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È davvero tutta colpa della Germania?

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Probabilmente è soltanto grazie alla mia grafomania se riesco a commentare eventi di cui, un po’ per la mia scarsa competenza finanziaria, un po’ per la rapidità con cui essi si succedono, è quasi impossibile trovare una lettura univoca. «È la complessità, bellezza». Nella complessità, quelli come me contano sul proprio intuito – cioè sulla fortuna – e tirano a indovinare. Sì, ho tirato ad indovinare come sarebbe andato a finire questo concitato psicodramma ambientato tra Atene e Bruxelles. Credevo che alla fine i Greci, spaventati dal bankrun che in pochi mesi ha tolto dalle banche più di 32 miliardi di Euro, avrebbero votato Sì, e che Tsipras sarebbe stato commissariato da un qualche Monti ellenico. Non consideravo il fatto che i Greci che svuotavano i loro conti correnti erano una minoranza benestante, e che in situazioni simili la maggioranza vota con la rabbia di chi non ha niente da perdere. Non so dire se in questi ultimi giorni la mia capacità di interpretare e prevedere la realtà sia migliorata. Anche su Tsipras mi sono sbagliato, non prevedevo che il leader di una federazione che al suo interno conta ancora una corrente stalinista avrebbe dimostrato tanto realismo, sbarazzandosi dello scomodo Varoufakis e facendo approvare dal proprio Parlamento, anche grazie al voto dell’opposizione, una proposta simile a quella iniziale della Trojka, ma nella quale gli aiuti passano da circa 10 a 50 miliardi e si rilancia la possibilità di un sostanzioso taglio del debito, prima del referendum non contemplata. Insomma, tanto fesso o sconsiderato Alexis Tsipras non sembra esserlo, il che è un bene sia per i Greci che per tutti noi che vogliamo fortissimamente che la Grecia rimanga nell’Unione, con buona pace degli “uomini a una dimensione” che non vedono oltre la disciplina di bilancio. Mentre scrivo, l’ottimismo di poche ora fa è di nuovo scomparso. I rigoristi sembrano essersi nuovamente irrigiditi, e le speranze di trovare un accordo si scontrano con la diffidenza del gruppo di paesi guidati dalla Germania. Credo sia proprio questo il momento giusto per rispondere all’editoriale di qualche giorno fa del mio direttore, Jacopo Tondelli, col quale, semel in anno, mi sono trovato parzialmente in disaccordo rispetto a due importanti capitoli della narrazione della crisi greca. Il primo riguarda appunto la questione delle responsabilità tedesche, affrontata a mio avviso nel modo più sbagliato da quasi tutti i critici dell’austerità, in particolare quando dall’economia e dalla politica le critiche sconfinano nell’antropologia spicciola. Non è certamente il caso di Jacopo, il quale però mi fornisce uno spunto per replicare a tanti altri.

Economia e finanza non sono scienze esatte, ma rimangono discipline hard dal cui dibattito anche l’intellettualità di sinistra – che pure dovrebbe aver letto Il Capitale – rimane esclusa a causa della propria antica allergia ai numeri. Gli editoriali e gli appelli filogreci che leggiamo, oltre agli ormai insopportabili richiami alla classicità, non possono quindi che fondarsi su generiche citazioni di opere (prevalentemente tedesche) di filosofia e di critica della cultura, da Nietzsche ai francofortesi. Ecco quindi che, nell’isterismo generale, non è difficile ascoltare dalla bocca di tanti intellettuali titolati gli stessi vieti luoghi comuni sull’ottusità e sulla crudeltà dei tedeschi propinatici al bar dal grillino di turno. Purtroppo, la prima cosa che chi ha fatto le “scuole alte” sembra dimenticare è che discorsi strutturalmente fallaci non diventano validi soltanto grazie a qualche citazione fuori contesto. Sappiate quindi che se citate un classico della filosofia del Novecento per dimostrare una qualche presunta tara culturale dei tedeschi (o dei Greci, o di qualunque altro popolo), perdete il diritto di spacciarvi per raffinati progressisti. Certamente più rispettabili, rispetto alla canea antitedesca, sono gli attacchi ai singoli fautori dell’austerità, a partire dal “falco” Schäuble, purché anche questi non ricadano nello stereotipo più sciocco. Sorvoleremo sulle schiere di imbecilli che rivolgono al ministro l’insulto peggiore per un tedesco, dandogli del nazista. Costoro, nella migliore delle ipotesi, ignorano tutto di Schäuble e del suo impegno personale contro ogni rigurgito neonazi. Al secondo posto nella classifica delle enormità si piazza chi lo accosta al kamikaze Andreas Lubitz (paragone del quale avevo già scritto qui). Altri, più spiritosi, ne propongono un ritratto da supervillain cinematografico in sedia a rotelle, tra il Blofeld di 007 (senza nemmeno un gatto da accarezzare) e il Dottor Stranamore. Al di là delle caricature, cerchiamo di giudicare Schäuble per quello che è: un europeista convinto che possiede però una propria idea di integrazione basata sull””Europa a due velocità”. Un ordoliberale che non crede si possa uscire dalla crisi immettendo in circolo nuova liquidità, ma soltando attraverso una rigida disciplina di bilancio e riforme anche impopolari del mercato del lavoro, nel nome della produttività. Noi che abbiamo votato i partiti del PSE non possiamo essere d’accordo, il punto è che attualmente nel Parlamento Europeo e in Commissione la maggioranza è allineata su queste posizioni, perché così ha voluto la maggioranza dei cittadini dell’Unione.

