Che cosa ho capito di queste elezioni europee

Mi ero quasi deciso a dividere il commento elettorale in diversi post tematici – uno puramente tecnico, dedicato all’analisi comparata dei dati, uno sugli effetti politici del voto in Europa, uno su quelli del voto domestico, etc. Il fatto è che vorrei tentare di “depoliticizzare” progressivamente questo blog, o meglio di riservare alla politica uno spazio circoscritto, accanto ad altri temi che mi stanno a cuore (a titolo di esempio: il tramonto del cinema su pellicola, qualche dilettantesca recensione di libri dimenticati, le curiosità raccolte da un pigro flâneur di cui a voi sicuramente non frega un ciufolo). Insomma, ho concentrato tutto qui è il pezzo è venuto un po’ lungo…

La prima cosa che mi sento di poter dire è: missione compiuta. Il mio principale obiettivo rispetto a queste elezioni coincide con l’arresto dell’avanzata grillina e degli euroscettici su cifre comunque preoccupanti, ma gestibili. Il dato di per sé non è confortante, se pensiamo che, tra M5S, Lega e FLI, il 40% degli elettori attivi (i quali, per il voto europeo, rappresentano il 58% degli aventi diritto) è in qualche modo ostile all’idea di integrazione europea, e tuttavia i quattro punti persi dal buffone di S.Ilario ci rassicurano sul clima sociale del Paese. Italiani, ancora non avete sbroccato, e questo è un bene. In secondo luogo, il risultato straordinario del Partito Democratico non può che rendermi felice. Si tratta in questo caso di una vittoria storica. In Italia nessun partito di sinistra (e soltanto la DC degli anni ’50) ha superato il 40% dei consensi. L’effetto Renzi è evidente, e se leggiamo il risultato tenendo a mente che si tratta di un voto per il Parlamento Europeo, – mai davvero considerato importante dall’elettorato, e meno che mai nel clima euroscettico della grande crisi che stiamo vivendo – capiremo la portata di quest’effetto che davvero pochi, anche tra i più ottimisti, avrebbero previsto. Chiunque dovrà ammettere che questa campagna il Partito Democratico se l’è giocata davvero bene, dal punto di vista della comunicazione. Gli 80 euro sono certamente serviti, ma è stata soprattutto l’impressione di un movimento reale, possibile grazie al governo Renzi, a convincere gli elettori (su questa impressione tornerò poi, alla fine del post). Last, but not least, questa è l’elezione in cui si sancisce la fine del berlusconismo. La promessa di un bonus-crocchette-per-cani non è bastata, il carisma dell’ex-cavaliere è ormai esaurito. Berlusconi è finito in quanto agente coagulante del consenso moderato, diviso nelle sue varie componenti, diviso tra la (lunga e difficile) ricerca di una forma e di qualche leader sostitutivo, per via dinastica o meno.

