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Quale senso di responsabilità?

Rom, Italienisches Parlament
Voi siete venuti da Napoli a Roma col proposito, apertamente proclamato […] di «prendere alla gola questa miserabile classe politica dominante», di cui questa Camera è la più tipica espressione. Prenderla per la gola, dunque, e buttarla via! A che pro allora i compromessi, gli approcci, i voti di fiducia, i temporeggiamenti, gli indugi ? A buttarla via, questa «miserabile» Camera vi impegnava la vostra promessa, vi impegnava il rispetto della dignità reciproca.
Filippo Turati, discorso alla Camera dei Deputati, 17 novembre 1922

Ho provato a cercare un argomento, un solo argomento che riuscisse a convincermi della necessità per il PD – «un cancro politico», secondo Alessandro Di Battista – di garantire l’appoggio a un governo grillino. Non l’ho trovato. Ho trovato molta retorica su commissione, editoriali buttati giù in gran fretta, spesso a danno dello stile. Si sa, la gente che pensa male o che scrive non ciò che pensa davvero, ma ciò che pensa il padrone, scrive male. Al livello più basso, troviamo i cori «E ALLORA VERDINI???» ai quali mi manca davvero la forza di replicare. I confronti con le larghe intese, poi ristrettesi un bel po’, seguite alla «non vittoria» del 2013, non hanno senso, se non per ricordarci l’umiliazione di Bersani. Varrà comunque la pena ricordare come allora le condizioni fossero l’esatto contrario di quelle attuali, con un PD alla guida di un governo di cui stabiliva la linea prevalente, in tema di politica economica, Europa, diritti civili, eccetera. Agli analfabeti politici – e anche ai gazzettieri che “ci fanno” – occorre spiegare come il problema non sia morale o estetico, ma politico. Verdini lo Ius Soli l’avrebbe votato, Di Maio no, tanto per capirci.

In tutti gli editoriali favorevoli a questa bizzarra ipotesi trovo grandi richiami alla responsabilità, ma l’unica responsabilità del Partito Democratico sarebbe quella di fissare delle condizioni minime per garantire l’applicazione del programma per cui i suoi elettori l’hanno votato. Appunto, una politica economica razionale, una visione saldamente europeista, una politica di difesa e di allargamento dei diritti dell’individuo (e possibilmente, una gestione delle migrazioni diversa da quella di Minniti, che peraltro in molti vedono come ministro confermato di un governo demogrillino…). Anche nel caso in cui l’accordo andasse in porto, sarebbe ovvio come, alla prima fiducia su questi temi, il PD si vedrebbe giustamente costretto a far cadere il governo, diventando in via definitiva il capro espiatorio della Nazione. Non credo che un simile scenario gioverebbe al Paese, ancor prima che al PD. Resto comunque in attesa del benedetto argomento convincente. Nel frattempo, continuando a spulciare la stampa generalista, noto un gran numero di appelli alla responsabilità da parte di esponenti o portavoce o sottopancia delle élite finanziarie ed economiche del Paese (ne trovate qualche buon esempio anche qui sugli Stati Generali). Che il sistema bancario e Confindustria non fossero preoccupati dal successo del M5S l’avevamo già capito dopo il 4 dicembre 2016, il momento in cui l’establishment ha definitivamente abbandonato il partito di governo, iniziando un’inesorabile campagna di tiro al piccione attraverso i propri organi di stampa. (Per inciso: chi invochi “patenti del voto” o altri meccanismi di selezione del corpo elettorale, e chi dia la colpa unicamente all’ignoranza dei cittadini dimentica che le classi dirigenti, in Italia e nel resto dell’Occidente, non sono affatto meglio del popolo. Proprio no.).

