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Gennarino della Manciuria

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«No, guarda, pure se stesse fisicamente bene, e bene non sta, non potrebbe uscire! Non lo vedi che occhiaie? Ti pare che possa uscire in diretta, co’ sta faccia? Ma poi Fefè, dimmi la verità, il Dottore ti ha detto qualche cosa che non so? Guarda che se lo vengo a sapere…»

«Ma che stai dicendo, ma che vieni a sapere? Ti ricordo che è pure figlio mio! Sta benissimo, le occhiaie le ha sempre avute! Ci sta marciando, co ‘st’infortunio!»

«Ma senti questo…L’hai mai presa, tu, una capata cadendo da mille metri?»

Parlavano come se il figlio non fosse stato lì di fronte a loro, come se non avesse potuto sentirli. Era sveglio già da un po’, ma non sembrava ascoltarli e nemmeno sembrava assorto in qualche pensiero. Lo si sarebbe potuto confondere con un monaco buddista libero da ogni preoccupazione mondana o anche con un manichino da negozio. Abbandonato sul divanetto, una leggera smorfia di fastidio sulla faccia, Gennaro Infante fissava un angolo del soffitto dorato.

«Papà, senti…»

I genitori si voltarono di scatto verso di lui, la madre trattenendo il respiro, il padre sorridendo di un sorriso finto, quel ghigno paretico che aveva passato al frutto dei suoi lombi e che da anni Gennaro sciorinava in televisione. (Le occhiaie, quelle Gennarino le aveva invece prese dalla madre).

«Oh, il nostro malatino si è svegliato! Come stiamo, Genna’, tutto a posto?»

«La testa, ti fa ancora male la testa? Guarda che il Dottore è qua fuori, adesso lo chiamiamo e ti visita». Gennaro si girò lentamente, così lentamente che la madre si spaventò e non riuscì a evitare uno scongiuro a mezza voce.

«No, Mamma, la testa va bene, non ti preoccupare. Papà…»

«Dimmi!»

«Papà…io questi divanetti li voglio cambiare. Voglio un divano a elle da quattro posti. Qui non si riesce a stendere le gambe, ma ti pare possibile che il Presidente del Consiglio non possa stendere le gambe a casa sua?».

«Eh? Genna’, ma allora davvero devo credere che non stai bene. Con tutto quello che stiamo passando, tu al divano pensi? E poi ti ho già detto che i divanetti azzurri di Berlusconi non si toccano, ché portano bene!».

«Sì, il governo più lungo della storia della Repubblica, eccetera…ma se il divano grande lo metto nello studio? Che dici, mamma?».

In quel momento, nella stanza accanto, il direttorio della Lista Colucci era riunito in conciliabolo col Dottore. Michele Colucci, sempre più distante dalla politica, pochi minuti dopo essersi collegato in videoconferenza da un’isoletta del Caribe venezuelano, aveva piazzato un’iguana davanti alla webcam e se n’era andato  («sentite, io vi lascio con Peppino, il rettile più intelligente del mondo. Capisce tutto e ricorda tutto, basta che parliate lentamente, scandendo bene. Ci aggiorniamo, ragazzi, un bacione!»).

Per “i quattro moschettieri”, come i giornali chiamavano il gruppetto dei supposti fedelissimi Orrù, Tavagnasco, Moroni e Nasica, erano stati giorni difficili. Infante aveva un’unica parte da sostenere. Era arrivato in cima, gli bastava seguire le istruzioni. Le linee guida della Lista erano semplici e chiare: primo: mantenere la calma, secondo, chiedere al Dottore. Qualcuno poteva forse credere che la Lista avesse aperto una crisi con la Francia così, a casaccio, senza una precisa strategia, e che Gennaro dovesse sbrogliarsela da solo? Che sciocchezza. La posizione davvero complicata era quella delle seconde file, delle riserve, per così dire. Di loro quattro, insomma. Occorreva certo mostrare – ossia fingere – preoccupazione per la salute del Presidente del Consiglio. Non si poteva però esagerare, o i media avrebbero cominciato a parlare di dimissioni. Infine, dovevano riuscire a nascondere l’eccitazione per le possibilità che si sarebbero aperte per uno di loro, nel caso Gennaro avesse lasciato. Nasica, la vera riserva, l’eterno numero due che aveva peraltro annunciato il suo prossimo ritiro dalla politica, era fuori di sé. Scamiciato e gesticolante, le sigarette accese a ripetizione tenute come lo farebbe un torturatore, elencava tutte le possibilità delle successive 48 ore a Tavagnasco e Moroni, che a un tratto lo afferrarono per le braccia e lo fecero sedere. «Non potrebbe mica dargli qualcosa, Dottore?», fece Moroni.

