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È arrivata la bufera

Certamente una bufera attesa, e comunque sorprendente per la sua violenza. Non occorrevano particolari doti di preveggenza per sapere che, dopo gli arresti di Baita e Mazzacurati, l’inchiesta sui lavori del MOSE avrebbe presto o tardi toccato il livello politico. Anche sui nomi non era necessario sforzare troppo l’immaginazione: il coinvolgimento di Giancarlo Galan era atteso da almeno sei mesi. Non sto emettendo sentenze, attenzione, rilevo solo la meccanica elementare di qualunque sistema di corruzione: se una mano dà, un’altra mano riceve e da qualche parte questi soldi “volanti” saranno pur andati a finire. Ministeri ed enti locali sono i luoghi in cui i magistrati hanno il dovere di cercare i responsabili. Per questo, per quanto grave (e assai infrequente), nemmeno l’arresto di un sindaco in carica può stupire.

In questo momento sono tre le piccole notazioni che mi preme fare su questa vicenda.

La prima è relativa al solito ridicolo scontro «giustizialisti vs garantisti». Sono convinto che la Giustizia italiana sia malata e necessiti di una riforma, non amo l’idea di carcere e detesto chi crede di ottenere qualche rivalsa politica o sociale per via giudiziaria. Però siccome ad indignarsi per la malagiustizia, sempre e soltanto quando sono i membri dell’élite a finire in manette, ci sono già tutti i grandi opinion maker terzisti, ho deciso che non c’è alcun bisogno del mio contributo. Spiace che l’élite palazzinara convenuta ai vernissage della Biennale di architettura sia stata turbata dagli arresti eccellenti. Sono certo tuttavia che sapranno riprendersi rapidamente. Chi, come la Signora Alberta Marzotto, va sostenendo che la «giustizia a orologeria» starebbe causando un danno d’immagine al Paese farebbe forse meglio a tacere. Dovrebbero forse tacere anche certi miei compagni di partito, scattati come dei misirizzi garantisti in difesa di Orsoni . Qualcun altro ha tirato in ballo il povero Enzo Tortora, che mi auguro venga di notte a tirare i piedi a tutti quelli che ne strumentalizzano il nome.

La seconda notazione riguarda il mio sindaco, Giorgio Orsoni – accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti durante la sua campagna elettorale. A naso, se devo dirla tutta, trovo la cosa improbabile, ma ritengo altrettanto improbabile che in una piccola città chiacchierona in cui gli affari si decidono davanti a un fritto misto e una bottiglia di prosecco millesimato, un rappresentante del professionismo cittadino così ben introdotto, una volta eletto, sia diventato improvvisamente cieco. Massimo Cacciari, predecessore di Orsoni, in queste ore sostiene come sia il sistema degli appalti pubblici sulle grandi opere «in regime d’emergenza» – cioè, in Italia, sempre – a rendere impossibile per un amministratore il controllo di eventuali illeciti. Una tesi che non mi convince del tutto. Detto per inciso, questo arresto non influisce minimamente sul giudizio politico che ho già formulato da tempo. Nel 2010 ho votato Giorgio Orsoni controvoglia, spinto dallo spauracchio di Renato Brunetta sindaco. Oggi non lo rivoterei perché ritengo quella di Orsoni un’amministrazione deludente da ogni punto di vista, fatta di assenza di visione, di scarsa trasparenza, di grande ambiguità politica del Sindaco in persona, che si è sempre potuto permettere di intestare a sé stesso i (pochi) meriti di questi quattro anni e di incolpare di tutte le magagne il PD, le giunte precedenti e – come tutti i sindaci dello Stivale – il patto di stabilità. Occorre aggiungere che questo atteggiamento è stato reso possibile proprio dalla deliberata assenza del PD – primo partito in città – in quanto attore politico. L’amara verità è che l’idea, così di moda negli ultimi vent’anni, secondo cui la politica avrebbe dovuto ritrarsi per far spazio alla cosiddetta «società civile», ha solo lasciato le città in pasto ai vari gruppi di interesse, ritenuti in grado di autogestire le proprie attività senza alcuna mediazione. Si è creduto che il declino della città potesse essere arrestato lasciando fare i vari amici e amici degli amici (Pierre Cardin, per intenderci, non faceva parte degli amici). Grave errore, anche quando commesso in buona fede, se la qualità dei soggetti in questione non è troppo alta. Mi pare siano in molti, nel PD, sia tra gli iscritti che tra i dirigenti, a pensarla come me. Qualche settimana fa avevo detto chiaramente al mio segretario che mi sarebbe risultato impossibile rinnovare l’iscrizione se il partito avesse deciso di ricandidare ancora Orsoni – magari senza primarie, perché l’avvocato le rifiuta, ritenendo che il sottoporre il suo nome a una consultazione (come nel 2009) equivalga a un giudizio negativo sul suo operato. Comunque Orsoni esca dalla vicenda, il problema non si pone più.