Non avendo alcuna entratura, né conoscenze dell'”Italia che conta” più ampie di quelle del mio fruttivendolo, posso solo provare ad immaginare la migliore delle ipotesi, il ragionamento meno sconfortante, da un punto di vista di sistema: non si tratterebbe di far governare i vincitori (grillini), quanto di evitare che gli altri vincitori (leghisti) governino. Di fronte alla fine dell’illusione di un Berlusconi “argine al populismo” e al pericolo di un governo Salvini eurofobo e sovranista, meglio un Di Maio poltronista, apparentemente più malleabile. Come se quel contenitore opaco creato dalla Casaleggio Associati fosse una garanzia di stabilità economica. Come se Salvini e Di Maio non fossero che due incarnazioni della stessa, identica anima reazionaria. Come se questa tendenza della nostra borghesia imbelle e filistea a spalancare le porte agli squadristi di ogni risma non ci avesse già portato al disastro una volta. Ma tutte queste riflessioni lasciano il tempo che trovano, perché probabilmente la soluzione verrà trovata in altro modo, quello più semplice. La fascisteria si coagulerà da sola e alla coalizione vincente – già, il nostro è un sistema basato sulle coalizioni – si uniranno i Paragone del caso e i tanti fasciogrillini propriamente detti – ce n’è d’avanzo – gli espulsi e i vari transumanti dello scranno, comprati per poco al mercato delle vacche. Si accettano scommesse.

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Il Paese Reale ha scelto, come da copione

Non mi pare che ci sia molto da dire. La maggioranza degli Italiani rimane stabilmente a destra. La destra peggiore cresce, mentre la destra (cosiddetta) moderata di Berlusconi, legata all’era della TV commerciale, viene definitivamente sostituita da quella (cosiddetta) moderata di Casaleggio, prodotto dell’era di Fessbook. Questa è l’unica novità sostanziale di una tendenza dell’establishment ad assecondare gli squadristi, già sperimentata novantasei anni fa. Oggi possiamo solo sperare che il remake sia farsesco più che tragico, e che bubboni più grossi non crescano nella fase di incertezza che ci aspetta. Nel frattempo, da elettore sconfitto del Partito Democratico e amante dello spirito talmudico, mi limiterò a un brevissimo commento del commento. Provo molto rispetto per i professionisti del nostro giornalismo politico, costretti a produrre un’interpretazione elettorale con le cispe ancora sugli occhi, le dita, tremanti per i troppi caffè, impegnate a pigiare i tasti del Generatori Automatici di Editoriali. Se posso permettermi un unico consiglio alle nostre cassandre, eviterei di insistere con «la sofferenza del Paese Reale». Il Paese è sì reale, mentre è virtuale la sua immagine. È un’immagine che tanti gazzettieri dovrebbero conoscere bene, essendo un parto della loro fantasia. Un Paese vagamente tolkieniano, abitato da mostri veri (pochi) e immaginari (molti), fatti scorrazzare per un po’ negli incubi degli elettori e infine impallinati – non sempre soltanto metaforicamente, come abbiamo visto a Macerata e stamattina a Firenze. È una sorta di esperimento di scrittura collettiva in cui il content curator destro si occupa del mostro nero che arriva coi barconi, il content curator sinistro del mostro bianco delle banche di provincia. I più abili tra i notisti dei giornaloni sono riusciti persino a occuparsi di ambedue le categorie di mostri, in una serie di performance circensi che confermano la loro dote più rilevante: una colonna vertebrale incredibilmente elastica.
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Un’altra inutile dichiarazione di voto

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Sempre più spesso, negli ultimi tempi, vengo assalito dal dubbio di non capire un cazzo di politica. A nulla servono le pacche sulle spalle di quelli che dicono: «ma no, è la fase che stiamo vivendo a essere confusa». Va bene, la fase è quella che è, però il sospetto di non capirci niente da molti anni, anzi da sempre, diventa ogni giorno più forte. Mi dico che, fosse così, sarebbe molto triste. Sarebbe triste aver dedicato tanto spazio mentale a una roba di cui non si è capito niente. Sarebbe triste scoprire che il tempo impiegato a leggere migliaia e migliaia di pagine di commenti e di «note politiche» sui nostri giornaloni – e sottratto alla lettura di quella montagna di classici che mancano sempre all’appello, a noi semicolti – è tutto tempo buttato. E sarebbe abbastanza triste anche il confronto tra le energie spese per preparare il periodico bollettino sullo stato della Sinistra italiana e quelle dedicate a tutt’altro genere di storie, alle mie storie, che rimangono in larghissima parte nei taccuini e nei cassetti e nelle cartelle di Google drive. Sarebbe deprimente il pensiero di aver sprecato almeno un’ora al giorno per più di vent’anni, cioè, a spanne, un anno della mia vita, in un’attività inutile e nemmeno lontanamente dilettevole. «Ma che dici? Hai fatto quello che ogni cittadino consapevole, eccetera». Fosse vero!

