Il fronte interno dello scontro di civiltà

Non colpiamo i civili, così avrebbe detto uno dei fratelli Kouachi prima di asserragliarsi nella tipografia a Dammartin. Ma i disegnatori di Charlie Hebdo, armati solo delle loro matite, non erano civili? Avendo raffigurato il Profeta e beffeggiato la Fede, evidentemente no. E le famiglie che facevano la spesa prima di shabbat, non erano civili? Nell’antisemitismo consustanziale all’islamismo radicale quanto al nazismo, evidentemente no. Per qualcuno non ha senso interpretare le poche e confuse idee di questi assassini. Io credo che per sconfiggerli sia necessario tentare di farlo. A muovere queste mani c’è un’ideologia, c’è un progetto che va conosciuto e dissezionato. Lo schema di fondo dei terroristi in qualche modo legati a Daesh è in realtà piuttosto semplice. La strategia della nuova stagione del terrorismo islamista, come ha spiegato in questi giorni Gilles Kepel – intervistato dalle tv francesi mentre le nostre davano spazio ai soliti sciacalli – è basata non più sulle azioni spettacolari, non sui grandi attentati ai luoghi simbolici dell’Occidente. È un «terrorismo di prossimità» che colpisce nei quartieri, dove ogni altro può diventare un obiettivo sensibile. Gli attacchi di piccoli gruppi di fanatici, oltre a paralizzare le complicate strutture di una metropoli, mirano a frammentare la società. Il fine ultimo è quello di isolare i cittadini di fede musulmana, farli percepire come una minaccia per tutti gli altri. E il processo di frammentazione non si ferma, perché una sorta di reazione a catena viene innescata.Hanno colpito Charlie Hebdo? «Je ne suis pas Charlie Hebdo», si affretta a precisare Jean-Marie Le Pen. Perché «in fondo erano quattro comunisti atei che beffeggiavano le tradizioni della Francia cristiana!» Hanno colpito l’Hyper Cacher di Porte de Vincennes? «Encore ces Juifs! Beh, questi Ebrei un po’ se lo meritano, e perché dovremmo subire noi le conseguenze di quello che fanno ai Palestinesi?». Queste sono solo ricostruzioni, ma si riferiscono a opinioni diffuse che possiamo ascoltare in Francia come in Italia. Le abbiamo ascoltate e lette in queste ore, declinate nei modi più diversi, dall’ambiguità più viscida alla violenza verbale più rozza. Dividere la società, distruggere il concetto stesso di cittadinanza per come si è venuto formando in Europa nel corso della modernità. E se nella patria dei Lumi e della Rivoluzione viene meno l’idea di fraternité, possiamo ben immaginare cosa possa avvenire in un paese di deboli tradizioni democratiche, disunito e fiaccato dalla crisi come l’Italia. Gli sciacalli cui accennavo sopra sono all’opera sin dai primi lanci di agenzia e la reazione a catena comprende naturalmente l’immancabile delirio complottista – nella quale si distinguono come al solito alcuni parlamentari grillini e il loro codazzo di casi psichiatrici. Ad approfittare di una simile situazione sono naturalmente i più lucidi – parlo di lucidità politica, che è cosa diversa dalla sensatezza – esponenti della destra identitaria e xenofoba. Come due ruote di un ingranaggio che, pur diverse per dimensioni e pur ruotando in sensi opposti, fanno parte dello stesso meccanismo, i nostri identitari e i jihadisti lavorano in buona sostanza alla costruzione dello stesso mondo. A differenza che nel meccanismo fisico, nella metafora l’energia non viene però semplicemente conservata. L’«energia», cioè il potenziale di mobilitazione di massa da parte di queste forze politiche è moltiplicato dai mass media e dai loro operatori. Consapevolmente o meno. Nel mio piccolo, qualche settimana fa ho cercato di riassumere come ciò sia tradotto in ideologia dal partito più importante della destra radicale nostrana, la Lega Nord di Matteo Salvini. Gli avvenimenti di Parigi mettono ora alla prova dei fatti i redattori del «Talebano», rivistina online sulle cui pagine l’ideologia suddetta viene esposta in modo molto più chiaro di quanto non facciano le migliaia di ore di talk politico alle quali molti di noi si sottopongono volontariamente, sperando ingenuamente che il conduttore di turno faccia le domande giuste. Sul «Talebano» questo sforzo ci viene risparmiato, e degli stessi interventi televisivi di Salvini ci viene offerta un’esegesi ufficiale:

«Il segretario della Lega Nord ha spiegato in modo comprensibile a tutti una questione semplice: chiediamo, dice in sostanza Salvini, che gli immigrati extracomunitari siano controllati e si sappia bene chi siano, cosa fanno e come vivono. Il non farlo crea un problema di sicurezza in Occidente. Poi ha spiegato quanto già detto sia al convegno con l’”islamico” Pietrangelo Buttafuoco e ribadito nell’intervista rilasciata al giornalista tedesco Luca Steinmann nel libro Vie Traverse: l’Islam ha valori forti mentre noi siamo una società in declino. […] da circa 20 anni l’Islam è diventato il male assoluto: prima c’era l’ancien regime (e il cristianesimo autentico), poi c’erano i fascismi, poi i comunismi e ora gli islamici…

«c’è sempre un cattivo da abbattere, da sottomettere alla “libera” società del materialismo e del razionalismo nata dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese».

La tirata reazionaria si conclude in modo più che prevedibile:

«L’Europa rinascerà presto perché è in queste situazioni che le persone ancora forti di spirito avranno il coraggio di sollevarsi e di iniziare a riprendere il cammino. Grazie all’autocritica potremo rialzarci per riaffermare i valori e i principi su cui si costruisce una civiltà: Famiglia, Tradizioni, Identità e Sacralità della vita. L’Europa, dunque, rinascerà. Ma l’Occidente, invece, è già sconfitto».

A fare il corollario a queste scemenze ci pensa proprio il solito Buttafuoco, che dalle pagine del foglio neoconservatore diretto da Giuliano Ferrara ci avverte di aver letto l’ultimo Houellebecq:

«Ho letto Sottomissione e, alla luce dei fatti, posso ben dire che mai trama ha rischiato di risultare così scontata. Stesso inizio, stesso svolgimento, più che prevedibile nel finale. Come in Soumission, dove, pur di non far vincere Marine Le Pen…»

Non credo che il quadro possa essere più chiaro di così. In sintesi, con il declino di Berlusconi, la destra moderata in Italia è praticamente estinta (di quella propriamente liberale evitiamo di parlare per pietà), mentre le varie destre radicali si stanno coagulando attorno ad un progetto identitario che alle buffonate padane o alle gite a Predappio ha sostituito un orizzonte globale, ovviamente antieuropeista e filorusso. So che a molti di noi la sola visione di Salvini evoca un riso irrefrenabile, ma proprio per questo non dovremmo sottovalutare il suo potenziale di manchurian candidate della destra peggiore. Una doppiezza evidente nasconde dietro la solita demagogia da bar sport una visione molto più pericolosa. È questo il secondo fronte, dopo quello dell’islamismo radicale, sul quale noi democratici dovremo combattere da subito. Sarà molto, molto faticoso.

Ne valeva la pena?