Ultimo punto: il riflesso condizionato di tutta quell’area che per comodità chiamerei “decrescista”, che in questi giorni di scandali, tra Expo e MOSE, gongola. Per intenderci, mi riferisco a tutti quelli per cui il cemento armato è uno strumento del demonio, le gallerie ferroviarie sono stupri della Madre Terra, ecc. Naturalmente non ho alcuna intenzione di fare una difesa d’ufficio del MOSE. Da anni mi sono fatto l’idea che sia un’opera inutilmente impattante e assurdamente costosa, ma ora che i lavori si avvicinano ormai alla fase conclusiva occorre solo sperare che queste accidenti di paratie funzionino, anche perché il pensiero di aver buttato – letteralmente – a mare quasi cinque miliardi di euro per nulla sarebbe davvero difficile da sopportare. Vorrei però tentare di rispondere alla critica generica contro le grandi opere. Non affronto qui il problema del discorso contro la Modernità che sta alla base di questa critica, perché non è affrontabile razionalmente. Più prosaicamente, dire che «dove ci sono grandi opere, c’è mafia e corruzione» è una magnifica scoperta dell’acqua calda. I lavori per la metropolitana milanese nel corso degli anni ’80 hanno rappresentato un enorme serbatoio di corruzione politica. Grazie a quei lavori, però, Milano possiede – unica città d’Italia – un trasporto pubblico degno di una grande città europea. Qual è il problema, la metropolitana o la classe dirigente corrotta? Sarà per colpa delle grandi opere se siamo la più corrotta delle democrazie occidentali, o non sarà forse per via di una certa mentalità familistico-mafiosa, quella del «fatti li cazzi tuoi»? Credo che persino un cercopiteco saprebbe rispondere sensatamente. Che facciamo, rinunciamo per sempre ai grandi progetti perché non siamo capaci di condurre seriamente una gara d’appalto, tenendo fuori gli ‘ndranghetisti, o perché i partiti non riescono a tener fuori i ladri? Credete davvero che se vincessero gli ideologi della decrescita, non troveremmo poi nessuno a chiederci il pizzo sulla casa di paglia?

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Shameless

L’Arzanà citato da Dante, storico cantiere in grado di produrre un vascello in poche ore, ridotto prima a caserma e infine a simbolo della decadenza veneziana, resta di competenza dello Stato. Sono bastate un paio di righe infilate alla chetichella da Corrado Passera in un decreto che riguarda tutt’altro tema – la c.d. “Agenda Digitale” – per bloccare il passaggio di proprietà dal Demanio Militare al Comune di Venezia. Tale passaggio, previsto dalla Spending Review, avrebbe dovuto rendere possibile il recupero complessivo del luogo, descritto da tempo come l’ultima occasione di un futuro non esclusivamente turistico per la città storica. Ad essere favoriti da Passera sono stati evidentemente gli interessi del Consorzio Venezia Nuova, costruttore del MOSE, un buco nero che ha risucchiato la quasi totalità dei fondi destinati alla salvaguardia della città. Alcuni comitati cittadini si sono già mobilitati per chiedere al Presidente Napolitano di non firmare il decreto. Hanno ragione, è uno schifo, un altro brutto colpo per Venezia, tra i tanti ricevuti negli ultimi anni.

