I libertari secondo Velardi & Rondolino

Uh, quanto mi piacciono quei due. Anche senza leggere il loro blog, prima o poi i cerchi prodotti dai sassetti che la coppia lancia nell’acqua stagna della chiacchiera politica arrivano a sfiorarti.  Velardi & Rondolino – the dynamic duo – hanno detto che c’è bisogno di un nuovo giornale in Italia, un foglio che possa finalmente rappresentare “quelli che lottano contro le tasse” [sic]. Dicono che vogliono fondarlo loro e che lo chiameranno “Il Libertario”. Ma che bello, come quel vecchio settimanale anarchico che si stampava a Spezia. Forse hanno confuso il libertarian di tradizione USA con il libertario che, in Italia e in gran parte d’Europa, si associa ad una famiglia politica affatto diversa? Ma va là, come direbbe il libertario (in quanto garantista) Ghedini, vuoi che non lo sappiano, con quei capoccioni che si ritrovano? Lo sanno, lo sanno. E’ che sono loro a creare il lessico, e noi nun semo un cazzo. Got it?

Prendete quindi nota, bimbi: da oggi, in Itaglia, gli opportunisti e i traffichini più furbi si chiameranno LIBERTARI.

Uno scontrino di civiltà

E’ assurdo prendersela col neoliberismo, la speculazione finanziaria e il malvagio Rockerduck, invocando poi la tutela dei beni comuni, se nella realtà dei fatti tu stesso – o quantomeno i tuoi vicini, tutti i tuoi vicini – considerano lo Stato, cioè la collettività, come un soggetto altro da sé e nemico, da fregare ogni qual volta sia possibile, con tutti i mezzi possibili. Ci mancava solo il chiagniefotti dei bottegai luxury di Cortina. Lo spot sulle nefandezze dei montanari arricchiti va bene, purché non rimanga uno spot. Il resto d’Italia aspetta.
Ero passato centinaia di volte davanti a quel negozio. La tipica attività di smercio da tardogiovani middle class refrattari al lavoro salariato – categoria nella quale mi riconosco in parte. Una sorta di centro-servizi che fa un po’ da copisteria, un po’ da internet point, e vende pure le magliette con la foglia di maria (ora pro nobis). Non avevo motivi per mettervi piede, fino a quando non mi sono ricordato di quel cartello  “VENDITA CARTUCCE RIGENERATE”. Quello che ci voleva per la mia piccola accapì. L’accapì P-milleequalcosa è una stampante laser in bianco e nero, unico avanzo di un’attività fallita e di un ufficio abbandonato – assieme ad una lampada alogena a piantana, di quelle che d’estate si riempiono di moscerini e quando le accendi diffondono nel tinello una piacevole fragranza di insetto arrostito. Pare brutto buttarle, soprattutto la stampantina, soprattutto dopo aver perso alcuni giorni lavorando perché fosse riconosciuta dal sempre meno amato Ubuntu. Ma il vero problema dell’accapì P-milleequalcosa è dato dall’esorbitante costo del toner, qualcosa come tre quarti/quattro quinti del costo della stampante stessa. Settanta euri o giù di lì. Improponibile, specie in questo periodo. Eccomi quindi entrare nel negozio di cui sopra, dove sono riuscito a fare due volte la figura del fesso. La prima perché credevo che il toner che avevo portato con me venisse “rigenerato” proprio lì, seduta stante. No, evidentemente no, come ho capito dal sorrisino del proprietario.

«No, sai, noi abbiamo il fornitore che ce le vende già rigenerate…che modello è? Accapì…»

«E..scusa, quanto viene?»

«Ehm, adesso guardo, un secondo solo…»

Dall’incertezza con la quale il tale cerca il listino, lo scorre più volte e mi comunica il prezzo, capisco di essere tra i primi a richiedere questo prezioso bene rigenerato.

«Sono 47,80»

«Ah però…pensavo meno, onestamente» (un bel risparmio, in realtà, comunque un furto, considerato che si tratta più o meno di una scatola di plastica trovata nell’immondizia e riempita di polvere di carbone e limatura di ferro)

Il sorriso si spegne sulle labbra del venditore:

«Ah no, beh, scusa, aspetta un attimo…un attimino solo» (ma che sia ino-ino, mi raccomando)

Si rivolge al socio seduto al pc – immagino dedito al ritocco di immagini porno – e torna a sorridere:

«No, scusa, avevo sbagliato modello…a te non serve fattura, vero?»

«No…»

«Ecco, allora sono 39 e 50!»

