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Il Paese Reale ha scelto, come da copione

Non mi pare che ci sia molto da dire. La maggioranza degli Italiani rimane stabilmente a destra. La destra peggiore cresce, mentre la destra (cosiddetta) moderata di Berlusconi, legata all’era della TV commerciale, viene definitivamente sostituita da quella (cosiddetta) moderata di Casaleggio, prodotto dell’era di Fessbook. Questa è l’unica novità sostanziale di una tendenza dell’establishment ad assecondare gli squadristi, già sperimentata novantasei anni fa. Oggi possiamo solo sperare che il remake sia farsesco più che tragico, e che bubboni più grossi non crescano nella fase di incertezza che ci aspetta. Nel frattempo, da elettore sconfitto del Partito Democratico e amante dello spirito talmudico, mi limiterò a un brevissimo commento del commento. Provo molto rispetto per i professionisti del nostro giornalismo politico, costretti a produrre un’interpretazione elettorale con le cispe ancora sugli occhi, le dita, tremanti per i troppi caffè, impegnate a pigiare i tasti del Generatori Automatici di Editoriali. Se posso permettermi un unico consiglio alle nostre cassandre, eviterei di insistere con «la sofferenza del Paese Reale». Il Paese è sì reale, mentre è virtuale la sua immagine. È un’immagine che tanti gazzettieri dovrebbero conoscere bene, essendo un parto della loro fantasia. Un Paese vagamente tolkieniano, abitato da mostri veri (pochi) e immaginari (molti), fatti scorrazzare per un po’ negli incubi degli elettori e infine impallinati – non sempre soltanto metaforicamente, come abbiamo visto a Macerata e stamattina a Firenze. È una sorta di esperimento di scrittura collettiva in cui il content curator destro si occupa del mostro nero che arriva coi barconi, il content curator sinistro del mostro bianco delle banche di provincia. I più abili tra i notisti dei giornaloni sono riusciti persino a occuparsi di ambedue le categorie di mostri, in una serie di performance circensi che confermano la loro dote più rilevante: una colonna vertebrale incredibilmente elastica.
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Basta un poco di zucchero e il fascismo va giù

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Sono molti i vantaggi dell’essere – immeritatamente – ospitati da una testata giornalistica con tanto di direttore responsabile senza far parte della corporazione e senza la minima intenzione di entrare a farne parte. Il primo fra tutti consiste nella possibilità di non rispettare quel codice etologico proprio del branco giornalistico, quello per cui la scorreggia del maschio alfa viene aspirata forte come gli incensi della Pizia. Un comportamento che si ripete ogni mattina con la lettura dei vari intercambiabili buongiorni somministrati dai giornaloni. «Uno straordinario Gramellini», «uno strepitoso Serra», «un meraviglioso Cazzullo (no offence!). La cortesia tra colleghi è diventato ormai un microgenere imitato dal lettore più fedele, che un tempo poteva comunicare la sua approvazione alla grande firma soltanto a mezzo posta, mentre oggi gli sono sufficienti poche mosse di pollicione sullo schermo dell’Iphone – col quale ha cura di fotografare il colonnino oggetto di lode, come prova dell’avvenuto acquisto del giornale. La promiscuità tra giornalisti e lettori fa sì che, oltre alle lodi, non manchino le critiche o gli insulti. Ai viventi come ai morti. Persino ai morti intoccabili, signora mia, persino alla figura – deificata già in vita, quindi configurasi il reato di bestemmia – di Indro Montanelli da Fucecchio.

