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Franca Rame 1929-2013

Mi ritorna in mente una canzoncina che mi cantava mio papà quando ero bambino: “io c’avevo una nonna matta/che allevava gatti di pezza/li allevava su una terrazza/una terrazza in riva al mare…”. Ho sempre preferito Franca a suo marito.

[Attenzione, questo pezzo fa male]

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L’Europa a pezzi

Mentre le nostre amministrative finiscono col piccolo trionfo di Grillo e con un calo del 7% dell’affluenza alle urne, tento di chiarirmi le idee su quello che è successo in giro per l’Europa. Tento soprattutto di chiarire a me stesso perché la vittoria di Hollande (cioè la caduta di Sarkozy) non mi entusiasmi come avrebbe fatto in altre situazioni, e come invece entusiasma Giuliano Ferrara e Fabrizio Cicchitto. Istintivamente mi rallegro per il consenso recuperato da una forza socialista in un paese così importante, vive le socialisme, e quant’altro. Il punto è che in questo frangente le idealità e le appartenenze sono andate a farsi fottere, e temo proprio che a vincere non sia stato il socialismo europeo in quanto tale. E’ fisiologico che le elezioni in tempo di crisi siano perse da chi governa. I socialisti tornano al potere in Francia – un paese uscito finora indenne dalla crisi –  dopo diciassette anni di gollismo e post-gollismo, ma hanno perso in Spagna, in Portogallo ed ora in Grecia, dove paradossalmente il PASOK è stato punito non tanto per aver contribuito a portare il paese alla bancarotta, quanto per aver accettato la ricetta Blut und Tränen di Berlino. Di fatto, ciò che rimane della lotta politica, in questa fase di una crisi che sembra non finire più, è il discorso geo-economico che identifica l’austerità con Berlino e le politiche di spesa col resto d’Europa. Questa è la sintesi, un po’ rozza, adottata dalla maggioranza assoluta dell’opinione pubblica e del ceto politico di destra e di sinistra, in Italia e non solo.

Cosa cambia con la fine dell’asse franco-tedesco, nei fatti?  Le prime dichiarazioni della Merkel sono chiarissime: il fiscal compact non verrà rinegoziato, non ci saranno cedimenti sulle politiche di rigore. E perché mai dovrebbero esserci? Perché la Germania dovrebbe mettere a rischio la tenuta della propria economia per sanare i debiti dei Greci o degli Italiani, più di quanto non abbia già fatto? Il risultato è che da qualche tempo l’interesse nazionale tedesco viene percepito come contrapposto all’interesse europeo – o meglio, all’interesse “dei popoli europei”, espressione rispolverata da Hollande nel suo primo discorso postelettorale. Questo fatto rappresenta a mio avviso un’autentica tragedia. Può darsi che si tratti di un fatto inevitabile, come è inevitabile la tensione tra creditore e debitore insolvente, e non per questo meno tragico. Stiamo vivendo la crisi di consenso più grave vissuta nella storia dell’integrazione Europea, che sarà pure venuta male, ma che non possiamo permetterci di demolire. Anche perché gli scricchiolamenti dell’Unione si accompagnano a certi fenomeni di rigurgito che vorremmo evitare. In situazioni di crisi le opinioni pubbliche reagiscono come possono, spesso alla mentula canis: più che la vittoria di Hollande o la crescita dei consensi a sedicenti marxisti che chiedono il fallimento pilotato degli stati e l’uscita dall’euro, il dato che più salta agli occhi è infatti quello dell’avanzata dell’estrema destra. Che il Front National, che arriva al 19%, sia diventato una sorta di AN post-Fiuggi, non la bevo. Ad Atene un partito neonazista ottiene il 7% ed entrano in parlamento i nostalgici dei Colonnelli, mentre l’anno scorso, senza tanto clamore, la NPD aveva superato il 9% in Meclemburgo-Pomerania Anteriore (uno dei Land economicamente più deboli). Su Orban e sull’orribile nuova Costituzione ungherese si dovrebbe aprire un capitolo a parte.  Mi sto preoccupando inutilmente? Ha senso chiamare tutto questo, eufemisticamente, “euroscetticismo”? E si tratterà davvero, come dice qualche mio conoscente, di una paranoia creata ad arte dai “neoliberisti” per terrorizzare gli ingenui democratici e far loro accettare di buon grado la scomparsa del Uèlfar Stéit?

