O di riffa o di raffa

So bene che l’argomento è ormai archiviato e che nessuno ha chiesto a Giggino perché, invece di ridurre il numero dei nostri rappresentanti, non si sono ridotte del 36,5% le indennità dei novecento attualmente previsti. Figuriamoci. Il sorriso smagliante del nostro ministro degli esteri ha sancito la storica vittoria grillina e il popolo è soddisfatto, quindi perché ritornare a parlare del “taglio dei parlamentari”? È presto detto. Lo schema retorico del governo, già proposto tante volte in passato, prevede uno Stato che si fa più virtuoso ed è quindi nella posizione di pretendere un cincinin di virtù in più dai propri cittadini; Così, ora che la maggioranza giallorossa ha fatto risparmiare ai Tagliàni ben cinquantesette milioni di euro (un caffè all’anno a testa), in occasione della legge di bilancio 2020 ai suddetti Tagliàni viene chiesto, per l’ennesima volta, di non evadere le tasse. Si chiede di fare come il povero stronzo del sottoscritto, lavoratore dipendente che raggiunge i millecento euro con due part-time e che tuttavia deve restituire soldi all’erario – pagando oltretutto di tasca sua gli errori del sostituto d’imposta, essendo appunto un povero stronzo. Si chiede ad esempio di battere tutti gli scontrini evitando di scaricare l’iniquità del fisco, il rischio d’impresa e le asprezze del mercato su tutti gli altri contribuenti. Si chiede di accettare pagamenti con carta anche a certi pittoreschi ristoratori che nei nostri centri turistici acconsentono a un solo tipo di “strisciata”, quella della coca che li ha resi incapaci di distinguere il pesce fresco da quello putrefatto. Si chiede insomma di diventare un paese adulto – la civiltà è bella che sepolta, non si arriva a pretendere tanto. Ma in che modo lo si chiede? Con le buone, naturalmente, perché il tagliàno ricorda il cuore della canzone di Lucio Dalla, “è come un bimbo libero/appena dici che non si fa/lui si volta e si offende”, e va quindi ammansito, blandito, al limite anche circuito – l’operazione che riesce più facile al legislatore – e soprattutto gli si deve chiedere cento per avere dieci, a voler essere ottimisti. L’ideale sarebbe rendere il triste obbligo fiscale divertente come un gioco – meglio ancora se gioco d’azzardo, un’attività per la quale i Tagliàni spendono cento miliardi di euro l’anno: tre manovre pari a quella che ci attende. E infatti, tra le “misure radicali” annunciate qualche settimana fa da Giuseppi, ritroviamo proprio la cosiddetta “riffa degli scontrini”, un’idea diffusa altrove da decenni – nella ridente Malta, ad esempio – che il governo Gentiloni ha approvato tre anni fa senza poi attuarla. In sostanza, il cittadino-consumatore dovrebbe essere incentivato a chiedere lo scontrino, poiché esso costituisce un vero e proprio biglietto di lotteria. Cifra stanziata per il montepremi: settanta milioni di euro, ossia tredici milioni in più della cifra risparmiata tagliando i parlamentari. Ecco, io trovo che tutta questa vicenda sia meravigliosa e che non abbia davvero più senso infastidire le persone con le solite fantasie di riforma di un paese irriformabile. È tutto bellissimo e si vince pure qualche cosa, coi numeri buoni. Se posso permettermi soltanto un’ultima, unica critica al governo: quei tredici milioni di differenza, quel tredici…non si potrebbe cambiare? Noi tagliàni siamo pure un poco superstiziosi, abbiate pazienza.