Ed ecco la seconda obiezione che sollevo rispetto al tema che dà il titolo dell’editoriale di Jacopo: davvero il referendum greco sarebbe una lezione di democrazia al resto d’Europa, e in particolare agli alteri burocrati nordeuropei? Io non ne sono così sicuro. Come è già stato detto da molti, Tsipras aveva già ricevuto un mandato dai cittadini greci,  ma alla luce delle sue ultime mosse, possiamo anche leggere il tutto come un gran gioco delle parti. La chiave sta invece proprio nella composizione attuale della Commissione Europea. In Europa governano ancora una volta i conservatori, scelti, ci piaccia o no, dalla maggior parte degli elettori del continente, poco più di un anno fa. In Europa, il ritornello sul quarantunpercento renziano non funziona. Non solo ai Tedeschi, ma, come si è visto, anche ai Finlandesi e a tanti altri paesi, Schäuble piace. Perché quella dei Greci sarebbe una lezione di democrazia e quella dei Tedeschi no? E che dire del prossimo referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE? Varrebbe simbolicamente più o meno della scelta dei Greci? Conta il fatto di essere più deboli, o di essere debitori? So che è difficile resistere alla tentazione di vedere nella Grecia una sorta di Raskol’nikov in cui identificarsi. Facciamo attenzione, perché Alyona Ivanovna potremmo essere noi. Paradossalmente potrebbe essere questo il vizio di tutta la costruzione europea, secondo alcuni: non tanto l’eccesso di tecnocrazia e di economicismo, quanto l’eccesso di politica, o meglio dell’ambiguità tra interesse nazionale e politiche comuni. Il nazionalismo risorgente in forme che credevano seppellite dalla Storia ci dovrebbe mettere in allarme, per questo è importante che impariamo a misurare le parole, a non ridurre la crisi dell’Eurozona a un conflitto tra caratteri nazionali, storicizzati o presuntamente perenni e immutabili, tra vecchi stereotipi nascosti sotto l’opposizione spesa a deficit VS austerità. Il discorso pubblico è ormai già avvelenato, cerchiamo di trovare presto un antidoto – economico e culturale – se davvero teniamo a questa nostra vecchia Europa.

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La Germania, l’Europa e i vecchi odiosi stereotipi

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Non ci possiamo far nulla, siamo animali simbolici in cerca di senso, abituati ad astrarre e a caricare di significati i fatti più minuti. Lo facciamo ad ogni livello, dal circolo della canasta alle “scuole alte” – in quest’ultimo contesto, da quando il detto nietzschiano «Non esistono fatti, ma solo intepretazioni» è diventato legge, lo si può fare anche pagati, e quindi con maggior soddisfazione. Quando i fatti, da minuti, diventano notevoli, parliamo appunto di fatti significativi. Se il fatto implica una tragedia di qualche tipo, e naturalmente una morte o, meglio ancora, una strage, la ricerca di senso diventa quasi compulsiva. In una prospettiva religiosa, tutto risulta più semplice. Per contro, l’individuo secolarizzato e un poco rincoglionito dalla massa di informazioni che è costretto a digerire ogni giorno, se la deve cavare diversamente.