Il Dottore era all’estremità opposta della stanza, alla finestra, assieme a Michele Orrù, Sottosegretario alla Presidenza, “la testa più lucida della Lista”.

«Massimo, perdonami, magari è una domanda stupida, per carità, però…e se si fosse mosso qualcosa in testa per via della capocciata che ha preso?».

Il Dottore squadrò Orrù scuotendo la testa: «Io non ci posso credere…ancora con questa storia? Ve l’ho detto mille volte che non esiste nessun chip, cazzo! Gennaro in testa non ha niente! In tutti i sensi, vorrei aggiungere, e adesso ne abbiamo la conferma. No, qui bisogna arrivare a prendere delle decisioni, anche spiacevoli, se è il caso…io lo dico a te qui in camera caritatis, è possibile che Gennaro sia del tutto unfit e si debba cambiarlo»

«In camera…cioè, nel senso…Massimo, io non so se ho capito quello che mi vuoi dire, ma ti dico che se Gennaro molla adesso è un disastro. È la fine di tutto. Ci siamo spinti troppo oltre con la crisi francese, la tensione è altissima. Il Paese è come una corda di violino, bisogna suonarla, altrimenti…»

«Altrimenti?»

«Eh, altrimenti…altrimenti si spezza…no?»

«Orrù, resto sempre ammirato dalla precisione delle tue metafore. No, no…basta cazzate. Basta! Ma siamo impazziti? Prima la colite, poi questa cosa della craniata…no, è che il candidato doveva forse essere un po’ più fisicamente prestante, ma soprattutto, perdonami, un po’ meno coglione. Io ve l’avevo detto: garantisco sul condizionamento, ma il materiale di partenza – che avete scelto voi e soltanto voi – deve essere valido. Io non posso fare miracoli!»

«Beh, a suo tempo, qualche alternativa c’era…tolto il sottoscritto, alla gente piaceva molto Liborio…»

«Nasica? Nasica, nel caso te lo fossi scordato, non ha passato il test base. Non aggiungo altro.»

«No, per carità…Lo sai qual è il vero problema? È che il potere dà alla testa. E lui è un po’ ragazzino, per cui, dopo poche settimane si è sentito di poter fare tutto…non ci abbiamo pensato noi della lista, e forse neanche il condizionamento ne tiene conto…non so, l’esperto sei tu, eh, dico per dire…»

«Hai perfettamente ragione. Ecco, se devo fare autocritica, la faccio su questo…narcisismo e megalomania sono fattori importanti, vanno assolutamente inseriti nell’algoritmo», disse professionale il Dottore. La faccenda del condizionamento mentale o “training psicotronico” , come lo chiamavano i membri del direttorio nelle rare occasioni pubbliche in cui affrontavano l’argomento, era nata assieme alla Lista, ma era stata descritta con (relativa) dovizia di particolari soltanto all’inizio dell’ultima campagna elettorale. Il Dottore aveva giocato d’anticipo, bruciando l’”inchiesta esclusiva” dell’ultimo cronista non allineato e usando il candore come arma retorica. «È un metodo di potenziamento cognitivo che non influisce sulla volontà, ma aiuta a prendere le decisioni nel modo più razionale. È l’esatto opposto del condizionamento mentale, perché nasce per combattere ogni condizionamento mentale. Scientology, signori, non c’entra proprio nulla». La gente se l’era bevuta e i critici erano stati ridicolizzati o coperti di fango nei soliti modi. In quanto agli eletti e in particolare ai membri del direttorio, avrebbero dato tutto quello che avevano per sottoporsi al trattamento al posto di Gennaro.

