Archivi tag: gianni cuperlo

Max D’Alema e la riconquista del PD

Massimo_dalema.jpg

Inutile negarlo: quando Max D’Alema apre bocca, riesce sempre a strappare almeno un ghigno di approvazione anche a noi che non l’abbiamo mai – e sottolineo mai – sostenuto. Ogni volta che interviene pubblicamente, Richelieu D’Alema si conferma maestro d’eloquenza. Un’eloquenza lontana dal grigiore del politichese anche nel caso di interventi domestici, svolti cioè nell’atmosfera controllata delle assemblee di partito o di corrente. D’alema parla a tutti anche se vuole raggiungere soltanto quei due o tre che gli interessano, dimostra una cultura profonda senza ostentarla. Un po’ retore dell’antichità, un po’ stand-up comedian, D’Alema si è spesso avvalso dell’aiuto di intelligenze a lui affini, soprattutto quando si trattava di mettere ordine nella forma lunga di un intervento congressuale o di un libro. Ma è evidente che quello stile allusivo e sorvegliatissimo, quell’alternanza tra colpi di fioretto, granate a frammentazione e bombe al napalm sono una cifra tutta sua, forse innata.

Di bombe D’Alema ne ha sganciate un paio anche alla riunione di Area Riformista dell’altro ieri, e assieme alle bombe ha lasciato cadere lì un paio di consigli, da osservatore distaccato, da «extraparlamentare» impegnato, a suo dire, più nell’arioso contesto del socialismo europeo che nell’angusto pollaio della sinistra italiana. Bontà sua, ha trovato il tempo di suggerire due cose alla composita platea dell’Acquario Romano. La prima è che se si vuole battere Renzi e riprendersi il partito, occorre che la minoranza sia unita. La seconda è che – sempre se si vuole sconfiggere Renzi – occorre far proprie le sue tattiche: se il rottamatore, attraverso lo strumento delle Leopolde, ha raccolto e organizzato un consenso in parte esterno al partito, la minoranza deve fare lo stesso, arroccarsi in quella zona di confine tra partito e società civile per meglio sferrare i «colpi che lascino un segno».

Qualche tempo fa, di fronte al conflitto interno tra renziani e minoranza, scrivevo di come il “grande edificio della Sinistra” si fosse rivelato una di quelle costruzioni abusive che collassano non appena arrivano al terzo piano, e che il destino di noi sinistrati fosse ormai quello di vivere attorno ad esso in una sorta di tendopoli. Dopo il discorso di D’Alema credo di dover precisare la metafora. Quello del PD non sembrerebbe nemmeno più un edificio, ma un terrain vague che con una certa frequenza diventa campo di battaglia. Le tende sono quelle dei vari eserciti, anzi delle varie bande accampate ai margini del luogo dello scontro. Bande, nemmeno più correnti organizzate, convenute all’Acquario per portare avanti l’unico obiettivo – obiettivo in cui è difficile distinguere il piano personale da quello politico – che li accomuni: la defenestrazione di Matteo Renzi e la riconquista del partito.

E su cosa andrebbero sferrati, i colpi di cui parla D’Alema, quindi? Sulle macerie di un partito allo sfascio? Il punto è che l’antirenzismo è forse una ragione sufficiente perché le bande si riuniscano ogni tanto a praticare il loro certamen retorico, ma di certo non sufficiente perché tra di esse si possa stabilire un vero accordo politico, sia pure a fini tattici. Lo si è visto chiaramente in varie repliche all’intervento di Max, che questa volta, oltre agli applausi d’ammirazione e agli amorosi sguardi del fido Gotor, ha ricevuto persino qualche sonoro ceffone a mano aperta. Ci ha pensato Civati, con sorprendente chiarezza, a precisare come l’idea di «fare una leopolda» l’avesse già fatta sua già ai tempi della prima Leopolda vera e propria, quella organizzata assieme a Matteo Renzi, quella in cui il bersaglio polemico erano proprio d’Alema e la classe dirigente dei vecchi “ragazzi della FGCI”!

«Il PD non è più un grande partito popolare, perché non è più un grande partito», i DS avevano seicentomila iscritti, il PD ne ha meno della metà, dice D’Alema. Verissimo. Ma quando hanno cominciato ad andarsene gli iscritti? Quando si è cominciato a pensare alla disintermediazione spinta, al “partito leggero” in cui gli iscritti contano poco o nulla? Quando si è iniziato a guardare più ai favori delle élite finanziarie che ai bisogni della propria (teorica) base elettorale di riferimento? Quando si sono lasciati i benedetti “territori” in mano alla gestione clientelare dei tanti capibastone più o meno raccomandabili? Rispondere richiederebbe un’onestà intellettuale che non fa parte delle pur numerose virtù del retore D’Alema. Lo dice ancora più chiaramente Walter Tocci, civatiano ma testimone e protagonista di altre stagioni politiche: «Renzi mette in pratica l’agenda di Violante, appare un innovatore perché noi siamo legati al passato».