C’è però un aspetto grottesco in questa levata di scudi che vede, in buona sostanza, tutta la città unita contro Roma, in uno scatto di orgoglio serenissimo. Occorre ricordare quanti soggetti grandi e piccoli abbiano in questi anni raccolto le briciole (a volte assai sostanziose) del progetto MOSE distribuite dal Consorzio. In primo luogo proprio il Comune – che, incidentalmente, ha tra i suoi assessori Antonio Paruzzolo, già dirigente di Thetis. E’ sin troppo facile, nella rossa e smemorata Venezia, fare leva sulla superficiale opposizione bene pubblico/interesse privato, tralasciando di raccontare il vero nodo del problema: l’intreccio tra pubblica amministrazione, ceto politico e grandi gruppi privati (magari organizzati in cartello). Ecco quindi che il colmo del grottesco lo si raggiunge in una dichiarazione del Sindaco Avv. Orsoni – già difensore dei gruppi Benetton e Coin, grandi attori privati dello spazio pubblico veneziano:

«È molto triste che in questa città ormai gli interessi privati prevalgano su quelli del Comune e della città».

Quegli stessi interessi privati rispetto ai quali il Sindaco non sollevava alcuna obiezione nel momento in cui visitava, deferente, i cantieri MOSE, o riceveva i contributi del Consorzio Venezia Nuova per l’America’s Cup (“un evento che accresce il prestigio della città”, etc.) e nemmeno durante il disastroso procedere dell’operazione Lido, della quale fa parte Mantovani, una delle società del Consorzio.

Naturalmente, se abbiamo a cuore le sorti di Venezia, dobbiamo sperare che Giorgio Napolitano non ratifichi lo “scippo” dell’Arsenale. Ma dovremmo anche chiederci se davvero un Arsenale in mano al Comune possa diventare qualcosa di buono per la città. Personalmente mi chiedo se con questo inamovibile ceto dirigente, con questi onnipresenti neopatrizi senza vergogna, ci sia realmente ancora qualcosa in cui sperare.

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Uh-oh…

E’ noto il destino delle città d’arte come Venezia, i cui amministratori non riescono a mettere in pratica le palle che raccontano ai loro elettori (Venezia-città-della-cultura, economia dell’immateriale, industria leggera ad alto valore aggiunto, salvaguardia dell’ambiente lagunare, difesa e incentivo della residenzialità in centro storico, etc.). In assenza di un progetto, le città si riducono a vendere loro stesse nel peggiore dei modi, diventando tristi baracconi della monocultura turistica o prede di quella pestilenziale specie di bipedi urbivori, gli immobiliaristi. Alberghi, alberghetti, B&B, appartamenti da affitto turistico, seconde (e terze e quarte e quinte) case, vuote dieci mesi l’anno.  I pesci più piccoli fanno diventare B&B le dimore avite, uno studente fuorisede come portiere (in nero, ça va sans dire!), una professoressa di matematica ucraina come cameriera. E mettono via il loro gruzzolo, dichiarato al fisco per meno del 50%. Ah, quante ne avrei da raccontare!

Questo processo che si suppone ‘naturale’ è in larga parte assecondato e diretto dalle amministrazioni comunali e regionali, che hanno concesso licenze come se piovesse e hanno scritto regolamenti ad uso e consumo delle categorie interessate. Questo ha fatto il centrosinistra veneziano negli ultimi diciott’anni. Ha governato per settori, per clientele, per pacchetti di consenso. A volte riuscendo casualmente a governare bene. Ma in buona sostanza pensando unicamente ad incassare, dove possibile.