Da elettore di sinistra non canterei tuttavia vittoria troppo presto, soprattutto dopo aver dato un’occhiata – attenzione, arrivano i dati “hard”, che vi pregherei di controllare ed eventualmente correggere – alle percentuali, raffrontate alle serie storiche del voto di questi ultimi vent’anni. Berlusconi crolla al 16%, è vero, ma è altrettanto vero che il Centrodestra nel suo complesso (FI+NCD+FLI+LN), rispetto alle Politiche del 2013, tiene e anzi guadagna un paio di punti (dal 29 al 31%). Il che, tenendo a mente da dove viene il grosso degli elettori grillini, mi fa dire che la Destra, pur frammentata, nel Paese è ancora e sempre prevalente. La coalizione berlusconiana del 1996 arrivava al 52%, che è poi il totale deila somma M5S residuo+Destra attuale. (Naturalmente le mie sono considerazioni spannometriche, che non tengono conto della composizione dell’area degli astensionisti rispetto ai vari partiti. Correzioni e suggerimenti, in particolare da chi queste cose le studia di mestiere, sono benvenuti). Sono abbastanza convinto che metà dei 4,5 punti persi da Grillo siano tornati da dov’erano venuti, è cioè la Lega Nord, la quale, con la svolta noEuro di Salvini, guadagna il 2%. Altri elettori grillini provenienti dal centrosinistra, credo in misura non superiore al 2%, potranno essere tornati al Centrosinistra renziano. Ma se guardiamo alla somma del “Centrosinistra allargato” (cioè, com’era originariamente, includendo la c.d. Sinistra radicale, allora Rifondazione, oggi la lista Tsipras), siamo sugli stessi numeri del 1996: 43-44%. A questo proposito, nonostante gli tsiprassiti siano riusciti  (in virtù di un richiamo analogo all’effetto-Renzi) a superare lo sbarramento, la tendenza generale vede i soggetti a sinistra del PD condannati al destino di tutti i “partiti d’opinione”, e cioè a percentuali irrisorie o alla scomparsa definitiva. (Un messaggio per Nichi: «Nichi, questo PD aspetta a te!». E chi si vorrà sciogliere, si scioglierà…) Sempre parlando di partiti di opinione, la batosta di Scelta Europea era prevedibile e prevista da tutti, tranne che dai diretti interessati. Permettetemi un paradosso: i liberali italiani sono minoritari perché non hanno letto Marx (ma almeno Boldrin dovrebbe averlo letto, visto il suo passato di militante nel PCI). Cioè a dire, in un paese paleocapitalista, corporativo, clientelare e retto dai sussidi come il nostro, chi parli di libero mercato con l’aggressività di FARE non va granché lontano. Ai più ragionevoli consiglierei di riunirsi ai numerosi liberali del PD, che del resto può contenere parecchie loro istanze.

Sbrigate le faccende minori, veniamo agli aspetti davvero problematici di questo voto che, nonostante la sua consapevole e scientifica riduzione a (precoce) “elezione di midterm” del governo Renzi, rimane un voto europeo. Non un voto qualunque, ma un voto pro o contro l’integrazione europea. Il sorriso per la vittoria del PD risulta un po’ smorzato dalle brutte notizie che ci arrivano dal resto dell’Unione. Il Front National è primo partito in Francia, con quasi il doppio dei voti dei Socialisti, l’UKIP di Farage, lo xenofobo, arriva al 29% in UK, superando sia i Tories che il Labour. In Austria il FPÖ raddoppia il numero di seggi al Parlamento Europeo e, per la prima volta, i neonazisti tedeschi dell’NPD avranno un loro parlamentare, che farà compagnia ai due eletti di Alba Dorata. Tutto questo a pochi giorni dall’attentato antisemita del museo ebraico di Bruxelles. Alla luce di tutto questo, dovremmo fermarci a riflettere su cosa sia stata l’Europa prima del Manifesto di Ventotene, dovremmo ricordare che ieri, come ha scritto Michele Ainis, noi abbiamo votato su Auschwitz ,«Perché l’Europa è nata lì, da quell’orrore senza precedenti. È nata per bandire il genocidio, e siccome il genocidio aveva celebrato la massima potenza dello Stato, l’idea europea coltivò fin dall’inizio il genocidio degli Stati».

A balzare agli occhi è ovviamente l’estrema destra, ma in generale sono i conservatori del PPE, CDU della Merkel in testa, a vincere questa tornata.

Chi, a sinistra dentro e fuori il PD, parlava di rinegoziare il debito dei paesi del sud dovrà ben riflettere sulla situazione reale e capire che l’euroscetticismo è una forza bifronte, e cioè che l’Europa rischia di essere strappata da due parti, da due populismi affini ma distinti: a Nord il populismo indica i PIIGS (noi terroni, insomma) come una zavorra che, a causa dell’Unione, rischia di tirare a fondo i paesi “virtuosi”  A Sud, un analogo populismo, trasversale da destra a sinistra, incolpa di tutti i suoi guai “l’Europa delle banche” e il rigore imposto dalla Germania. Il problema centrale rimane sempre quello del debito, e di come conciliare la tenuta del sistema creditizio con la ripresa economica del continente. Non ho né strumenti sufficienti né certezze per poter dire cosa sia meglio. Penso però che troppa gente sia troppo convinta di troppe cose. L’unica cosa di cui sono sicuro è che i conservatori avranno la presidenza della Commissione Europea e per i prossimi anni la Sinistra dovrà governare l’Europa con loro, responsabilmente.