Uno scontrino di civiltà

E’ assurdo prendersela col neoliberismo, la speculazione finanziaria e il malvagio Rockerduck, invocando poi la tutela dei beni comuni, se nella realtà dei fatti tu stesso – o quantomeno i tuoi vicini, tutti i tuoi vicini – considerano lo Stato, cioè la collettività, come un soggetto altro da sé e nemico, da fregare ogni qual volta sia possibile, con tutti i mezzi possibili. Ci mancava solo il chiagniefotti dei bottegai luxury di Cortina. Lo spot sulle nefandezze dei montanari arricchiti va bene, purché non rimanga uno spot. Il resto d’Italia aspetta.
Ero passato centinaia di volte davanti a quel negozio. La tipica attività di smercio da tardogiovani middle class refrattari al lavoro salariato – categoria nella quale mi riconosco in parte. Una sorta di centro-servizi che fa un po’ da copisteria, un po’ da internet point, e vende pure le magliette con la foglia di maria (ora pro nobis). Non avevo motivi per mettervi piede, fino a quando non mi sono ricordato di quel cartello  “VENDITA CARTUCCE RIGENERATE”. Quello che ci voleva per la mia piccola accapì. L’accapì P-milleequalcosa è una stampante laser in bianco e nero, unico avanzo di un’attività fallita e di un ufficio abbandonato – assieme ad una lampada alogena a piantana, di quelle che d’estate si riempiono di moscerini e quando le accendi diffondono nel tinello una piacevole fragranza di insetto arrostito. Pare brutto buttarle, soprattutto la stampantina, soprattutto dopo aver perso alcuni giorni lavorando perché fosse riconosciuta dal sempre meno amato Ubuntu. Ma il vero problema dell’accapì P-milleequalcosa è dato dall’esorbitante costo del toner, qualcosa come tre quarti/quattro quinti del costo della stampante stessa. Settanta euri o giù di lì. Improponibile, specie in questo periodo. Eccomi quindi entrare nel negozio di cui sopra, dove sono riuscito a fare due volte la figura del fesso. La prima perché credevo che il toner che avevo portato con me venisse “rigenerato” proprio lì, seduta stante. No, evidentemente no, come ho capito dal sorrisino del proprietario.

«No, sai, noi abbiamo il fornitore che ce le vende già rigenerate…che modello è? Accapì…»

«E..scusa, quanto viene?»

«Ehm, adesso guardo, un secondo solo…»

Dall’incertezza con la quale il tale cerca il listino, lo scorre più volte e mi comunica il prezzo, capisco di essere tra i primi a richiedere questo prezioso bene rigenerato.

«Sono 47,80»

«Ah però…pensavo meno, onestamente» (un bel risparmio, in realtà, comunque un furto, considerato che si tratta più o meno di una scatola di plastica trovata nell’immondizia e riempita di polvere di carbone e limatura di ferro)

Il sorriso si spegne sulle labbra del venditore:

«Ah no, beh, scusa, aspetta un attimo…un attimino solo» (ma che sia ino-ino, mi raccomando)

Si rivolge al socio seduto al pc – immagino dedito al ritocco di immagini porno – e torna a sorridere:

«No, scusa, avevo sbagliato modello…a te non serve fattura, vero?»

«No…»

«Ecco, allora sono 39 e 50!»

«Ah, ok»

«…sai, avevo sbagliato modello…»

«Ah..» (39,50+21%=47,80)