Ma il ceffone più grosso arriva nientemeno che da Gianni Cuperlo, che si rivolge direttamente a D’Alema: «ci hai ammonito a stare uniti e a dare battaglia, credimi lo facciamo […], ma se tu e altri nella Sinistra europea lo aveste fatto un po’ di più prima, forse oggi la montagna da scalare sarebbe stata un pochino meno alta». Certo, appare un po’ semplicistico accusare D’Alema di essere stato “troppo poco di sinistra” per anni, senza affrontare la questione centrale, quella della visione del Potere. E qualcuno potrebbe del resto ricordarsi di quando Cuperlo rappresentava il braccio intellettuale dei DS dalemiani, mentre il braccio armato era rappresentato dai lothar Velardi e Rondolino, oggi corsari renziani dopo qualche anno a libro paga di Berlusconi. Transeat. Forse la possibilità stessa della politica è legata all’oblio delle responsabilità personali.

Tra i pesci riuniti nell’Acquario, infine, non poteva mancare Pierluigi Bersani. Prima della vittoria di Renzi e di tutto il risentimento che ne è seguito, consideravamo Pigi l’uomo del giusto mezzo, seppure corresponsabile di quella storia di errori ed occasioni mancate, rispetto alla quale non riesce ancora a fare grandi autocritiche. E tuttavia non è possibile metterlo sullo stesso piano di Max. Bersani in quest’ultimo intervento guarda anche a noi renziani-non renziani, a chi abbia votato Renzi non in opposizione ad una storia che è anche la nostra, ma cercando di dare una scossa ad un corpaccione in coma (pentendosene poi, ma non del tutto). All’arsenale delle ormai celebri metafore bersaniane, sabato scorso si è aggiunta quella del «vendere casa per andare in affitto», riferita al nuovo corso renziano.

A questo punto non riesco ad evitare un mash-up metaforico non proprio rassicurante: c’è chi, come Pigi, pensa a ricomprare casa, chi come me – semplice iscritto – pensa che quella casa, ammesso che stia ancora in piedi, necessiti di qualche serio intervento statico. E infine c’è Max, che si dice pronto a sferrare colpi contro l’edificio pericolante…No, Max, se c’è una cosa di cui in questo momento non abbiamo bisogno, sono proprio i «colpi» che hai in mente tu.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Non ci sono abituato…

Non sono troppo abituato a vincere, per cui sono rimasto alquanto spiazzato dai risultati delle primarie. Mi hanno sorpreso i risultati del mio quartiere più ancora di quelli nazionali, e dopo molto tempo mi sono scoperto a gioire per un fatto politico in positivo, a provare qualcosa di diverso dalla Schadenfreude per le condanne di Berlusconi. E ho gioito io che in fin dei conti non sono mai stato semplicemente “renziano”. Mi sono speso un po’ per il partito, stando al seggio, e direi che è stato più di quanto abbia fatto per la mozione Renzi, alla quale ho aderito tra vari distinguo («diversamente renziani»), non risparmiando alcuna critica, nemmeno a ridosso dell’appuntamento più importante, quello di ieri. Ho scritto qui più volte perché ritengo Renzi la scelta più razionale, per il PD ma soprattutto per il Paese. Ho cercato di spiegare le ragioni di una certa ostilità preconcetta della pancia del partito, ragioni certo politiche ma spesso semplicemente ragioni di fazione, quando non di ordine puramente estetico («ma non lo vedi?»). Tra gli scontenti ci sono i renzifobi e tutti quelli che vorrebbero un partito “più di sinistra”. Capisco le motivazioni di chi ha votato Civati pur non condividendole, e penso che il loro risultato vada tenuto in considerazione. Per ora basterà ricordare che anche il voto a Civati è stato un segnale di dissenso profondissimo con la dirigenza uscente. Non è più tempo di polemiche ma vorrei comunque spendere due parole sulla fine di un ciclo nel centrosinistra.