Ecco quindi che scorrendo i rotoloni dei social network, uno dei più autorevoli tra i buongiornisti, Mattia Feltri, si imbatte in una di quelle polemiche-lampo che per 48/72 ore investono la Rete. I «rabdomanti di Internet», così li definisce Feltri, hanno scoperto che l’Indro in Etiopia comprò una dodicenne e ora gli danno del fascista, dello schiavista e del pedofilo. Stavolta il buongiorno risulta un po’ amaro, un po’ perché – immaginiamo – l’Indro era uno di famiglia, un po’ perché la bestemmia fa male. Le prodezze coloniali di Montanelli sono note da lungo tempo, ed è solo un caso che la vicenda sia diventata virale, assieme al Buondì Motta o alla partita di pallone, specie tra chi di Montanelli sapeva poco, perlopiù i giovanissimi, quelli che non leggono libri né giornali, ma «si informano» dai social. «Ogni biografia è rivisitabile lì per lì, perché di ogni biografia nulla si sa, la biografia non esiste», scrive Feltri in un passaggio di vasta portata anche filosofica, e di certo né ciò che resta dei quotidiani né fessbook sarebbero il luogo adatto per emettere giudizi. E tuttavia i fatti, i fatterelli di un uomo fatto che adora il Dvce e parte per fondare l’Impero e compra una bambina come schiava sessuale, rimangono. La biografia quindi esiste, al di là del giudizio. E fa specie che proprio un buongiornista razionale, nemico del populismo delle fake news e dell’ignoranza dilagante possa risentirsi se, per una volta, dei cittadini poco informati vengono a conoscenza di un fatto acclarato, un fatto che dice molto del nostro passato di nazione, più ancora che della biografia di Montanelli.

Si dirà: i giudizi sommari e i linciaggi da social sono appunto tra le più tipiche manifestazioni del populismo odierno. Verissimo. Ma allora i professionisti dell’informazione dovranno ammettere – e i più onesti di loro lo fanno – che ultimamente i fronti dell’opinione si sono alquanto confusi. I social sono in effetti una chiavica da cui ci terremmo ben lontani se solo avessimo risorse materiali, morali e intellettuali sufficienti. Quando però leggiamo grandi editoriali indignati per il razzismo, il fascismo e l’analfabetismo di ritorno, non possiamo che scuotere la testa e pensare alle grandissime facce di tolla di Massimo, Mattia, Michele, Aldo e dei loro stimati direttori. La Rete, descritta per anni come il killer della stampa quotidiana, è da tempo il suo polmone d’acciaio. Dalla Rete e dai social in modo particolare, le redazioni, attraverso schiere di stagisti, attingono il materiale per confezionare le edizioni online, e non solo. Cadaveri maciullati o gattini pucciosi, va bene tutto per tenere in vita i giornaloni bandiera del ceto medio riflessivo, anche una spruzzatina di razzismo, se necessario, naturalmente edulcorata dallo zuccherino dei buongiornisti. È comprensibile che i monopoli editoriali diversifichino l’offerta – se il Paese ora è preso dalla paranoia xenofoba, tocca titillare un po’ quella paranoia. L’obiettivo potenziale è coprire tutto il mercato delle idee, e siccome di copie se ne vendono pochine e gli inserzionisti vogliono il web, al gazzettiere tocca semplificare e ridurre l’informazione a una sequenza di stimoli pavloviani. L’importante è acchiappare click su click. Intanto questa cosa sull’islamico la pubblichiamo. Poi pubblicheremo la smentita. Se ce ne sarà l’occasione. Se ce ne ricorderemo. Se ci converrà.

Oltre alle esigenze commerciali, esiste poi il legame di servizio con l’establishment. La linea securitaria del PD ha bisogno di una cassa di risonanza, «l’Unità» è morta, il nuovo house organ ufficioso del partito, «Il Foglio», è roba per pochi, per cui saranno i grandi quotidiani a dare una mano. Negli ultimi mesi questo schema è emerso con sufficiente chiarezza. La leggenda nera sulle ONG, come non accade(va) con le altre fandonie complottiste, è stata ripresa dai quotidiani nazionali con scientifica oculatezza. Gradualmente, senza esagerare. Un colpo al cerchio – i sospetti sulle organizzazioni umanitarie – e uno alla botte – la tragedia dei migranti. A strappare una lacrimuccia al buon borghese per l’affondamento dei poveri negretti ci pensa il buongiornista. Il quale però, alla bisogna, si presterà a riequilibrare la percezione generale – due righe sull’incompatibilità della cultura d’origine del negro stupratore con la nostra, un plauso al governatore della Libia Minniti – sempre in tono dolente da «triste necessità», sia chiaro. Così forse non si formano le opinioni, ma le si rende socialmente accettabili. A ben vedere, comunque, in tema di immigrazione le differenze tra establishment e popolazzo non sono poi così grandi. L’egoismo di fondo è lo stesso, la paura di perdere «la roba» (tanta o poca che sia, non fa differenza) è la stessa. I meccanismi sottostanti sono diversi, ma complementari, come ruote dentate che si muovono in versi opposti facendo funzionare lo stesso ingranaggio. Gli apprezzamenti di Monti a Giggino Di Maio – segnale del definitivo sdoganamento del M5S presso l’establishment – sono un buon esempio dell’andazzo attuale.

