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L’alternativa di sinistra che non c’è

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In questi giorni di pasticci legislativi e di manifesta difficoltà del segretario-premier, ho ripensato spesso a quanto prevedibile sia la politica e a quanto la situazione di empasse del ddl Cirinnà fosse praticamente già stata scritta nel giorno di febbraio di due anni fa in cui Matteo Renzi fece le scarpe a Enrico Letta. O, più esattamente, in quel giorno di aprile in cui la coalizione Italia Bene Comune “non vinse” le elezioni politiche e l’Italia si prese quella sorta di meningite che è il movimento cinque stelle. In quel momento si è decisa la deplorevole condizione di sudditanza del centrosinistra da uno scarto del centrodestra. Com’è dura dipendere dall’1% di Angelino Alfano. Ma se allora avete schifato il PD – il PD di Bersani, non quello di Renzi – dando magari credito a Grillo, avete perso il diritto di lamentarvi del compromesso al ribasso sulle unioni civili. La colpa è solo vostra e meritereste un ceffone a mano ben distesa. Rimane aperta la questione del destino del governo, impegnato a mantenere un faticoso equilibrio che, se con un po’ di fortuna può portare il rottamatore a fine legislatura, non è proprio ciò di cui avremmo bisogno. Anche a prescindere dal disastro della legge (ex?) Cirinnà, che frutterà probabilmente all’Italia un’altra condanna della CEDU, sono in generale le tendenze moderate di questo governo, e il differente approccio tra diritti sociali (leggi: Jobs Act) e diritti civili a causare l’incazzatura di molti, compreso il sottoscritto. Ciò premesso, a chi mi chiedesse, in questo preciso momento, di scegliere se far cadere Renzi anzitempo o tenermelo mugugnando, non saprei cosa rispondere. Siamo onesti: come si fa a intravedere una qualunque realistica alternativa di governo in un Civati inacidito e innarcisito? Possibile rifiuta per statuto qualunque alleanza, anche a livello locale, col Partito Democratico e ci si domanda quindi con chi intenderebbe governare Civati, riuscisse anche a convincere qualcuno dei leggendari “grillini di sinistra” per arrivare a un generoso 5%. Non vedo alternative nemmeno nei riti officiati da Fabio Mussi sul palco del – sempre bellissimo – Palazzo dei Congressi all’EUR. Sinistra Italiana riproduce grossomodo il vecchio correntone DS e punta ad erodere il PD a Sinistra per tornare ad uno scenario ulivista, lasciando il centro democratico ai renziani. Perché ciò divenga possibile, occorre però vincere il referendum sulla riforma del Senato, che è anche un referendum su Renzi, o così viene venduto. Un tentativo di cui non condivido nulla, ma che trovo legittimo, sia chiaro. Mi chiedo soltanto se per difendere la propria nicchia ed eliminare l’odiato Renzi, questo pezzo di ceto politico debba per forza intrattenere rapporti – o non stabilire una distanza – con i vari propagandisti grillini, noeuro, sovranisti e coi reazionari di ogni risma. A vedere rossobruni ovunque, si passa per paranoici, lo so. Escludendo la mutazione profonda, rimane allora l’ipotesi del tatticismo. Oggi non si conquistano le masse con le parole chiave “pace e lavoro”, occorrono i latrati contro Bruxelles. O contro il Club Bilderberg. Tatticismi squallidi che ti sporcano per sempre, tanto quanto gli accordi con Verdini e i suoi. Anzi, peggio. E che non fanno di te un’alternativa credibile.

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Trappole per gonzi d’inizio secolo

