Il fattore umano

A volte il destino avverso si incarna nella figura di un capitano, come si fosse in un racconto di Conrad. Mentre ancora si contano i morti della Concordia, la poca credibilità recuperata grazie a Monti è in un attimo riprecipitata a livelli infimi – e proprio presso il nostro giudice più severo, la Germania, che dovrà forse piangere il numero più alto di vittime nel disastro della Concordia. Al netto di tutte le esagerazioni – perché far scendere 4000 persone in preda al panico da una nave che affonda non è uno scherzo, proprio no –  pare che la causa prima del disastro sia stata la decisione del capitano di effettuare la manovra di “inchino” per salutare un amico a terra, al Giglio. In casi come questo, come liberarsi dallo stereotipo del tamarro che, a bordo del suo macchinone, ‘cruising down the ville’, strombazza e sgasa e alza i fari per salutare gli amici al bar,  andandosi presto a schiantare sul primo muretto e finendo all’ospedale, avendo nel frattempo mandato al creatore i suoi malcapitati passeggeri? Non si può, non ci sono Monti che tengano, se per i sette mari siamo rappresentati da simili teste di cazzo. «Ho pensato di trovarmi sul Titanic», ha dichiarato una crocierista superstite. E invece stava sul sedile del passeggero di un’Alfa, a centocinquanta all’ora sul lungomare di Riccione.

E i compiti della satira li abbiamo, mi pare, svolti. Ma sarebbe troppo comodo addossare tutte le responsabilità al capitano, già scaricato da Costa e messo per bene sulla graticola. Né la natura del maschio italico al volante (o al timone) basta a spiegare quanto accaduto. E no, non sto alludendo alla sfortuna, altrimenti detta sfiga (della quale qualcuno ha scoperto i presagi).
Lo sappiamo bene qui a Venezia, dove a pochi metri da tesori fragilissimi si fanno passare – si consente che passino – sino a cinque navi da crociera al giorno (Costa, Carnival, MCS, tra le altre compagnie). E si è tornato ovviamente a parlarne in questa maledetta occasione, interpellando il Sindaco Orsoni e il presidente dell’Autorità Portuale Costa (soltanto omonimo!), eminenze grigissime del neopatriziato veneziano al quale tutti quanti dobbiamo rendere omaggio e porgere il dito medio. Ma siccome pare che l’unica lettrice oltreoceano (hi there, Franzi) del presente blog si lamenti di una certa mia prolissità, rimando la discussione sulle grandi navi a Venezia ai prossimi giorni.

Era la baia più bella del Giappone

Era la baia più bella del Giappone, e il poeta Matsuo Basho (1644-1694), il maggior compositore di haiku, come tanti altri prima e dopo di lui, ne era incantato. Quando arrivò a Matsushima restò sorpreso da tanta bellezza e si ritrovò senza parole per descriverla. Così, scrisse un haiku autoironico divenuto famosissimo: «Matsushima, ah! / Ah, ah, Matsushima! Ah! / Matsushima! Ah!»,

L’articolo me l’ha segnalato mio padre, che ogni tanto si ricorda di inviarmi gli haiku che compone. Di fronte a più di ventimila tra morti e dispersi, un disastro nucleare del quale si stanno ancora valutando le conseguenze e un paese intero messo in ginocchio è forse di cattivo gusto ricordare anche la Bellezza e l’anima di un Paese tra le vittime di una catastrofe? Non credo.