Celebriamo quindi la rinnovata unione tra «casta» e cittadini comuni. Fra una ventina d’anni, quando anche questo ciclo politico sarà concluso – sperabilmente senza una guerra di mezzo – non sarà difficile ricostruire le tappe del disastro. Ma siccome sarà stata colpa di tutti, nessuno avrà voglia di farlo. Come quell’altra volta.

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Mafia Capitale, un’occasione da non perdere

 

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A proposito di eccellenze italiane da difendere, mi domando perché ancora non si sia riconosciuta la grandezza di certi nostri «garantisti». Quello del garantismo a orologeria è un meccanismo di precisione straordinario, ed è forse l’eredità più importante che il ventennio berlusconiano ci abbia lasciato. Guardate ad esempio come in queste ore le truppe scelte terziste si muovano come un sol uomo, le faretre piene di straw man o argomenti ad hominem da lanciare a chi di fronte all’ennesimo scandalo pubblico accenni ad un minimo di indignazione. I garanterzisti italioti non te ne fanno passare una. Se chiedi giustizia, vieni precipitato immediatamente a bruciare nella gehenna dei giacobini e dei mozzaorecchi, assieme a Flores D’Arcais. Se ritieni necessario un codice etico per la politica, è come se invocassi lo Stato etico nazista. Se parli di un sistema di malaffare, sei trattato come certi mitomani complottisti (che in effetti non mancano, come insegna la storia della c.d. “trattativa Stato-Mafia”). Se manifesti qualche timida riserva rispetto all’opportunità, per un rappresentante politico – al di là delle fattispecie penali – di frequentare certi personaggi, sei nella migliore delle ipotesi un fesso, nella peggiore, un moralista di tendenze illiberali. A questo punto, tu che in fondo rimarrai sempre un “apprendista liberale”, ti chiedi dove stia il tuo errore. I liberali che avevi in mente, come Pannunzio o il giovane Pannella, erano gente che denunciava gli intrecci tra politici e palazzinari nell’Italia del boom, per dirne una. Evidentemente oggi non usa più. Essere «liberali» nell’Italia di oggi significa semplicemente praticare una variante distorta di libertinismo per la quale l’esercizio del Potere presuppone necessariamente l’immoralismo radicale.

La falange del «Foglio» arriva in questi casi a livelli spettacolari, al punto da strapparti quasi un applauso. Mafia Capitale è tutta una fantasia di questi magistrati-romanzieri, il 416 bis è una schifezza, l’unica vera mafia è quella siciliana, coppole e lupare (e, siccome nemmeno quella esiste più, ne consegue che la mafia non esiste), il Principe non si tocca, il manovratore non si disturba, perché loro (i potenti) sono loro, «e voi nun siete un cazzo». E via così, tirando forte la corda della democrazia, perché tanto questa corda ha retto a decenni di strattoni, che vuoi che sia se quegli adorabili discolacci dei nostri politici ne combinano sempre una. Stupisce quindi che un altrimenti agguerritissimo oplite terzista come Fabrizio Rondolino, sulle pagine di Europa, affermi come sia «necessario che la politica dia un segnale profondo di discontinuità», pena «il discredito definitivo della politica (non solo) romana». Purtroppo temo che «il discredito della politica» sia un eufemismo che non rende assolutamente l’idea del pericolo che corre la democrazia stessa. Grillo è arrivato per primo, Salvini segue a ruota, ispirandosi al peggio delle destre europee. Per ora manca la massa critica, ma quanto potremo confidare ancora nella debolezza delle spinte antisistema? A questo Renzi dovrebbe pensare seriamente, smettendola di barcamenarsi tra slogan e scelte tattiche. Sia chiaro, che Buzzi fosse presente alla cena di finanziamento del PD all’EUR, appena un mese fa, non dimostra nulla, se non che rottamazione e cambio di verso non sono davvero possibili in un sistema di relazioni di potere radicatissimo come quello romano. Bisogna scendere a patti, e questo hanno fatto i renziani, a Roma come ovunque fossero in minoranza. Non basta portare a Roma un tesoriere fiorentino per cambiare le cose.

