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Un altro mondo è possibile

Non ho nulla da dire sull’uccisione di Gheddafi in sé, attendo i consueti esercizi dietrologici e, nel giro di qualche settimana, lo sputtanamento di quanto di buono c’è nella deposizione di un tiranno. Quello che ha veramente attirato la mia attenzione è il commento di Mario Borghezio sulla fine del rais:

«Un grande leader, un vero rivoluzionario non confondibile con i nuovi dirigenti libici portati al potere dalle baionette della Nato e dalle multinazionali del petrolio»

Il personaggio lo conosciamo bene, ce lo siamo immaginato in mimetica, novello Rommel, a sostenere il Colonnello, il nostro fidato poliziotto di frontiera. Ma la simpatia per Gheddafi non è faccenda recente per Borghezio né, tantomeno, per un suo vecchio amico e camerata dei tempi della Jeune Europe, il nazislamico-tradizionalista  Claudio Mutti. (Si consoli il prof.Mutti per la grave perdita: la morte dell’autore, come sempre avviene, farà impennare le vendite di Socialismo e Tradizione).

Sia chiaro, di fascisti nella Lega non ce n’era nemmeno l’ombra, prima che li portasse Tosi, e nessuno è mai andato a rendere omaggio ai caudillos di mezzo mondo.

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Franco Frattini negozia l’esilio di Gheddafi

Straordinaria performance del nostro Ministro degli Esteri, a due giorni dall’intervista concessa alla BBC. In questo filmato lo vediamo negoziare  la permanenza di Gheddafi presso Robert Mugabe (Frattini indossa qui l’esclusiva livrea dorata disegnata dal Premier):

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Anime Belle

Era evidente a tutti che in Libia le cose sarebbero andate diversamente che in Tunisia ed Egitto. A Tripoli non c’era un esercito pronto a deporre il tiranno come in Egitto, ma una truppa di mercenari al soldo del Colonnello, perfettamente in grado di schiacciare la rivolta. In un paio di settimane sarebbe tutto finito, i partigiani (li chiamo così, come giustamente suggerisce Farid Adly) che non fossero stati ammazzati sarebbero finiti nelle accoglienti galere di Gheddafi, o nei lager già riservati ai migranti in pieno deserto, e qui saremmo tornati al nostro tran-tran quotidiano di debole indignazione a distanza. Mentre in questi giorni il ‘nostro’ coinvolgimento in una guerra che già era in corso e che le anime belle guardavano ‘con preoccupazione’ ha improvvisamente riattivato, nella c.d. Sinistra-sinistra, i meccanismi della produzione retorica. Quella roba autoreferenziale che chiamiamo dibattito ma a volte sembra più che altro un tentativo di ricordare la propria esistenza e rimarcare le proprie differenze-da (dal rinnegato interventista, dal socialdemocratico, dall’anarcoide provocatore), mentre prendono forma altre inaspettate consonanze,  (con il Cavaliere amico del Colonnello, coi fascioleghisti, con l’orribile Formigoni). Vi riporto qui sotto un piccolissimo florilegio delle varie letture. E’ la parafrasi di alcuni commenti ad un post su Nazione Indiana (tra i quali trovate anche la mia posizione, espressa, spero, in modo accettabilmente serio). A volte capita che l’oggetto della satira sia più ridicolo della satira stessa, giudicate voi:

Quelli che “Gheddafi è un patriota arabo e un rivoluzionario e chi sta contro di lui è semplicemente un lacchè del capitalismo. Ricordatevi del compagno Ceausescu!”

Quelli che “Gheddafi non è un granché ma è sempre meglio degli insorti che sono pilotati da CIA e Mossad!

Quelli che “Fonti indipendenti che i media servi dell’imperialismo censurano ma che io che faccio controinformazione diffondo qui, anche se purtroppo non mi potete capire perché ormai siete rintronati dai media suddetti, insomma queste fonti indipendenti che per motivi di sicurezza non posso esplicitare mi hanno rivelato che dietro la facciata umanitaria delle motivazioni si nascondono enormi interessi economici. Si parlerebbe di petrolio e addirittura – ma non mi vorrei sbilanciare – di gas naturale”.