«Che senso ha sprecare tempo e risorse con i social network, come credono certi babbei ossessionati dalla Russia, se si può contare sulla tecnologia psicotronica del Cerpan?». A una rosa di dirigenti selezionati, il Dottore aveva raccontato la storia del trattamento. Il Cerpan era in sostanza una macchina messa a punto dai sovietici negli anni Sessanta, mentre gli americani lavoravano al progetto MK Ultra. «Lo Sputnik del condizionamento psichico», così lo definiva il Dottore. «Approccio chimico contro approccio fisico. Mentre la CIA regalava milioni di dollari ai professori di Berkeley perché si facessero di acido, i Russi avevano semplicemente perfezionato l’intuizione di Mesmer sul magnetismo animale. Saperi antichi, molto antichi. Del resto, come ben sapete, già nell’antico Egitto…»

A quel punto i coluccini, di cui era nota l’inclinazione per le pseudoscienze e l’esoterismo, erano completamente conquistati. L’unico a sollevare qualche perplessità, non di ordine scientifico, ma politico, era stato proprio il padre di Gennaro. Non gli piaceva l’idea di lasciar sottoporre il figlio a una specie di lavaggio del cervello inventato dai comunisti.

Il Dottore gli spiegò che i comunisti c’entravano ben poco perché quelli erano saperi tradizionali, ma lo convinse pienamente soltanto quando raccontò di essere nipote del segretario personale di Pino Romualdi. Di fronte a Raffaele Infante non poteva esibire credenziali migliori.

Il ciclo di condizionamento del candidato premier, condotto in gran segreto a Torino nella sede centrale della Mombelli, la società del Dottore, ebbe quindi inizio. Due sedute alla settimana per tre mesi, al termine dei quali la candidatura venne annunciata ufficialmente. Presenti alla sedute, oltre al diretto interessato, c’erano soltanto il Dottore e il direttore generale della Mombelli, l’ingegner Privitera. Due persone possono, con qualche sforzo, mantenere un segreto, sosteneva il Dottore. «Dalle tre in su è impossibile».

Nemmeno Colucci c’era mai stato, anzi gli era stato richiesto espressamente di non andarci. Il suo crescente disinteresse per il movimento politico che portava il suo nome aveva reso le cose più facili.

Fino ad allora, il segreto era stato mantenuto, e nessuno aveva messo in dubbio l’esistenza o l’efficacia di un procedimento detto “training psicotronico”; che però non esisteva affatto. Era tutta una colossale panzana, una stupidaggine inventata inizialmente dal Dottore per sondare gli umori dei complottisti amici e dei dietrologi nemici. Si era molto divertito perché inventare quella storia gli aveva dato modo di riprendere una sua vecchia passione. Da ragazzo, il Dottore scriveva brevi racconti di fantapolitiica e fantascienza distopica. Nulla di memorabile, ma si facevano leggere. Erano, in sostanza, gradevoli collage di roba letta altrove. Da uno di questi racconti, La macchina psicotronica del dottor Karapetijan, a sua volta scopiazzato da The Manchurian Candidate di Robert Condon, aveva ripreso l’idea del condizionamento.

Gennaro veniva accompagnato in un ufficio della Mombelli, uno stanzone senza finestre da poco ristrutturato e completamente spoglio nel quale erano stati installati una brandina e un vecchio elettrocardiografo recuperato personalmente dal Dottore da un ecocentro in periferia. Il candidato premier veniva fatto sdraiare e opportunamente addormentato con un’iniezione di sedativo. Alla prima seduta Gennaro svenne alla vista dell’ago e non ci fu bisogno di addormentarlo. Al suo risveglio, pochi secondi dopo, il Dottore gli disse che erano passate due ore. La percezione del tempo in quello stato variava di molto, come durante i sogni, gli aveva spiegato. «Coi cervelli mollicci, non serve nemmeno il sedativo, bastano le chiacchiere», aveva poi osservato Privitera. Ogni tanto, nei momenti cruciali di quella sua avventura politica, il Dottore rifletteva sulla bizzarria della situazione. Stentava lui stesso a credere di essere riuscito ad abbindolare una nazione intera in quel modo. Scoppiava a ridere e poi, finite le risate, lo prendeva un’angoscia potente.