Non ci si può occupare di tutto quello che succede. Farsi un’idea è però utile e direi anche giusto. Io ad esempio ho maturato una convinzione piuttosto ferma [cambiata nel giro di pochi giorni, grazie a qualche dato in più] rispetto alla nuova linea ferroviaria Torino-Lione, e con me parecchia altra gente, per ragioni diverse. Ci sono le ragioni dei valligiani, per le quali esiste l’apposito acronimo No-LULU (“Locally Unwanted Land Use”), quelle degli ambientalisti di varie tendenze, quelle degli economisti e degli ingegneri che contestano l’utilità e la sostenibilità economica dell’opera, quelle dei movimenti antagonisti – gli anarchici, i marxisti e i disobbedienti (protagonisti di una brutta figura veneziana) – quelle dei neoliberisti “austriaci” dell’Istituto Bruno Leoni, quelle di ampie frange della Lega e del leghismo dissidente e di altri che ora non mi sovvengono. Già soltanto un fronte della contrarietà così ampio dovrebbe produrre un certo ripensamento in chi occupi la stanza dei bottoni. Per la regola del consenso, la stessa che funziona benissimo quando si tratta di sgomberare un campo Rom. Ma cacciare quattro zingari costa meno e rende di più, si dirà, rispetto a chiudere una mangiatoia da 22 miliardi di Euro. E la contrarietà, intesa come opinione, di per sé non basta. Fessbook si rivela ancora insufficiente – segno questo, per Beppe Grillo, dell’arretratezza della nostra democrazia – e tocca ancora scendere in piazza a manifestare, occorre attivarsi. Tra contrarietà ed attivismo esiste però uno scarto che viene colmato soltanto da alcuni soggetti. In questo caso si tratta degli abitanti della valle e dei giovani dei movimenti (quelli per cui ci si può e ci si deve occupare di tutto quello che succede). Questa naturale saldatura di diversi attivismi si è verificata in altre occasioni (Dal Molin, discarica di Chiaiano, ecc.), mai però così rilevanti come nel caso della TAV. Contano le dimensioni materiali dell’opera in questione – che rientra nella categoria delle Grandi Opere, assieme al ponte sullo Stretto – conta la vicinanza della grande città contenitore di movimenti, Torino, conta l’attrazione che questa Selva Lacandona appena fuori porta ha esercitato su molti… non lo so. Fatto sta che da almeno cinque anni la Val di Susa è diventata un luogo simbolo.

I montanari e quelli dei centri sociali, assieme, dunque. Luca Abbà riunisce in sé proprio questi due mondi: torinese di padre valsusino, tornato a vivere nella casa in cui sono vissuti e morti i suoi nonni e a lavorare la terra degli avi. Anche qualcuno tra i miei conoscenti ha fatto o sta per fare una scelta simile. L’attivismo politico antagonista e poi il ritorno alla terra, si dirà, è storia vecchia, succedeva già dopo le grandi disillusioni degli anni ’70 (anche se credo che il senso di quei ritiri fosse molto diverso). In Luca Abbà poi riconosco carte che potrei giocare io stesso: la casa dei nonni in montagna, il pezzo di terra che ti può rendere qualche sacco di fagioli, in cambio di una sciatica. Ma io in montagna – un’altra montagna – ci sono cresciuto, la mia militanza (di riformista che ha sbagliato partito) è durata pochi anni e sono troppo pigro ed imbranato per mettermi a zappare. Non solo non mi ritengo in grado, nemmeno volendo, di vivere in montagna unicamente dei frutti di una terra avara, ma non mi verrebbe mai in mente di arrampicarmi in cima ad un traliccio dell’alta tensione a puro scopo dimostrativo-performativo. No, Sir.
Spiace per Abbà, ma credo che abbia fatto una grossa cazzata, ecco. Un torto prima di tutto a chi gli vuol bene, e poi alla causa cui si è votato.
Purtroppo, ancora una volta, piaccia o no ammetterlo ai diretti interessati, quello che uno stronzo e fifone come il sottoscritto può rilevare è la solita inconsapevole mistica del martirio, così simile a quella delle grandi eresie manichee. La suggestione è diventata conscia nei commentatori più curiosi, ai quali basta magari spostare un po’ troppo ad Est la crociata contro gli Albigesi e le rivolte occitane per spiegare l’irriducibile tenacia dei Valsusini. Non manca la voce di quel fantastico generatore di saggezza à la carte di Guido Ceronetti, per il quale  [la Tav] «è parte della fondazione di un impero mondiale della Tecnica che opera a ridurre in schiavitù, una schiavitù mai vista».