«Ah, ok»

«…sai, avevo sbagliato modello…»

«Ah..» (39,50+21%=47,80)

Ecco la mia seconda figura da fesso: perché il bottegaio, come dimostra la sua ridicola giustificazione, si è accorto che tra noi due non valeva l’unico patto sociale vigente in questo Paese, il tacito accordo tra evasore e acquirente di beni&servizi. Ad un centinaio di metri dal negozio decido di tornare indietro per chiedere lo scontrino, poi desisto, non ho le palle di Alessandro Rimassa, evidentemente.
Parliamoci chiaro, l’entità della nostra debolezza “di fronte ai mercati” e quindi i tremori per gli insostenibili tassi dei nostri titoli di Stato, e in ultima analisi il nostro debito stesso, sarebbero di gran lunga più modesti se in questo paese tutti avessero pagato e pagassero le tasse. Persino gli sprechi di un welfare che in sostanza non è mai esistito – a meno che non si voglia chiamare welfare la cassa integrazione pagata coi soldi delle pensioni – sarebbero visti con altro occhio, e superati con riforme meno dure ed emergenziali, se non fossimo malati di quella brutta malattia che si chiama evasione fiscale. Lo sapete già, si pagherebbero meno tasse, se le pagassero tutti, ma pare che si tratti di un argomento che non convince nessuno. E’ anzi in tempi di crisi che chi la crisi non la sente (non la vive, cioè le sue abitudini non ne sono per nulla toccate) si attacca ancora più strettamente alla roba, acuendo l’odio sordo per il Fisco. Ieri sera mi è capitato di ascoltare un pezzo dell’osceno Fabrizio Rondolino recitato da lui medesimo, a Matrix. L’esternamente rosso ex PR del Grande Fratello e di Richelieu D’Alema proponeva nel suo piccolo editoriale le consuete formule retoriche del comunista convertito alla destra e al libero mercato – poi uno si chiede se uno così il comunista lo sia o lo faccia, l’abbia fatto o lo sia mai stato, ma in questa sede non ci interessa. In sintesi, Rondolino dixit: “le tasse strozzano la libera iniziativa e pagano un pessimo servizio pubblico, questo è un paese cattocomunista in cui la ricchezza è una colpa, e che vogliamo finire come in URSS, e invece ricordate che la ricchezza è segno del merito…eccetera”. Se non ci fosse la smania del volgare voltagabbana a rendere come di consueto insopportabile il nostro, verrebbe da dire che questa volta un po’ di ragione ce l’ha. Ma proprio poca. E’ vero ad esempio che lo scialo criminale di denaro pubblico ha reso ancora più debole la buona volontà del contribuente. Ma Rondolino non ha ragione quando afferma che la ricchezza è semplicemente un frutto del merito. Sappiamo invece che non lo è quasi mai, essendo, nella migliore e più diffusa delle ipotesi, frutto del Caso – come tale, logicamente non può essere una colpa. Il tema del cosiddetto cattocomunismo andrebbe poi elaborato meglio. E’ esistita nella storia delle società cristiane una corrente di rifiuto del denaro in quanto tale, che dai movimenti ereticali arriva sino ad alcune frange della sinistra antagonista attuale. Per qualcuno esisterebbe ancora una vergogna della propria ricchezza, appunto vista come colpa. Un pensiero in fondo funzionale al paleocapitalismo italiota: meno gente lo maneggia, il denaro, e meglio è. Epperò, se alziamo il naso dai libri e ci facciamo una passeggiata in città, vediamo una realtà ben diversa. Non mi sembra che la visione suddetta abbia molto peso in un Paese nel quale l’ostentazione della ricchezza attraverso i beni di lusso è da tempo costume diffuso e insegnato sin dalla culla, al punto che anche i morti di fame vi si devono adeguare, il proletario incolto come l’intellettualoide indignato, tutti in coda per il nuovo iphone.
E’ possibile, mi dico, che il sottoscritto debba ancora una volta plaudere al liberista cattolico Monti il quale, assumendo toni calvinisti ci dice, con grande pacatezza, senza le smanie rondoliniane, che la ricchezza è una cosa buona per la collettività e che le tasse vanno pagate proprio per (ri)compensare la collettività della sua partecipazione alla formazione della ricchezza stessa? Come tutte le cose buone, aggiungo io, la ricchezza andrebbe diffusa, distribuendola meglio. In attesa di instaurare un regime di frugalità & ordine alla coreana, come piacerebbe (ma non gli crede nessuno) a Marco Rizzo, cominciamo a chiedere sempre lo scontrino, a farci fare la fattura, a rifiutare gli affitti in nero. Dice: non mi conviene: bravo, continua a fregartene, italiota, risparmia per comprare il macchinone. Io no, visto che son fesso. E’ il mio proposito per il 2012, ultimo anno dell’umanità, secondo alcuni poveri illusi. E se si riuscirà ad abbassare del 50% il tasso di evasione in Italia, non ho dubbi, sarà davvero la fine del mondo.

