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A Venezia c’è un congresso PD, ma pochi se ne sono accorti, anche in città

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Nell’invito a questa presentazione ufficiali dei candidati, un’iscritta si augura che non si tratti della solita occasione puramente rituale. Wishful thinking. Come potrebbe non esserlo? Dalle dimissioni dei segretari, dopo una disfatta elettorale che ha segnato la fine di un’epoca, sono passati ben nove mesi. Nove lunghi mesi in cui la dirigenza del partito ha temporeggiato in modo da evitare lo psicodramma del dibattito sulle ragioni della vittoria di Brugnaro, in cui tanti iscritti hanno chiesto un congresso “per tesi” e non “per correnti” – richiesta formalmente accolta, salvo poi fissare scadenze ridicole per la presentazione dei documenti. Pazienza. Una volta letti questi benedetti documenti, che cosa mai potremmo scoprire di nuovo sulle idee dei candidati? Bastano i nomi in calce alla pagina, basti sapere che, in lieve ritardo, il congresso straordinario riprodurrà il solito schemino suicida renziani (da tempo divisi tra loro)  vs cuperliani  o filogovernativi vs malpancisti, ecc. E la discussione sulle tesi? Discussione? Ma qualcuno ha davvero voglia di discutere? La discussione politica – quella ‘alta’ – è uno sport che la sinistra di governo non pratica illo tempore. Forse l’ultima occasione in cui si sia prodotto uno straccio di pensiero politico strutturato risale alla fondazione del primo Ulivo e alla stagione dei sindaci, più di vent’anni fa. Che importa dunque se ci sono voluti nove mesi per partorire la data di un congresso in cui eleggere segretari che dureranno un anno soltanto, e cioè fino al prossimo congresso ordinario? Delle circa sessanta persone presenti ieri pomeriggio, non so in effetti quante abbiano davvero voglia di ascoltare. Il solito fastidioso chiacchiericcio di queste occasioni, il bisbigliare di chi è venuto a trovare qualcuno o a farsi vedere da qualcun altro a tratti diventa più forte della voce dei candidati. “Siamo un grande partito”, ma in questa saletta concessa dalla municipalità non c’è un microfono – o forse c’è ma non si trova o nessuno riesce a farlo funzionare. Il brusio mi innervosisce e quasi grido “I PETTEGOLEZZI DOPO AL BAR”, attirandomi un rimbrotto della professoressa Andreina Zitelli, seduta alle mie spalle. La Zitelli è uno dei massimi esperti di salvaguardia della laguna e un’importante voce critica del PD veneziano, immancabile controcanto sarcastico dei relatori in tanti incontri pubblici di questo tipo, feroce come il pubblico del vecchio avanspettacolo – e cos’è la politica, in fondo?

Come la città, anche il partito è diviso tra terraferma e centro storico e, con il progressivo svuotamento di quest’ultimo, ad ogni discesa dei candidati “campagnoli” in laguna si ripetono le stesse scene, tra il buffo e il deprimente. Nessun politico o amministratore lo ammetterà mai, ma Venezia per la maggior parte di loro è soprattutto una gran rottura di palle. Chiunque dichiarerà pubblicamente di voler “frenare l’emorragia di residenti dalla città storica, perché una città senza residenti non è più comunità e bla bla bla”, desiderando intimamente l’estinzione rapida e definitiva dei veneziani d’acqua. Perché gestire un parco a tema che chiudesse alle otto di sera sarebbe infinitamente più semplice di dover rispondere alle esigenze di alcune decine di migliaia di aborigeni, perlopiù anziani, orgogliosi, cagnarosi e pervicacemente attaccati a queste quattro pietre in ammollo. Il punto è che, senza Venezia, i quattrini della legge speciale non sarebbero mai arrivati a Mestre e nel resto di quel brutto agglomerato mai divenuto città. Tocca quindi fare di necessità virtù e ripetere qualche formuletta retorica ad uso dei mohicani-veneziani. Questa volta è il turno di Gigliola Scattolin, candidata renziana alla segreteria metropolitana (ex provinciale), che si profonde in una meravigliosa dichiarazione d’amore per Venezia: «amo questa città e non appena posso vengo qui con mio marito, specialmente per le cene di coppia. Per le cene di coppia, Venezia è il massimo! [sic]». L’altra “governativa” candidata alla segreteria comunale, Alessandra Miraglia, precisa di esser mestrina ma di aver fatto vita studentesca a Venezia, dove ha abitato per ben due anni e dove vorrebbe tornare, se solo ne avesse la possibilità. Dal fondo della sala qualcuno commenta a voce alta “SE VUOLE VIVERE A VENEZIA DEVE TROVARSI UN MARITO VENEZIANO”. Naturalmente si tratta dell’inesorabile Zitelli. E francamente verrebbe da partecipare al suo sfottò, perché, passi la retorica a buon mercato su Venezia, ma le lodi sperticate “al nostro segretario”, che ha fatto le riforme, che ci ha resi il partito progressista più forte d’Europa, ecc., questo no, la candidata Miraglia poteva davvero risparmiarcelo, almeno in questa sede.