Sarebbe consolante credere che la frequentazione di quella vasta area della produzione testuale occidentale che non è scienza né letteratura, che non racchiude conoscenza né bellezza e che tuttavia occupa un posto importante anche in ciò che resta dell’editoria – come mi racconta un amico che di mestiere rende leggibili i libri-marchetta dei politici e dei giornalisti – rappresenti un momento di consapevolezza, faccia di te un cittadino migliore, più attrezzato all’esercizio dei propri diritti politici, più sicuro delle proprie idee, della direzione da prendere e da far prendere, non solo attraverso il proprio voto, al Paese. Sarebbe davvero molto bello, ma non è così. Non per me. Per quanto triste sia, prendiamo questo sospetto per certezza, consideriamolo – consideratelo – un disclaimer: da oggi in poi, chiunque mi legga sappia – nel caso già non lo sapesse – che il sottoscritto non capisce nulla di politica.

Fatta questa premessa, veniamo al dunque. Di «analisi» non mi posso più occupare, non capendo un cazzo di politica, per cui i miei scritti, d’ora in poi, si limiteranno al mugugno e alla dichiarazione di voto. «Ma non è sempre stato così?». (Infatti. Lo vedete quanto il dubbio sia in realtà una certezza?). Per questa volta vi risparmio il mugugno e, in vista del 4 marzo, procedo con la dichiarazione di voto. Naturalmente è solo in virtù della bizzarria di quest’epoca che un receptionist (portiere) non iscritto alla corporazione dei gazzettieri può fare una dichiarazione di voto sulle pagine di una testata regolarmente registrata, con tanto di direttore responsabile. Nel tentativo di meritarmi questa possibilità, cercherò di far sì che la mia sia almeno una dichiarazione di voto «spiegata bene», come usano titolare su quell’altro bel giornale.

Ad agosto dell’anno scorso ho comunicato al segretario del mio circolo PD che non avrei rinnovato la tessera:  «[…] con tutta la stima e l’affetto di questo mondo, mi spiace doverti avvisare che non rinnoverò l’iscrizione al partito. Ho sempre criticato gli scissionisti, ma ci sono limiti che anche un “menopeggista” come me non può superare. In questi ultimi mesi è venuto meno il vero discrimine tra il PD e gli altri partiti di massa italiani: la sensibilità umanitaria. Ho letto e sentito compagni cantare le lodi di Minniti e felicitarsi perché siamo finalmente riusciti a rispedire tanta gente nei lager libici. Questa cosa sarà molto, molto difficile da dimenticare, almeno per il sottoscritto. Mi toccherà probabilmente votare ancora questo partito (con tre mollette sul naso) in mancanza di alternative, e quindi l’unico modo che ho per manifestare il mio dissenso è togliere il mio nome dall’albo degli iscritti».

Confermo quanto scritto allora un po’ rozzamente e molto sinteticamente. Cari elettori-non-delusi del PD che state leggendo, sappiate che la sintesi è il frutto di lunghe discussioni probabilmente inutili, non capendo io un cazzo di politica. Inutile che vi dica che non considero Minniti un fascista, ma semplicemente uno stronzo, e che il PD resta tuttora il partito col numero più alto di brave persone al suo interno. Inutile, infine, che cerchiate il dialogo qui nei commenti, perché non risponderò. I motivi di dissenso sono chiari, mi pare. Ora, perché la dichiarazione di voto sia davvero “spiegata bene”, dovrei dimostrare l’assenza di alternative. Cercando di essere altrettanto sintetico (e altrettanto rozzo): non voterò mai a destra, quindi non voterò nemmeno m5s. Non voterò per il taxi di d’Alema, né voterò per la listina comunista, non essendo più comunista da molti anni. Restando quindi alla coalizione di Centrosinistra, non voterò per la poltronista democristiana, né per chi vuole chiudere le acciaierie per metterci una fila di chiringuitos. Non voterò per i resti della piccola tribù del garofano e, con tutta la stima per Emma Bonino, non toglierò un voto al PD per far contenti i maramaldi. Voterò Partito Democratico, e questo è quanto.

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