Non posso terminare il post senza parlare del governo Renzi e del mio partito. Sono convinto che, più che guardare a questo incredibile risultato come a un capitale da spendere – o peggio a degli allori su cui ronfare – si debba prenderlo come un messaggio sul quale riflettere. Il voto mostra come la forma definitiva del Partito Democratico si stia finalmente precisando. Si è capito che la Sinistra in questo paese può (con)vincere solo se diventa inclusiva, se è capace di parlare a tutti, anche a chi non fa parte dei suoi tradizionali soggetti sociali di riferimento. Il che non significa semplicisticamente “prendere i voti a destra”, né abbandonare i soggetti deboli. È “forte” una giovane “finta partita IVA” che nessun sindacato difende? La società è cambiata e sono cambiati gli elettori. Dai partiti popolari di alcuni decenni fa stiamo arrivando a grandi contenitori la cui linea dettagliata si gioca attorno a un leader e si decide attraverso delle primarie. Ma di questo si è parlato fino alla nausea negli ultimi due anni, non mi vorrei ripetere. Per qualcuno, l’ubriacatura da consenso porterebbe al rischio di una “democristianizzazione” del PD e/o della sua trasformazione in partito-Stato. Porterebbe, se ci trovassimo nel 1984, e non nel 2014. La gestione distributiva del potere compiuta della DC oggi è impossibile: non ci sono più torte da spartire, siamo ancora nel pieno di una crisi della quale non si vede la fine, e anche un grande exploit elettorale può essere bruciato nel giro di poche settimane, se alle parole non seguono i fatti. Sbagliano di grosso i dirigenti renziani a considerare la vittoria come la legittimazione popolare che mancava al governo. Quella legittimazione ancora non c’è, e non ci sarà fino alle prossime elezioni politiche. C’è invece la tremenda responsabilità di rappresentare la Sinistra di tutto il continente, di partecipare a quelle larghe intese di cui ho scritto sopra con un’idea forte e un realismo altrettanto forte. È evidente che i sindaci renziani eletti a Bruxelles da soli non ce la potrebbero mai fare. Ci sarà bisogno di tutte le componenti del partito, dai keynesiani ai liberisti, ci sarà bisogno di un dibattito serio, la cui forma non potrà essere quella dell’hashtag. Facciamolo.

#ildibattitosì

Non-appello elettorale

Cercate di alzare un po’ lo sguardo oltre le beghe della nostra Italietta. Ho già scritto di quanto sia deluso da Renzi, che tuttavia rimane il meno peggio possibile, allo stato attuale, così come lo sono stati Letta e prima ancora Monti. Il punto è che quello di domenica prossima non sarà principalmente un voto pro o contro Renzi. Sarà un voto pro o contro l’Europa, più che in tutte le altre elezioni europee precedenti. Se già non vi fosse chiaro, sarebbe difficile convincervi di quanto l’integrazione Europea sia un bene, già ora (sebbene l’obiettivo ideale siano gli Stati Uniti d’Europa) e di quanto mettere in discussione la moneta unica vorrebbe dire tornare indietro, dichiarando il proprio disinteresse. Tutto è perfettibile, a partire da quest’Unione, ma la tiritera sul fatto per cui realizzare un’unione monetaria prima di quella politica sarebbe stato un errore è diventata inascoltabile. È invece esattamente così che si compiono le integrazioni politiche: si parte dai trattati di pace, si passa agli accordi commerciali, si arriva a una moneta unica e poi, se tutto va bene, ci si federa.  In politica occorre a volte distinguere tra scelte “di linea” e scelte “di campo”. Se continuo a nutrire seri dubbi sul governo della “staffetta”, voterò PD perché, da iscritto, nonostante tutto, continuo a credere al progetto politico del partito, che va ben al di là di Renzi. Ma la scelta di campo va ben al di là del PD stesso. In queste elezioni Europee la scelta che faccio è per il campo della Ragione o, più modestamente, della ragionevolezza. Allo stesso campo dei ragionevoli a mio avviso appartengono i liberali dell’ALDE. Ai confini di quel campo, se state più a destra di me potreste anche scegliere il PPE, se state più a sinistra, potreste scegliere Tsipras, se siete ambientalisti potreste scegliere i Verdi, ma sappiate (lo sapete, vero?) che qui in Italia questi ultimi tre raggruppamenti offrono qualcosa di assai più scadente rispetto ai loro corrispettivi europei. A tutti gli altri, a coloro i quali hanno scelto di dare il loro voto all’impresa commerciale mediatico-politica Grillo & Casaleggio o alla micro-destra noEuro del duo Meloni-Crosetto e del leghista Salvini, davvero non saprei che dire. Un giorno, io lo so, i migliori di voi sapranno guardarsi allo specchio e dire: «DIO, CHE STUPIDO SONO STATO!».