Nel caso della tragedia del volo German Wings, non si è nemmeno aspettato che la conta dei morti terminasse perché i rimasticatori simbolici attivi sui media, social o meno, vomitassero il loro bolo di senso. Si tratta di un bolo un tantino avvelenato, perché viviamo in un’epoca piena di veleni verbali. Così, a poche ore dallo schianto dell’aereo, una certa lettura della tragedia era già nelle teste di tutti. A partire dalle banali considerazioni – le uniche davvero sensate, a mio avviso – sul fatto che nel mondo reale il “rischio zero” non esiste, un esercito di commentatori ha cominciato a tirare in ballo la Germania. Sì, perché una volta appurata la non appartenenza all’Islam di Andreas Lubitz, una qualche colpa collettiva andava comunque trovata – sempre per la faccenda della ricerca del senso.

Un senso storico-politico-antropologico fa sempre la sua porca figura e dà molta più soddisfazione di altri significati, come quello religioso – per cui ce la si deve prendere con qualcuno che forse nemmeno esiste – o banalmente fattuali – per cui all’eventualità statistica che qualcosa vada storto si può reagire al massimo con una bestemmia – il che ci riporta al caso precedente. Si inizia quindi al bar con la semplice Schadenfreude rivolta al primo della classe («Hai visto ‘sti crucchi, sempre tutti precisi e affidabili, eh? Ben gli sta»), sino a diventare, in taluni editoriali, un’invettiva contro la loro arroganza, una critica che va ben oltre il caso German Wings e arriva naturalmente a toccare la questione fondamentale: il ruolo della Germania nell’attuale crisi europea.

Al fondo di tutto c’è infatti l’immagine di una Germania arcigna e arrogante, dei Tedeschi come bulli d’Europa, affamatori di popoli attraverso l’austerità, ottusi nella migliore delle ipotesi, consapevolmente malvagi nella peggiore, in un guazzabuglio nel quale si confondono governi e nazioni, si isolano singole componenti culturali, si ipostatizzano presunti caratteri nazionali perenni e, immancabilmente, si fanno paralleli a tratti osceni con gli episodi più tragici della storia del Continente. Nell’uscita del portavoce di Lufthansa («cose di questo tipo non sono nel nostro DNA») alcuni hanno addirittura voluto intravedere i segni del razzismo nazionalsocialista. Una formuletta da frasario aziendale, sentita mille volte, l’ultima delle quali, soltanto pochi giorni prima, dalla bocca del premier-motivatore Renzi in visita al cantiere di Expo («ce la faremo, perché è nel nostro DNA»), qui evoca i fantasmi peggiori del Novecento.

Inutile dire che di questa polemica antitedesca beneficiano in particolare i vari No-Euro, i quali raccolgono pazientemente i frutti di un quotidiano lavoro di propaganda a cui certo giornalismo partecipa ben volentieri, sia in Italia che in Germania. E se un grande conoscitore della cultura tedesca come Gian Enrico Rusconi invita a smetterla coi rispettivi, odiosi, stereotipi, immediatamente lo si vede arruolato dai No-Euro tra gli antitedeschi («lo dice anche Rusconi!») e tra i nemici dell’Unione Europea. Eppure, se c’è qualcosa che rafforza la nostra convinzione di europeisti, sono proprio queste deprimenti polemiche “etniche”. C’è un terribile non-detto che ogni tanto affiora nel discorso pubblico europeo, fatto di odio atavico, pregiudizi, guerre e stermini di massa. Ecco perché ciò che affiora ogni tanto oggi è la prova inconfutabile di quanto sia stato giusto e necessario iniziare il processo di integrazione europea, appena ieri.

Talvolta, un certo pessimismo sul futuro d’Europa è più che lecito, ma non possiamo, noi Europei, lasciarci scoraggiare. Dobbiamo soltanto imparare a parlare di una complicata ma risolvibile questione di quattrini senza tirare in ballo le rispettive madri.

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Acorns for PIIGS

Suppongo che tifare Grecia in questo momento sia considerato molto ‘radical’ (e pure un po’ chic). Certo, il buon senso suggerirebbe che i paesi sull’orlo della bancarotta tenessero a casa le loro squadre – e, se proprio non potete stare senza calcio, andate al campetto sotto casa, ché quello è gratis. Ma non si può, perché si tratta di un pezzo di economia nazionale, di un forte collante identitario e dello stupefacente legale più diffuso che ci sia. Quando Monti ha parlato di sospendere il campionato, quello è stato il momento di maggior difficoltà del suo governo, altro che la polemica sugli esodati. Rischia di mancarci il pane, ma non toglieteci i nostri strapagati circenses. Quando si vince, poi, l’ubriacatura è massima, e per nulla salutare, come rappresentato meravigliosamente nel finale de In nome del Popolo Italiano. Ma tant’è, ad ogni pig le sue ghiande.

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