Naturalmente la sistemazione di quella che era una casa in un dormitorio di cartongesso, attrezzato coi suoi piccoli cessetti, richiede una serie di pratiche amministrative di una certa importanza. Questo è vero ovunque, immaginate un po’ a Venezia, città in cui il patrimonio edilizio è patrimonio dell’Umanità, in cui ogni pietra ha mille anni di storia da raccontare, per chi sappia ascoltare. C’è una Commissione di Salvaguardia che tutela quelle pietre. Dice: al Nord si usa così, mica come giù. Sicuro sicuro?

E’ di ieri la notizia per cui qualche nodino sarebbe venuto al pettine, come riporta il “Corriere della sera” di ieri:

VENEZIA – Tangenti in laguna. Ancora. Dopo i casi della Provincia ora nel mirino delle Fiamme Gialle sono finiti funzionari comunali e della commissione di salvaguardia, vigili, e un professionista, (principale arrestato), il geometra Antonio Bertoncello, consulente dell’Ava (Associazione veneziana albergatori), protagonista dal 2004 di «un’irresistibile ascesa», come ha detto il procuratore aggiunto Carlo Mastelloni. Oltre cento finanzieri del Comando Provinciale di Venezia hanno eseguito sette ordini di custodia cautelare ( e 42 perquisizioni) per ipotesi di corruzione e concussione nei confronti, appunto, di Antonio Bertoncello, dei funzionari del Settore Edilizia Privata del Comune di Venezia Angelo Dall’Acqua e Rudi Zanella dello sportello unico edilizia residenziale e attività produttive, di due funzionari della Commissione di Salvaguardia Lagunare, l’ingegner Tullio Cambruzzi e Luca Vezzà, dei vigili urbani Andrea Badalin e Michele Dal Missier.

In pratica, secondo la ricostruzione dell’operazione coordinata dal procuratore aggiunto Carlo Mastelloni e dal pm Paola Tonini, Antonio Bertoncello aveva realizzato una sorta di rete che comprendeva funzionari del Comune (agli sportelli unici di edilizia residenziale e attività produttive) e funzionari della commissione salvaguardia. Secondo l’accusa, erogando frequenti tangenti variabili dai 1000 ai 4000 euro o con compartecipazioni a speculazioni immobiliari, il geometra beneficiava di un controllo aggiornato e continuo nel settore dell’edilizia privata comunale e presso la Commissione Salvaguardia. Intercettazioni, pedinamenti ed altri accertamenti avrebbero rivelato che i quattro erano dediti a velocizzare e risolvere le pratiche di Bertoncello relative a una ventina di immobili, anche di pregio, spesso trasformati in strutture ricettive.

Un secondo filone dell’inchiesta riguarda invece gli (omessi) controlli da parte di alcuni vigili urbani sempre in cambio di mazzette (attraverso l’escamotage di sponsorizzazioni alla società sportiva della polizia municipale). Andrea Badalin e Michele Dal Missier avrebbero infatti invitato i titolari di hotel e bed & breakfast a fare delle donazioni «spontanee» per tutelarsi su future verifiche. E tra le strutture che in questi ultimi mesi avrebbero pagato ci sarebbe anche la Palazzina Grassi con 3.800 euro.

Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni ha subito convocato una conferenza stampa: «Abbiamo aperto un’inchiesta interna amministrativa e abbiamo già avviato una riorganizzazione del settore per prevenire altri casi simili». Gli arrestati, ha comunicato il primo cittadino, sono stati subito sospesi e i cinque indagati sono stati trasferiti. I tre del settore edilizia all’archivio storico e i due della polizia municipale al magazzino vestiario.