Alla vecchia dirigenza, agli ultimi “ragazzi” della FGCI, tra cui Cuperlo, occorre riconoscere qualche merito importante. Tra svolte epocali e affannose ricerche di nuove identità, dall’Ulivo in avanti, i migliori di loro sono riusciti a costruire un abbozzo di sinistra riformista unitaria in questo Paese. A rileggere certe interviste a Massimo D’Alema in materia di pensioni, durante il suo breve governo, o ripensando al Bersani ottimo ministro nel Prodi II, le polemiche degli ultimi due o tre anni, dopo l’ingresso in scena di Renzi, risultano quasi inspiegabili. Ma la politica è fatta così, di corsi e ricorsi, storici ma soprattutto retorici. Purtroppo, costoro sono riusciti quasi a far dimenticare tutto il buono, non ammettendo mai le schifezze calcolate, non riconoscendo mai i loro errori, non rinunciando mai alla loro presunzione di superiorità intellettuale, non essendo mai in grado di comunicare per davvero con quello che, ad ogni pié sospinto, si ostinano a chiamare “il nostro popolo”. Non hanno capito niente e continueranno a non capire perché hanno perso il consenso anche nella base elettorale delle regioni rosse. Non hanno ancora fatto i conti con la “non vittoria” di febbraio e il disastro parlamentare delle settimane successive, come potrebbero capire? Poche settimane fa, al congresso del mio circolo, un parlamentare e dirigente ripeteva la tesi della mutazione antropologica: le televisioni, il ventennio berlusconiano, l’attacco ai valori, una società diventata individualista, eccetera. In sostanza, «Il popolo non ci capisce più» perché rincoglionito, vittima del modello di B. e della sua potenza mediatica. E’ una concezione elitista della politica, naturalmente, e rivela un deficit di percezione che in un politico è inaccettabile. In assenza di qualunque autocritica, le primarie sono dunque servite come una doccia gelata. Mi spiace per Cuperlo (meno per D’Alema…), ma gran parte di quel “popolo”, a partire dai miei genitori e dai tanti amici e conoscenti che avevano scelto Bersani, oggi ha scelto Renzi, non perché turlupinati dal Renzi imbonitore, non perché siano degli sciocchi, tutt’altro. Sono persone intelligenti, hanno tenuto in piedi l’Italia col loro lavoro e sanno quando è il momento di cambiare. Occorre po’ di fredda obiettività, al di là delle polemiche e dei livori: Gianni Cuperlo poteva ormai convincere due soli gruppi di persone, in virtù di due ordini di ragioni, le une psicologiche, le altre materiali. Tra gli iscritti, i nostalgici del centralismo democratico, di un fideismo purissimo, assolutamente cattolico e comunista (nel senso dei pattern psicologici, non delle idee): tutti quelli per cui il partito è un po’ mamma e un po’ papà, ti tiene per mano, sa dove guidarti, custodisce il patrimonio di famiglia, ha le chiavi di casa. Ormai erano rimaste soltanto le chiavi di casa, e prendendoti per mano il partito rischiava di farti finire giù dalla scarpata, ma per alcuni andava comunque bene così. «Fedeli alla linea/la linea non c’è», cantavano i CCCP. Dall’altra parte, tra gli elettori, soprattutto al Sud, soprattutto nel pubblico impiego, le ragioni per votare Cuperlo erano legate al terrore di perdere le sicurezze di decenni di assistenzialismo tossico, di dipendenza da un sistema che tutto è fuorché giusto e che così com’è non riuscirà a garantire più nulla. Costoro reagiranno forse male, inizialmente. Ma se la buona politica del PD di Renzi porterà anche a loro i suoi primi risultati, si convinceranno di aver avuto torto.

Ora, come si dice in questi casi, si apre una fase nuova. Non cedo facilmente all’entusiasmo, sono ipercritico e rompipalle (se mi leggete un po’ lo sapete già), ma devo ammettere che ho trovato il discorso della vittoria di Matteo Renzi davvero molto bello. Il più bel discorso che gli abbia sentito fare. Un discorso da statista. A partire da simili ottime premesse, sarà forse ancora più dura passare ai fatti. Rifondare il PD – unito, perché l’unità è un bene supremo – senza concedere nulla a chi è saltato sul carro per convenienza, far tornare a crescere il Paese, garantire davvero l’equità, riformare la giustizia e la burocrazia, demolire le corporazioni, liberare le forze produttive, garantire non solo il mantenimento del servizio pubblico, ma il suo miglioramento, eliminando grossi pezzi di macchina dello Stato, che sono un freno allo sviluppo e un insulto all’idea stessa di giustizia sociale, disegnare finalmente un welfare equo e sostenibile, e molto altro. Naturalmente, per fare tutto questo occorrerà vincere le prossime elezioni, ma Renzi, scopertosi politicista, dovrà cominciare a giocare bene le sue carte già nei prossimi mesi, fugando ogni nostro dubbio, riuscendo a fare da pungolo al governo Letta. Personalmente non farò alcuno sconto al vincitore. Non ci sono crediti di fiducia da spendere, perché da oggi, caro Matteo, si parte da zero e si fa sul serio. «Mi è costata tanta, tanta fatica venire fin qui, ma volevo esserci ad ogni costo. Non per me, che alla mia età…ma per voi giovani, per il vostro avvenire». Questo mi ha detto una dolcissima signora di ottantacinque anni mentre registravo i suoi dati al seggio. Non posso sapere chi abbia votato quella signora, ma ogni volta che dovrò giudicare gli atti del nuovo segretario, penserò a lei.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Tiro alla fune