Tutti pazzi per Tsipras

Io non so davvero perché la Lista Anticapitalista del 2009 – sottoposta a un superficiale rebranding legato alla questione del debito greco – rappresenti le speranze di una parte del ceto medio riflessivo de sinistra. Continuo a non spiegarmi gli entusiasmi di tanti intellettuali titolati per la figura dello stesso Alexis Tsipras, presentato incredibilmente come innovatore. Può darsi in effetti che nel piccolo arcipelago nato dalle quattordici scissioni vissute da Rifondazione Comunista in vent’anni di esistenza si guardi al risultato di Syriza (vicino al 20%) come ad un segno di prossima rinascita dei vari eredi della Terza e Quarta Internazionale. Sarà allora utile ricordare come il successo del partitino di Tsipras dipenda unicamente dal disastro greco. Ai compagni neocomunisti sento di poter dire che, nonostante la nostra smania autodistruttiva, ci risulterà difficile replicare le condizioni attuali della «culla della democrazia».

Venendo al programma della lista, la novità sostanziale rispetto al 2009 consiste nell’aver in gran parte depurato il lessico dalle formule del sinistrese, dagli elementi tipici del gergo marxisteggiante. Il risultato è una prosa trattenuta e a tratti esangue, priva di riferimenti diretti al marxismo o alla socialdemocrazia (che comunque, da tradizione commie, rimane nemica), una prosa i cui unici picchi retorici risultano così sovrapponibili a quelli del fronte no-euro e della destra radicale:

«Gli stati nazionali perdono di sovranità a favore di organismi del tutto impermeabili alla volontà popolare, perché non elettivi. Questa costruzione ha portato al comando un’oligarchia tecnocratica il cui disegno politico è sostenere il potere delle multinazionali, delle banche, delle classi e dei ceti più ricchi rovesciando l’austerità addosso alle popolazioni europee».

Marx non viene mai nominato, Gramsci viene citato una sola volta a proposito del superamento dello stato-nazione. Certo, l’obiettivo di massima degli tsiprassiti rimarrebbe «Non solo […] uscire dalla crisi, ma anche dal capitalismo in crisi», tuttavia l’ispiratore principale del documento rimane senza dubbio Keynes (citato con soddisfazione a proposito dell’ “eutanasia dei rentiers“). In buona sostanza, quello degli tsiprassiti è un programma superkeynesiano che, oltre alla rinegoziazione e mutualizzazione del debito e alla riforma della BCE come prestatore di ultima istanza, prevede «che il settore pubblico conquisti sempre maggiore peso nell’economia reale», sebbene «non necessariamente e non tanto inglobando i settori privati, quanto innovando terreni e modalità di sviluppo economico e produttivo». Un esempio, uno solo, sarebbe gradito per chiarire quest’ultimo passaggio, che mi rimane piuttosto oscuro. Oscure sono del resto le motivazioni che dovrebbero spingere i paesi UE dalle economie meno malandate a partecipare ad un «nuovo piano Marshall» (l’unica invenzione yankee che gli tsiprassiti – naturaliter antiamericani – riescono probabilmente a tollerare). Se finora l’Unione provvede a rabboccare un secchio bucato, pretendendo – in modi che si possono e si debbono discutere – di tappare il buco, gli tsiprassiti vorrebbero l’acquisto di tanti altri secchi bucati. Tutto questo in nome della solidarietà tra i popoli, evidentemente, con la promessa di «una ferrea intransigenza nei confronti della corruzione e della malagestione». Non credo sia sufficiente, purtroppo.