Per questo, nonostante il desiderio fortissimo di veder pensionati gli ex FGCIotti che hanno retto la “ditta” in città fino ad oggi, sentendo parlare le candidate renziane, a molti non può non venire una gran nostalgia del partitone di Alessandro Natta, delle Frattocchie e di tutto quel mondo ormai scomparso. Perché ai cuperliani – rappresentati al congresso da Maria Teresa Menotto e Fabio Poli – si deve almeno riconoscere un plus di preparazione politica che manca e mancherà nei prossimi anni e che purtroppo non sembra rientrare nell’idea di partito di Matteo Renzi. Se la scelta fosse limitata a questi due fronti, sarebbe davvero difficile, per quanto mi riguarda, non scegliere l’astensione. Ma, fortunatamente,  per una volta tertium datur. Non si tratta di qualche emanazione della lista Casson. Lo sconfitto alle comunali è ormai distante dal partito che l’ha fatto arrivare in Senato e in Consiglio Comunale. Ha scelto anzi di non formare un gruppo unico e veleggia solitario verso qualche secca. No, l’alternativa questa volta è rappresentata dal trentenne Alessandro Baglioni, già vicesegretario dei Giovani Democratici veneziani. Nativo democratico, eloquio lontano sia dal sinistrese che dagli slogan pubblicitari renziani, idee chiare sulla distanza tra cittadinanza e PD, nessuno snobismo riguardo a Brugnaro. Basta ascoltarlo per pochi secondi per capire quanto sia lontano da qualunque giochetto o faida abbia coinvolto il partito cittadino e nazionale. Uno sguardo diverso, (ancora) non incattivito dal cinismo della politica. Un dubbio: sarebbe in grado di tenere assieme il partito? Crediamo di sì, ma in fondo non ha molta importanza. Il rischio di morire asfissiati, rimanendo legati agli schemi degli altri, è troppo grosso. Allontanandosene, il Partito Democratico veneziano può ancora salvarsi. Lo scopriremo a partire dal 9 marzo.

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Un mostro da non dimenticare