Ascoltando la registrazione della telefonata in cui Abbà diceva che sarebbe stato disposto ad appendersi ai cavi (una boutade, va bene) mi si sono rizzati i peli sulla schiena, letteralmente. Contestare uno spreco di territorio e di risorse economiche è un atto ragionevole, nel senso che richiede l’uso della ragione. Immolarsi per impedire lo scavo di un buco in terra è irragionevole. Casualmente  – non lo faccio mai – ho poi ascoltato la voce del Principe, Giuliano Ferrara, ed ho provato una grande rabbia. Ferrara iniziava in tono paternalistico, liquidando i manifestanti come disadattati, come gente che non ha fatto pace con la realtà, pretendendo poi di demolire in trenta secondi di propaganda una questione che andrebbe discussa numeri alla mano. Ho provato rabbia perché è anche grazie all’irragionevolezza di pochi che la chiacchiera di Ferrara può far presa sull’irragionevolezza di molti. E’ il destino di un Paese di scarsa tradizione illuminista, diviso tra maggioranze silenziose e minoranze rumorose, ambedue, per motivi opposti, allergiche alle regole e disinteressate a correggere gli imperfetti meccanismi della liberaldemocrazia, in attesa gli uni de svorta’, gli altri di chissà quale redenzione. Per ora mi accontenterei della guarigione del quasi-martire. In bocca al lupo, Luca.

Get rich or die tryin’

C’è poco da compiacersi della situazione e linkare London’s Burning o Guns of Brixton al proprio articoletto (è più adatto un riuscito mashup tra Next Hype di Tempa T e Lisbon Acid di Aphex Twin). Non c’è molta politica, e di certo nessuna utopia dietro agli scontri di Londra. Mentre a Latakia Assadino, l’ottico di fiducia dei Siriani, fa sparare sulla folla senza tanti complimenti, cercando di eguagliare il padre col numero di assassinii, a Londra è arrivato il quinto morto, un signore di quasi settant’anni che stava cercando di spegnere un fuoco ed è stato ammazzato di botte da un teppista.

Confronti tra Siria e UK? No, se non per verificare l’inesistenza di qualsiasi punto in comune. Democrazie acciaccate da una parte, dittatori in crisi dall’altra. Nessuna lotta si salda all’altra, nessuna rivolta globale se non nella zucca dei mistici della rivolta medesima o di chi sovrinterpreti od elabori creativamente i dati a disposizione.  Rimaniamo nel nostro intorno: a Londra si sta vedendo con una certa chiarezza cosa succede quando prevale l’ideologia. L’ideologia del mercato, dice. Non esattamente, ma accettiamola come licenza lessicale. La società liquida di Bauman? Ci rivediamo La Haine di Kassovitz. sul nostro 37″ al plasma appena acquistato grazie al credito al consumo/estratto dalla vetrina sfondata? In buona sostanza, l’ideologia è quella della società atomizzata, fatta di individui in perenne e totale (e salutare, secondo gli ideologi) competizione. In gioco ci sono le merci, anche quelle immateriali del prestigio, ma soprattutto quelle materiali. La roba (e non “il pane”, attenzione). Il mondo è tondo, e chi non sta a galla va a fondo. Come ricordava qualche giorno fa Donald Sassoon, la controparte in cui i protagonisti delle razzie cittadine si rispecchiano è in fondo quella della finanza pirata, del grande gioco predatorio, perfettamente legalizzato e che ci sta trascinando  in una crisi paragonabile a quella del ’29. In crisi in realtà non c’è questo o quel modello di welfare in progressiva demolizione, non c’è un’idea di società solidale: è in crisi il concetto stesso di società. Il contratto non vale più niente. Negli ultimi quarant’anni si è pensato – l’hanno pensato i Vonhayekiani, i Misesiani, i neoliberisti insomma, che le singole spinte individuali al profitto, completamente liberate da qualsiasi laccio, si componessero alla fine in una grande ricchezza e un benessere diffusi nella società. Ora pare che qualcosa nella teoria non abbia funzionato. Houston, we’ve got a problem. I signori neoliberisti – i veri ultimi utopisti (dopo che i comunisti sconfitti son diventati una setta pauperista di coltivatori di rape biologiche) non hanno fatto i conti con la natura umana. Proprio loro! Non hanno valutato che quelle spinte individualiste, se non direzionate saggiamente, sarebbero schizzate da tutte le parti, a partire dal centro. Che sarebbero diventate cioè spinte centrifughe, che avrebbero portato a gravi strappi e infine alla distruzione della società in quanto tale.  Questa è la tendenza, io credo. Con le dovute sfumature locali: Londra non è Atene, né tantomeno Madrid. E, naturalmente, nessuna di queste città è Damasco.

