No, non dobbiamo scusarci con Salvini nemmeno stavolta

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Ci siamo cascati in tanti. Lettori, giornalisti, esponenti politici. Pensavamo di aver visto la figura di Matteo Salvini travolta da una slavina del suo stesso guano, invocando la pulizia etnica a Radio Padania:

«Sull’immigrazione dobbiamo deciderci una volta per tutte: serve un programma di pulizia etnica»

Sembrava proprio che, lasciate cadere tutte le maschere, Salvini si fosse messo sullo stesso piano dei leghisti di seconda fascia, come il famigerato ex sindaco-sceriffo di Treviso, Gentilini, condannato tre anni fa alla (ridicola) sanzione di 4000 Euro per aver invocato una «pulizia» «da tutte queste etnie che distruggono il nostro paese…basta islamici, che tornino ai loro paesi…non voglio vedere consiglieri neri, gialli, marroni, grigi…». Sarebbe stato troppo bello, lo ammetto. Senonché, Alt! Fermi tutti. Quella cosa, Salvini non l’ha mai detta. Grazie alla sciatteria di un redattore Ansa, abbiamo condiviso e commentato un lancio d’agenzia balordo. Una fake news. La citazione testuale dell’intervento di Salvini alla radio è la seguente:

«Vedremo di adottare ogni mezzo possibile, oltre a quelli che già abbiamo percorso, per fermare questa invasione. E quando dico “ogni mezzo”, dico ogni mezzo, ovviamente…legalmente permesso o quasi, perché siamo a fronte, siamo di fronte a un tentativo evidente di pulizia etnica, di sostituzione etnica ai danni di chi vive in Italia».

Ora, fatto il dovuto mea culpa per la bufala improvvidamente diffusa, non abbiamo molto altro di cui rimproverarci. La retorica xenofoba leghista è un fatto incontrovertibile, non servono ulteriori conferme, non serve nemmeno un’eccezione che confermi la regola. E siamo davvero sicuri che l’uscita a Radio Padania rappresenti un’eccezione al pensiero standard del “Capitano” Salvini? Riflettiamo per un attimo sulla sostanza delle sue parole. Si tratta del solito refrain ripetuto da decenni dalle destre radicali europee e americane, quello della «pulizia etnica dei nativi», della «grande sostituzione». del «white genocide». La Nuova Destra – che forse sarebbe il caso di chiamare «destra postmoderna» ha imparato a percorrere con attenzione il campo minato del discorso pubblico, operando una serie di rovesciamenti retorici e creando una vera e propria neolingua. Così, se nel Ventunesimo secolo non ci si può dire razzisti in alcun consesso civile, ci si dichiarerà «differenzialisti», amanti delle differenze e ostili all’«omogeneizzazione dei popoli», se non è più possibile dichiararsi a favore della pulizia etnica, si denuncerà la fantomatica pulizia etnica subita dai cristiani bianchi d’Occidente, e così via. Vale la pena ricordare come pressoché tutti i genocidi dell’età contemporanea vengano descritti dai loro perpetratori – e da una parte della storiografia – come «genocidi difensivi», espressione di per sé agghiacciante. L’idea è che di fronte a una minaccia reale o immaginaria, al gruppo nazionale maggioritario venga indicato – dal fascista di turno – un capro espiatorio in forma di quinta colonna nemica. Fu così per lo Yetz Meghern, per la Shoah, su fino alle varie pulizie etniche regionali di fine secolo. La “difesa attiva” dei Serbi dalla minaccia islamica è stata uno dei motori delle stragi di musulmani bosniaci durante la dissoluzione della Jugoslavia. (Per inciso, in quegli anni era la Lega di Bossi – teoricamente assai distante dalla Lega sovranista di Salvini – a rendere omaggio al fascista Milošević). Inventare minacce esistenziali e cospirazioni diaboliche è sempre il primo passo, la condizione necessaria per fascistizzare la folla e renderla capace di qualunque atrocità. Ecco perché tra l’invocare la pulizia etnica per i migranti e denunciare la pulizia etnica degli Italiani non c’è molta differenza. Si tratta di una strategia psicologica ben consolidata e pericolosissima delle cui conseguenze il continente europeo ha sofferto fino a un paio di generazioni fa. Ecco perché, a mio avviso, Matteo Salvini è indegno di occupare – le rare volte in cui è presente – un seggio al Parlamento Europeo.