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Il Mostro, seppur malconcio, è ancora lì, adagiato ai bordi della laguna. Lo vedo ogni giorno dalle mie finestre. Alla sera, guardando il sole scendere sulle ciminiere, riconosco la sin troppo facile metafora visiva sulla fine della nostra storia industriale: tramonto su Marghera, tramonto del Novecento. Quella storia ormai prosegue altrove, in altri continenti, dove il bilancio tra lavoro, ricchezza e “rischio calcolato” ci riporta a come eravamo soltanto pochi decenni fa, pronti a sacrificare la vita di tanti lavoratori in cambio del benessere collettivo. La storia di Porto Marghera e dei suoi morti è nota, meno noti sono i suoi protagonisti. Il processo per le morti da CVM si ricorda soprattutto come voce del curriculum di Felice Casson, mentre chi, dall’interno della fabbrica, intraprese una battaglia quasi solitaria per fermare quelle “morti sospette” e trovarne la causa nelle lavorazioni più pericolose, rimane sconosciuto ai più. Si sa poco di Gabriele Bortolozzo, l’operaio della Montedison che presentò l’esposto da cui il processo ebbe origine. A ricordarlo, a vent’anni esatti dalla scomparsa, ci ha pensato un gruppo di creativi veneziani, autori di El Mostro, un bellissimo cortometraggio di animazione che sarà finalmente possibile vedere il prossimo 10 ottobre, in occasione del festival Cinemambiente di Torino. Il petrolchimico mi scorre davanti attraverso i finestrini delll’autobus per Mestre, dove incontro Cristiano Dorigo, scrittore e ideatore del progetto, ed Elisa Pajer, socia di Studio Liz, che l’ha reso possibile. Cristiano aveva già scritto di Bortolozzo nei suoi racconti, mentre l’illustratore Lucio Schiavon – autore dei disegni, animati da Magoga – aveva già dedicato alla sua figura un libro, intitolato appunto El mostro. Uno sforzo creativo e produttivo notevole per delle piccole realtà locali, che risulta particolarmente interessante ed emblematico da vari punti di vista. «Siamo partiti dalla constatazione che la figura di Bortolozzo era sconosciuta ai più – io stessa non la conoscevo», racconta Elisa,  «e l’idea era appunto di fare qualcosa per ripristinare la memoria collettiva, soprattutto nei più giovani. Del resto, anche molti quaranta-cinquantenni non lo conoscono, perché magari vengono da altre storie, anche se stiamo parlando di Mestre e non di Milano». La scelta dell’animazione è stata quasi ovvia, vista la possibilità di proseguire il lavoro di Schiavon e di raggiungere una platea la più ampia possibile. «Di documentari che parlino di Bortolozzo ne esistono comunque già, ad esempio Inganno letale di Paolo Bonaldi, non volevamo un doppione inutile». El mostro non è un atto d’accusa, né in generale un’opera a tesi. L’intento non è quello di rinfocolare una polemica, ma di ricordare una storia, nel modo più semplice e universale, per immagini, lasciando allo spettatore il giudizio e soprattutto la curiosità di saperne di più. Tutto si gioca sulle allegorie e sui simboli – da Davide e Golia a Giona nella balena – che in fase di preproduzione sono stati studiati a lungo, senza dimenticare che al centro della vicenda «C’è una città con accanto una fabbrica. Chiunque, da Casale Monferrato a Taranto, può riconoscersi immediatamente». L’unico messaggio dichiarato è che un singolo individuo può contribuire a cambiare le cose, anche quando lotta contro forze molto più grandi di lui. Elisa, da producer di Studio Liz, ha le idee piuttosto chiare sul fatto che nella locuzione “impresa culturale”, il termine impresa non possa essere secondario. «Ho subito detto agli altri: o lavoriamo gratis per due anni o proviamo col crowdfunding, partendo da cinquemila euro…». Una raccolta vista anche come sondaggio del potenziale pubblico: «e se non riusciamo a tirare su cinquemila euro nemmeno in città, lasciamo perdere». Il crowdfunding è andato bene, ma la sopresa più grande è arrivata da uno sponsor inaspettato, 3A, studio legale specializzato nei risarcimenti da danno ambientale, che ha contattato Studio Liz donando i diecimila euro che hanno consentito di coprire interamente almeno le spese vive e portare a termine la produzione. Ai problemi della distribuzione di un prodotto così specifico come un cortometraggio animato, che potrebbe naturalmente finire in rete domattina, si è aggiunta purtroppo la delusione data dal non essere riusciti a mostrarlo al pubblico veneziano nel ventennale della morte di Bortolozzo, che è caduto il 12 settembre scorso, appena concluso il festival del cinema. Il corto è stato in effetti proposto ai selezionatori di Venezia 72, che l’hanno però rifiutato: il genere e il formato sarebbero stati, pare, poco in linea con la manifestazione.

