Il giornalismo di qualità e le scimmie del quarto reich

Non seguo il calcio più o meno dalla fine degli anni Novanta e ho smesso da molto tempo di memorizzare settimanalmente i due o tre nomi e numeretti che agevolano tante conversazioni di circostanza, preferendo invece limitare al minimo tali conversazioni. Questo non significa che il pallone non continui comunque a seguire me per strada, sui giornali, in tv, sul web. È aprendo come faccio ogni giorno l’home page dell’agenzia Stefani, pardon, dell’ANSA, che mi sono imbattuto in un articolo della redazione sportiva intitolato Tre scimmie antirazzismo, nuova bufera sulla Lega A. Si parla delle polemiche causate da un’iniziativa che i vertici del mondo del calcio italiano avrebbero promosso per combattere il razzismo negli stadi (leggasi: per pararsi il culo al tiggì senza dare alcun dispiacere ai nazisti tesserati dei loro club). Una pensata che potremmo definire ridicola, non si parlasse di una tara mentale dagli effetti tragici come quella razzista. Non è però la notizia in sé ad avermi colpito, quanto un piccolo inciso dell’anonimo autore del pezzo: “Ieri, poi, la presentazione dell’iniziativa artistica contro il razzismo con l’esposizione di tre quadri raffiguranti tre scimmie (una asiatica, una nera e una ariana) e lo slogan We are all the same”. La scimmia ariana. Ariana.

Scuoto la testa, sbuffo, impreco, emetto una serie di consonanti clic e mi metto alla tastiera con l’intenzione di protestare con l’agenzia. Ci rifletto per qualche minuto e infine desisto. Butto giù queste quattro righe corredate di screenshot e metto su Le Nuvole di De André. Di più non mi riesce.

Basta un poco di zucchero e il fascismo va giù

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Sono molti i vantaggi dell’essere – immeritatamente – ospitati da una testata giornalistica con tanto di direttore responsabile senza far parte della corporazione e senza la minima intenzione di entrare a farne parte. Il primo fra tutti consiste nella possibilità di non rispettare quel codice etologico proprio del branco giornalistico, quello per cui la scorreggia del maschio alfa viene aspirata forte come gli incensi della Pizia. Un comportamento che si ripete ogni mattina con la lettura dei vari intercambiabili buongiorni somministrati dai giornaloni. «Uno straordinario Gramellini», «uno strepitoso Serra», «un meraviglioso Cazzullo (no offence!). La cortesia tra colleghi è diventato ormai un microgenere imitato dal lettore più fedele, che un tempo poteva comunicare la sua approvazione alla grande firma soltanto a mezzo posta, mentre oggi gli sono sufficienti poche mosse di pollicione sullo schermo dell’Iphone – col quale ha cura di fotografare il colonnino oggetto di lode, come prova dell’avvenuto acquisto del giornale. La promiscuità tra giornalisti e lettori fa sì che, oltre alle lodi, non manchino le critiche o gli insulti. Ai viventi come ai morti. Persino ai morti intoccabili, signora mia, persino alla figura – deificata già in vita, quindi configurasi il reato di bestemmia – di Indro Montanelli da Fucecchio.

Ecco quindi che scorrendo i rotoloni dei social network, uno dei più autorevoli tra i buongiornisti, Mattia Feltri, si imbatte in una di quelle polemiche-lampo che per 48/72 ore investono la Rete. I «rabdomanti di Internet», così li definisce Feltri, hanno scoperto che l’Indro in Etiopia comprò una dodicenne e ora gli danno del fascista, dello schiavista e del pedofilo. Stavolta il buongiorno risulta un po’ amaro, un po’ perché – immaginiamo – l’Indro era uno di famiglia, un po’ perché la bestemmia fa male. Le prodezze coloniali di Montanelli sono note da lungo tempo, ed è solo un caso che la vicenda sia diventata virale, assieme al Buondì Motta o alla partita di pallone, specie tra chi di Montanelli sapeva poco, perlopiù i giovanissimi, quelli che non leggono libri né giornali, ma «si informano» dai social. «Ogni biografia è rivisitabile lì per lì, perché di ogni biografia nulla si sa, la biografia non esiste», scrive Feltri in un passaggio di vasta portata anche filosofica, e di certo né ciò che resta dei quotidiani né fessbook sarebbero il luogo adatto per emettere giudizi. E tuttavia i fatti, i fatterelli di un uomo fatto che adora il Dvce e parte per fondare l’Impero e compra una bambina come schiava sessuale, rimangono. La biografia quindi esiste, al di là del giudizio. E fa specie che proprio un buongiornista razionale, nemico del populismo delle fake news e dell’ignoranza dilagante possa risentirsi se, per una volta, dei cittadini poco informati vengono a conoscenza di un fatto acclarato, un fatto che dice molto del nostro passato di nazione, più ancora che della biografia di Montanelli.