«Al momento non c’è alcun coinvolgimento di politici» ha detto in conferenza stampa Carlo Mastelloni. Che accusa: «E’ stata un’offesa alla città di Venezia, un tradimento- perchè vi sono tecnici destinati al controllo e alla conservazione del patrimonio abitativo e monumentale della città che hanno tradito la loro funzione».

(Qui e qui e qui trovate altri articoli apparsi sulla stampa locale)

Quando la Legge riesce a toccare il malaffare del funzionariato comunale, io godo. Siano pure due ingegnerucoli da niente, un vigile, un geometra. Il prossimo passo, parlando di Vigili urbani, sarebbe pizzicare quelli che chiudono entrambi gli occhi di fronte ai debordanti plateatici di certi ristoranti, che venderebbero la madre pur di piazzare due tavoli in più. Ma non occorre vendere la mamma, basta una mazzetta all’amico vigile. E stiamo ancora parlando di pesci piccoli. Delle grosse magnarìe, come si dice qui, e delle gravi irregolarità relative agli accordi tra i grandi gruppi immobiliari e i sindaci, si parla molto nei bar, ma ancora non sembra esservi inciampato alcun giudice.

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Le prime pulci alla nuova giunta Orsoni

Abbiamo i nomi. Venezia ha il suo nuovo governo cittadino, e vale la pena di spendere alcune parole sulla sua composizione. Si tratta della stessa giunta, che, nelle promesse di Orsoni, sarebbe diventata una sorta di “laboratorio” all’insegna del rinnovamento? Parrebbe di no, d’altronde chi scrive è un anarcoide disfattista, pessimista e provocatore.

Dunque, ricapitoliamo, “una giunta all’insegna del rinnovamento”. C’è in effetti un’unica riconferma rispetto alla precedente amministrazione, quella di Sandro Simionato, ora vicesindaco. Benissimo. Ma il nuovo assessore ai trasporti è lo stesso Ugo Bergamo (UDC), sindaco dal ’90 al ’93, prima di Cacciari? Ed è lo stesso membro laico del CSM che si diede un gran da fare per far trasferire alcuni magistrati scomodi dalle loro sedi? E’ proprio lui. La lunga marcia alla conquista del Centro richiede certi compromessi, si sa, a partire dal potere conferito a un partitino come l’UDC e alla scelta di un sindaco espressione della Curia.

«Dare spazio alle donne» è il modo più semplice, oggi, per sembrare progressista anche quando sei conservatore. Orsoni, che aveva promesso una giunta con una grande presenza femminile, di fronte alle due sole assessore, si rammarica di «non averne trovato di più». Forse avrebbe dovuto cercare meglio. A Carla Rey va il Commercio (e chi meglio dell’amministratrice di uno storico caffè di Piazza S.Marco e vicepresidente dell’Associazione Pubblici Esercenti?) e a Tiziana Agostini la Cittadinanza delle Donne, e una nutrita serie di altre deleghe, perlopiù simboliche (tra le altre, quella alla “città metropolitana” e alla Toponomastica…). Evidentemente si compensa la scarsa presenza femminile in giunta con un surplus puramente nominale di incarichi.

A proposito di deleghe: ormai da tempo le denominazioni sintetiche (Cultura, Trasporti, Lavori Pubblici, etc.) da sole non bastano più e sono quindi accompagnate da una serie di incarichi relativi a settori specifici, spesso legati alla “complessità dei contesti urbani contemporanei”, alla nascita di problematiche e istanze del tutto nuove, che è difficile far rientrare nelle vecchie classificazioni. Ad esempio l’informatizzazione di una città, la diffusione della Rete e quindi quella che viene chiamata (orribilmente) “cittadinanza digitale”, a che settore dovrebbe afferire? Ai lavori pubblici? O alla cultura? Un bel problema. In questo caso la delega è stata conferita all’assessore all’Ambiente (e alla Città Sostenibile), Gianfranco Bettin. Una scelta di questo tipo può essere giustificata dalle competenze individuali dell’assessore (?) o dalla contiguità di certe tematiche: ambiente e “green-economy”, che nessuno sa bene cosa sia, ma avrà senz’altro a che fare con la produzione immateriale e quindi con la Rete. Ma anche no. Il sempreverde Bettin resta a fare da mosca cocchiera, destinato giustamente all’Ambiente, alla Cittadinanza Digitale e alle Politiche Giovanili e di Pace. Dopo la scelta autonomista dell’ultimo congresso nazionale, i Verdi conservano a Venezia la gestione delle piste ciclabili e degli “spazi pubblici autogestiti”. Del tutto innocui rispetto alle grandi scelte strategiche sulla città, e anzi utili in quanto mediatori di talune (marginali) conflittualità, continuano il cammino iniziato quasi vent’anni fa.