Quelli che “il capo degli insorti è neoliberista, io voglio i soviet domani mattina! No! Voglio i soviet! Ueeee! Ueeeeeee! Ueeeeeeeeeeeeee!”

Quelli che “Gheddafi è un dittatore criminale e complice delle deportazioni dei migranti e noi stiamo dalla parte del processo democratico che sta investendo il nordafrica. D’altronde siamo anche contro la guerra senza se e senza ma. Per cui scendiamo in piazza, cerchiamo due alberi tra i quali tendere la nostra fettuccia e passiamo un pomeriggio divertente. Non dimenticate ginocchiere e paragomiti”.

Quelli che “Avete tutti individuato una serie di contraddizioni che, come suggeriscono un paio di numeri dei Quaderni Piacentini usciti nel corso del ’74 (annata eccellente, bouquet ricchissimo, ne ho una bottiglia a casa), sono feconde e pericolose allo stesso tempo e andrebbero maneggiate con cura. Sbaglia chi usa il Ballon o il Gran Cru, in questo caso, coi rossi leggeri, è senza dubbio meglio un Dolcetto. Di cristallo, certo, eccheccazzo, su questo punto non cediamo!”

Quelli che “Non mi piace essere contro-la-guerra-assieme-a-voi. Voglio essere contro-la-guerra-per-i-cazzi-miei”.

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Dalla Jugoslavia alla Libia

Difficile tenere le fila di tutto quello che succede nel Mondo in questo momento. Dalla tragedia del Giappone con le sue ricadute sul dibattito nuclearisti/antinuclearisti, alla battaglia, forse l’ultima, nei cieli di Bengasi. Alcuni fatti sfuggono, inevitabilmente, alla nostra attenzione. La notizia passata (quasi) inosservata è che, un paio di settimane fa, sulla base di un mandato di cattura internazionale, è stato arrestato (e poi rilasciato su cauzione) il generale serbo Jovan Divijak. Divijak è quello che si dice un mensch. E’  uno di quegli ex cittadini Jugoslavi di nazionalità serba che rischiarono la buccia per difendere la Bosnia multietnica, mentra Milosevic tentava di mettere in pratica il famigerato Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze. Divijak dovrebbe essere giudicato da un tribunale serbo per un controverso episodio verificatosi verso la fine dell’assedio di Sarajevo. Come sempre, in questi casi, saranno i giudici a pronunciarsi. E tuttavia l’arresto di Divijak fa specie, visto lo scarso zelo dimostrato da Belgrado nella ricerca di Ratko Mladic, il boia di Srebrenica.

Non ho bisogno di scavare granché nella memoria per ricordarmi di quei fatti. Ricordo quella che fu forse la mia prima esperienza di ‘impegno politico’, quando da liceale lavorai ad una mostra sulla distruzione dello Stari Most, il ponte di Mostar, simbolo di convivenza abbattuto dai cannoni del fascista croato Tudjman. E poi gli anni a Trieste, vicina ad un confine ancora caldo, e infine le vacanze con gli amici, i buchi dell’artiglieria ancora visibili sui palazzi di Zara. La Jugoslavia ha riportato l’orizzonte bellico in terra d’Europa. Ha messo l’Europa di fronte alle sue responsabilità, ha aperto un dibattito a sinistra, mettendo in crisi alcune certezze e rinsaldandone altre, rispetto agli interventi militari. Di poche cose sono veramente convinto, ormai, e una di queste è che i bombardamenti NATO in Bosnia furono necessari. Furono un sussulto di residua dignità da parte di un Occidente che era stato fino ad allora a guardare, anche attraverso gli occhi dei suoi Caschi Blu, inerti di fronte ai massacri. Fu una cosa affatto diversa dalle guerre della famiglia Bush, spero questo sia un dato condiviso. Posto che NON esistono ‘guerre giuste’, credo esistano casi in cui un intervento mirato possa evitare disastri più grandi. (Riconosco che l’incolore retorica diplomatico-umanitaria nulla può di fronte a quella pacifista-integrale/pacifista-antimperialista. Me ne farò una ragione).

