla politica di Israele, capro buono per tutte le espiazioni). Questi sono tic che conosciamo bene, ma a mio avviso di fronte alla superficialità di tanti commenti nell’area del “ceto medio riflessivo” c’è dell’altro. Se da una parte il terzomondismo più o meno peloso ci spinge a considerare il Mondo Arabo non un attore, ma una marionetta, dall’altra il rifiuto del fatto religioso ci impedisce di capire cosa spinga un giovane non più povero, non più sfruttato, non più frustrato di tanti altri a farsi saltare in aria in nome di Dio. Su questo punto purtroppo non trovo riscontro nelle cerchie che abitualmente frequento, composte prevalentemente da laici – ossia da atei – refrattari per formazione a comprendere il fatto religioso e il peso concreto che la dimensione simbolica ha su quella sociale, incapaci di elaborare la “Revanche de Dieu” di questi ultimi decenni, per citare Gilles Kepel. In queste cerchie prevale un Marx da Casa del Popolo, in cui i fenomeni non strettamente economici vengono liquidati come residui premoderni e come pezzi di “sovrastruttura” – eppure il concetto di autonomia del Politico è già servito a spiegare il nostro terrorismo. In controtendenza, tra le poche riflessioni davvero interessanti che ho letto in questi giorni ci sono il bell’articolo di Marco Belpoliti su Doppiozero e l’intervista a René Girard riportata da Alfio Squillaci qui sugli Stati, ma mi pare si tratti di eccezioni. Viviamo in un’epoca complicata. Qualunque sia il proprio atteggiamento di fronte alla religione, non credo abbia senso ripetere (religiosamente…) i mantra sull’integrazione contrapposta alla guerra se non si mette da parte il proprio senso di superiorità rispetto ai credenti di qualsiasi confessione. Perché se il dialogo interculturale fallisce con il cattolico praticante della porta accanto, scordatevi che possa avere successo con l’Islam.

(foto di copertina: https://www.flickr.com/photos/menj)

Daesh a Parigi: colpire la vita per colpire la libertà

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Uscire la sera, andare allo stadio a vedere un’amichevole tra due grandi nazionali di calcio oppure al concerto di una band americana nel suo tour europeo, e poi a mangiare in uno dei mille ristoranti etnici della città. E morire ammazzati. Ricordo la frustrazione di alcuni amici espatriati alle prese con l’offerta di svaghi e cultura, a Parigi come in altre metropoli occidentali: è così snervante scegliere tra tanti eventi di qualità, è così faticoso riuscire a procurarsi i biglietti per concerti e spettacoli sempre affollatissimi che alla fine si sceglie di restare a casa. Ripensare a questo «problema» oggi, quando Parigi è in stato di emergenza e gli spettacoli in città sono sospesi, può sembrare irriguardoso. Eppure la sfida è esattamente questa: riusciranno i parigini – riusciremo tutti – a vincere la paura, continuando ad affollare ristoranti, sale da concerto, stadi e teatri? Riusciremo a superare la paura di finire ammazzati da una parte e l’ansia dello stato di polizia dall’altra?  E quanto durerà ancora questo lunghissimo «autunno della guerra santa?»Non siamo Israele. Non abbiamo ancora, qui, raggiunto quel grado di consuetudine col terrore quotidiano, nonostante i morti di Madrid nel 2004, quelli di Londra l’anno successivo, e poi Tolosa e Copenhagen e Charlie e l’Hyper Cacher a Parigi, dieci mesi fa. (Parlo al plurale, riferendoci a noi Europei, senza dimenticare che quello di ieri sera è stato senza dubbio un attacco alla Francia. Come Italiani possiamo sentirci protetti in virtù delle nostre relazioni col mondo arabo e della nostra irrilevanza, ma per quanto ancora?)

I simboli affiorano da soli in questa vicenda, senza troppe forzature. Penso al luogo in cui ieri si è consumata la carneficina più grande. Bataclan è il titolo di un’operetta di Offenbach, una “cineseria” ottocentesca ambientata in un Oriente immaginario, satira del regime di Napoleone III, e il Bataclan, nato come teatro da cafè-chantant, è da tempo uno dei santuari parigini del pop e del rock, un luogo in cui hanno suonato davvero tutti, da Lou Reed a Robbie Williams. Un teatro gestito da ebrei in cui si fa rock ‘n’ roll: un tempio di noi kafir. La libertà, la modernità, il cosmopolitismo, ecco in fondo che cosa pensano di poter distruggere i terroristi. Nemmeno il più invasato e rimbecillito tra i giovani jihadisti crede davvero di poter sconfiggere uno stato occidentale e stabilirvi il califfato. Almeno non nel breve termine. L’obiettivo alla portata degli assassini è evidentemente un altro: creare divisione. Dividere le società libere al loro interno, paralizzare e polarizzare le opinioni pubbliche, e infine dividere l’Europa dal Medio Oriente, contando sull’incapacità europea di agire in modo decisivo sulla guerra in Siria. Finché quel fuoco siriano non verrà spento, saremo in pericolo. Per questo non possiamo permetterci di accendere altri fuochi dentro casa. Le prevedibili reazioni degli sciacalli leghisti e fascisti e della solita putrida stampa destrorsa non si sono fatte attendere e nemmeno ha più senso commentarle. Sono loro i primi complici del terrorismo islamista, non i “buonisti” citati da Salvini. Purtroppo, dall’altra parte, la reazione dei progressisti, fondata sulla difesa delle garanzie dello Stato di diritto e sulla lotta all’intolleranza e, in taluni casi, su di uno strisciante odio di sé, manca di qualunque visione risolutiva. Le contraddizioni politiche di fronte alla scomoda possibilità dell’uso della forza rimangono intatte. Su questo abbiamo dibattuto e continueremo a dibattere a lungo, alcuni sperando segretamente che il Putin di turno si sporchi le mani al posto nostro.