Il disordine nuovo

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«Le potenze di questo mondo si dividono visibilmente in due gruppi non simmetrici: da una parte le autorità costituite e dall’altra la folla. In genere, le prime prevalgono sulla seconda; in periodo di crisi, succede l’inverso. Non soltanto la folla prevale ma essa è una specie di crogiolo dove vengono a fondersi anche le autorità più consolidate. Questo processo di fusione assicura la riformazione delle autorità grazie al capro espiatorio, ossia al sacro».

(René Girard – Il capro espiatorio, Adelphi, 1999)

Lo spoglio dei voti non era nemmeno terminato e già si notavano le prime mani avanti, i primi distinguo, i primi scaricabarile. «il mio no è differente», si affannano a dichiarare i tanti benintenzionati di Sinistra, in lieve imbarazzo di fronte a certi loro compagni di strada. «E comunque è stato Renzi a voler personalizzare il referendum!». Il che è vero. Come è vero che se Renzi non l’avesse fatto, ci avrebbero comunque pensato i suoi avversari. E, al di là di tutto, è ragionevole che un governo resti in carica quando una riforma costituzionale che è il cuore stesso, il pilastro del proprio programma viene rifiutata dal 60% dell’elettorato? Certamente no. Inutile tentare di eludere la natura politica o minimizzare gli effetti del voto. Con la vittoria del No, a mio avviso si chiude quella che abbiamo chiamato Seconda Repubblica. Non ho idea di quando e come verrà inaugurata la Terza, ma il percorso del Paese sin qui è abbastanza lineare. Siamo arrivati impreparati alla caduta dei muri e alla globalizzazione dei mercati e stiamo andando alla cieca da un quarto di secolo. Al netto di ogni sacrosanta critica possibile, le riforme, che Renzi ha semplicemente copincollato da vari programmi della Sinistra dagli anni Ottanta in poi, avevano appunto lo scopo di attrezzarci meglio rispetto agli scenari di un mondo sempre più piccolo. Una condizione necessaria, ma tutt’altro che sufficiente a garantire di nuovo il benessere diffuso, in un futuro non troppo lontano. La riforma delle istituzioni è il comburente senza il combustibile (i capitali). L’uno in teoria dovrebbe portare l’altro. Nel mentre, l’economia non riparte e lo sciacallaggio del disagio – ingegnerizzato per il web nel caso di Casaleggio & Grillo, più ruspante e piazzaiolo in quello di Salvini – fa il resto, sfrondando la complessità a colpi di roncola per trovare tra le frasche il capro espiatorio preferito del momento: il migrante. «No ti vedi che semo pieni de negri, par colpa de Rensi?». Così si è espressa un’abitante del quartiere popolare in cui ho fatto volantinaggio durante la campagna. Una tra i tanti. A poche centinaia di metri da lì, BoBo e Sinistra identitaria hanno punito Renzi per la sua lontantanza estetica – e quindi morale – dal loro mondo, e si è alla fine compiuta la vendetta che i dirigenti PD rottamati e i loro sottopancia avevano giurato nel 2013. Chi non dorma in piedi o sia in malafede sa bene come l’insistenza di costoro sulla questione sociale e sugli strappi di Renzi col mondo del lavoro sia puramente strumentale. Quando i vari D’Alema, Bersani & C. parlano della “nostra gente”, omettono di precisare che la “nostra gente” oggi vota Grillo o Salvini anche per colpa loro. La disaffezione dei salariati e il mal di pancia della base sono fenomeni che risalgono a tempi in cui Renzi era noto soltanto agli spettatori della Ruota della Fortuna. La battaglia di Baffino è una battaglia tutta interna al ceto politico, che ha voluto defenestrare il giovane arrogante a spese di tutto il partito e di tutto il Paese. I notisti politici potranno seguire con passione le prossime evoluzioni di queste facce di culo. Io, dopo aver visto il terzo governo di centrosinistra abbattuto dal fuoco amico, mi limiterò a fare di tutto perché le nostre strade non si incrocino più.