Nel tardo pomeriggio di ieri, cullato dalla voce della Berlinguer, mi sono addormentato davanti alla TV ed ho avuto un incubo fantapolitico. Ho sognato che nel 2025 gli ultimi due membri rimasti  – Croazia e Serbia – decidevano di sciogliere l’Unione Europea per tornare finalmente a scannarsi. L’anziano sindaco di Torino, Mario Borghezio, brindava all’Europa dei Popoli, con un calice di Sciampagna, spedito a dorso di mulo, come prescritto da Cibolento, attraverso le rinate e blindate frontiere europee, da un ecovillaggio dedicato a Jean Thiriart. Beppe Grillo era diventato amministratore unico di Finmeccanica e vendeva gli autoblindo col celebre motore ad acqua agli eserciti della tante piccole patrie d’Eurasia. Paolo Sizzi era diventato ministro della Razza, o qualcosa del genere. E il peggio di quell’incubo non lo ricordo.

Al risveglio, ancora ansimante, ho appreso che un grande scrittore era stato eletto sindaco, e son tornato subito tranquillo.

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Tripoli, bel suol d’amore

Effetto domino, si direbbe. Anche in questo caso, non si può che sostenere la rivolta del popolo libico contro il proprio despota, altro nostro-figlio-di-puttana (oleum non olet), al quale negli ultimi anni un’intesa col governo Berlusconi ha affidato il compito di carceriere: vale la pena di ricordare quale trattamento subiscano i migranti che hanno la sventura di passare per la Libia nel loro viaggio verso il continente europeo  (come raccontato da Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene in Come un uomo sulla terra ). Chissà quanti culi stanno bruciando a Roma, in questo momento, oltre a quello di Frattini (quanti morti occorrono? C’è una soglia minima?)

ANSA: “Tripoli minaccia l’Ue sull’immigrazione: blocco alla cooperazione contro i flussi illegali se continua l’appoggio alla rivolta”

Memorabile Primavera, quella del 2011. Accerchiato dai giudici e messo in difficoltà da un’improvvisa reazione allergica al fondotinta, il Cavaliere era comunque riuscito a compiere l’ultimo passo della sua scalata. Con un titanico colpo di reni, attuando in pochi giorni la Legge Signorini – che metteva fuori legge la Sinistra in quanto “priva di stile” – Silvio Berlusconi aveva sbaragliato i suoi nemici una volta per tutte, senza prendersi nemmeno il tempo per una sveltina gratificatoria. Non c’è pace per i giusti, e infatti ai bordi meridionali della Penisola tornava a premere un’oscura forza illiberale, non più contenuta dagli sforzi dell’amico Gheddafi. Il Colonnello, minacciato da una rivolta ordita dai poteri forti del bolscevismo finanziario, si trovava in grave difficoltà e non poteva più garantire di tenere gli extracomunitari lontano dalle coste italiane. A un secolo esatto dalla Guerra italo-turca, era venuto quindi il tempo di intervenire nuovamente, in nome della Libertà, per soccorrere il prezioso alleato. Numerosi esponenti dell’esecutivo, dimostrando il loro sprezzo del pericolo, si erano subito resi disponibili a far parte della spedizione, della quale Ignazio La Russa aveva curato gli aspetti logistici. Ripristinato l’utilizzo del mulo, animale amatissimo da La Russa, il ministro combattente era partito alla volta di Tripoli con la divisione aviotrasportata “Italo Balbo”.    Al seguito delle truppe d’assalto, Il reparto costruzioni, comandato dal Geniere Capo Castelli, che doveva approntare i campi di concentramento dove rinchiudere sia i rivoltosi che avevano tentato di rovesciare Gheddafi che – così recitava la circolare vergata dal Ministro Testicoli diffusa prima della partenza – “I membri di Al Càida o comunque negri di provenienza subsahariana in procinto di invadere il territorio nazionale allo scopo di instaurarvi il Califfato”.

La sera del 29 Marzo la colonna di camion carichi di tubi innocenti e filo spinato era stata investita dal terribile vento del deserto, il Ghibli. Senza possibilità di trovare un riparo, in poche ore l’intero reparto si era ritrovato sotto una pesante coltre di sabbia che ricordava i bastoni messi dalla Sinistra tra le ruote del Libero Mercato, come argutamente notò il Geniere Capo. I mezzi erano inservibili e già sorgeva il temibile sole libico – unico vero nemico dei militi padani, mai scesi a sud di Gabicce. Fu allora che il Capitano Bossi Renzo suggerì al geniere Castelli di muovere assieme in avanscoperta, alla ricerca del “primo distributore di benzina”.  Ma il deserto, terrone e comunista, sembrava aver teso loro una trappola mortale.