Del resto, guardando oltre il caso della Capitale, con tutto il plus di grottesco, di vernacolare, di eccessivo dei suoi protagonisti, le storie di certe cooperative sociali si assomigliano un po’ dappertutto. La marginalità rende, a livello economico e a livello di rendite elettorali, perché è facile per il capobastone di turno portare i propri soci ex carcerati o ex-tossici a votare in blocco per il candidato amico – anche solo alle primarie di partito, se il marginale è un migrante. Anche più facile di accaparrarsi e mantenere i voti dei lavoratori della partecipate comunali. Così si eleggono i sindaci in Italia, in particolare nel caso in cui lo scarto tra candidati non sia enorme.  Dal «Sindaco d’Italia» come ama definirsi, pretendo di più, almeno su questi temi. Commissariare il PD romano è un inizio, ma non basta. Posso accettare ogni tipo di compromesso, in materia economica e fiscale – ammesso che possieda gli strumenti sufficienti per giudicare una manovra economica. So bene che Matteo Renzi non è il taumaturgo che molti suoi pasdaran tendono a credere o far credere. Ma sulla questione morale no, non posso fare sconti. Da una parte per la rabbia e la sofferenza che mi causa l’impunità del Potere, dall’altra perché la rabbia degli Italiani sta corrodendo le basi della nostra democrazia, dando spazio a chi vorrebbe sostituirla con qualcos’altro. Non possiamo perdere anche quest’occasione.

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Vauro, Pigi Battista e il mio naso adunco

Oggi si è concluso il processo per diffamazione a carico di Giuseppe Caldarola e Antonio Polito, condannati per aver definito antisemita Vauro Senesi. La cosa risale a quasi cinque anni fa, a partire dalle reazioni ad una vignetta nella quale Vauro ritraeva Fiamma Nirenstein come una sorta di mostro di Frankenstein che porta addosso sia il fascio littorio che la stella di David. Premesso che Vauro mi stava sul cazzo anche quando compravo “il Manifesto” (in particolare quando si occupava di Israele), non mi è mai passato per la testa di dargli dell’antisemita. Stronzo sì, ma non antisemita. Tornando alla vignetta, si può forse negare che colpisca perfettamente nel segno? I fatti sono che una giornalista liberale ed ebrea (ed ex comunista) sceglie di essere candidata assieme ad un dichiarato fascista e antisemita come Giuseppe Ciarrapico. Il Ciarra, quello che «Fini s’è messo la kippà, io nun me la metterò mai!», ricordate? La politica è la politica, tutto quello che volete, ma questa roba qui è proprio un incrocio à la Frankestein. Una cosa grottesca, tragicomica (non tragica, tragica fu la figura di Ettore Ovazza, oggi siamo fortunatamente alla farsa). Eppure a qualcuno quella vignetta è parsa degna della propaganda antisemita. Peppe Caldarola, che pure è persona perbene, aveva attribuito a Vauro un insulto razzista che Vauro non ha mai scritto né detto. Nessuna sorpresa per la condanna per diffamazione, quindi. En passant: nell’ebraismo la diffamazione si chiama Hotza’t shem ra’ (הוצאת שם רע) (il diffondere un cattivo nome, letteralmente) ed è un peccato gravissimo. A Caldarola – e vengo al titolo del post – si era aggiunto Pigi Battista, che aveva fissato la sua attenzione sul naso della “Fiamma Frankenstein” disegnata da Vauro. E’ lo stesso naso adunco che si vede negli articoli de “La difesa della razza”, diceva Battista, fa parte dell’iconografia antisemita. Io onestamente non l’avevo notato. E se la Nirenstein avesse, casualmente, proprio un naso così? Perché la Fiamma quel naso ce l’ha. Che facciamo, Pigi, glielo raddrizziamo con photoshop?

