A un certo punto

La novità, già comunicata ai miei amici su twitter, è che mi sono iscritto al PD. L’ho fatto perché le polemiche sterili, la voglia di criticare senza partecipare e direi anche certi miei recenti eccessi di cinismo mi hanno davvero rotto. Mi sono iscritto, in un’ottica specificamente politica, perché voglio partecipare, nel mio piccolissimo, alla ricostruzione del partito,  lottando per quanto possibile contro l’antico riflesso settario di una Sinistra divisa ed eternamente all’opposizione, in nome di chissà quali purezze e sciocchezze identitarie. Col mio solito tempismo, ho scelto il momento peggiore, da un certo punto di vista. I circoli sono in rivolta contro le larghe intese, un’opzione che personalmente ritengo obbligata dall’aritmetica, ma che davvero diventa ogni giorno più pesante da digerire, sempre più simile ad una sorta di Pentapartito 2.0. Restando ai fatti di queste ultime ore, è sempre più difficile, anche facendo ricorso a tutto il proprio spirito liberale, sopportare un B. che si paragona ad Enzo Tortora, è terribile constatare come vent’anni di riflessione sulla Giustizia in questo Paese siano stati legati in un modo o nell’altro alle vicende del caimano, e infine è tristissimo vedere tanti garantisti prenderne polemicamente – e machiavellicamente – le parti, ignorando il fatto che il Principe ha fatto da tempo strame di qualsiasi principio, se mai gliene fosse importato qualcosa.

In tutto ciò, davvero non si riesce a capire a chi si rivolga la coppia CostaCerasa, riportando il resoconto di Alfredo Bazoli, deputato PD (si sottolinea “renziano”) sulla manifestazione del Pdl, nella quale alcuni teppisti, vigliacchi e decerebrati, hanno aggredito un elettore del Pdl. Bazoli perse la madre nella strage di Piazza della Loggia, è quindi assolutamente titolato a parlare degli effetti nefasti della violenza politica, anche di quella verbale. Il suo intervento è equilibrato e condivisibile, privo di qualunque intento polemico. Del tutto strumentale, invece, citarlo come una sorta di monito al PD – che con questo Centrodestra, tocca sempre ricordarlo, sta governando. Di fronte all’enormità di due ministri che – in buona sostanza – scendono in piazza contro un potere dello Stato, il PD si è limitato, doverosamente e responsabilmente, ad un sit-in davanti al tribunale. Non sono andati a contestare Berlusconi, come chi ci è andato (centri sociali, Rifondazione e i suoi sottoprodotti scissionisti, SeL , parecchi cani sciolti) non ha mancato di sottolineare. Ma se il PD non è responsabile delle contestazioni violente, se la violenza è stata condannata, che cosa si vuole di più? Cosa si chiede ancora, in nome della “pacificazione”? Delle congratulazioni, un plauso? Un plauso a chi ha dato dell'”estremista comunista” al giudice Alessandra Galli, il cui padre fu assassinato da Prima Linea?

Davvero, basta con le cazzate. La Sinistra è piena di problemi assai gravi, ma forse è giunta l’ora che quel po’ di Destra perbene si dia una mossa e si prenda le proprie responsabilità. Chissà se qualche giovane notista politico troverà la voglia e il tempo di scriverlo.