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Il disinteresse del festival lascia un po’ di amaro in bocca ai creatori di El Mostro, ma non quanto quello delle istituzioni cittadine e dei soggetti politici di qualunque tendenza, dal Comune alla sinistra sindacale, passando per i Verdi. Nessuno di loro ha voluto ricordare pubblicamente Bortolozzo. La concomitanza delle elezioni e la traumatica fine del governo del centrosinistra in città possono spiegare solo in parte questo silenzio. Con Cristiano ed Elisa proviamo ad individuarne le ragioni più profonde, strettamente legate al luogo di questa vicenda. Da indagare è la posizione del Comune e soprattutto del nostro controverso Sindaco, uomo d’impresa e certamente non di sinistra, le cui radici familiari portano però dritto nel cuore della città-fabbrica. Un altro figlio di quel progresso industriale, “figlio dottore” del poeta operaio comunista Ferruccio, lavoratore del petrolchimico e quasi coetaneo di Bortolozzo. Brugnaro è stato votato soprattutto in terraferma e non è detto che i suoi elettori abbiano più molta voglia di ricordare da dove vengono. La città di terraferma nasce infatti attorno e per Porto Marghera, lì è la sua origine, in quello che oggi è il grande buco della deindustrializzazione, che forse la maggioranza vuole rimuovere, dimenticando quanto danno portino le rimozioni (e in attesa che venga terminato l’M9, sproporzionato progetto di “museo del Novecento” in costruzione a Mestre). E la Sinistra veneziana? «Le questioni relative alla protezione della salute all’interno del Petrolchimico sono da anni gestite in modo contraddittorio e spesso confuso, perché con troppa disinvoltura ed in troppe occasioni le parti sociali e gli stessi enti pubblici hanno accettato che la salute dei lavoratori potesse essere oggetto di trattativa politica e sindacale». Così si esprimeva, nel 1982, Corrado Clini, allora medico del lavoro proprio a Marghera. In questa dichiarazione è contenuta una delle ragioni per cui anche agli eredi di PCI e PSI e al Sindacato il ricordo di Bortolozzo risulta scomodo: di fatto essi lo osteggiarono come e più dell’azienda stessa, per motivi che non è difficile intuire, legati alla straordinaria forza elettorale di quella che allora si chiamava classe operaia. In quanto agli ambientalisti e agli eredi dell’operaismo veneto (storie spesso sovrapponibili, fuori e dentro la fabbrica, da Gianfranco Bettin ad Augusto Finzi) il loro è il silenzio imbarazzato di chi ha partecipato al potere cittadino negli ultimi vent’anni costruendo sul mai avvenuto recupero di Porto Marghera la propria rendita politica. Marghera sogno futurista, luogo di progresso e di sfruttamento, di lotte e di sconfitte operaie, di riscatto dalla miseria e di morte, cuore pulsante dell’industra nazionale e wasteland da bonificare. Dei più di quarantamila addetti che il petrolchimico aveva agli inizi degli anni ’70, quando Bortolozzo iniziò la sua battaglia, ne rimangono oggi forse duemila. Nessuno di loro si occupa più della produzione del PVC, resa nel frattempo sicura, ma non più redditizia in questo emisfero. Nel dicembre scorso, la vicenda della Vinyls si è conclusa definitivamente con gli ultimi operai in mobilità. Ecco il paradosso finale: non sono stati i giudici a far chiudere quelle fabbriche, ma la globalizzazione. Altri Bortolozzo, in Cina o in India, ricominceranno da zero la loro lotta.

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Perché l’arca di Felice Casson è naufragata?

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In genere non amo l’uso disinvolto delle metafore in politica, eppure ieri sera, dopo una giornata di pioggia a dirotto, la mente è andata subito all’immagine di un diluvio particolare, per così dire, immagine che in una città nata, più volte salvata e sempre minacciata dalle acque assume una concretezza unica. Sarà il trauma della sconfitta, fatto sta che non riesco a non pensare a Felice Casson come ad una sorta di Noè chioggiotto. Felice/Noè ha fallito nel tentativo di portare in secca l’arca della Sinistra veneziana e, dopo ventidue anni, il governo della città passa alla Destra.