Non vorrei portare rogna, ma è in condizioni simili (crisi economica globale, sclerosi degli istituti democratici, assenza di elaborazione politica razionale) che qualcuno si inventa le risposte peggiori. Insomma, sto parlando dei fascismi. Quelli veri. Lo dico praticandomi una necessaria toccatina apotropaica.  No, perché a sinistra – quella dei coltivatori di rape biologiche – c’è una tendenza a porre troppa attenzione sulla rapa, piuttosto che sulla possibilità di amare e coltivare la rapa stessa: in altri termini: non si accorgono che questa malconcissima demograzìa per nulla egualitaria è meglio di quello che potrebbe venire dopo, e che dobbiamo difenderla e tenercela stretta, questa benedetta democrazia sempre incompiuta. In Siria ci devono ancora arrivare e la desiderano fortissimamente: a noi sta scivolando da sotto i piedi.

In attesa di ulteriori sviluppi della situazione, il premio faccia-di-culo 2011 va ex aequo ai signori Ahmadinejad, Gheddafi, Mugabe, Hu Jintao, Ali Khalifa, per i consigli dispensati alla Gran Bretagna in questi giorni.

Una rivolta che mi piace

Qualcosa si sta muovendo sull’altra sponda del Mediterraneo. La Tunisia prima, con la fuga di Ben ‘Ali, ora l’Egitto, con un Mubarak non più in grado di reprimere il bisogno di riforme della società. Dopo il fallimento della dottrina neocon sull’esportazione armata della democrazia, anche i tiranni amici – quelli per cui si è sempre potuto chiudere un occhio – vacillano e cadono. E’ un vero punto di svolta, comunque vada a finire. Per i fautori della ‘stabilità’ ad ogni costo la situazione ha in sé qualcosa di estremamente pericoloso. Per chi crede che il Mondo Arabo non sia “pronto” anche solo per volere la democrazia, il tutto si riduce a qualche oscura manovra di palazzo o di caserma e l’unico risultato probabile sarebbe la presa del potere da parte degli islamisti. Che faranno i Fratelli Musulmani? Che farà l’esercito, sarà il ‘garante’ di una svolta? Dove arriverà Al-Barādeʿī, possibile leader di una svolta democratica, nel quale alcuni vedono “l’uomo di paglia dei fondamentalisti” e altri (i complottisti DOC!) una pedina nelle mani di qualche puparo ammarigano (Brzezinski, Soros, etc.). Le chiacchiere si sprecano, gli ‘analisti’ annaspano ed è veramente molto difficile prevedere se la rivolta diverrà rivoluzione o no.

Eppure le piazze sono stracolme di uomini e donne che chiedono Libertà e Giustizia. Le vogliono, e stanno rischiando la vita (150 di loro l’hanno già persa) per conquistarle. Questo è un dato di fatto che nessuna dietrologia e nessun calcolo interessato possono cancellare.  E se veramente le parole Libertà e Democrazia hanno qualche valore per noi, dobbiamo rallegrarcene.