«Basta, entriamo» disse il Dottore, e si diresse verso la porta che dava sulla sala dorata, seguito subito da tutti gli altri. Nasica e Morone, nell’agitazione del momento, tentarono di passare in due per la porta e Nasica si fece venire un ematoma alla spalla.

«Dottore, per l’amor di Dio, ci tranquillizzi lei!»

«Signora mia, che volete che vi dica, abbiamo fatto tutti gli esami, raggi, TAC, EEG, ha preso tutto quello che doveva prendere, è stato a riposo due settimane…se si è stufato, che lo dica. Qui fuori c’è la fila per fare quello che fa lui».

Gennaro commentò alzando leggermente il sopracciglio sinistro. Suo padre scosse la testa, imprecando sottovoce. La madre, allarmata, si alzò di scatto. «Ma no, no, no, nemmeno per idea! Non si lascia così! “Boia chi molla”, dico bene, Fefè?», disse rivolta al marito, più implorante che risoluta. Non si era ancora abituata a Gennaro Presidente e già lo volevano togliere di mezzo? No. Non sarebbe stato giusto. Doveva prima capire, prendere le misure, e soprattutto vivere fino in fondo il suo pezzetto di quel sogno. Non ci poteva credere, le sembrava impossibile che Fefè e i vecchi camerati, con l’aiuto di Colucci e del Dottore avessero fatto diventare uomo di Stato quel suo scapestrato figliolo. Gennarino Primo Ministro. Gennarino, Gennarino…Gennarino era una capa fresca, inutile negarlo, e la carica lo aveva solo peggiorato. Ma ora poteva finire così, dopo tutti i sacrifici, lo stress, la fatica delle campagne elettorali, gli insulti ricevuti, le cattiverie?

«Mamma, ti ricordi quel famoso consiglio di Istituto, con la faccenda dei bagni nuovi arrivati già scassati…» gli aveva chiesto il figlio qualche giorno prima.

«E come, non me la ricordo? Pure lo sciopero, facesti. Lo sciopero a scuola…la faccia che non fece tuo padre! Ma fu proprio allora che iniziasti con la politica, quella bella, quella fatta per la gente – allora, fu, e non al terzo anno di giurisprudenza come scrive coso, il giornalista…Savarese, quell’ommemmerda

«Mamma, ti prego, niente volgarità, lo sai che mi danno fastidio!»

«Scusa, tesoro, scusa, mamma è nervosa…»

A vederlo abbandonato su quel divanetto, la testa tutta fasciata e lo sguardo acquoso, lo stesso che aveva certe mattine d’inverno, quando proprio non ne voleva sapere di andare a scuola, non sembrava possibile che quel ragazzo nel giro di poche ore avrebbe dovuto spiegare in diretta TV che forse avremmo dovuto dichiarare guerra alla Francia. Quando non parlava, quei suoi occhi tristi ti davano un’impressione di bontà, di innocenza, pensava la madre. «È per via degli occhi all’ingiù», si ripeteva, «come i miei, come quelli di nonna. Poi, se solo apre bocca, vabbè…»

A scuola, a diciott’anni compiuti, Gennaro metteva le puntine sotto il culo al professore di filosofia e faceva i gavettoni alle ragazze. Non leggeva giornali, salvo ovviamente quelli sportivi, non aveva opinioni politiche e si diceva genericamente ecologista soltanto per far colpo sulla supplente di scienze. La storia del suo impegno era un’invenzione totale – peraltro la più innocente tra le bugie diffuse dalla Lista – fabbricata per costruire “un candidato con una bella storia”, come diceva il Dottore. Tutti credevano alle belle storie – avevano bisogno di crederci – e tutti credevano a una piccola bugia. Tante piccole bugie, prese assieme, facevano il programma della Lista Colucci.