Sulle cause di questa sconfitta dibatteremo – anche ferocemente, tra militanti – per mesi e mesi, e ognuno troverà i propri capri espiatori – mentre sarà difficile trovare la forza per sopportare ancora i «ve l’avevo detto» di Massimo Cacciari. In attesa di puntare i riflettori su Brugnaro, che per quanto mi riguarda rimane ancora un oggetto non identificato, mi concentrerei su ciò che è andato storto con Casson, sconfitto per la seconda volta in dieci anni e in queste ore rimasto silenzioso – un silenzio condiviso da un centrosinistra attonito. In primo luogo, sappiamo che esiste una fisiologia del consenso. Vent’anni sono un ciclo abbastanza lungo perché al suo termine ci si possa aspettare un cambiamento. Se poi quel ciclo corrisponde al declino della città, un cambiamento diventa ancora più probabile. Sottoscriverei l’analisi lucida ed onesta (e solitaria) fatta da Laura Fincato a spoglio non ancora terminato: la crisi di consenso del centrosinistra a Venezia inizia ben prima dell’arresto di Orsoni e segue di pari passo gli errori fatti e soprattutto l’incapacità di correggerli. Personalmente, volendo tentare una sintesi (forse un po’ brutale) che spieghi il “fisiologico” cambiamento di cui sopra, guarderei ai vent’anni nel loro insieme, anche oltre Venezia. Il primo centrosinistra nato nel post ’89 è proprio il centrosinistra dei governi locali, quello della grande stagione delle autonomie e del “partito dei sindaci”. A Venezia, durante e dopo l’era Cacciari, i consensi si sono mantenuti attraverso la leva della spesa pubblica, che potremmo dividere in tre grandi aree: a) Servizi pubblici, welfare locale e produzione culturale b) posti di lavoro nelle partecipate e controllate, fornitrici dei servizi al punto precedente c) urbanistica contrattata e rapporto con i grandi contractor privati delle opere pubbliche. Un modello che, se ben bilanciato, riesce in teoria a garantire crescita economica e consenso politico.

Per ragioni varie e complesse (la mia vena reazionaria direbbe: semplicemente a causa della natura umana), questo modello ad un certo punto va in crisi.  Le istanze ai punti b) e c) si mangiano quelle al punto a) e, proprio all’apice di una crisi finanziaria locale, nazionale e globale, emerge il sistema corruttivo relativo al punto c). Come sappiamo, la storia finisce con l’arresto del Sindaco in carica, giusto un anno fa, cui purtroppo non è seguita un’adeguata autocritica del gruppo dirigente del PD e del centrosinistra tutto. Centrosinistra forse non del tutto consapevole della più grave crisi di consenso dei vent’anni del suo governo, e che tuttavia, dopo le primarie, si affida a Noè/Felice, alla figura del sindaco-magistrato-moralizzatore. Uno schema che altrove, almeno sul piano elettorale, ha funzionato. Non qui in Laguna. A Venezia si è letteralmente sbriciolato quel blocco di consenso che ha garantito la continuità al centrosinistra almeno sino all’elezione di Orsoni. L’astensione si è manifestata soprattutto in quel blocco, frutto di una disillusione e di un rancore ormai troppo profondi. Casson non è riuscito a coinvolgere gli indignati nemmeno attraverso la propria lista civica, un tentativo in realtà piuttosto goffo di marcare la distanza dal Partito Democratico. Il fatto è che la lista Casson non nasce da qualche spontaneo movimento della c.d. società civile, ma da una raffinata opera di ingegneria politica che oltre ad alcune (irrilevanti) rotture – vedi Pizzo e Seibezzi – aveva portato anche ad alcune importanti ricomposizioni – tra cui il capolavoro di Nicola Pellicani, già candidato della Ditta sconfitto alle primarie, divenuto capolista.