Ai Lavori Pubblici e all’ Urbanistica, due assessorati ‘pesanti’, a cui fanno capo la gestione e lo sviluppo degli spazi cittadini, vanno rispettivamente  Alessandro Maggioni, coordinatore comunale del PD, (cui vanno anche le specifiche deleghe a ‘gare e contratti’ ed ‘espropri’), ed Ezio Micelli, il ‘tecnico’ del lotto, docente di estimo e valutazione economica del progetto allo IUAV e presidente del CdA di IVE, controllata del Comune in campo immobiliare. A loro il compito di portare a compimento, in maniera il più possibile indolore, le strategie, ormai irreversibili, articolate nei tre lustri dell’era Cacciari/Costa. In estrema sintesi: incrementare lo sviluppo edilizio in terraferma usando la città storica come esca e vetrina, mantenendo ben saldi i legami con i soliti noti, consorzi di imprese, grandi general contractors, gruppi immobiliari in quota al Centrosinistra (come ha sarcasticamente rilevato un amico anarchico all’indomani delle elezioni, “Non cambia granché: ha perso Ligresti e ha vinto Caltagirone”). È la storia grottesca di una splendida signora che si prostituisce per pagare il chirurgo plastico alla sorellina brutta. Senonché la belle de jour è veramente malata, e mentre paga chirurgia estetica alla sorella offrendosi a cani e porci, rischia di rimanerci secca. Siamo tutti curiosi di vedere come sarà possibile garantire la salvaguardia della città storica e della laguna, prosciugati dal MOSE i fondi della Legge Speciale per Venezia. Probabilmente lasciando mano libera agli speculatori, come si è fatto finora. E, a proposito di MOSE, l’assessorato alle attività produttive va nientemeno che ad Antonio Paruzzolo, amministratore delegato di Thetis. La politica si fa da parte e premia la “cultura del fare”, proprio come diceva B.

“Venezia, città della Cultura”, un refrain ormai fiacco e tuttavia sempre ripetuto, soprattutto in questi anni in cui la cultura è sempre meno servizio alla cittadinanza, e sempre più business puro. E infatti Orsoni tiene per sé la delega al settore, “proprio per l’importanza che la cultura riveste nella nostra città”. Qualcosa non torna. La cultura è importante, quindi eliminiamo l’assessorato alla cultura? Il fatto è che probabilmente le funzioni dell’assessorato, ormai schiacciato – un po’ ovunque nel Paese, non soltanto a Venezia – sulla moda (fuori tempo massimo) dell’effimero e soprattutto sulla volgare logica imitativa del “Grande Evento”, saranno svolte degnamente dalla società creata alla bisogna durante l’ultima giunta Cacciari, Venezia Market(t)ing & Eventi. I carnevali, i capodanni e i concerti delle popstar “nella meravigliosa cornice di Piazza S.Marco” sono il presente e il futuro della cultura a Venezia. A sviluppare i contenuti in manifestazioni di quel tipo, sarà poi il direttore artistico che succederà a Balich. Al sindaco resta il compito di slacciare i cordoni della borsa, per cui la delega ad Orsoni è più che sufficiente.