Il mio appello a Marco Pannella

(c) Ansa/Maurizio Brambatti

Caro Marco,

Nelle settimane precedenti stavo per proporre ai miei trenta lettori un post su tutto quello che non andava nell’azione dei Radicali, sulle tue tirate a volte inutilmente provocatorie, spesso del tutto incomprensibili a noi poveri di spirito, su quanto spesso tu mi faccia incazzare. Ma oggi c’è qualcosa di più urgente. Da ormai una settimana insisti a non voler mangiare né bere niente. Questo, dicono i dottori, in pochi giorni renderà inservibili i tuoi poveri reni, costringendoti alla dialisi a vita. Per non parlare del grave rischio che corre il tuo vecchio cuore. Paradossalmente, più la tua situazione si aggrava, più i bollettini medici, fatti di azotemia, di chetoni e di complicanze cardiocircolatorie, oscurano le motivazioni del tuo sciopero. Ormai comunque credo quelle ragioni le conoscano in molti. Col tuo sciopero, prendi le parti degli ultimi tra gli ultimi, cioè di chi sta in galera. Le condizioni delle nostre carceri sono disumane. Lo riconosce l’Europa, che per questo (e per cento altri motivi, in cento altri settori) ci sanziona. Mettendo a rischio la tua vita, chiedi l’amnistia, precisando che l’amnistia è soltanto un primo passo e che quello che serve è riformare il sistema carcere, che nel Paese di Cesare Beccaria non corregge alcunché, ma genera altro crimine e marginalità. E, più ancora, serve riformare in profondità la giustizia, anche nel senso di una depenalizzazione di tanti reati che non dovrebbero proprio essere tali.
Io credo che gli Italiani tutto questo lo sappiano, ma che le loro coscienze non ne siano granché smosse. Del tutto legittimamente, anche i più sensibili tra loro hanno priorità diverse. Non ci si può fare nulla. Gli altri di amnistia non vogliono proprio sentir parlare, molti di loro preferirebbero anzi il cappio, il ceppo del boia, la sedia elettrica. Credo siano la maggioranza, silenziosa in tempi di vacche grasse, rumorosa in tempi di crisi. Sono quelli che qualche tempo fa ti sputazzavano, accusando i radicali di aver “salvato un camorrista” dopo l’astensione su Cosentino. Non conoscevano i fatti. O non avevano fatto il minimo sforzo per conoscerli. In ogni caso, avevano bisogno del loro capro espiatorio. Credi nella possibilità pedagogica della non-violenza, ma nemmeno tu credi sia sempre possibile smuovere quella maggioranza. Per questo cerchi spesso – e spesso trovi – «nomi vitali, come nel 1976, perché quelli urgono», per questo riproponi oggi un «elenco illustre». Anche su questo ci sarebbe molto da riflettere.
Rischi la vita con lo sciopero totale della fame e della sete per chiedere al Presidente della Repubblica – quel «Re Giorgio» cui ingiustamente attribuisci riflessi «tra il controriformistico e lo stalinista» – di sollecitare il voto del Parlamento sull’amnistia, in modo da interrompere quella che hai definito la «diretta riproposizione sociale, morale istituzionale della Shoah» [sic!] che sarebbe data dalla condizione della Giustizia e delle carceri italiane. In questo c’è tutto te stesso. Pannella il liberale, Pannella l’indifendibile provocatore, Pannella il pazzo, Pannella l’istrione, Pannella il Santo. Santo, perché soltanto i santi possono occuparsi dei malfattori, dei ladri, dei tossici, dei reietti di ogni tipo e di tutti i prigionieri innocenti. Santi che a volte diventano martiri. Hai dunque deciso di volerti trasformare in martire? Sicuro di essere più utile alla democrazia da morto, stampato sulle bandiere assieme a Gandhi (uno che è stato ucciso dalla violenza, e mai avrebbe voluto immolarsi in un gesto non-violento – ammesso che il suicidio possa essere definito “gesto nonviolento”). Io sono sicuro di no. Egoisticamente, desideriamo tutti un Marco Pannella in piena salute. Ed egoisticamente, Marco Pannella dovrebbe desiderare di essere in piena salute.

Caro Marco, secondo me essere liberali significa anche non perdere mai il senso della misura, il senso del limite. Fermati finché sei in tempo!

Due casi di inciviltà italiota

Primo caso:

Come sapete, Alessandro Sallusti rischia la galera a seguito di una condanna per diffamazione. La storia, risalente ad alcuni anni fa, dell’aborto di una tredicenne era stata commentata in modo particolarmente duro sulle pagine de “Il Giornale”. Un anonimo notista, riferendosi ai genitori della ragazzina, al magistrato responsabile del suo caso e al medico che aveva praticato l’aborto – falsamente descritto come “coattivo” –  si era espresso in questi termini:

«Se ci fosse la pena di morte, se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso»

Premesso che una simile allucinata visione della giustizia va bene giusto per alcuni lettori de “Il Giornale”, che gli articoli vanno sempre firmati e che l’autore del corsivo meriterebbe un paio di ceffoni per aver usato il nome di Dreyfus nel contesto di una polemica strumentale di quel tipo, premesso infine che non saranno un paio di sbarre a fermare Nosferatu Sallusti, a lui va la mia piena e incondizionata solidarietà.

Secondo caso:

Di Gianrico Carofiglio so che è Senatore nelle file del PD, che è stato magistrato e che scrive libri. Non ho letto nulla di suo né probabilmente lo farò. Di Vincenzo Ostuni so che è poeta ed intellettuale engagé e che lavora nell’editoria. Non ho letto nulla di suo né probabilmente lo farò. Più esattamente, l’unica cosa di Ostuni che mi sia capitato di leggere è il seguente giudizio sull’ultimo libro di Carofiglio:

«un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes»

Non avendo letto il romanzo oggetto di giudizio, non posso sottoscrivere o contestare nulla. E’ una stroncatura molto pesante – non la più pesante che mi sia capitato di leggere, detto per inciso. In parecchi si sono mobilitati in solidarietà di Ostuni. Mi associo e aggiungo una mia personale speranza. (Non mi pare che le speranze e i desideri malevoli siano perseguibili penalmente, almeno sino ad oggi, no?). Dunque, io spero che il Senatore Carofiglio, oltre a perdere la causa contro Vincenzo Ostuni finisca la sua carriera politica con la fine dell’attuale legislatura, che non venga pubblicato o venduto più nulla a suo nome e che il suo nome svanisca dal dibattito pubblico.