In una città in cui il nuovo corso renziano ha avuto sul partito locale riflessi debolissimi, e nelle cui vicende Renzi non è mai intervenuto direttamente, non è servito che una parte della coalizione prendesse le distanze dal “renzismo” – abbiamo letto candidati segnalare gli elogi di Brugnaro a Renzi per convincere il riluttante elettore antirenziano a votare Casson, mentre quest’ultimo ringraziava – giustamente – il governo per la disponibilità ad allentare i cordoni della borsa per dare respiro alle esauste finanze cittadine. Soprattutto, si è rivelato del tutto inutile il tentativo, a tratti imbarazzante, di lisciare il pelo agli elettori del Movimento 5 Stelle, del quale certa sinistra dialogante non sembra ancora aver compreso bene la natura. Il rilancio compulsivo che i campaign staffer di Casson negli ultimi giorni hanno fatto delle dichiarazioni dei vari Imposimato e Travaglio è servito soltanto a infastidire quelli che, come il sottoscritto, hanno fatto campagna per Casson con e dentro il Partito Democratico, a volte sentendosi dei paria. La speranza è che per qualcuno – non tanto gli irrecuperabili grillini, quanto la “Sinistra dei puri” sia finalmente suonata la sveglia. Il danno ormai è fatto. E, sia chiaro, lo scrivo più da cittadino preoccupato che da supporter colpito dalla sconfitta. Il problema non è infatti l’alternanza, che, come dicevamo, in democrazia va messa in conto.

Il problema è che l’alternativa di centrodestra guidata – obtorto collo, in fondo – da Brugnaro non mi sembra minimamente in grado di affrontare gli enormi problemi della Sinking City. Non vorrei offendere nessuno, ma la qualità della classe dirigente del centrodestra cittadino è persino inferiore a quella nazionale. Se poi dovessi sbagliarmi, sarò il primo a riconoscerlo con piacere. Nel frattempo, da cittadino prima che da oppositore, darei al Sindaco Brugnaro due soli suggerimenti non richiesti. Innanzitutto, fossi in lui, metterei subito a posto i più esagitati tra i suoi alleati destrorsi e leghisti, mossi soltanto da bassi sentimenti di revanche nei confronti dei “comunisti”. In secondo luogo, come Casson avrebbe voluto chiamare Arese, Daverio, Giavazzi e Rosso come “superconsulenti”, il vincitore provi a fare una scelta simile. Si circondi di gente diversa da lui e da ciò che rappresenta. Provi a stupirci. Tornando infine agli sconfitti, dopo i primi inevitabili psicodrammi, questa potrebbe essere l’occasione per verificare se la Sinistra a Venezia sappia ancora fare opposizione, e se esista ancora una Sinistra al di là della gestione (anche) clientelare delle risorse pubbliche. Ciò che non ha fatto la crisi, farà la sconfitta elettorale. Non avendo un Comune da gestire, la sinistra cittadina potrebbe ricominciare a studiare davvero i problemi del Comune e recuperare un rapporto col proprio elettorato. Un paradosso tutto da verificare.

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Un renzismo diverso ad ogni campanile

Premessa da militante cinico-pragmatico: ciò che conta è “portare a casa il risultato”. Il PD governa in quindici regioni su venti, al netto dei voti persi e dell’astensionismo crescente, al netto di ogni critica – legittima o meno – al renzismo. Anzi, a dirla tutta, l’appartenenza al PD non c’entra poi granché. In un momento in cui il Centrodestra italiano sta per venire egemonizzato da un partito di destra radicale quale la Lega di Salvini (Salvini, quello delle ruspe sui campi Rom, ricordate, amici antirazzisti che mai e poi mai votereste Renzi?), l’essere riusciti a tenerlo lontano dalla maggior parte dei governi locali è, per quanto mi riguarda, una buona notizia. La vittoria di Toti in Liguria ha dell’incredibile, ma va annoverata tra gli incidenti che ogni tanto capitano. È forse troppo comodo attribuire il pasticcio ligure alla sola scissione di Pastorino, e tuttavia rimangono quei dieci punti drenati a sinistra. Rimangono, purtroppo, le espressioni di soddisfazione dei civatiani, espressioni che non dimenticherò tanto presto. Cofferati, Civati, Pastorino e soci si godano il loro effimero successo, si divertano ad aprire l’ennesima discussione/costituente/laboratorio a Sinistra, perché è possibile che ancor prima del prossimo appuntamento elettorale nazionale il loro peso si riduca a quello della piccola galassia rosso-verde, ormai quasi scomparsa. Il loro destino è segnato.