Guardando al futuro prossimo, ciò che davvero conta è il messaggio, chiarissimo, che gli Italiani hanno lanciato, identificando in Matteo Renzi un’incarnazione, un agente di tutto ciò che temono, di volta in volta rappresentato da Unione Europea, JP Morgan, Trilateral, ecc.: in buona sostanza, il mondo globalizzato, senza più confini né sicurezze (non male, per uno scout della Valdarno…). A spingere verso i seggi persino gli impolitici è stato quindi l’odio profondo per Renzi, ma anche il desiderio di mantenere quell’anarchia non-solidale, quella competizione tra clan che è poi la forma costitutiva di (s)governo di questo Paese da sempre e, forse, per sempre. Chi anela al potere e chi ha paura del potere, tutti uniti contro Renzi, ma anche contro la democrazia liberale in sé. Gli effetti giuridici delle modifiche alla Costituzione poco c’entrano con tutto questo, la Carta qui è semplicemente l’oggetto simbolico di un’operazione rituale: il sacrificio del capro espiatorio. La semplicità del quesito reale («volete tenervi Renzi?») e la naturalezza della negazione in una fase di crisi spiegano la grande affluenza e il carattere di questo voto. A muoversi è stata la folla, al di là delle singole appartenenze. Al suo interno, tanti cittadini che, dopo anni di astensionismo, hanno deciso di mettere la testa fuori dal loro buco per esercitare la pars destruens della partecipazione democratica, e l’hanno fatto con rabbia. Una rabbia che ognuno di noi sperimenta ogni giorno in amici, colleghi, conoscenti, una forma lievemente ossessiva che ha trovato nella caduta di Renzi il suo climax. Molta energia è stata liberata, altra lo sarà molto presto, come in un Vajont politico. È evidente il carattere reazionario di questa spinta, è evidente come la situazione prefascista che ha cominciato a crearsi dalla crisi del governo Berlusconi, cinque anni fa, sia arrivata al punto di svolta. Le destre – M5S, Lega di Salvini, fascisteria residua e avanzi di berlusconismo – cercheranno una qualche forma di coalizione. La variabile della legge elettorale è importante ma non centrale. Si adatteranno. Subito dopo, quando i guastatori avranno finito il loro lavoro preparatorio, sorgerà il fascismo 2.0. Se gli Italiani lo vorranno.

Come Casapound?

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Premessa: difficile, per chi conservi un minimo di serena obiettività, essere davvero soddisfatti di una riforma costituzionale che mostra tutti i limiti dati dalla fretta, dalla superficialità e dalla mancanza di una visione organica. Credo sarebbe però un grosso errore ripartire da zero votando NO ad un referendum che, peraltro, Matteo Renzi ha molto improvvidamente trasformato in plebiscito su se stesso. Come in ogni treno in corsa, una brusca frenata provocherebbe teste rotte a non finire, in particolare tra chi si sta facendo il viaggio in piedi, e cioè tra le componenti più deboli della nostra società. E’ sorprendente che chi critica Renzi da sinistra non se ne renda conto o, peggio, che sacrifichi il Paese alla propria sopravvivenza politica. Non sorprende per nulla invece la campagna condotta da sfascisti e fascisti che cercano di aprire una fase di ammuìna per avvicinarsi alle elezioni. In un momento in cui i temi cari alla destra radicale – monoculturalismo, antimondialismo, sovranità monetaria, ecc. – sono rientrati nei programmi di governo di importanti forze politiche, arrivando a contaminare i resti della sinistra-sinistra in una sorta di marmellata rossobruna, il Partito Democratico ha tutte le ragioni per presentarsi come l’unica grande forza progressista in campo, unica barriera di fronte alle derive reazionarie salviniane e grilline. Per entrare a gamba tesa in certi dibattiti occorre però una cultura politica ben più solida di quella costruita alle leopolde. Non basta ascoltare quello che ti dice lo spin doctor o magari il neorenziano ex PCI, che ben conosce i suoi vecchi compagni. Un conto, insomma, entrare nel merito delle idee, un altro accomunare, sulla base di un singolo voto comune, soggetti lontanissimi.