Il Dottore si fermo alle spalle di Gennaro, appoggiando le mani alla spalliera del divano. «Ecco che succede a voler strafare. Va bene la foto in acciaieria, lì ti sei solo bruciato le sopracciglia, ma almeno, per il rotto della cuffia, non sei scivolato nel metallo fuso. Va bene anche la prova a Monza col nuovo SUV disegnato da Lapo. Prototipo distrutto, ma se non altro sei uscito dalle lamiere senza un graffio dichiarando che «sulla sicurezza la tecnologia italiana non è seconda a nessuno», e anche lì ti hanno preso sul serio, perché sei come loro, sei uno di loro, un grandissimo paraculo. Però, Gennarino, se fai il fenomeno col parapendio – saltando un consiglio dei ministri! – e cadendo tiri una craniata sull’abete più vecchio del Trentino, come pretendi che la gente – il Popolo, Gennarino – non ti consideri un povero imbecille o un arrogantello testa di cazzo? Se a questa figura ignominiosa aggiungiamo il tuo silenzio di dieci giorni, privo di qualunque giustificazione medica, beh, perdonami, ma sono costretto a dirtelo nel modo più brutale: se alle sei non vai in tv, sei fuori. E mica intendo fuori dal governo, io ti dico che sei fuori da tutto. Se riuscirai a tornare a fare i siti web per le parrucchiere di Afragola, potrai considerarti fortunatissimo. Chiaro?

«Genna’, hai sentito il Dottore? Davvero vuoi dare un dolore così grande a me e a mamma tua?». Il Presidente del Consiglio non rispondeva e si mordeva piano le labbra. Dopo aver affrontato per un attimo gli sguardi dei genitori alzò la testa e tornò a fissare il soffitto istoriato.

Passarono due lunghissimi minuti, durante i quali il Dottore strinse forte i pugni, arrivando a conficcarsi le unghie nelle palme. Orrù e gli altri controllavano i social sui loro telefoni. Raffaele Infante e signora si stringevano per farsi coraggio, senza farsi troppo notare.

Gennaro si girò verso il Dottore. «Massimo, vedi che io sono pronto. Non capisco tutte queste vostre paranoie…».

Un coro di sospiri di sollievo, non tutti sinceri, riempì la stanza.

«Mi fai un po’ di spazio?». Il Dottore si sedette accanto a Gennaro. «Signori, qui la situazione è molto semplice. Tra quattro ore e trentacinque minuti il ragazzo dovrà presentarsi alla nazione e spiegare che siamo in guerra – si fa per dire, semplifico un po’ – con i nostri cugini francesi. Dovrà ricordare a tutti i motivi di questa crisi. Dovrà ricordare che la Francia respinge i jihadisti e i delinquenti africani verso il nostro confine e che noi non abbiamo potuto far altro che chiuderlo. Inoltre, in virtù di accordi sottobanco presi dai massoni del precedente governo, abbiamo dovuto cedere a Parigi metà del mar Tirreno. Se aggiungiamo poi che l’attuale presidente francese è un banchiere massone…»

«e pure ebreo. E ricchione» disse il padre di Gennaro.

«…un banchiere massone che ha ripetutamente dileggiato il nostro Presidente del Consiglio qui presente e offeso le nostre istituzioni! Insomma, mi sembra che l’output, cioè le conclusioni non possano essere che quelle che abbiamo già preso. È tutto scritto qui, l’ha scritto il nostro spin virtuale ed è un testo straordinario che convincerà tutti, da destra a sinistra. Pure i no-border, convinciamo. Scusa la banalità, ma il futuro di questo Paese è nelle tue mani, Gennaro! E rivolgendosi agli altri, aggiunse «Voi che ne dite? Secondo voi, il nostro Gennarino della Manciuria si vuole prendere un’altra settimanella per decidere? Io non credo. Sbaglio, Presidente Infante?»

Gennaro giunse le mani e chiuse gli occhi, fingendo di riflettere sulla sua scelta. Gennarino della Manciuria…la Manciuria…Chissà perché lo chiamava così, pensava. Non aveva il coraggio di chiederglielo, per non passare da ignorante. La Manciuria…era come dire la Cina. Che fosse per via degli occhi? Ma i suoi occhi erano all’ingiù, non all’insù come quelli dei cinesi. «Boh. Va’ a sapere, quello è uno scienziato. Io mi fido. Gli devo tutto».