Si dirà: i giudizi sommari e i linciaggi da social sono appunto tra le più tipiche manifestazioni del populismo odierno. Verissimo. Ma allora i professionisti dell’informazione dovranno ammettere – e i più onesti di loro lo fanno – che ultimamente i fronti dell’opinione si sono alquanto confusi. I social sono in effetti una chiavica da cui ci terremmo ben lontani se solo avessimo risorse materiali, morali e intellettuali sufficienti. Quando però leggiamo grandi editoriali indignati per il razzismo, il fascismo e l’analfabetismo di ritorno, non possiamo che scuotere la testa e pensare alle grandissime facce di tolla di Massimo, Mattia, Michele, Aldo e dei loro stimati direttori. La Rete, descritta per anni come il killer della stampa quotidiana, è da tempo il suo polmone d’acciaio. Dalla Rete e dai social in modo particolare, le redazioni, attraverso schiere di stagisti, attingono il materiale per confezionare le edizioni online, e non solo. Cadaveri maciullati o gattini pucciosi, va bene tutto per tenere in vita i giornaloni bandiera del ceto medio riflessivo, anche una spruzzatina di razzismo, se necessario, naturalmente edulcorata dallo zuccherino dei buongiornisti. È comprensibile che i monopoli editoriali diversifichino l’offerta – se il Paese ora è preso dalla paranoia xenofoba, tocca titillare un po’ quella paranoia. L’obiettivo potenziale è coprire tutto il mercato delle idee, e siccome di copie se ne vendono pochine e gli inserzionisti vogliono il web, al gazzettiere tocca semplificare e ridurre l’informazione a una sequenza di stimoli pavloviani. L’importante è acchiappare click su click. Intanto questa cosa sull’islamico la pubblichiamo. Poi pubblicheremo la smentita. Se ce ne sarà l’occasione. Se ce ne ricorderemo. Se ci converrà.

Oltre alle esigenze commerciali, esiste poi il legame di servizio con l’establishment. La linea securitaria del PD ha bisogno di una cassa di risonanza, «l’Unità» è morta, il nuovo house organ ufficioso del partito, «Il Foglio», è roba per pochi, per cui saranno i grandi quotidiani a dare una mano. Negli ultimi mesi questo schema è emerso con sufficiente chiarezza. La leggenda nera sulle ONG, come non accade(va) con le altre fandonie complottiste, è stata ripresa dai quotidiani nazionali con scientifica oculatezza. Gradualmente, senza esagerare. Un colpo al cerchio – i sospetti sulle organizzazioni umanitarie – e uno alla botte – la tragedia dei migranti. A strappare una lacrimuccia al buon borghese per l’affondamento dei poveri negretti ci pensa il buongiornista. Il quale però, alla bisogna, si presterà a riequilibrare la percezione generale – due righe sull’incompatibilità della cultura d’origine del negro stupratore con la nostra, un plauso al governatore della Libia Minniti – sempre in tono dolente da «triste necessità», sia chiaro. Così forse non si formano le opinioni, ma le si rende socialmente accettabili. A ben vedere, comunque, in tema di immigrazione le differenze tra establishment e popolazzo non sono poi così grandi. L’egoismo di fondo è lo stesso, la paura di perdere «la roba» (tanta o poca che sia, non fa differenza) è la stessa. I meccanismi sottostanti sono diversi, ma complementari, come ruote dentate che si muovono in versi opposti facendo funzionare lo stesso ingranaggio. Gli apprezzamenti di Monti a Giggino Di Maio – segnale del definitivo sdoganamento del M5S presso l’establishment – sono un buon esempio dell’andazzo attuale.

Celebriamo quindi la rinnovata unione tra «casta» e cittadini comuni. Fra una ventina d’anni, quando anche questo ciclo politico sarà concluso – sperabilmente senza una guerra di mezzo – non sarà difficile ricostruire le tappe del disastro. Ma siccome sarà stata colpa di tutti, nessuno avrà voglia di farlo. Come quell’altra volta.

I libertari secondo Velardi & Rondolino

Uh, quanto mi piacciono quei due. Anche senza leggere il loro blog, prima o poi i cerchi prodotti dai sassetti che la coppia lancia nell’acqua stagna della chiacchiera politica arrivano a sfiorarti.  Velardi & Rondolino – the dynamic duo – hanno detto che c’è bisogno di un nuovo giornale in Italia, un foglio che possa finalmente rappresentare “quelli che lottano contro le tasse” [sic]. Dicono che vogliono fondarlo loro e che lo chiameranno “Il Libertario”. Ma che bello, come quel vecchio settimanale anarchico che si stampava a Spezia. Forse hanno confuso il libertarian di tradizione USA con il libertario che, in Italia e in gran parte d’Europa, si associa ad una famiglia politica affatto diversa? Ma va là, come direbbe il libertario (in quanto garantista) Ghedini, vuoi che non lo sappiano, con quei capoccioni che si ritrovano? Lo sanno, lo sanno. E’ che sono loro a creare il lessico, e noi nun semo un cazzo. Got it?