Ho citato il ceto medio riflessivo perché, com’è noto, il voto operaio residuo, e in generale quello dei ceti popolari, da tempo si riversano altrove. Nei momenti di crisi sistemica, la radicalità della massa si esprime a destra: oggi si esprime nel vasto fronte eurofobo che va dalla destra neonazista al« fascismo inconsapevole» di Grillo, passando per la Lega.  Lo tsiprassita più entusiasta appartiene invece in genere alla piccola borghesia intellettuale di sinistra, nelle sue fasce più giovani precarizzata e in via di declassamento. È preoccupato ma soprattutto confuso. Non possiede strumenti per capire la realtà economica, si limita a individuare i nemici (le banche, la troika, la “finanza speculativa”, etc.) non i rapporti, i “colpevoli”, non le dinamiche. Considerando che lo tsiprassita medio proviene anche solo lontanamente dalla galassia marxista, questa tragica mancanza di strumenti critici risulta sorprendente. Ne deriva una debolezza argomentativa che appare evidente: la critica radicale a “questa” Europa, ma senza uscire dall’Euro, l’incredibile riscoperta della sovranità nazionale e dell’«Europa dei popoli», ma naturalmente combattendo ogni forma di xenofobia, la necessità di «una politica estera non bisognosa delle stampelle statunitensi», senza però mai parlare di una difesa comune e degli investimenti necessari. E naturalmente «l’avvio di politiche economiche che puntino allo sviluppo di settori produttivi qualitativamente innovativi, dalla difesa dei beni comuni [come potevamo dimenticare i beni comuni?] alla tutela dell’ambiente». Sarà per la migrazione del voto operaio, sarà per le culture dei ceti rappresentati, sta di fatto che certa sinistra è ormai incapace di formulare un qualunque pensiero sensato sul mondo della produzione materiale.

A quel ceto intellettuale che vede i propri figli esclusi da un mercato del lavoro culturale giunto ormai a saturazione sfugge il punto chiave: le professioni creative nelle quali i rampolli vorrebbero trovare la loro realizzazione trovano spazio solo in condizioni di espansione, non certo di decrescita. E i grandi programmatori keynesiani avevano a loro disposizione gigantesche leve produttive che si chiamavano acciaio, carbone, petrolio. Non avevano paura dell’industria pesante, delle grandi opere, della ricerca scientifica. Mi sbaglierò, ma per me un keynesiano che sia contro gli OGM, la TAV, il fracking, le antenne dei telefonini e la mozzarella consumata a più di trenta km dal casaro è semplicemente un keynesiano ridicolo. Sia chiaro, non credo che la maggior parte dei sostenitori di Tsipras abbiano in mente per il futuro d’Europa una sorta di distopica federazione di ecovillaggi collegati da una rete di mulattiere. E tuttavia non si capisce cosa abbiano in mente, al di là della trita retorica benecomunista, di alcuni punti assolutamente condivisibili e di qualche idea che fa sorridere. Cito ancora dal programma:

«L’Europa ha una grande risorsa: la dieta mediterranea, già riconosciuta come patrimonio
dell’umanità da parte dell’Unesco, su cui fare leva per garantire un nuovo sviluppo qualitativo
dell’agricoltura»

Un’oliva nello spritz?