Solidarietà tra compagni

Dopo che il TAR del Lazio ha fatto (parzialmente) fallire il tentativo di sospendere i talk politici, prosegue il caso Menzognini-Berlusconi, e il Signor B. aggiunge alla lista dei nefandi ‘giudici comunisti’ anche il gip di Trani. Uno che si occupava di carte di credito false, ed è fatalmente incocciato in una telefonata del premier al direttore del tg1. Berlusconi vede confermato il suo complesso di persecuzione, ma sbaglia ancora una volta. Mica l’ha fatto apposta, il gip: lo trovi dappertutto, il Cavaliere, perché E’ dappertutto. “Egli ha il potere d’essere intero dovunque, senza essere chiuso in alcun luogo”, dice S.Agostino. Cioè, parafrasando, senza essere chiuso in cella. Bisogna farsene una ragione, il personaggio rimane tanto più impunito quanto più cresce la lista delle sue porcate. Ed è ormai chiaro come il senso di giustizia dei suoi elettori non sia nemmeno sfiorato da un caso come quello di cui sto scrivendo, che diventa, non in assenza, ma semmai in eccesso di informazione, semplicemente un altro episodio spettacolare della striscia a fumetti Silvio against the red judges, confezionato e venduto come qualunque altra merce. Se la carta stampata vive un declino che sembra inarrestabile, ed è diventata tutta ‘scandalistica’, inseguendo la tv per non scomparire, il giornalismo televisivo è sempre stato, di per sé, un genere di spettacolo fondato, come gli altri, sul rapporto auditel-inserzionisti. Il livello, lo stile e le modalità dell’informazione sono, mi pare, sempre più indipendenti dall’appartenenza politica. La narrazione giornalistica è schiacciata sulla coppia antitetica Signor B.-Magistratura, ma per capire cosa succede veramente in questo paese non è inutile esaminare da vicino proprio quella fascia di potere diffuso costituita dagli operatori del “mondo dei media”, ossia dai tecnici della società dello spettacolo. Non mi riferisco ai giornalisti rispettabili (pochi, ma ve ne sono) ma a quella pletora di direttori di giornale, notisti politici, opinion maker, portavoce, esperti di marketing e “comunicazione politica”, autori televisivi e pseudointellettuali d’accatto che grufolano attorno al gran truogolo dei media. La gente che viene invitata ad intervenire battibeccando proprio nei talk politici, per intenderci.

Una prima distinzione all’interno della categoria – tra i berluscones e quelli ‘de sinistra’- appare sensata ma difficile, e comunque in crisi. Berlusconi, per quanto onnipresente, non è eterno. Già molti, tra i suoi famigli più avvertiti, cominciano a sentire puzza di regio cadavere. C’è insomma come uno sciogliersi delle fila, in un’aria di dämmerung nel quale i più scaltri cadranno in piedi. Basterà tendere tutti un po’ più a destra o più a sinistra, a seconda della propria posizione, cercando di infilare il grosso buco che, notoriamente, sta al centro. Presa coscienza del fatto che siamo tutti esseri mortali, pure lui, sono in molti a ritenere che il berlusconismo ecceda Berlusconi e che gli sopravviverà. Lo credo anch’io, il berlusconismo è in fondo semplicemente un’etica (o antietica) funzionale al sistema dei media e della pubblicità, nel quale una larghissima maggioranza dei “professionisti della comunicazione” sguazza, perseguendo unicamente il massimo godimento personale, ognuno in funzione dei suoi gusti e non mancando di fare rapidi e frequenti cenni all’essere ‘liberali’. D’altronde non è forse il craxismo, faccia politica della stessa medaglia, sopravvissuto a sua volta a Craxi? La sua eredità non è stata forse raccolta con amore dalla giovane classe dirigente PCI-PDS-DS-PD, da quei ‘ragazzi’ formatisi nella FGCI degli anni ’70 e ’80? Naturalmente è D’Alema, Richelieu postcomunista de noantri, uno dei maggiori artefici di questa operazione. Ma questa è anche la storia, a volerla leggere in controluce, del riavvicinamento di due grandi clan della Sinistra, un tempo nemici. Convergono, anche politicamente, quei figli della buona borghesia intellettuale di Roma, Milano, Torino, Napoli che, usciti dagli stessi quattro o cinque licei importanti, avevano preso strade politiche – sempre all’interno della Sinistra, naturalmente – apparentemente diverse. Strade politiche, ma non sociali o professionali. Perché in fondo continuavano ad appartenere allo stesso ceto, facevano gli stessi lavori, mandavano i figli nelle stesse scuole, andavano in vacanza negli stessi posti, frequentavano gli stessi salotti (televisivi e non). La storia si riassume brevemente. Chi era gruppettaro e se le dava, talvolta, di laica ragione coi compagni del PCI, era passato naturaliter al PSI di Bottino. Era anche una reazione edonista al fallimento dell’assalto al cielo (come hanno scritto Moroni e Balestrini nelle ultime pagine de L’orda d’oro). E, caduto Bottino con Tangentopoli, quella ‘delle libertà’ era diventata la loro nuova casa. Curioso come la propria biografia politica possa subire certe trasfigurazioni, non prive di una loro coerenza: chi aveva fatto esperienza anche indiretta della repressione aveva conservato, dal ’77 al ’92 ad oggi, un risentimento profondo nei confronti dei giudici – i famosi “giudici comunisti” che, del resto, erano gli stessi. Chi aveva invece fatto carriera nel partitone morente – quello della ‘diversità’ di Berlinguer, della frugalità, di S.Maria Goretti presa a modello di integrità morale – ha seguito un percorso più lungo, ma sempre lì è arrivato, nel cuore dell'”orrendo universo del consumo e del potere”, come lo chiamava Pasolini.