«Pronto pronto, pattuglia Olona chiama Nibbio, Olona chiama Nibbio, mi sentite..? Niente»

«E alura? Come la mettiamo?»

«Eh, non so, chiamiamo l’assistenza»

«Non trovo il numero, prova a sentire La Russa»

«La Russa non si riesce a chiamarlo nemmeno lui, è su un C130 e là il cellulare non prende»

«Casso, Castelli, e allora siam del gatto…me l’avevano detto di non andare, ma io niente. Pensavo “se a far bocchini ti fanno ministro, figuriamoci ad andare in Libia!”

«Aspetta, aspetta…cos’è ‘sto rombo?»

«La so! E’ come un quadrato, però schiacciato!»

«Bestia! ‘sto rombo qui, non lo senti? Un motore!»

«Un autoveicolo, sì! Adesso lo sento!»

Nel deserto non è facile capire da dove provenga un suono. Come due fennech intenti ad aguzzare l’udito in attesa della magra preda (un piccolo roditore, un beccaccino, una blatta), i due militi  si acquattarono dietro a una duna, dalla quale fece capolino un blindato amico. Era uno dei Doblò ricarrozzati in ghisa, prodotti dalla Fiat di Marchionne a Puerto Rico per finire gli ultimi pezzi dei magazzini torinesi. La Russa era riuscito ad inserirne 12mila esemplari nell’ultima finanziaria, ad un prezzo particolarmente conveniente.

«E’ dei nostri! E’ dei nostri!»

«’Spetta, testina, che ne abbiamo venduti anche ai beduini, di ‘sti furgonati qui…controlla la targa…sì, sembra proprio dei nostri»

Il mezzo si fermò inchiodando in una nuvola di sabbia sottile dalla quale, come in sogno, apparve nientemeno che il Maresciallo Borghezio, lo stratega dell’impresa Libica, a capo della Legione Padana.

«BORGHESSIO! E’ il Cielo che ti manda! Qui è successo un casino, abbiamo perso il resto del reparto e non si riesce a comunicare, con queste radio del menga! Sono ancora in garanzia ma non si trova il numero dell’assistenza!»

«Camerata, quelle radio sono finte. Le aveva ordinate la RAI a Paolo Berlusconi per la fiction Squadra Giambellino, ne servivano dieci ma il costo al pezzo veniva drammaticamente abbattuto ordinandone dai mille in su, per cui han deciso di riciclarle…quando torniamo a Roma mi farò sentire io, non temere!»

«Ma porca…come coi decoder»

«Non importa, camerati, saltate sulla camionetta! Lasciate perdere i tubi innocenti, questi islamici bastardi non meritano il vostro lavoro! costruirete ben di meglio, quando avremo riconquistato tutta la Tripolitania e l’intera Cirenaica! Non capite? Ora che siam qui non ce ne andremo più!»

«Ma…e a Gheddafi ghe giren minga i ball?»

«Gheddafi lo sa, il suo esilio è già concordato, Berlusconi gli regala la Sicilia. La Tripolitania ce la teniamo noi del Nord, naturalmente, la Cirenaica se la prendono i camerati del PDL. E ci sarà lavoro per tutti!»

«E figa!»

Il Geniere Capo Castelli tirò un calcio al giovane Capitano Bossi Renzo, sussurrandogli all’orecchio

«Pirla…lo sai che al Borghezio ci piace il casso!»

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All’indice dei libri rispondiamo con il dito medio. Civilmente.

Raffaele Speranzon fa marcia indietro, Elena Donazzan no. Cielo, sentiranno anche a Destra la crisi del masculo? L’assessora alle politiche educative della mia regione pare aver spedito una letterina ai distretti scolastici per scoraggiare la diffusione dei libri di Wu Ming, Tiziano Scarpa e degli altri firmatari dell’appello pro-Battisti su Carmilla (ormai vecchio di sei anni, quell’appello, tra l’altro). Al che, visto che qualcuno mi accusava di minimizzare la vicenda, ho fatto quello che si dovrebbe fare tutti, anche se non si è dei Wu Minghi (che si dedicano ad un’interessante disamina del personaggio Donazzan qui). Ho scritto anch’io una letterina che vi copincollo qui, assieme all’indirizzo mail dell’assessora: assessore.donazzan@regione.veneto.it

In genere questa gente non risponde mai, nel caso contrario vi terrò informati.