Prendete quindi nota, bimbi: da oggi, in Itaglia, gli opportunisti e i traffichini più furbi si chiameranno LIBERTARI.

A Natale regala un pogrom

Una famiglia torinese “ossessionata dalla verginità” della figlia, accertata con “frequenti visite dal ginecologo”.
Una ragazzina – non del tutto partecipe dell’ossessione – che consuma il suo primo rapporto con un amichetto, all’insaputa dei genitori, e viene evidentemente presa dal panico per le possibili conseguenze del suo gesto. Possiamo solo immaginare quali potevano essere le reazioni della tribù insediata alle Vallette: ripudio della figlia, cacciata dalla casa paterna, lapidazione? (ricordo che stiamo parlando di cattolici apostolici romani, non di fondamentalisti islamici).
Ecco dunque balenare nella mente della ragazza – forse su suggerimento del complice fratellino, che renderà falsa testimonianza – un’idea semplice semplice: fingere di essere stata stuprata. Da chi? Ma dagli zingari, e da chi altro? Accusa pronta e capro espiatorio a portata di mano. In poche ore una folla di un centinaio di persone prende parte ad una “fiaccolata” presso un campo nomadi, che brucia in un rogo fortunosamente senza vittime. Non è un fatto nuovo, soltanto tre anni fa a Ponticelli, presso Napoli, successe qualcosa di simile. E ricordo un mio conoscente raccontare di come al suo paese (un triste borgo nello zanzaristan veneto, sulle rive del Po) di fronte a qualche sciocco diverbio, alcune decine di bravi cittadini avessero pianificato la loro spedizione antirom, rogo incluso. Avevano desistito forse per pigrizia. A quell’epoca non si parlava nemmeno di crisi economica.
In questa storia incontriamo tre comunità agenti: quella nucleare della famiglia ossessionata dall’imene. Quella allargata della folla pronta al linciaggio (della quale gli ultras della Juve sono parte integrante, l’avanguardia militarizzata, per così dire) e infine quella, settoriale, della stampa in cerca del canonico mostro da prima pagina.
La prima è un fossile di comunità, che credevamo già scomparsa in Occidente – anche se in tempi di impoverimento questo processo può rallentare o invertirsi. La seconda è semplicemente la materia bruta di cui sono fatte le società. Basta grattare un po’ sotto la superficie per accorgersene. La terza è quella comunità che vive parassitando i riflessi ancestrali delle altre due. Tendenzialmente attribuirei ai giornalisti le maggiori responsabilità. Ne hanno di enormi, sul piano della creazione della pubblica opinione nazionale. Meno, a livello locale: il pogrom è un fenomeno molto più antico dei mass media, basato sul passaparola. L’ipotesi per cui le violenze sarebbero state pilotate da qualche malavitoso desideroso di vendicare uno sgarro non cambia assolutamente nulla, aggiunge soltanto un altro squallido dettaglio ad una realtà di per sé inquietante.
Una comunità apparentemente assente è quella della politica. Del resto i partiti non dovrebbero avere a che fare con la folla. A meno che non si tratti dei partiti fascista o nazionalsocialista, che dovrebbero essere banditi da una repubblica democratica e antifascista. In realtà un politico c’era. Senz’altro in buona fede, nel tentativo di racimolare o di non perdere qualche voto, Paola Bragantini, segretaria provinciale del PD e Presidente di circoscrizione, era presente alla “fiaccolata”, documentandone gli esiti con la dovuta indignazione. Dice la Bragantini sul suo profilo fessbook che i facinorosi protagonisti del pogrom non rappresentano la città. Ci credo. Quelli che rappresentano la città sono invece la Bragantini e i suoi colleghi, la cui distanza da quello che sta succedendo in questo Paese è sempre più grande, forse incolmabile.

Le tracce della vicenda sui media (social e no) sono ben riassunte in questo storify.

POSTILLA: subito dopo aver pubblicato il post sono andato a leggermi l’edizione online de “La Stampa” di oggi, dove Massimo Gramellini commenta i fatti delle Vallette. Pare che ci sia una certa corrispondenza nello schema argomentativo: i “tre cerchi” di Gramellini, cioè le tre comunità. Peccato che Gramellini non si ricordi di citare la sua comunità, quella dei giornalisti…