Tra gli appartenenti a questo secondo clan, quello dell’ex PCI, ormai svecchiato dai prolungati linguainbocca con il potere economico da una parte, e con l’incultura del niente televisivo dall’altra, vi sono due “vecchi arnesi della politica”, come si autodefiniscono, che qualche giorno fa hanno coraggiosamente (non si può negare loro di avere un bel coraggio…) difeso il “compagno” Minzolini sulle pagine del loro blog. The Front Page, l’hanno chiamato, come il film del grande Billy Wilder, e questo io non glielo posso perdonare. Claudio Velardi e Fabrizio Rondolino sono stati tra i più stretti consiglieri di Massimo D’Alema ai tempi del suo governo, curando quegli aspetti dell’immagine e della comunicazione oggi essenziali perché chiunque – purché dotato di mezzi – possa almeno credere di mantenere il consenso politico. Il contratto Baffino non gliel’ha rinnovato, ma non sono certo rimasti con le mani in mano. Velardi ad esempio è stato assessore regionale con Bassolino (un’altra splendida esperienza di governo della quale il centrosinistra tutto può andar fiero), mentre Rondolino, oltre a scrivere alcuni romanzi, ha lavorato come autore televisivo, partecipando, nientemeno, al lancio della prima edizione italiana del Grande Fratello. Un tipo sveglio, senza dubbio, uno che ha capito l’andazzo del berlusconismo e ha capito che lo stato allucinatorio in cui viviamo è tale per cui la realtà politica (ormai sempre più giudiziaria e meno politica) risulta avere la stessa consistenza di quella di qualche reality. Berlusconi, uomo di televisione, sa perfettamente quale sia il pericolo reale di trasmissioni come ‘Anno Zero’. Il pericolo non è che venga rivelata qualche scomoda verità. Quello che teme veramente il signor B. è che i suoi ascari, invitati da Santoro o da Floris, facciano una brutta figura, televisivamente parlando. Perché di fatto i talk politici ‘funzionano’ così bene, in modo così trasversale alle appartenenze politiche proprio perché spingono sino in fondo la logica da stadio, l’antica mentalità del circus, dello scontro pubblico. Un match Travaglio-Ghedini piace a troppi, come e più di una schermaglia tra Ciccio e Ciccia al Grande Fratello. . Ecco perché Fabrizio Rondolino è un tipo sveglio. E’ tra l’altro il figlio del compianto Gianni, il critico, autore di una ormai classica Storia del cinema. Altra generazione, ben altro spessore. Rondolino padre ebbe il coraggio di contestare l’arrivo di Nanni Moretti alla direzione del festival di Torino (quella polemica è raccontata in modo dettagliato qui)

E con Moretti il cerchio si chiude. In Ecce Bombo, suo secondo lungometraggio, girato nel ’77 in una Roma  sonnambula e  un po’ bunueliana, si racconta proprio la crisi e il vuoto di senso di quella borghesia ‘de sinistra’, i cui figli sarebbero presto diventati ‘gente de cultura’ (e di apparato) . Era il 1978 e tra i liceali scelti da Moretti per interpretare loro stessi c’era
un ragazzetto di nome Augusto.