Come cittadino della Regione Veneto desidero esprimere il mio dissenso più totale rispetto alla Sua iniziativa di qualche giorno fa relativa al “caso Battisti”. Mi riferisco ovviamente alla lettera inviata ai dirigenti scolastici nella quale Lei inviterebbe al boicottaggio di taluni autori, considerati ‘diseducativi’ in quanto sostenitori della liberazione di Cesare Battisti. Premesso che non condivido in nessun modo l’appello degli scrittori in favore del latitante – iniziativa comunque legittima – trovo che il Suo gesto rappresenti una grave forma di ingerenza nella vita culturale della nostra regione. Si tratta di un’ingerenza perché non proviene da Elena Donazzan privata cittadina, ma da un assessore regionale. Naturalmente sono certo che la maggior parte dei direttori didattici e degli insegnanti cui Lei si rivolge saprà mantenere la propria indipendenza e che quest’episodio verrà presto archiviato alla voce ‘propaganda’. Vale comunque la pena affrontare il merito della questione, nel momento in cui viene toccato uno dei principi fondativi di qualunque democrazia: la libera diffusione delle idee.
Lei definisce l’esempio degli scrittori firmatari ‘diseducativo’, pur non pronunciandosi sui testi in sé. Anche trascurando il fatto che i libri vivono spesso una vita autonoma rispetto a chi li ha scritti, non si è mai chiesta finora quanti altri autori potenzialmente ‘diseducativi’ abbiano libera circolazione nel nostro paese?
Quest’anno la Francia, tra molte polemiche, si prepara a celebrare Louis-Ferdinand Céline, scrittore antisemita e filonazista, e tuttavia tra i più grandi autori del Novecento. Perché non chiedere di eliminare Céline? E che dire degli autori indicati come ‘formativi’ dal suo collega Raffaele Speranzon – ideatore dell’iniziativa – tra i quali troviamo Mishima? Perché non chiedere la messa al bando dello scrittore fascista, omosessuale e suicida Yukio Mishima? Non li mettiamo al bando perché comunque sono  scrittori di destra, Assessore? Un’applicazione coerente del Suo punto di vista lo richiederebbe: purtroppo, in quel caso, non ci troveremmo più in una democrazia liberale ma in uno ‘stato etico’.
I cittadini del Veneto conoscono la Sua storia politica, assessore. Il Suo comportamento è forse rivelatore di una carenza di cultura democratica e di uno spirito di parte che un amministratore non può in nessun caso permettersi? Attendo una Sua smentita. Nel frattempo Le ricordo che la Costituzione (Democratica e Antifascista, è bene ricordarlo) e il Codice Penale forniscono ai cittadini gli strumenti adatti a combattere gli abusi e le discriminazioni.
Purtroppo non esiste invece alcuna legge che possa frenare l’ipocrisia filistea: molti tra i più noti firmatari dell’appello a favore di Battisti (Tiziano Scarpa, Wu Ming, Massimo Carlotto, etc.) sono pubblicati da case editrici di proprietà del Presidente del Consiglio, il che fa assumere alla vicenda contorni alquanto ridicoli. Perché non estendere il Suo boicottaggio, Assessore Donazzan, al principale responsabile della diffusione dei suddetti autori, e cioè all’editore? Editore la cui persona, peraltro, non si può dire incarni un esempio di virtù per i giovani…
Insomma, caro assessore Donazzan, queste sarebbero le conseguenze etiche e logiche delle sue parole. La invito a riflettere sul fatto che per un amministratore non è sempre necessario intervenire nel “dibattito pubblico”. Un buon assessore alle politiche educative può anche limitarsi a lavorare per garantire il diritto allo studio e ad una scuola pubblica di qualità. Risolvere il problema delle sedi che in Veneto cadono a pezzi e dei trasporti carenti, prima di foraggiare la scuola privata come avviene di questi tempi, sarebbe già sufficiente, mi creda.

(Ho dimenticato anche le formule di cortesia, io che in genere sono così bravino con le lettere formali)


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