Nella fattispecie, accostare Roberto Benigni o Gianni Cuperlo a Casapound, come ha fatto Maria Elena Boschi. Rispondendo a Cuperlo durante la Direzione PD di ieri, la Boschi ha precisato come non fosse affatto sua intenzione mettere la minoranza del partito sullo stesso piano dei neofascisti. La sua andrebbe letta piuttosto come una reazione piccata di fronte al continuo nominare Verdini da parte della minoranza stessa. Evidentemente, la Ministra crede – come chi scrive – che Verdini sia comunque più presentabile dei fascisti, e sa quanto toccare l’identità antifascista a Sinistra equivalga a toccare la mamma. Se così fosse, risponderemmo alla Boschi che un ministro si dovrebbe astenere dai comportamenti da asilo infantile, e che continuare a provocare una minoranza del partito che alla fine voterebbe comunque Sì (per evitare la brusca frenata di cui sopra) rivela ancora una volta l’inadeguatezza politica dei rottamatori. Seriamente: se il fatto di votare «assieme a Casapound» è usato come stigma, è perché il fascismo è considerato o comunque [opinione dello scrivente] dovrebbe essere considerato alla stregua della lebbra, in una società democratica. Ma ve la vedete, voi, la dolce Maria Elena chiamare “lebbra” i fascisti? Evidentemente no. L’homunculus della cultura politica renziana è trasversale, dialogante, ecumenico, pacificatore e, in ultima analisi, apolitico. E del resto ricordiamo bene i rapporti più che cordiali intrattenuti proprio con Casapound da alcuni renziani della prima ora, molto attivi pubblicamente. Cristiana Alicata (nipote di Mario!) nel 2009 manifestava ad esempio un grande interesse per le posizioni di parte della destra radicale romana sulle tematiche LGBT, incontrando i vertici di Casapound e giudicando positivamente un documento del gruppo:

«Mi sono sentita dire:” forse noi di destra […] oggi riconosciamo nella discriminazione del mondo omosessuale quella che molti di noi vivono perché si definiscono di destra.” Qualcuno di loro, infatti, in certi posti non può nemmeno mettere piede».

A proposito dello stesso comunicato, Anna Paola Concia, a sua volta ospite dei giovani neofascisti, renzianissima e ora candidata a Roma con Giachetti, si esprimeva così:

«Questo documento potrebbe benissimo essere una mozione congressuale del Pd. Diciamo pure che è più avanti di quella di Bersani. Con le vostre proposte avete aperto un varco».

Tutt’altro che lebbra, insomma. Simone Regazzoni, filosofo «allievo di Derrida», tra i responsabili della campagna elettorale di Raffaella Paita nelle disastrosi elezioni liguri e romanziere, nel 2013 presentò a Casapound il suo Sfortunato il paese che non ha eroi. Etica dell’eroismo, interessante saggio politico che potremmo definire neodannunziano. Così recita il risvolto, abbastanza esemplificativo del contenuto:

«Perché scrivere, oggi, un libro sull’eroismo? Perché, diciamo la verità, ci siamo trasformati in una “generazione di femminucce”. Parola di Clint Eastwood. Domanda: ma di quale eroismo stiamo parlando? Risposta: di un nuovo tipo di eroismo. Un eroismo senza una Causa per cui combattere, che non chiede sacrifici per il bene comune, il bene dell’altro, la patria, l’umanità intera. Un eroismo in cui occorre mettere in gioco una sola Cosa: il proprio singolarissimo godimento – sfidando pregiudizi, buone maniere, regole, norme sociali. In altri termini: la Legge. Compito dell’etica dell’eroismo: fare fuori l’idiota della morale, ligio alla Legge e al dovere».

