“I faraoni siamo noi”

Un regime dispotico che non sia sconfitto in guerra cade per consunzione. La consunzione del despota, in particolare se anziano, e quella di un regime che lentamente viene scalzato da ciò che nella società si muove, magari impercettibilmente, giorno dopo giorno. Non posso che ripetere la formula per cui questa ed altre recenti rivoluzioni – perlopiù rivoluzioni in fieri – hanno trovato nella Rete un catalizzatore molto potente. Ma la natura delle sollevazioni popolari non cambia, cambia soprattutto l’ordine di grandezza di ciò che avviene. Onore al popolo tunisino, naturalmente, ma col cambio di regime all’ombra delle piramidi [è un’espressione trita, lo so: aspetto da anni di poterla usare]  è successo qualcosa di realmente epocale.  L’Egitto è quel che è. Un grande paese dalla storia antichissima, fonte di miti e simboli di portata enorme, tanto che a volte si tende a confondere l’Egitto reale con quello artefatto del nostro immaginario. L’Egitto reale è stato a lungo un luogo centrale per il Mondo Arabo, nel bene e nel male. Il panarabismo, il “socialismo nazionale” nasseriano, l’islamismo politico di Sayyid Qutb e dei Fratelli Musulmani sono nati da quelle parti. L’Egitto è stato il più diretto avversario militare di Israele in ben tre guerre (fortunatamente perse), il protagonista, con Sadat, della pace di Camp David e un vitale alleato degli Stati Uniti, dai quali riceve svariati miliardi di dollari ogni anno. E’ uno dei centri nevralgici del turismo globale ed è,  infine, il cuore di una grande industria culturale, i cui film, dischi, romanzi vengono diffusi in tutto il resto del Medio Oriente. Questo paese, malamente retto dall’anziano dittatore-alleato-dell’Occidente (altri direbbe: nostro-figlio-di-puttana), ha avvertito la crisi più di altri. Ma questa volta non si è trattato soltanto di una rivolta del pane. Tra i protagonisti della rivolta spicca un nuovo ceto di cittadini più che istruiti e formati ma privati ancora delle libertà individuali e di una sufficiente possibilità di estrarre reddito. Soprattutto per costoro, lo scarto tra le potenzialità del paese e l’oppressione – civile ed economica – del cleptocrate Mubārak, è diventato insopportabile. Un esempio tipo potrebbe essere rappresentato da Sandmonkey, un blogger che in queste settimane ha fornito al mondo una testimonianza appassionata di quanto succedeva attorno a piazza Tahrir.

Le reazioni di chi guarda da fuori sono molteplici. Entusiasmo, solidarietà (è il mio caso), ma anche fregola di analisi e controanalisi politologiche, geopolitiche, geostrategiche, non sempre fondate e non sempre utili se non ad alimentare la chiacchiera globale (è sempre il mio caso, ça va sans dire). Qualche timore per le sorti del processo di Pace Israelo-Palestinese, che a dire il vero agonizza da tempo, e per la c.d. stabilità della regione mi sembrano un prematuro esercizio jettatorio, a volte dettato dalla malafede. In modo complementare, le critiche ad Obama per l’atteggiamento tenuto di fronte alla rivolta sono del tutto strumentali. Questa, volenti o nolenti, è la nuova politica estera americana, decisamente meno incline all’acritico sostegno dei nostri-figli-di-puttana, all’esportazione armata della democrazia, al farsi i cazzi degli altri. Sbaglia anche, a mio avviso, chi ponga adesso questioni come l’influenza del FMI o in generale le contraddizioni del libero mercato e la natura di classe o meno della rivolta. L’Egitto ,in questo momento, si sta liberando di un despota. Il resto, se è il caso, verrà a suo tempo. Vale la pena di ricordare il vecchio Marx: Lo svolgimento delle contraddizioni di una forma storica della produzione è tuttavia l’unica via storica per la sua dissoluzione e la sua trasformazione…

E’ una rivolta popolare o no, questa? Lo è senza dubbio. Il Popolo, così spesso farsescamente tirato in causa nelle costituzioni, nelle formule ufficiali, e così scarsamente considerato da parte dell’O.O.O (Osservatore Orientalista Occidentale), è sceso in piazza e ci è rimasto fino al raggiungimento dell’obiettivo (parziale): la deposizione del tiranno. Quello che succederà da questo momento in poi è difficile da prevedere. Non è ancora una rivoluzione, non è ancora una democrazia, ma gli esordi sono promettenti.  Stando all’art.84 della Costituzione Egiziana, in un caso come questo i poteri del presidente sono assunti in prima istanza dal presidente del parlamento. I militari, come spesso accade in questi frangenti, rivestono un ruolo essenziale. In Egitto hanno finora goduto di una sostanziale simpatia della piazza – non essendo coinvolti nella repressione come le forze di sicurezza al comando diretto del presidente , rappresentano inoltre un freno allo spauracchio dei Fratelli Musulmani e sono quindi garanti della laicità dello Stato, in modo non dissimile dai loro corrispettivi turchi. A loro il compito di “garantire la transizione”, che auspicabilmente dovrebbe portare ad elezioni veramente libere. L’attuale vice-presidente d’emergenza, Omar Suleiman, è anche capo dei servizi segreti (i torturatori delle extraordinary renditions di Bush, per intenderci) e di certo avrà fatto i suoi preparativi per una qualche resistibile ascesa. Stiamo a vedere, intanto godiamoci, da sinceri democratici (sono serissimo), la gioia del Popolo Egiziano che, anche all’estero, anche qui in Italia, festeggia la liberazione dal faraone. In via Padova, a Milano, i cronisti de “Il Fatto” hanno registrato quello che per me è subito diventato lo slogan del movimento egiziano:

«Siamo noi, i faraoni siamo noi! Il popolo è faraone, non lui, noi siamo i faraoni! Evvai!»

Una rivolta che mi piace

Qualcosa si sta muovendo sull’altra sponda del Mediterraneo. La Tunisia prima, con la fuga di Ben ‘Ali, ora l’Egitto, con un Mubarak non più in grado di reprimere il bisogno di riforme della società. Dopo il fallimento della dottrina neocon sull’esportazione armata della democrazia, anche i tiranni amici – quelli per cui si è sempre potuto chiudere un occhio – vacillano e cadono. E’ un vero punto di svolta, comunque vada a finire. Per i fautori della ‘stabilità’ ad ogni costo la situazione ha in sé qualcosa di estremamente pericoloso. Per chi crede che il Mondo Arabo non sia “pronto” anche solo per volere la democrazia, il tutto si riduce a qualche oscura manovra di palazzo o di caserma e l’unico risultato probabile sarebbe la presa del potere da parte degli islamisti. Che faranno i Fratelli Musulmani? Che farà l’esercito, sarà il ‘garante’ di una svolta? Dove arriverà Al-Barādeʿī, possibile leader di una svolta democratica, nel quale alcuni vedono “l’uomo di paglia dei fondamentalisti” e altri (i complottisti DOC!) una pedina nelle mani di qualche puparo ammarigano (Brzezinski, Soros, etc.). Le chiacchiere si sprecano, gli ‘analisti’ annaspano ed è veramente molto difficile prevedere se la rivolta diverrà rivoluzione o no.

Eppure le piazze sono stracolme di uomini e donne che chiedono Libertà e Giustizia. Le vogliono, e stanno rischiando la vita (150 di loro l’hanno già persa) per conquistarle. Questo è un dato di fatto che nessuna dietrologia e nessun calcolo interessato possono cancellare.  E se veramente le parole Libertà e Democrazia hanno qualche valore per noi, dobbiamo rallegrarcene.