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Un parto difficile

Il giorno decisivo doveva essere lunedì scorso, quando in realtà nemmeno si è riunito il Consiglio Comunale, essendo occupati i consiglieri in estenuanti discussioni di corridoio, alla ricerca di qualche compromesso. Dopo una settimana, il risultato sono sessanta pagine di emendamenti che tagliano qualcosa e limano qualcos’altro: un Jumbo-emendamento, come l’ha definito il suo autore – è ancora lui, Ezio Micelli – stabilisce un limite agli ettari edificabili del “Quadrante di Tessera” – 56 su 200 interessati dal progetto, prevede l’eliminazione della progetto di stazione TAV dall’area, per riportarla all’attuale stazione di Mestre, dichiara una generica incompatibilità delle grandi navi con l’ambiente lagunare e poco altro. Troppo poco, stando a questa sintesi molto puntuale di quello che ancora non va. Il problema è che l’impianto generale del Piano rimane sostanzialmente intatto. Nella stessa forma aperta del testo, nel suo essere visione d’insieme più che descrizione (e prescrizione) dettagliata sta la possibilità, in qualsiasi momento, di decidere cosa si può fare e cosa no. Ora si vuol far credere che quattro o cinque giorni di discussioni (una parte delle quali svolte in camera caritatis a fini esclusivamente politici, cioè partitici) e una controproposta non negoziabile siano sufficienti? Il rischio è che poi questa settimana di chiacchiere intensive, al momento della posa di qualche contestabile prima pietra, valga come licenza assoluta: “altroché se ne abbiamo discusso, adesso non rompete i coglioni“. Del resto, Yuri Korablin, nuovo proprietario russo del Venezia Calcio, che ha messo sul piatto 150 milioni di Euro per la costruzione del nuovo stadio, proprio all’interno del quadrante di Tessera, ha una certa fretta. Rimane la sgradevole sensazione di un vecchio copione recitato anche piuttosto bene. Una cordata di interessi organizzata da un pugno di tecnocrati – interni al triangolo Ca’-Foscari-IUAV-Partecipate comunali – progetta lo smembramento del cadavere di Venezia, città che dis-prezzano profondamente, ma che sanno prezzare. Chiedono 100 per avere 80, anche se non meriterebbero 10.

Una marginale notazione politica: ho letto la dichiarazione del locale capogruppo del PSI a favore del PAT. Non mi stupisco, l’idea necrofaga viene dagli anni di regno di De Michelis e Craxi, e Venezia è forse l’unica città d’Italia in cui i craxiani non abbiano mai perso una poltrona, né il loro prestigio sociale di neo-patrizi laici, in amichevole competizione con la loro controparte clericale (Orso Grill Orsoni). La stessa idea del quadrante di Tessera e quella della sublagunare sono nate, anzi, colate, dal testone di De Michelis, trent’anni fa. E’ cambiato tutto, nel mondo, negli ultimi trent’anni, ma quella cultura rapace nata negli anni ’80 ha messo radici in terreni diversi, e governa questa città.

A domani, dunque, per il voto finale.

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Un carnevale, trent’anni fa

Un film irrisolto, Nudo di donna, schiacciato da un tema troppo complesso (quello del doppio) per la debole regia di Manfredi (che, se non altro, salvò il progetto dall’abbandono di Alberto Lattuada). Io lo rivedo comunque volentieri, e credo che vada rivisto, soprattutto se si è fanatici, come il sottoscritto, della Venezia vista (e riletta) dal Cinema. In questo senso, provate a paragonarlo a quel campionario di ovvietà che è Dieci Inverni…

Erano i giorni del Carnevale 1981, quelli durante i quali uno spaesato Nino Manfredi rincorreva l’immagine di Eleonora Giorgi (e del di lei culo) per le calli popolate di maschere. La rinascita moderna del Carnevale di Venezia era cominciata giusto l’anno prima, con Il Teatro del Mondo di Aldo Rossi e la direzione di Maurizio Scaparro, che proseguì il discorso sulla teatralità nella seconda edizione, Il Carnevale Della Ragione. Gli anni ’70 erano appena terminati e il riflusso appena cominciato, si era come nella grande foce di un fiume, dove le acque dolce e salata, lo si voglia o no, si mischiano. Si trattava, a detta di chi li ha vissuti, di carnevali ancora “dei Veneziani”, cioè pensati soprattutto per la cittadinanza, più che in funzione dell’attuale monocultura turistica, di certo più aperti all’invenzione spontanea di quanto non lo siano stati i successivi. Alla base vi erano sicuramente dei presupposti culturali molto alti, che alla fine del decennio lasceranno il posto ad altre logiche, quando l’organizzazione generale verrà affidata alla Società Grandi Eventi (gruppo Fininvest), diretta da Davide Rampello. Erano, quelli, gli anni del domino demichelisiano sulla città, a ridosso dell’ignominiosa caduta del Cinghialone e del Pentapartito tutto. Un uomo di Berlusconi veniva chiamato a dirigere il Carnevale. Oggi Rampello è tornato a fare il direttore artistico, mentre l’allora sindaco, Ugo Bergamo, è assessore alla mobilità. Corsi e ricorsi della storia, e forse qualche buon auspicio di un altro prossimo e auspicatissimo crollo…

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