Effettivamente, cara Maria Elena Boschi, forse qualcuno che assomiglia a Casapound nel PD c’è davvero. Ma non è certo Gianni Cuperlo.

Immagine di copertina: CC 4.0 Jose Antonio – Wikipedia

Il fronte interno dello scontro di civiltà

Non colpiamo i civili, così avrebbe detto uno dei fratelli Kouachi prima di asserragliarsi nella tipografia a Dammartin. Ma i disegnatori di Charlie Hebdo, armati solo delle loro matite, non erano civili? Avendo raffigurato il Profeta e beffeggiato la Fede, evidentemente no. E le famiglie che facevano la spesa prima di shabbat, non erano civili? Nell’antisemitismo consustanziale all’islamismo radicale quanto al nazismo, evidentemente no. Per qualcuno non ha senso interpretare le poche e confuse idee di questi assassini. Io credo che per sconfiggerli sia necessario tentare di farlo. A muovere queste mani c’è un’ideologia, c’è un progetto che va conosciuto e dissezionato. Lo schema di fondo dei terroristi in qualche modo legati a Daesh è in realtà piuttosto semplice. La strategia della nuova stagione del terrorismo islamista, come ha spiegato in questi giorni Gilles Kepel – intervistato dalle tv francesi mentre le nostre davano spazio ai soliti sciacalli – è basata non più sulle azioni spettacolari, non sui grandi attentati ai luoghi simbolici dell’Occidente. È un «terrorismo di prossimità» che colpisce nei quartieri, dove ogni altro può diventare un obiettivo sensibile. Gli attacchi di piccoli gruppi di fanatici, oltre a paralizzare le complicate strutture di una metropoli, mirano a frammentare la società. Il fine ultimo è quello di isolare i cittadini di fede musulmana, farli percepire come una minaccia per tutti gli altri. E il processo di frammentazione non si ferma, perché una sorta di reazione a catena viene innescata.Hanno colpito Charlie Hebdo? «Je ne suis pas Charlie Hebdo», si affretta a precisare Jean-Marie Le Pen. Perché «in fondo erano quattro comunisti atei che beffeggiavano le tradizioni della Francia cristiana!» Hanno colpito l’Hyper Cacher di Porte de Vincennes? «Encore ces Juifs! Beh, questi Ebrei un po’ se lo meritano, e perché dovremmo subire noi le conseguenze di quello che fanno ai Palestinesi?». Queste sono solo ricostruzioni, ma si riferiscono a opinioni diffuse che possiamo ascoltare in Francia come in Italia. Le abbiamo ascoltate e lette in queste ore, declinate nei modi più diversi, dall’ambiguità più viscida alla violenza verbale più rozza. Dividere la società, distruggere il concetto stesso di cittadinanza per come si è venuto formando in Europa nel corso della modernità. E se nella patria dei Lumi e della Rivoluzione viene meno l’idea di fraternité, possiamo ben immaginare cosa possa avvenire in un paese di deboli tradizioni democratiche, disunito e fiaccato dalla crisi come l’Italia. Gli sciacalli cui accennavo sopra sono all’opera sin dai primi lanci di agenzia e la reazione a catena comprende naturalmente l’immancabile delirio complottista – nella quale si distinguono come al solito alcuni parlamentari grillini e il loro codazzo di casi psichiatrici. Ad approfittare di una simile situazione sono naturalmente i più lucidi – parlo di lucidità politica, che è cosa diversa dalla sensatezza – esponenti della destra identitaria e xenofoba. Come due ruote di un ingranaggio che, pur diverse per dimensioni e pur ruotando in sensi opposti, fanno parte dello stesso meccanismo, i nostri identitari e i jihadisti lavorano in buona sostanza alla costruzione dello stesso mondo. A differenza che nel meccanismo fisico, nella metafora l’energia non viene però semplicemente conservata. L’«energia», cioè il potenziale di mobilitazione di massa da parte di queste forze politiche è moltiplicato dai mass media e dai loro operatori. Consapevolmente o meno. Nel mio piccolo, qualche settimana fa ho cercato di riassumere come ciò sia tradotto in ideologia dal partito più importante della destra radicale nostrana, la Lega Nord di Matteo Salvini. Gli avvenimenti di Parigi mettono ora alla prova dei fatti i redattori del «Talebano», rivistina online sulle cui pagine l’ideologia suddetta viene esposta in modo molto più chiaro di quanto non facciano le migliaia di ore di talk politico alle quali molti di noi si sottopongono volontariamente, sperando ingenuamente che il conduttore di turno faccia le domande giuste. Sul «Talebano» questo sforzo ci viene risparmiato, e degli stessi interventi televisivi di Salvini ci viene offerta un’esegesi ufficiale:

«Il segretario della Lega Nord ha spiegato in modo comprensibile a tutti una questione semplice: chiediamo, dice in sostanza Salvini, che gli immigrati extracomunitari siano controllati e si sappia bene chi siano, cosa fanno e come vivono. Il non farlo crea un problema di sicurezza in Occidente. Poi ha spiegato quanto già detto sia al convegno con l’”islamico” Pietrangelo Buttafuoco e ribadito nell’intervista rilasciata al giornalista tedesco Luca Steinmann nel libro Vie Traverse: l’Islam ha valori forti mentre noi siamo una società in declino. […] da circa 20 anni l’Islam è diventato il male assoluto: prima c’era l’ancien regime (e il cristianesimo autentico), poi c’erano i fascismi, poi i comunismi e ora gli islamici…

«c’è sempre un cattivo da abbattere, da sottomettere alla “libera” società del materialismo e del razionalismo nata dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese».

La tirata reazionaria si conclude in modo più che prevedibile:

«L’Europa rinascerà presto perché è in queste situazioni che le persone ancora forti di spirito avranno il coraggio di sollevarsi e di iniziare a riprendere il cammino. Grazie all’autocritica potremo rialzarci per riaffermare i valori e i principi su cui si costruisce una civiltà: Famiglia, Tradizioni, Identità e Sacralità della vita. L’Europa, dunque, rinascerà. Ma l’Occidente, invece, è già sconfitto».

A fare il corollario a queste scemenze ci pensa proprio il solito Buttafuoco, che dalle pagine del foglio neoconservatore diretto da Giuliano Ferrara ci avverte di aver letto l’ultimo Houellebecq:

«Ho letto Sottomissione e, alla luce dei fatti, posso ben dire che mai trama ha rischiato di risultare così scontata. Stesso inizio, stesso svolgimento, più che prevedibile nel finale. Come in Soumission, dove, pur di non far vincere Marine Le Pen…»

Non credo che il quadro possa essere più chiaro di così. In sintesi, con il declino di Berlusconi, la destra moderata in Italia è praticamente estinta (di quella propriamente liberale evitiamo di parlare per pietà), mentre le varie destre radicali si stanno coagulando attorno ad un progetto identitario che alle buffonate padane o alle gite a Predappio ha sostituito un orizzonte globale, ovviamente antieuropeista e filorusso. So che a molti di noi la sola visione di Salvini evoca un riso irrefrenabile, ma proprio per questo non dovremmo sottovalutare il suo potenziale di manchurian candidate della destra peggiore. Una doppiezza evidente nasconde dietro la solita demagogia da bar sport una visione molto più pericolosa. È questo il secondo fronte, dopo quello dell’islamismo radicale, sul quale noi democratici dovremo combattere da subito. Sarà molto, molto faticoso.