Fatte le dovute distinzioni, in questi giorni mi sono imbattuto in qualche parallelo tra i fatti di cui sopra e l’intervento armato in Libia. Il dibattito è simile e si nota, ora come allora, una certa stramba trasversalità, per cui sinistra antagonista e Lega si ritrovano dalle stesse parti. Lascio in ogni caso ad altri le dietrologie o le analisi politiche, per il momento. Imperialismo di provincia, obiettivo nell’agenda delle multinazionali petrolifere, per alcuni; vile tradimento di un nostro-figlio-di-puttana (colui che teneva i migranti lontani) per altri. Non ha importanza. Credo vada semplicemente chiarita la differenza tra l’esportazione non richiesta di democrazia e una giusta mano a chi stia tentando di buttare giù il proprio despota.

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Tripoli, bel suol d’amore

Effetto domino, si direbbe. Anche in questo caso, non si può che sostenere la rivolta del popolo libico contro il proprio despota, altro nostro-figlio-di-puttana (oleum non olet), al quale negli ultimi anni un’intesa col governo Berlusconi ha affidato il compito di carceriere: vale la pena di ricordare quale trattamento subiscano i migranti che hanno la sventura di passare per la Libia nel loro viaggio verso il continente europeo  (come raccontato da Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene in Come un uomo sulla terra ). Chissà quanti culi stanno bruciando a Roma, in questo momento, oltre a quello di Frattini (quanti morti occorrono? C’è una soglia minima?)

ANSA: “Tripoli minaccia l’Ue sull’immigrazione: blocco alla cooperazione contro i flussi illegali se continua l’appoggio alla rivolta”

Memorabile Primavera, quella del 2011. Accerchiato dai giudici e messo in difficoltà da un’improvvisa reazione allergica al fondotinta, il Cavaliere era comunque riuscito a compiere l’ultimo passo della sua scalata. Con un titanico colpo di reni, attuando in pochi giorni la Legge Signorini – che metteva fuori legge la Sinistra in quanto “priva di stile” – Silvio Berlusconi aveva sbaragliato i suoi nemici una volta per tutte, senza prendersi nemmeno il tempo per una sveltina gratificatoria. Non c’è pace per i giusti, e infatti ai bordi meridionali della Penisola tornava a premere un’oscura forza illiberale, non più contenuta dagli sforzi dell’amico Gheddafi. Il Colonnello, minacciato da una rivolta ordita dai poteri forti del bolscevismo finanziario, si trovava in grave difficoltà e non poteva più garantire di tenere gli extracomunitari lontano dalle coste italiane. A un secolo esatto dalla Guerra italo-turca, era venuto quindi il tempo di intervenire nuovamente, in nome della Libertà, per soccorrere il prezioso alleato. Numerosi esponenti dell’esecutivo, dimostrando il loro sprezzo del pericolo, si erano subito resi disponibili a far parte della spedizione, della quale Ignazio La Russa aveva curato gli aspetti logistici. Ripristinato l’utilizzo del mulo, animale amatissimo da La Russa, il ministro combattente era partito alla volta di Tripoli con la divisione aviotrasportata “Italo Balbo”.    Al seguito delle truppe d’assalto, Il reparto costruzioni, comandato dal Geniere Capo Castelli, che doveva approntare i campi di concentramento dove rinchiudere sia i rivoltosi che avevano tentato di rovesciare Gheddafi che – così recitava la circolare vergata dal Ministro Testicoli diffusa prima della partenza – “I membri di Al Càida o comunque negri di provenienza subsahariana in procinto di invadere il territorio nazionale allo scopo di instaurarvi il Califfato”.