Riassunto dei movimenti odierni nel corpo disarticolato del PD: la Segreteria e Cuperlo difendono le larghe intese, Renzi si dimostra ogni giorno più calcolatore e forse onora il suo patto con Letta, Civati mulina le braccia muovendo un po’ d’aria. Davvero la politica è un’attività che richiede nervi saldi e una certa lucidità anche solo per essere capita, prima che praticata. E badate, questo non ha necessariamente a che fare col cinismo. Proprio mentre sentivo montare l’indignazione per l’ennesima figuraccia del PD, che ha voluto lasciare la ministra Cancellieri al suo posto, una telefonata di papà – che ne ha vista qualcuna in più di me, diciamo – mi ha portato a riconsiderare l’intera faccenda. Mettiamo che la Signora Prefetta fosse stata costretta a lasciare il posto da una mozione del PD. Nella migliore delle ipotesi ci saremmo ritrovati un ministro della Giustizia berlusconiano – si sono fatti i nomi di Nitto Palma e della Gelmini, non credo occorrano commenti. Nella peggiore, un voto anticipato con un B. tornato ad essere pericoloso. Sì, perché quando la sinistra si divide, perde, mentre quando si divide la Destra, vince: i cosiddetti alfaniani, responsabili tutori della realpolitik, escono dalla rinata Forza Italia per tenere in piedi Letta, ma allo stesso tempo forniscono a Berlusconi la possibilità di tornare a fare il caudillo, l’arruffapopolo. Il “Berlusconi di lotta”, il populista anti-sistema alleato a Lega e ai nuovi coaguli centristi, rischia di vincere un’ultima volta e, come se non bastasse, di lasciarci come eredità una nuova DC. Alla luce di tutto questo, sembra di poter dire che non tutte le mosse del PD vengono sempre fatte a cazzo di cane come sembra. Occorrerebbe forse spiegarlo ai propri elettori incazzati, ma certe scelte quando le spieghi appaiono più squallide che intelligenti, e comunque il PD, inteso come la sua attuale nomenklatura, ha sempre comunicato poco e male, non c’è niente da fare. Resta da vedere quale sarà il prezzo elettorale di tutto ciò. Ma siccome ormai pare chiaro che Letta durerà ancora un intero anno, fino allo scadere del c.d. semestre europeo, e siccome la faccia ce la metterà Renzi, stiamo tutti tranquilli, questo è il ragionamento sottinteso. Sarà davvero così?

In un gioco delle parti così ben congegnato, non può mancare il soggetto recalcitrante. In altri termini, al tiro alla fune occorrono due squadre, una per capo. Non riesco ancora a capire se Pippo Civati sia molto intelligente o molto fesso, con questo suo essere fronda perenne che però non arriva mai a scelte irreversibili. Con questo suo calvacare i tormentoni dell’indignazione (“il tradimento dei 101”) non è proprio la mia tazza di tè, ma se non altro finora mi ha dato l’impressione di uno che al futuro del PD ci crede, crede cioè che ci sarà ancora un Partito Democratico in futuro e che lui ne farà parte. Il che non è poco, di questi tempi. Il punto è che questo suo tirare la corda, sperando di tenere nel partito gli insofferenti e di trarre un domani qualche profitto dalle sue scelte odierne (un calcolo che in politica non rende quasi mai), rischia invece di fare danni alla stessa tenuta del partito. Sono in molti a chiedere a Civati di lasciare “questo PD”, magari nell’ipotesi di costituire “un nuovo soggetto a sinistra” assieme a SeL, partito personale sempre più malconcio dopo gli incidenti occorsi a Nichi Vendola. Come ho cercato di spiegare diverse volte qui, a mio avviso un nuovo esperimento sinistra-fragole-e-cioccolato, un partitino “socialista” di anime belle che arrivasse anche solo al 7-8%, sarebbe una mezza catastrofe non tanto per i suoi ipotetici fondatori (in certe nicchie si sta comodi e caldi), quanto per il Paese. Lo ripeterò ad nauseam: una Sinistra divisa porta automaticamente alla rinascita del Centro, e cioè alla fine di qualsiasi speranza di cambiamento da qui a trent’anni. Le premesse ci sono tutte, queste strane larghe intese da Pentapartito 2.0 rappresentano una sorta di prova generale e, come detto sopra, Alfano e C. si sono già mossi.

Contrassegnato da tag , , , , , ,