Forse la presenza del sindacalista Bruno Filippini alle Politiche della Residenza e dell’ex rettore di Ca’ Foscari, Pierfrancesco Ghetti a Sicurezza e Territorio (entrambi IDV), potrebbe rappresentare all’interno della giunta una qualche discontinuità reale? Davvero saremo costretti a guardare a due dipietristi come agli unici garanti della legalità all’interno di una giunta segnata dai conflitti d’interesse, in cui le solite logiche spartitorie sono così evidenti da apparire persino candide?

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Bene, sturiamoci il naso

E’ ormai certo, Giorgio Orsoni sarà il nuovo sindaco di Venezia. Si suppone che io debba gioirne, avendolo votato (più precisamente ho votato una delle liste che lo sosteneva, perdente alle primarie e tra poco certamente ricompensata con una poltrona di assessore). Dovrei gioire se non altro perché l’avanzata verde si è fermata al Ponte della Libertà – o meglio alle porte di Trivignano. Venezia rimane “un baluardo” che resiste all'”avanzata barbarica” della Lega e delle destre, in Veneto e in Italia. Questo volendo sprecare un po’ di retorica. In realtà la consolazione è piuttosto magra. I numeri parlano chiaro: iniziato il declino berlusconiano, la destra berlusconiana governa la maggior parte delle regioni più importanti. Tiene il blocco delle ‘regioni rosse’ – dove comunque la  Lega avanza , tiene la Puglia di Nichi Vendola. C’è da chiedersi se l’ennesima lezione verrà in qualche modo accolta dai dottori Frankenstein del PD. Non basta cucire assieme i pezzi di qualche partito-cadavere e sperare nella ‘scarica’ decisiva. Né basta usare lo spauracchio di Grillo per far dimenticare le scelte aberranti di questi ultimi anni.

Ma vorrei concentrarmi su Venezia, tentando di capire perché veramente non mi riesce di esultare per Orsoni.  Già assessore al bilancio nella giunta Costa, che non viene ricordata in quanto esempio di trasparenza, o per  le ‘buone pratiche’ rispetto alle decisioni sulla città, Orsoni è anche socio di un importante studio legale che rappresenta, tra gli altri, la famiglia Coin e la Fondazione Musei Civici. E’ ordinario di Diritto dell’ambiente all’Università Ca’ Foscari. E’ Procuratore di S.Marco, carica se non altro simbolicamente molto importante per i cattolici veneziani. E’ inoltre consigliere nel cda della Fondazione Giorgio Cini. Questo il curriculum del personaggio. Riguardo al suo programma, niente di nuovo rispetto alle promesse, poi disattese, delle giunte Cacciari. Basti però aggiungere che Orsoni è favorevole alla Sublagunare, cioè alla peggiore iattura per la città dopo il MOSE. Non proprio un candidato all’insegna del rinnovamento, per così dire. Ma passi. Ne ero ben consapevole, quando l’ho votato. Diciamo che sento di condividere l’analisi di Edoardo. Con Orsoni vince la “sinistra di sistema”, cioè quella parte di ceto politico che ha saputo restare in sella in questi anni, attraverso il proprio  sistema di clientele.  Sembra che la maggior parte delle grandi scelte speculative non siano più negoziabili dalle amministrazioni, qualsiasi sia il loro colore, e che sia impossibile qualunque scelta strategica sulle città. Si gestisce l’esistente, sperando che la libera iniziativa porti qualcosa di buono (a volte lo fa).  Nel frattempo però occorre creare le condizioni per essere rieletti, anche attraverso quella rete sociale e produttiva di natura pubblica, o comunque dipendente dall’amministrazione comunale, fatta di partecipate, società di servizi, cooperative, associazioni culturali o sportive, centri sociali occupati, e naturalmente baristi – essenziali figure di mediazione sociale! In una città in cui si vince per poche centinaia di schede, sono i microinteressi clientelari, i piccoli pacchetti di voti, a diventare decisivi. “Embè? Preferivi Brunetta?” mi si chiede. Certamente no. Esiste sempre la possibilità che io sia un tremendo cagacazzi, un eterno insoddisfatto. Per molti invece il risultato principale è raggiunto: la ‘diversità’ di Venezia è salva. Spesso in questi anni, di fronte all’avanzata leghista, si è ritenuto utile, a fini scaramantici, invocare alcune caratteristiche costitutive (o presunte tali) della città: Il cosmopolitismo e i costumi estremamente tolleranti dell’antico emporio mediterraneo, l’antifascismo come virtù perenne, una certa superiorità culturale rispetto alla terraferma veneta (la cosiddetta “campagna”). E’ tutto vero, o forse no. In ogni caso a me non basta. Tanto più che Orsoni, il candidato della continuità, dovrà tentare di replicare con Zaia quell’appeasement messo in pratica ultimamente tra Galan e Cacciari. Questa volta direttamente con un leghista. Venezia è una città difficile, affamata di risorse, legata più di altre ai governi nazionale e regionale.  I leghisti faranno pure ribrezzo, ma in questo momento hanno in mano i cordoni della borsa. Meditiamoci su.