Ecco la mia seconda figura da fesso: perché il bottegaio, come dimostra la sua ridicola giustificazione, si è accorto che tra noi due non valeva l’unico patto sociale vigente in questo Paese, il tacito accordo tra evasore e acquirente di beni&servizi. Ad un centinaio di metri dal negozio decido di tornare indietro per chiedere lo scontrino, poi desisto, non ho le palle di Alessandro Rimassa, evidentemente.
Parliamoci chiaro, l’entità della nostra debolezza “di fronte ai mercati” e quindi i tremori per gli insostenibili tassi dei nostri titoli di Stato, e in ultima analisi il nostro debito stesso, sarebbero di gran lunga più modesti se in questo paese tutti avessero pagato e pagassero le tasse. Persino gli sprechi di un welfare che in sostanza non è mai esistito – a meno che non si voglia chiamare welfare la cassa integrazione pagata coi soldi delle pensioni – sarebbero visti con altro occhio, e superati con riforme meno dure ed emergenziali, se non fossimo malati di quella brutta malattia che si chiama evasione fiscale. Lo sapete già, si pagherebbero meno tasse, se le pagassero tutti, ma pare che si tratti di un argomento che non convince nessuno. E’ anzi in tempi di crisi che chi la crisi non la sente (non la vive, cioè le sue abitudini non ne sono per nulla toccate) si attacca ancora più strettamente alla roba, acuendo l’odio sordo per il Fisco. Ieri sera mi è capitato di ascoltare un pezzo dell’osceno Fabrizio Rondolino recitato da lui medesimo, a Matrix. L’esternamente rosso ex PR del Grande Fratello e di Richelieu D’Alema proponeva nel suo piccolo editoriale le consuete formule retoriche del comunista convertito alla destra e al libero mercato – poi uno si chiede se uno così il comunista lo sia o lo faccia, l’abbia fatto o lo sia mai stato, ma in questa sede non ci interessa. In sintesi, Rondolino dixit: “le tasse strozzano la libera iniziativa e pagano un pessimo servizio pubblico, questo è un paese cattocomunista in cui la ricchezza è una colpa, e che vogliamo finire come in URSS, e invece ricordate che la ricchezza è segno del merito…eccetera”. Se non ci fosse la smania del volgare voltagabbana a rendere come di consueto insopportabile il nostro, verrebbe da dire che questa volta un po’ di ragione ce l’ha. Ma proprio poca. E’ vero ad esempio che lo scialo criminale di denaro pubblico ha reso ancora più debole la buona volontà del contribuente. Ma Rondolino non ha ragione quando afferma che la ricchezza è semplicemente un frutto del merito. Sappiamo invece che non lo è quasi mai, essendo, nella migliore e più diffusa delle ipotesi, frutto del Caso – come tale, logicamente non può essere una colpa. Il tema del cosiddetto cattocomunismo andrebbe poi elaborato meglio. E’ esistita nella storia delle società cristiane una corrente di rifiuto del denaro in quanto tale, che dai movimenti ereticali arriva sino ad alcune frange della sinistra antagonista attuale. Per qualcuno esisterebbe ancora una vergogna della propria ricchezza, appunto vista come colpa. Un pensiero in fondo funzionale al paleocapitalismo italiota: meno gente lo maneggia, il denaro, e meglio è. Epperò, se alziamo il naso dai libri e ci facciamo una passeggiata in città, vediamo una realtà ben diversa. Non mi sembra che la visione suddetta abbia molto peso in un Paese nel quale l’ostentazione della ricchezza attraverso i beni di lusso è da tempo costume diffuso e insegnato sin dalla culla, al punto che anche i morti di fame vi si devono adeguare, il proletario incolto come l’intellettualoide indignato, tutti in coda per il nuovo iphone.
E’ possibile, mi dico, che il sottoscritto debba ancora una volta plaudere al liberista cattolico Monti il quale, assumendo toni calvinisti ci dice, con grande pacatezza, senza le smanie rondoliniane, che la ricchezza è una cosa buona per la collettività e che le tasse vanno pagate proprio per (ri)compensare la collettività della sua partecipazione alla formazione della ricchezza stessa? Come tutte le cose buone, aggiungo io, la ricchezza andrebbe diffusa, distribuendola meglio. In attesa di instaurare un regime di frugalità & ordine alla coreana, come piacerebbe (ma non gli crede nessuno) a Marco Rizzo, cominciamo a chiedere sempre lo scontrino, a farci fare la fattura, a rifiutare gli affitti in nero. Dice: non mi conviene: bravo, continua a fregartene, italiota, risparmia per comprare il macchinone. Io no, visto che son fesso. E’ il mio proposito per il 2012, ultimo anno dell’umanità, secondo alcuni poveri illusi. E se si riuscirà ad abbassare del 50% il tasso di evasione in Italia, non ho dubbi, sarà davvero la fine del mondo.