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Cari scissionisti, godetevi pure il compagno Emiliano

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Extra PD, nulla Salus, scrivevo un paio d’anni fa, riferendomi all’uscita di Pippo Civati dal partito. Allora giudicavo «inimmaginabile» una scissione guidata da Bersani e Speranza e fingevo di ignorare che la realtà supera ogni immaginazione. La faccenda stavolta si è fatta seria e vede coinvolti nomi di peso, in larga parte fondatori – più o meno entusiasti – del Partito, ora fattisi affondatori. Più accorti di Civati e Fassina, i vecchi figiciotti hanno atteso la vittoria del NO al referendum e la sentenza della Consulta sull’Italicum per prender coraggio. Occorreva loro la conferma del ritorno a una qualche forma di proporzionale, a un sistema in cui anche i micropartiti possono sopravvivere e fare danni. Enrico Rossi dichiara di non voler restare in un partito renziano, ma parla allo stesso tempo di «bella separazione consensuale», priva di rancori. Il che prefigura i futuri ricattini all’interno di coalizioni larghe quanto instabili. Una storia già vista molte volte, con qualche differenza importante. In questa faida consumata attorno alle candidature, alle sfere di influenza e ai rancori personali si stenta un po’ a distinguere i gregari dai leader, ma una figura si staglia, almeno mediaticamente, su tutte le altre, per storia politica, per stazza fisica e per carattere. Mi riferisco ovviamente a Michele Emiliano, che all’assemblea di ieri ha interpretato la parte del gatto di Schrödinger, performance che ha tutta l’aria di un grosso scherzo di carnevale o di una pura messinscena politica, pensata per scaricare su Renzi la responsabilità della scissione. Lo stato quantico del Presidente della Regione Puglia (e, di fatto, dei suoi compari) rimane tuttora incerto, ma è sicura la sua intenzione di contare sempre più nella scena politica nazionale, dentro o fuori dal PD, intenzione apparsa manifesta con il referendum sulle trivellazioni. Nel gruppo degli scissionisti, quasi sempre politici di lungo corso, Emiliano è l’outsider, ma è anche la figura che raccoglie più consensi personali e riesce coi suoi modi a bucare video e social più efficacemente sia degli apparatčik che del collega amministratore Enrico Rossi. Al contrario di Rossi e degli altri, Emiliano non viene da una storia di notabilato comunista, essendo anzi il prodotto della crisi di quel notabilato. Nato da una delle periodiche iniezioni di società civile – che da Mani Pulite in poi sembra includere la magistratura – cui il centrosinistra si sottopone periodicamente, ha capito sin dall’inizio quanto sia facile ricattare una classe politica in declino. Apparentemente umorale e imprevedibile, alterna i modi del Garrone di De Amicis a quelli di Masaniello. Capace di moderatismo, al contrario del quasi omologo De Magistris, può sembrare un ingenuo arruffone, ma si tratta solo di un’impressione superficiale. Dal can-can delle primarie per le regionali del 2009, in cui si fa pregare da D’Alema, detta le proprie condizioni e infine rifiuta di candidarsi, sino alla vittoria del 2015, passando per la segreteria del PD pugliese, Emiliano ha dimostrato un’ambiguità tipica di politici ben più navigati e la capacità di costruire rapidamente importanti rendite politiche. I suoi attuali compagni di avventure ne sono ben consapevoli. Lo blandiscono per il suo vasto seguito – meno identitario del loro – e per quel populismo meridionalista che promette di rappresentare gli interessi di un Sud refrattario all’ottimismo di Matteo Renzi. Lo temono perché estraneo alla vecchia tribù e quindi inaffidabile, paradossalmente molto più simile allo stesso Renzi che a D’Alema o Bersani. Gli antirenziani livorosi potranno molto presto confrontare il loro usurpatore con la Sfinge delle Puglie, e forse rimpiangere il primo (il padre nobile Emanuele Macaluso ha ben inquadrato il personaggio). Insomma, siamo solo all’inizio di una vicenda che si preannuncia molto colorita – sia per chi resta che per chi parte.