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La svastica sul web

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Occorreva l’immaginazione degli scrittori di fantascienza, dei grandi creatori di distopie per prevedere che il nuovo fascismo sarebbe cresciuto assieme e grazie alla Rete. E nemmeno quell’immaginazione sarebbe bastata. Naturalmente antiautoritari, i figli della controcultura digitale non si soffermavano, al momento della nascita del web, sui pericoli di un suo uso (formalmente) libero e incontrollato. La vera minaccia cyberfascista per l’utopia della Rete era al contrario rappresentata dall’ideologia del controllo, dal monopolio delle informazioni, e quindi delle idee e delle coscienze, da parte dello Stato e soprattutto delle Big Corporations, delle multinazionali – le stesse produttrici di wafer di silicio e circuiti e fasci di cavi spessi come colonne di cattedrali gotiche senza i quali gli hacktivisti non avrebbero network da violare, né una causa per la quale attivarsi. Il filone della controinformazione e della lotta alla sorveglianza elettronica è sempre molto florido, sebbene dai tempi di Indymedia ad oggi sia cambiato quasi tutto, in termini quantitativi e dunque, in questo caso, qualitativi. Da una parte abbiamo Wikileaks e la comparsa di schiere di utili idioti nel cosiddetto giornalismo investigativo, devoti di Sant’Assange e del Beato Snowden, addetti a una geniale forma di inconsapevole franchising spionistico nel quale si lavora alle psyop di Putin ma si viene pagati dagli inserzionisti della propria testata. Questo metodo ha per la prima volta fatto eleggere un Presidente degli Stati Uniti, ed è solo l’inizio. Dall’altra parte – alla base della piramide della propaganda – troviamo i social. O, meglio, il social, Facebook, che per molti italiani è l’unica porta di accesso alla Rete e ha misteriosamente acquisito lo status di fonte primaria di ogni verità. Misteriosamente, perché moltitudini di persone abituate a diffidare dei loro stessi familiari prendono per buona qualunque fesseria strillata nella piazza virtuale da perfetti sconosciuti. Mentre qualcuno insiste ancora sul problema del trattamento dei dati personali (il gelato preferito, i gusti musicali…), della georeferenziazione, della proprietà intellettuale delle fotine delle vacanze, i social network diventano una sorta di sostituto delle coscienze. Il social non è più mezzo di comunicazione, ma protesi cognitiva – eccola qui, la distopia cyberpunk. A capirlo meglio di tutti, più degli attivisti della sinistra antagonista, sono stati i fascisti, eredi sia della rivolta contro il mondo moderno che dell’entusiasmo futurista. Per la prima volta in settant’anni, la destra radicale detta l’agenda dei temi sensibili, orienta l’opinione pubblica usando in modo geniale la massa degli utonti social come leva sui media tradizionali, che si stanno riducendo a semplici ripetitori di fake news. Il giornale insegue i click e i click arrivano con la paranoia di massa, in una spirale orribile che si autoalimenta (il simbolo dell’uroboro ritorna sempre…). Attraverso questo semplice meccanismo, un’azienda informatica milanese è riuscita persino a fondare un movimento che i sondaggi danno come prima forza politica nel Paese. Ciò che fino a una decina di anni fa era prerogativa di un piccolo arcipelago di siti neonazisti e complottisti è filtrato nel discorso pubblico, divenendo socialmente accettabile. Beninteso, ciò che sta avvenendo non ha nulla a che vedere con le cospirazioni. Non è necessario immaginare una spectre neofascista, e non ha molto senso identificare nelle comparse attuali (Grillo, Salvini, Meloni e la minutaglia fascista e cattoreazionaria dei vari CasaPound, Forza Nuova, Militia, Popolo della Famiglia) i protagonisti del fascismo che verrà. Non serve una volontà unitaria, non esistono piani. Ciò che serve è la compresenza di alcuni fattori: economie in declino, crisi migratorie, analfabetismo funzionale. A quel punto bastano pochi stimoli, poche esche, poche parole d’ordine per risvegliare nella Nazione i tratti fondamentali della propria autobiografia. Come in Telefon di Don Siegel, film in cui le spie dormienti del KGB vengono attivate da un verso di Robert Frost recitato al telefono, così il fascista collettivo riemerge dal letargo al suono di alcune parole o locuzioni (ben più prosaiche).