Egregio professor Orsoni, io stasera non festeggio, ma forse non dovrebbe festeggiare nemmeno Lei. Dovrà tentare di risolvere i tanti problemi di una città complicatissima. Per parte mia, nel mio piccolissimo, prometto di romperLe i coglioni a cadenza regolare. Buon lavoro.

Postilla : un cretino ha sentito la necessità di scattare una foto a Brunetta mentre, in difficoltà a causa della statura, infila la scheda nell’urna. Lo stesso cretino l’ha poi pubblicata su facebook, annunciando di non aver “saputo resistere”.
Ora, tutti quanti, me compreso, hanno assecondato almeno una volta il proprio infantile senso del ridicolo, con Brunetta. Almeno una volta, la battuta è scappata. Ma il livore e l’aggressività – tipicamente elettorali, va detto  – dei commenti a quella foto, che vanno dallo “schifoso” al “nano maledetto, poteva almeno portarsi uno sgabello da casa” non sono giustificabili da parte di gente che si definisce ‘di sinistra’ (magari dalla stessa amica femminista che ti ha criticato per l’uso della desinenza -essa, ritenuta sessista…). E’ del tutto inutile usare un lessico sorvegliatissimo, ai limiti della polizia linguistica, in nome della correctness, se poi l’istinto del ragazzino che è in noi ci porta a sfottere Brunetta, come il più piccolo della classe. Il punto è che i nani, ahiloro, non sono una “soggettività” politica, e non sono, per il momento, oggetto di contese: ecco cos’è il politically correct, ecco perché lo detesto e perché non ha nulla a che fare col rispetto e la ‘carità’, in senso pasoliniano, cioè la comprensione e la compassione per ogni essere umano. Comprensione? Compassione? Brunetta è uno stronzo, un personaggio detestabile. Altro che compassione! In quanto potente, e in quanto stronzo, merita invece di diventare oggetto di satira.  “In ogni epoca si sono colpiti il potente, il prepotente, il privilegiato, etc.” Certamente è così, e Viva la satira. La quale è  però un genere ben preciso, per sua natura è portato a ‘trascendere’, attraverso un uso aggressivo dei mezzi linguistici, con l’obiettivo, nel caso si tratti di politica, di smascherare le contraddizioni del potere, anche attraverso la caricatura e la ricerca del ridicolo. Il cretino che fotografa Brunetta non fa satira, non fa emergere alcuna contraddizione, se non quella di lui persona ‘de sinistra’ che si comporta come un fascistello delle medie (alle medie si è tutti un po’ fascisti, ne sono convinto. E’ colpa dei primi ormoni).

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