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Trump e la mia raccolta differenziata

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Una tragedia americana, titola il “New Yorker”. Certamente i primi a pagare la vittoria di Donald Trump saranno gli Americani, ma questa tragedia è anche nostra. Basta volgere lo sguardo alla variopinta canea che in queste ore, in Italia, sta festeggiando. Ci sono tutte le destre, conservatrici, neofasciste e postmoderne, dal Movimento 5 Stelle alla Lega di Salvini passando per CasaPound, ci sono i rossobruni e gli zombie stalinisti. Tutti naturalmente fan di Putin, al quale un’America isolazionista fa molto comodo. Ora sarà più facile per la Russia spadroneggiare su e giù per l’Eurasia, e una Russia che spadroneggia piace alla nuova destra – così chiamavamo negli anni ’90 quelli che oggi sono definiti “populismi”, ricordate? – anche per motivi strettamente pecuniari. Di fronte a questa situazione, è consolante sapere che anche tanti esponenti della minoranza PD, e in generale tanti riformisti all’immediata sinistra del partito, non siano granché preoccupati, ma fatichino anzi a nascondere una certa soddisfazione. I piccoli lazzi, i sarcasmi da social di Miguel Gotor, di Chiara Geloni e di tanti altri dimostrano una volta per tutte le qualità umane, prima che politiche, di una parte importante del personale politico della Ditta. Persone che di fronte a uno sconvolgimento globale non riescono ad uscire nemmeno per poche ore dalla loro ossessione per Renzi. Ma non avevamo bisogno che Trump vincesse per decretare la marcescenza degli intellettuali organici.

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Richiuso il cassonetto dell’umido, facendo attenzione al percolato gocciolante, passiamo a setacciare i ferrivecchi, le lattine schiacciate e la frantumaglia vetrosa della Vera Sinistra, che non gioisce ma tenta disperatamente di piegare la realtà ai propri schemini. «E’ colpa dell’austerity e delle politiche razziste», scrive una signora su twitter, e non si capisce se si riferisca allo stimulus keynesiano del 2009, a Obamacare o all’Equality Act, tutte iniziative politiche promosse o sostenute dal primo Presidente nero della storia degli Stati Uniti. Enrico Rossi e Bersani, dal canto loro, sono certi che Trump abbia vinto perché la Clinton ha proposto ricette da “Terza Via” anni ’90, mentre in questa fase occorre “più sinistra”. Bernie Sanders, lui sì avrebbe potuto “unire il popolo americano”, scrive il governatore della Toscana. Che le proposte di Sanders per salvare la classe operaia americana, fatte di protezionismo spinto, fossero pressoché identiche a quelle di Trump (e di Salvini) è un dettaglio irrilevante per Rossi e Bersani, come il fatto che i ceti più poveri – e tra di essi gli immigrati – abbiano votato Hillary Clinton. Per la sinistra tra la via Emilia e l’Arno, l’America è ancora tutta da scoprire. Il razzismo e le tradizioni culturali lontane dal proprio universo politico non sono compresi, sono anzi rimossi dai nostri ex figiciotti, incapaci di andare oltre il loro materialismo storico da trattoria. Riempita la campana vetro-plastica-lattine, è il turno di carta (stampata) e cartone. Cronisti all’affannosa ricerca di un senso, di una descrizione sintetica, di una toppa con la quale ricoprire un pronostico sbagliato. Chi creda che il mondo conosciuto finisca alle mura aureliane può tentare un rischioso paragone con le nostre amministrative e col tema delle periferie dimenticate dalla Sinistra. Più attrezzati i quarantenni partiti da Monteverde per una laurea americana, ma quanti di loro si sono mai spostati da NYC per andare ad intervistare un farmer dello Wyoming e scoprire che no, al bovaro non piace Obamacare, non gli piacciono le imposizioni, odia i socialisti e gli intellettuali liberal e per lui il welfare è soltanto un altro modo in cui l’odiato Stato Federale si occupa della sua vita. Come se poi l’America si riducesse a due tipi umani, il farmer razzista e l’intellettuale liberal. Purtroppo, è un posto molto più complicato di così. Ah, come sarebbe comodo scrivere il proprio pezzo senza uscire dal Raccordo Anulare, basterebbe al limite tirare giù dal letto il vecchio amico americanista per chiedere in prestito un’immagine, una metafora, una formula…«Dunque…Trump è riuscito a garantirsi una connessione sentimentale…aspetta, ma questo non è Gramsci?» «E come, no? Tu usala, ché va sempre bene!» «…una connessione sentimentale con il popolo americano…no, aspetta, che ne dici di America profonda?» «Stupenda! Daje

La foto è di Elvert Barnes.

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