Soltanto quindici anni fa una scelta simile si poteva identificare con le frange marxiste residuali nel centrosinistra. Ed era una scelta politicamente più sensata e rispettabile di quella attuale, che vede dei socialdemocratici e dei liberali di sinistra come Civati abbandonare un progetto politico che dovrebbe essere molto più grande del loro ego e persino dell’ego di Renzi. L’idea di partito, e delle sue dinamiche locali, è forse il tema centrale, eppure costantemente eluso, del nuovo corso renziano. A fronte della tendenza settaria delle primedonne, con la loro incapacità di essere minoranza in un partito di massa,  il premier-segretario continua a dimostrare un sostanziale disinteresse per la gestione unitaria del PD, in particolare rispetto alle situazioni locali. Un po’ come il PSI craxiano, infatti, il PD di Renzi non interviene direttamente nelle questioni locali – i commissariamenti sono delle eccezioni notevoli e obbligate – e dalle primarie del 2013 ha semplicemente praticato una politica di appeasement con i leader locali della Ditta, sfruttandone i portafogli elettorali e adattando la propria narrazione alle singole realtà.

Non si tratta, evidentemente, di capacità di mediazione, ma di calcolo tra i più bassi. Renzi “strappa” soltanto con i liderini privi di un feudo. Lo si è visto in modo chiarissimo in Liguria, lo si è visto altrettanto chiaramente a Venezia. Due situazioni in cui, per motivi diversi, la credibilità del Centrosinistra è in crisi, ma in cui i propositi di rottamazione sono stati in qualche modo sospesi e ai renziani della prima e dell’ultima ora è stato consentito il “rompete le righe”. La differenza sostanziale tra la Liguria e Venezia riguarda la scelta del candidato. Assai rischioso proporre la Paita, rappresentante la continuità col sistema Burlando, assai più intelligente sostenere – a primarie concluse – Felice Casson, candidato lontano anni luce dal renzismo e tuttavia unica possibilità per il centrosinistra di mostrarsi rinnovato e di non perdere, dopo più di vent’anni, il governo cittadino. Ovviamente il sottoscritto sosterrà Casson nel difficile ballottaggio che lo aspetta, ma il problema di fondo di un partito diverso ad ogni campanile rimane lì, e un segretario degno di questo nome dovrebbe risolverlo, possibilmente  prima del 2018.

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Breve riassunto delle primarie veneziane e di ciò che aspetta Felice Casson

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È vero, si è trattato soltanto di primarie, e il cammino dell’elezione a sindaco è appena iniziato, ma inevitabilmente questa vittoria di Felice Casson assume i tratti di una (parziale) rivincita su Massimo Cacciari. Come dieci anni fa, la sinistra cittadina – PD, Rifondazione, Verdi – sostiene Casson, ma questa volta Cacciari è fuori dai giochi. A Nicola Pellicani non è bastato il sostegno di tutto l’apparato del partito, della fitta rete clientelare delle partecipate comunali, delle cooperative amiche, dell’Associazione Albergatori, della Fondazione Venezia. Poco o niente hanno contato gli endorsement aziendali del gruppo l’Espresso, da Gad Lerner a Lucio Caracciolo. Pellicani si ferma al 25%, con grande scorno dei mandarini locali che fino a poche settimane fa sognavano di espellere i candidati non graditi al partito.

Ormai soltanto quei mandarini rifutavano di credere che Casson avrebbe vinto. Chioggiotto, magistrato impegnato prima contro l’eversione nera e poi nello storico processo sulle morti al Petrolchimico di Marghera, schierato contro il MOSE, sconfitto nel 2005 da Cacciari (allora eletto sindaco anche grazie alla destra) e oggi Senatore civatiano, Casson è certamente organico all’area, anche culturale, degli opliti della Vera Sinistra (da Flores d’Arcais al professor Settis) e tuttavia, forse per un’apprezzabile mitezza di fondo, sembra poco incline alle violente tirate antirenziane. Casson a Venezia, e non solo, è in sostanza un uomo-simbolo, l’uomo che dovrebbe tirar fuori la città dalle secche in cui da troppo tempo è finita.