Un Paese in cui si rischi la galera per le proprie opinioni, per quanto discutibili, per quanto ripugnanti, in cui si viene querelati per un giudizio letterario (!) è un Paese orribile. Si tratta, del resto, del Paese di Azzeccagarbugli, dei duecentomila avvocati (uno ogni trecento abitanti) e della diffida facile, della querela minacciata o messa in atto, abitudine limitata ormai non soltanto alle personalità pubbliche e ai (pre)potenti, ma ad ogni sconosciuta testa di cazzo in grado di permettersi un legale (se poi uno è fidanzato con un’avvocata, come quel tale che conoscevo, l’abitudine diventa vizio).

Non ho mai fatto a botte in vita mia, ma quanto non sarebbe preferibile una bella scazzottata, ogni tanto?

Garantismo tattico

Detesto anche solo l’espressione “tintinnare delle manette” e non ho mai “fatto il tifo” per la magistratura. Non si “tifa” per un potere dello Stato, semmai si auspica – votando di conseguenza, quando viene il momento – che quel potere resti indipendente e dalla politica e dalle ambizioni personali dei suoi rappresentanti. Non ho mai amato il protagonismo di certi magistrati e ancor meno i toni da Comitato di Salute Pubblica di certa Sinistra. Travaglio, poi, ha cominciato a lasciarmi perplesso in tempi non sospetti ed è sconfortante verificare come il cambiamento in questo Paese debba avvenire per via giudiziaria. Ciò detto, non è altrettanto sconfortante che un partito, una coalizione, un’idea di programma (ogni tanto qualcuno trova ancora il coraggio di ripeterla, la migliore barza del Cav., quella sulla “rivoluzione liberale”) e un’intera fase politica durata vent’anni si possano verosimilmente leggere come il tentativo dell’uomo più ricco d’Italia e dei suoi famigli di salvarsi dal fallimento e/o dalla galera? E’ andata proprio così, ed un giorno lontano, quando saremo tutti morti, lo si potrà dire senza suscitare più alcuno starnazzamento. La maggior parte dei cosiddetti “garantisti” italioti non ha il benché minimo interesse per la Giustizia in quanto tale, che in questo Paese versa nelle tragiche condizioni che sappiamo. Tralasciando i semplici prezzolati, tutti gli altri nutrono un qualche desiderio di revanche personale o politica (ma questo è uno dei casi in cui il personale è assolutamente politico) nei confronti della magistratura. Nel corso degli anni, allo zoccolo duro degli ex-craxiani si è aggiunta una pletora di valvassini del Principe, di pennivendoli inaciditi, di gente a cui hanno messo in galera il babbo o semplicemente punito la squadra del cuore. Tutta questa gente può contare sulla scarsa, scarsissima memoria degli Italiani. Non basterebbe, altrimenti, una grande faccia di culo per ricordare il ventennale di Falcone e Borsellino (un compitino facile facile) ed attaccare allo stesso tempo la Procura di Palermo – la quale non è investita di alcuna autorità divina, sia ben chiaro. Il fatto che qualche radicale rischi a volte di confondersi in questa massa mi mette un po’ di tristezza, ma insomma, una volta rinunciato all’idea di una confortante mamma politica, si può ben sopportare qualche contraddizione.

Insomma, si sarebbe potuto andare avanti così sino alla fine dei tempi, ascoltando in sottofondo le vocette di Cicchitto o Straguadagno o Lappaterga o Sarcazzochi, sinché la placca africana non avesse accartocciato del tutto lo stivale sul confine svizzero, sinché il livello dei mari non fosse salito fino a ricoprire anche i cocuzzoli, sinché non ci fossimo – alla buon’ora – estinti tutti. E invece mi sembra stia succedendo qualcosa di nuovo. La nuova fase dello scontro tra classe politica e magistratura si apre con qualche sorprendente riposizionamento, magari non dichiarato. La faccenda delle intercettazioni al Quirinale, la morte di D’Ambrosio, la risposta durissima di Napolitano («atroce è il rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose») stanno contribuendo a rimescolare le carte. I risultati politici di questa situazione potrebbero anche risultare interessanti. E’ a forza di avvisi di garanzia che Vendola (Vendola l’eclettico, Vendola il sostenitore dei progetti di Don Verzé, il delirante Vendola: «trent’anni di liberismo [?] che hanno portato l’Italia in grande crisi») si riavvicina a Bersani (e a Casini…), allontanandosi di gran carriera da Tonino di Pietro. La mossa giusta per i motivi sbagliati, ahimè. Stai a vedere che l’immaginario “partito dei giudici”, descritto dal Cav. e dai suoi famigli per vent’anni, si possa formare adesso, di fronte a una ricomposizione dei fronti: tutti quelli con avviso di garanzia, da una parte, quelli senza, dall’altra. Non sarebbe un bello spettacolo.