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Anch’io ho un naso così. Il mio naso arriva sempre prima di me. Un naso importante, come si dice, e un po’ adunco. “Il profilo greco di Federico”, ripeteva un mio professore alle medie. Greco o di tante altre provenienze sconosciute, diciamo. Qualche anno fa, al matrimonio di due amici, il padre dello sposo interruppe la conversazione tra me e un altro invitato in questo modo: «Sorry to disturb you…I have a question…are you Jewish?». Era un simpatico signore portoricano, militare in una grossa base USAF del Triveneto. «We’re not, but he’s terrone», volevo rispondere indicando F., di fronte a me. Potenza degli stereotipi: due nasi adunchi, un pizzetto (“tra il rabbinico e lo squadrista”, per citare Cesare Cases), due paia di occhiali e una conversazione gesticolante avevano trasformato me ed un altro invitato in una perfetta coppia di studenti di Yeshivà. Per inciso, il padre dello sposo era benintenzionato. Cercava un confronto. Cresciuto cattolico, diceva di aver scoperto di discendere da qualche antica famiglia di marrani (ma questa è un’altra storia….).

E’ un dato di fatto che l’antisemitismo sia in fase risorgente, in tutta Europa, Italia compresa. Lo stesso linguaggio utilizzato dal giudice nella sentenza di cui sopra è preoccupante, tantopiù perché ad utilizzarlo è un rappresentante dello Stato. Proprio per questo occorre soppesare bene le parole, occorre riflettere prima di lanciare certe accuse. Io stesso credo di avere una certa ipersensibilità sull’argomento, ma non dimentico mai la storiella del ragazzino che gridava troppo spesso “al lupo, al lupo!”. Cari Caldarola, Polito, Battista, voglio sperare che siate tutti animati dalle migliori intenzioni e che certi vostri interventi non abbiano nulla a che fare con le polemiche strumentali, con le meschinerie della nostra politichetta o con la necessità di “uscire”. Pensateci su.

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«Arancheenas, my friend. The rest is populism»

Come siamo prevedibili, però. Vedendo Benigni parlare di Costituzione in TV mi è tornato in mente un articolo di Christian Coll’acca Rocca uscito su “IL” qualche mese fa, che non mi ero peritato di commentare qui. E mi son detto: sicuro che lo ritwitta. E che fa Christian Coll’acca Rocca? Tira fuori l’articolazzo dal vaso di alici e lo ritwitta. Beh. l’avremmo fatto tutti. Tema fisso, articolo standard, me lo riciccio quando mi pare. Ma il meglio viene proprio da twitter, che il nostro Christian Coll’acca usa proprio come fanno l’Ammaregani, ma che dico, mejo dell’Ammaregani! Tra un peana alla Juve di Moggi (con o senza schizzetto di bile ai giudici) e ‘na rassegna stampa da paura sulla faccenduola delle armi in ze Iuesséi (te lo spiega lui che si tratta di una faccenda di freedom, testina, altrimenti te mica lo sai che cos’è il Secondo emendamento della Constitution), ecco che arriva la rivendigazziòne éttinigo-gascionòmiga:

arancheenasEd ora leggetevi l’inizio di quest’altro mio post di novembre.

Il Mondo si avvia proprio alla Fine, se non c’è nemmeno più gusto a prendere per il culo certa gente.

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