Migranti, Euro, PD, ecco le tre paroline magiche. Ciò che non hanno capito neppure molti benintenzionati critici dei vari Borghi, Bagnai, Rinaldi, decisi a confrontarsi con costoro sul terreno delle teorie valutarie, dell’economia e della finanza, è che la storia dell’euro è soltanto un pretesto. Un feticcio retorico che tutti possono vedere. Tutti, persino i mendicanti. Il primo tentativo, più scoperto, perché i legami col neofascismo erano manifesti, fu fatto col signoraggismo. Anche Beppe Grillo, seguace di Giacinto Auriti, cavalcò brevemente quel tema. Ma si trattava da una parte di una questione troppo settoriale, troppo tecnica per il cittadino medio, dall’altra di una bufala che qualunque studente di ragioneria poteva demolire. Occorreva qualcosa di più semplice, che fosse sempre legato al feticcio tascabile, il denaro: la moneta unica. L’Euro ha avuto oppositori sin dalla sua introduzione, ma per un attacco su larga scala occorreva aspettare il momento giusto. Quale migliore occasione della crisi del debito sovrano in area UE, dunque, per mettere in piedi una violentissima polemica sulla moneta unica, sul processo di integrazione europea, sulle democrazie d’Europa e sullo stesso ordine di pace e prosperità che l’Europa Unita ha garantito finora? L’eurofobia è anche il terreno in cui viene operato quel rovesciamento di senso orwelliano che permette a qualunque nazista fatto e finito – ma non dichiarato – di definire «nazista» l’Unione Europea, di definire le ONG «Organizzazioni Negriere Globaliste» e naturalmente di agitare lo spauracchio del rimpiazzo del maschio bianco, di volta in volta declinato in termini economici, razziali, sessuali. A minacciare i popoli europei sarebbero la «finanza apolide» e la «classe cosmopolita». Si tratta ovviamente di ellissi utili ad evitare di nominare gli Ebrei, perché questa nuova destra è antisemita quanto la vecchia, pur muovendosi con accortezza, tra simpatie pelose per Israele e islamofobia. Come per i nazisti dell’illinois dei Blues Brothers, anche in questo caso l’accusa è quella dell’«ebreo che usa il negro», ossia di George Soros che minerebbe le economie del continente pilotando i flussi di migranti attraverso le ONG. Lo stesso Gabriele del Grande sarebbe parte del «piano» in quanto finanziato dall’Open Society Foundation di Soros  (e quindi anche il sottoscritto, che nel 2007 ha lavorato a un progetto sull’antiziganismo proprio assieme al benemerito OSI di Budapest). Infine, l’idea della fantomatica «ideologia gender» che minerebbe l’ordine naturale, diffondendo l’omosessualità e portando l’uomo bianco all’estinzione. Sullo stesso Macron, sposato con una donna molto più grande di lui, la canea dei maniaci sessuali clericofascisti si è ovviamente scatenata. Diverse tessere di un solo mosaico paranoide, echi non troppo lontani del «white genocide» dei suprematisti bianchi americani, o del più spendibile «grand remplacement» inventato dallo scrittore francese Renaud Camus – un Carrère che non ce l’ha fatta, citato nei mesi scorsi da tutti i vari Salvini, Meloni e Alemanno – o ancora, per gli amanti della tendenza rossobruna, le parafrasi di Marx sull’«esercito di riserva del Capitale», una trovata di Alain de Benoist, vecchia volpe della Nouvelle Droite, che il miracolato Diego Fusaro ha riciclato di recente. Questo è il mare del liquame nazista che ribolle dalla Rete, e possiamo fare davvero poco contro di esso. Ciò che molti commentatori propongono, dai loro spazi protetti, e cioè un sostanziale controllo dei contenuti del web 2.0, oltre che contraddire i principi della liberaldemocrazia e metterci nelle condizioni della Turchia o dell’Iran, sarebbe del tutto inutile o controproducente. Una vigilanza attiva, un’opera costante di debunking delle bufale da parte degli operatori dei media, degli specialisti e dei singoli cittadini è certamente meritoria, ma è anche possibile che la massa critica sia già stata raggiunta, e non ci resti che prepararci al peggio. Le buone notizie dalla Francia, in ogni caso, non dovrebbero bastare a farci dormire sonni tranquilli.

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