Charlie Hebdo e la sfida all’Occidente

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Non saranno certo le ultime vittime dell’islamismo radicale, gli undici di Parigi. Tanti altri hanno pagato con la vita e stanno pagando per aver semplicemente espresso un’idea. A certe latitudini non occorre nemmeno una vignetta che raffiguri il Profeta. Non mi dovrei stupire, in effetti, non fosse che stavolta è capitato nel cuore d’Europa, al centro della Ville Lumière. Con Kurt Westergard non ce l’avevano fatta, col povero Wolinski – che tante volte ho letto anche su Linus, da ragazzino – e con gli altri di «Charlie Hebdo» sì. Organizzatissimi, armati sino ai denti, spietati. Lo ammetto, non ho resistito e ho visto il video del terrorista che torna indietro per finire il poliziotto ferito e disteso a terra. Come al macello. La nausea ancora non mi passa. È dannatamente difficile, in momenti come questo, tenere la barra al centro evitando di aggregarsi a qualche “brutale corrente” che attraversi l’opinione pubblica. Eppure occorre farlo. E devono farlo soprattutto i nostri eletti. Ecco cosa si intende quando si parla di una “politica responsabile”. Una politica che non sfrutti la canea del momento, che non presti ascolto alla voce del ventre molle di un paese. Di Hollande si può dire tutto il male possibile, ma è proprio nel suo appello all’unità della nazione che sta la risposta. Un appello a tutti i francesi, religiosi e laici, di destra e di sinistra, cristiani, ebrei e musulmani. In Francia, per vari motivi, appelli come questi hanno più senso che da noi. Di fronte a questi fatti, mi restano due sole certezze. La prima è che nessun tentativo isolazionista, nessuna diplomazia sotterranea, nessun appeasement con l’islamismo radicale ci possono salvare dai tagliagole. Chi mostra debolezza sarà macellato per primo, come chi vive in Medio Oriente, da Israele al Kurdistan, sa benissimo, avendolo sperimentato sulla propria pelle, senza bisogno delle raffinate analisi sociopolitiche dei nostri orientalisti. Con il fondamentalismo islamico non ci può essere alcun dialogo, ma solo la massima fermezza, e quando necessario l’uso della forza guidata dal Diritto. La seconda cosa di cui sono certo è che questa fermezza guidata dal Diritto non ha nulla a che vedere con le reazioni di certi nostri politicanti e dei loro fan. Com’era prevedibile, in queste ore, tutti i leader della destra peggiore, da Salvini alla Meloni, stanno cavalcando in modo vomitevole la strage di Parigi, come nemmeno Marine Le Pen ha fatto. I loro consensi in queste ore crescono, ovviamente, e non possiamo farci nulla. Una cosa però la pretendiamo. Io, personalmente, la pretendo: non voglio che la mia fermezza sia confusa con quella della feccia più reazionaria d’Italia e d’Europa. La verità è che della nonviolenza, della libertà di stampa e di satira, della laicità dello Stato e della tolleranza a questi misirizzi dello scontro di civiltà non interessa un bel nulla. A dirla tutta, non vedo grandi differenze tra queste persone e i fondamentalisti musulmani. A differenza degli islamisti non uccidono né lanciano fatāwā, è vero. Non lo possono fare soltanto perché non si trovano nel secolo giusto. La loro è la frustrazione della bestia senza più denti né artigli. È stata la Rivoluzione Francese a tagliare le unghie ai fanatici religiosi d’europa, che oggi scaricano tutta la loro violenza nei canali che la democrazia concede loro, cristiani senza cristiana compassione, europei senza tolleranza europea, occidentali senza Ragione occidentale. All’Islam, come suggeriva Bernard Lewis, è mancato un’89 in cui poter maturare l’idea di laicità, e forse da questo nasce il profondo declino sociale e morale del mondo musulmano. Questo ci rende di per sé migliori? Non credo. Da noi l’89 non è bastato, non ci ha reso immuni dalla barbarie. Due secoli di reazione, spesso sotterranea, a volte manifesta e selvaggia, a volte intrecciata con la Ragione stessa, hanno fatto riemergere la sete di sangue degli Europei. Tra loro c’erano anche quei bravi Francesi e quei bravi Italiani che segregavano i loro concittadini ebrei, uomini, donne, bambini, gli uni al Vel d’Hiv, gli altri a Fossoli, in attesa di spedirli ad Auschwitz. Se oggi parliamo di islamofascismo, o di assassini nazi-islamici, è perché ci sono stati un fascismo e un nazismo. Made in Europe. Cerchiamo di non dimenticarlo mai.