La sera del 29 Marzo la colonna di camion carichi di tubi innocenti e filo spinato era stata investita dal terribile vento del deserto, il Ghibli. Senza possibilità di trovare un riparo, in poche ore l’intero reparto si era ritrovato sotto una pesante coltre di sabbia che ricordava i bastoni messi dalla Sinistra tra le ruote del Libero Mercato, come argutamente notò il Geniere Capo. I mezzi erano inservibili e già sorgeva il temibile sole libico – unico vero nemico dei militi padani, mai scesi a sud di Gabicce. Fu allora che il Capitano Bossi Renzo suggerì al geniere Castelli di muovere assieme in avanscoperta, alla ricerca del “primo distributore di benzina”.  Ma il deserto, terrone e comunista, sembrava aver teso loro una trappola mortale.

«Pronto pronto, pattuglia Olona chiama Nibbio, Olona chiama Nibbio, mi sentite..? Niente»

«E alura? Come la mettiamo?»

«Eh, non so, chiamiamo l’assistenza»

«Non trovo il numero, prova a sentire La Russa»

«La Russa non si riesce a chiamarlo nemmeno lui, è su un C130 e là il cellulare non prende»

«Casso, Castelli, e allora siam del gatto…me l’avevano detto di non andare, ma io niente. Pensavo “se a far bocchini ti fanno ministro, figuriamoci ad andare in Libia!”

«Aspetta, aspetta…cos’è ‘sto rombo?»

«La so! E’ come un quadrato, però schiacciato!»

«Bestia! ‘sto rombo qui, non lo senti? Un motore!»

«Un autoveicolo, sì! Adesso lo sento!»

Nel deserto non è facile capire da dove provenga un suono. Come due fennech intenti ad aguzzare l’udito in attesa della magra preda (un piccolo roditore, un beccaccino, una blatta), i due militi  si acquattarono dietro a una duna, dalla quale fece capolino un blindato amico. Era uno dei Doblò ricarrozzati in ghisa, prodotti dalla Fiat di Marchionne a Puerto Rico per finire gli ultimi pezzi dei magazzini torinesi. La Russa era riuscito ad inserirne 12mila esemplari nell’ultima finanziaria, ad un prezzo particolarmente conveniente.

«E’ dei nostri! E’ dei nostri!»

«’Spetta, testina, che ne abbiamo venduti anche ai beduini, di ‘sti furgonati qui…controlla la targa…sì, sembra proprio dei nostri»

Il mezzo si fermò inchiodando in una nuvola di sabbia sottile dalla quale, come in sogno, apparve nientemeno che il Maresciallo Borghezio, lo stratega dell’impresa Libica, a capo della Legione Padana.

«BORGHESSIO! E’ il Cielo che ti manda! Qui è successo un casino, abbiamo perso il resto del reparto e non si riesce a comunicare, con queste radio del menga! Sono ancora in garanzia ma non si trova il numero dell’assistenza!»

«Camerata, quelle radio sono finte. Le aveva ordinate la RAI a Paolo Berlusconi per la fiction Squadra Giambellino, ne servivano dieci ma il costo al pezzo veniva drammaticamente abbattuto ordinandone dai mille in su, per cui han deciso di riciclarle…quando torniamo a Roma mi farò sentire io, non temere!»

«Ma porca…come coi decoder»

«Non importa, camerati, saltate sulla camionetta! Lasciate perdere i tubi innocenti, questi islamici bastardi non meritano il vostro lavoro! costruirete ben di meglio, quando avremo riconquistato tutta la Tripolitania e l’intera Cirenaica! Non capite? Ora che siam qui non ce ne andremo più!»

«Ma…e a Gheddafi ghe giren minga i ball?»

«Gheddafi lo sa, il suo esilio è già concordato, Berlusconi gli regala la Sicilia. La Tripolitania ce la teniamo noi del Nord, naturalmente, la Cirenaica se la prendono i camerati del PDL. E ci sarà lavoro per tutti!»

«E figa!»

Il Geniere Capo Castelli tirò un calcio al giovane Capitano Bossi Renzo, sussurrandogli all’orecchio

«Pirla…lo sai che al Borghezio ci piace il casso!»

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