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Non ricordo esattamente l’anno (direi tra il ’98 e il 2000), ma ricordo molto bene le parole: «a questo punto ci vorrebbe un nuovo fascismo che facesse da contraltare allo strapotere americano». A pronunciarle, dopo una pizza tra iscritti e simpatizzanti di Rifondazione Comunista, era stato Gianfranco La Grassa, economista marxista vicino a Costanzo Preve, le cui idee il compagno Giancarlo, anima intellettuale del locale circolo di Rifonda, tentava disperatamente di diffondere in quel nostro scalcagnato gruppetto. In quel momento mi limitai ad alzare il ciglio e a tenerlo alzato per il resto della serata, ma negli anni successivi ho ripensato a quelle parole ogni volta che mi sono trovato di fronte a qualche ripugnante linguainbocca tra estrema destra ed estrema sinistra. Costanzo Preve, scomparso nel 2013, è stato un ex althusseriano passato al comunitarismo. La sua tesi, in soldoni, è che i marxisti non hanno capito niente di Marx né del Capitale, che il marxismo storico ha sbagliato a credere all’autonomia del proletariato, che concetti come laicità, razionalismo, cosmopolitismo, ecc. vanno combattuti in quanto parte del “fondamentalismo illuminista”, che la dicotomia Destra-Sinistra è del tutto esaurita e che l’unica alternativa al capitalismo si trova nel concetto di comunità. Un altro marxista diventato reazionario, e fin qui niente di particolarmente sorprendente. Per un po’ di tempo ho creduto che posizioni di questo tipo non rappresentassero altro che delle bizzarre curiosità intellettuali per pochi, trascurate anche dall’accademia, nella loro marginalità. Non avrei mai potuto immaginare che il percolato che cola dai resti putrefatti del marxismo potesse arrivare a insozzare il discorso pubblico mainstream come poi è avvenuto.  Ho avvertito i primi segni della catastrofe imminente quando, alcuni anni fa, certi miei conoscenti – fino ad allora poco interessati alla politica e per niente alla filosofia – mi parlarono dei «video di Costanzo Preve» nei quali si erano imbattuti da bravi navigatori solitari dell’internet. Se fossimo rimasti a quel livello di diffusione, il fenomeno sarebbe stato paragonabile a quello delle fesserie complottiste sull’11 settembre o sulle scie chimiche. Il problema è che mentre è facile smontare una verità pseudoscientifica, le idee politiche non possono essere confutate razionalmente. È nella natura dell’ideologia il non essere falsificabile.

Il disastro definitivo è avvenuto durante questi ultimi anni di crisi, quando i media generalisti, terrorizzati dal crollo degli investimenti pubblicitari, hanno cominciato a cavalcare il populismo e persino l’editoria cosiddetta di sinistra ha pensato bene di dare spazio a certi personaggi. Ecco quindi che se Costanzo Preve negli anni ’90 affidava il suo pensiero ai libri della piccolissima C.R.T. di Pistoia, oggi il suo allievo Diego Fusaro – che viene ospitato nei talk televisivi in prima serata –  pubblica un suo testo su Gramsci con Feltrinelli – in una collana diretta da Massimo Recalcati tristemente intitolata «Eredi». Le tendenze radicali ni droite ni gauche nascono sempre in momenti di crisi profonda della Sinistra. Al netto delle enormi differenze tra epoche lontane, qualcosa del genere è già accaduto agli inizi dello scorso secolo, ed è davvero sorprendente come la tendenza odierna stia montando a un secolo esatto dal sindacalismo rivoluzionario dei Labriola e dei Corridoni, confluito nel fascismo pochi anni dopo. Più avanti nel corso della storia della Sinistra, si sarebbe parlato di infiltrazione. Il fatto è che ormai non c’è più nulla da infiltrare, il pensiero “di sinistra” è sparso a terra, spappolato e marcescente. Di fronte alla balbettante Sinistra odierna, priva di visione e schiacciata su singoli temi-feticcio(segnatamente: l’Euro), non possiamo meravigliarci se il keynesiano Stefano Fassina si trova in sintonia col terzetto di economisti noeuro (Bagnai, Borghi, Rinaldi) in lizza per il posto da ministro in un ipotetico governo Salvini. Né, a maggior ragione, ci possiamo meravigliare se chi ha perso il lavoro dopo una delocalizzazione non distingue lo spauracchio fascista della «sostituzione dei popoli europei» da quello marxista del «piano del Capitale» per abbassare il costo della manodopera. Se poi l’UE viene definita “nazista” dai noeuro, tutti sono nazisti e nessuno lo è più, il linguaggio si ammala, le retoriche saltano e nessuno è più riconoscibile da ciò che dice. La confusione è grande sotto il cielo e la situazione è tutt’altro che eccellente. Ridotta alla sua essenza, la questione è in fondo quella di cui dibattiamo da vent’anni: le due risposte possibili alla globalizzazione: integrazione o chiusura. Ripensando a chi erano i noglobal ai tempi di Seattle, e a chi li ha ormai superati a destra sia nelle piazze che nei salotti televisivi, viene davvero voglia di rimpiangere il patto di Varsavia.

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