Personalmente avrei preferito un candidato senza troppi legami, senza troppo passato, per così dire, non direttamente coinvolto nelle vicende della politica nazionale. Uno come Jacopo Molina, giovane renziano della prima ora (ma di ascendenza diessina) che, privo del capitale politico degli altri due e già inviso ai dipendenti delle partecipate, avrebbe almeno potuto sperare nel sorpasso su Pellicani. Ma forse il messaggio tendente al moderatismo che poteva fargli acquisire consensi a destra ha invece soltanto ottenuto il risultato di allontanare qualche indeciso di sinistra, oltre che di infastidire parecchio il sottoscritto (che negli ultimi mesi ha donato qualche ora al candidato curandone il profilo twitter). Il punto è che alle primarie veneziane, altrove sin troppo aperte, hanno partecipato quasi soltanto gli elettori di centrosinistra, peraltro in gran parte non troppo ben disposti verso il nuovo corso renziano.

Sulla semplificazione dei media nazionali, per cui Casson avrebbe vinto sui «due renziani» ci sarebbe molto da dire.  Nella sua scalata al Partito, Renzi si è guardato bene dal intervenire direttamente nelle situazioni locali troppo complicate, lasciando larga autonomia ai suoi. Così, se Pellicani ha cercato invano l’investitura di Roma come candidato unitario, buona parte dei renziani di Venezia, come già ai congressi locali, hanno ritenuto di stringere un patto con la vecchia dirigenza. In una situazione per certi versi simile a quella della Liguria, qui i renziani si sono divisi tra Pellicani e Molina (Conosco anche qualche civatiano passato a sostenere Molina, ma si sa, Venezia è una città strana).

Casson quindi vince, anzi stravince contro l’apparato, e tuttavia sarebbe ingenuo considerare la sua vittoria unicamente come una vittoria della base incazzata. Anche la parte più avvertita – non necessariamente la parte migliore, ma forse anzi quella più incline al gattopardismo – dell’élite cittadina, preso atto della fine di un ciclo, ha sostenuto il Senatore, il quale, quando sarà sindaco come mi auguro, dovrà tenerne conto. Ma credo che Casson conosca molto bene i meccanismi del potere locale, che assume una sorta di forma tripartita:

La classe dirigente del centrosinistra, detentrice di una rendita di posizione legata al passato operaio di Venezia, i gruppi di interesse impegnati a spolpare il cadavere della città, principalmente attraverso le grandi opere e l’urbanistica contrattata e infine la fittissima rete di clientele politiche fondata sulle partecipate comunali e su varie forme di spesa pubblica. Nell’ultima fase, in particolare con la giunta Orsoni, la politica si era completamente ritratta dalla scena, consegnando anche formalmente il potere alle lobby economiche e cioè alla la cosiddetta società civile (a titolo di esempio, all’ad di Thetis, azienda capofila del Consorzio Venezia Nuova, era andato nientemeno che l’assessorato alle attività produttive…).

Lo stato dei conti del Comune aveva già da tempo cominciato a mettere in crisi le clientele finché, con lo tsunami giudiziario di un anno fa, anche i grandi interessi economici sono stati colpiti. Eppure la vecchia classe dirigente del centrosinistra, in effetti solo sfiorata dallo scandalo MOSE, ha ritenuto di poter evitare qualunque tipo di autocritica e di ripresentarsi agli elettori parlando di rinnovamento! Come se a testimoniare la pessima gestione non bastassero i quasi sessanta milioni di euro di disavanzo, e gli oltre 350 milioni di debito, tra macchina comunale e partecipate. L’emendamento “Salva Venezia” ha solo posticipato il momento della verità, quando non si tratterà di risparmiare sulle indennità di servizio, ma sugli interi stipendi dei dipendenti comunali, e davvero si rischierà di veder toccati i servizi essenziali alla cittadinanza. Temo che questa sia la sfida più grande e urgente che Casson dovrà affrontare. Prima delle grandi navi, prima dell’emorragia di abitanti dalla città storica, prima della sicurezza delle strade di Mestre.

Prima, però, occorrerà vincere le elezioni e, per quanto debole e impreparato possa apparire il centrodestra veneziano, Casson non può pensare di avere la vittoria in tasca. Ne riparleremo nelle prossime settimane.

In copertina, Felice Casson – foto tratta da Flickr (© GençSiviller1)

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