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Il teatro della guerra

Magari voi non l’avete mai notato, e in tal caso potete anche interrompere la lettura del post: se da qualche altra parte, magari poche centinaia di km più a nord, centinaia di civili cadono sotto i colpi dell’artiglieria, la quasi totalità dei nostri telegiornali riferisce di generici “violenze e scontri” tra due parti di cui ci si interessa molto poco. A Gaza, per contro, si perpetrano «stragi di bambini». Una notizia è una notizia. Sì, e i pregiudizi sono pregiudizi. A qualcuno potrà apparire cinico fare le pulci ai media e al loro bias antisraeliano nel momento in cui vengono diffuse le immagini dei bimbi di Gaza morti durante i bombardamenti. Il punto è che questa è soprattutto una guerra mediatica, combattuta secondo schemi drammaturgici elementari. Che Hamas pensi di sfidare la superiorità militare di Israele è ridicolo. Hamas punta ad uccidere, certo, ma soprattutto a suscitare una reazione che, con le sue inevitabili vittime civili, bimbi in primis, generi la riprovazione dello spettatore e della cosiddetta comunità internazionale, e quindi l’isolamento di Israele. La reazione in sé, necessaria e puramente meccanica, alle centinaia di razzi lanciati da più di quindici giorni sulle città israeliane, non poteva che essere quella di queste ore. Non c’è proprio nessuna lettura politica da fare, bisogna soltanto riconoscere il diritto all’autodifesa di Israele e augurarsi che il conflitto armato cessi al più presto. Ci si dovrebbe chiedere, piuttosto, se la chiave (morale?) di tutta la vicenda non stia nel fatto che lo Stato di Israele tiene alla vita dei suoi cittadini molto più di quanto la mafia islamista di Gaza – assieme alle élite di tutto il mondo arabo – tenga alla vita dei suoi.

Scrivo questo al netto di ogni considerazione sulle cause storiche e le responsabilità (arabe, israeliane, internazionali) del conflitto, una guerricciola che dura da appena una frazione del tempo durante il quale Francesi e Tedeschi si sono periodicamente scannati, uno dei tanti conflitti, di certo non il più sanguinoso, ma sicuramente il più seguito dagli occhi di bue dei media internazionali. La guerra civile siriana ha fatto più vittime in venti mesi che la guerra dei Sei Giorni e la prima e la seconda Intifada messe assieme. Ma non si è vista traccia di indignazione per la Siria da parte di chi si straccia le vesti per Gaza, naturalmente: «An acquaintance of mine, a Syrian living in Beirut, wrote me in frustration about this last night. “We get very little interest from the international press compared to the Palestinians. What should we do to get more attention?”. My advice is to get killed by Jews. Always works.» (Jeffrey Goldberg per «The Atlantic», qui).

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Di cosa non ha bisogno la scienza

Vi ricordate dell’uranio impoverito, vero? Se n’è parlato molto in questi anni di guerre postmoderne, guerre che non si chiamano più guerre, senza nemico dichiarato, senza territori da conquistare. Di fronte a guerre di questo tipo, la morte del soldato è diventata un fatto incomprensibile, a cui la sempre vigile opinione pubblica italiana reagisce con stupore e indignazione. Ma come, non dovevano essere “condotte in sicurezza”? Eppure, anche nelle guerre “umanitarie”, anche durante le operazioni di peacekeeping, persino i soldati, con le loro attrezzature ipertecnologiche, muoiono. A volte sembra che muoiano proprio a causa delle loro attrezzature, come nel caso dei proiettili anticarro all’uranio impoverito.

Il poeta Andrea Inglese, in un pezzo apparso su Nazione Indiana e su Alfabeta2, prende spunto dalla questione per arrivare a descrivere quello che secondo lui è un limite (o forse la colpa originaria?) della Scienza, in buona sostanza quella di non essere decisa democraticamente. Vi invito a leggere con attenzione almeno questo passo:

Se in Europa, attualmente, sembra impossibile, sul piano politico, individuare un’alternativa alla tecnocrazia – a meno di abbracciare populismi di matrice autoritaria – ciò dipende anche dalla difficoltà che si ha, sul piano culturale, a liberarsi dal mito dello scienziato buono. Rinunciare a un tale mito non implica, ovviamente, rinunciare ai contributi degli scienziati, ma impone di ridefinire il loro ruolo nei confronti dei cittadini. Feyerabend, in La scienza in una società libera del 1978, scriveva: “Gli specialisti, compresi i filosofi, possono naturalmente essere interpellati, si possono studiare le loro proposte, ma si deve riflettere con precisione per stabilire se tali proposte e le regole e i criteri che le hanno ispirate siano desiderabili e utilizzabili”[1]. Si tratta, in realtà, di generalizzare il principio della giuria popolare che già vige nel diritto: “La legge richiede l’interrogazione in contraddittorio di esperti e la valutazione di tale interrogatorio da parte dei giurati”[2].

Giuria popolare? Di fronte a certe autoparodie, ogni tentativo satirico è perdente…

Io mi spingerei un poco più in là delle timide considerazioni di Inglese. Occorre istituire un tribunale popolare di sorveglianza che controlli l’attività dei ricercatori. E’ giusto che si cominci a metterli in riga, questi scienziati. In fin dei conti è gente che ha la presunzione di occuparsi di roba che il popolo e i poeti non capiscono. Già questo è segno di arroganza profonda. E perché poi dovrebbero decidere loro di che occuparsi, e in che modo? Si ostinano a nascondersi dietro alla faccenda del metodo ma, si sa, dopo Feyerabend, solo i fessi credono ancora al metodo. Per noi che ci occupiamo di narrazioni e che i numeri li schifiamo, la scienza è una narrazione tra le tante, e come tale criticabile, decostruibile, cestinabile. I fatti? Come se esistessero fatti slegati dai desideri! Ecco, il Consiglio Popolare per la Nuova Scienza (lo chiameremo così) si dovrà occupare anche dei fatti, oltre che dell’attività degli scienziati. Anche i fatti si dovranno adeguare ai desideri della maggioranza (cioè ai desideri che il Consiglio attribuirà, democraticamente, alla maggioranza), e non verranno fatti sconti a nessuno! Si dovranno adeguare anche i signori neutroni e protoni e muoni e bosoni che, chissà come mai, son tutti maschi e nucleofallocentrici – aveva ragione la Irigaray! La Nuova Scienza sarà una scienza partecipata, i laboratori saranno così affollati di persone comuni che non ci sarà più lo spazio per metterci una sola buretta. Ci sarà però ampio spazio di discussione libera e democratica, non più basata sul primato della ragione (occidentale e dunque razzista!) ma sull’intuizione, sul bisogno di giustizia della maggioranza (cioè sul bisogno che, democraticamente – e in prima convocazione – il Consiglio avrà attribuito alla maggioranza).
Ad Ovest dell’Eufrate – dove cioè manchi la saggezza dell’Oriente – non esisterà più alcun tipo di uranio, né impoverito né arricchito. Si tornerà a morire in modo sostenibile, di raffreddore. Sarà bellissimo.

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Sarajevo 1992

La guerra è come il cancro: pare che capiti sempre agli altri, mai a noi stessi.

Io non volevo credere che la guerra arrivasse a Sarajevo. Ma il 5 Aprile 1992 non potevo più negare quello che per altri versi era evidente: la guerra era alle porte della città dove ero cresciuta.

Mi pareva assurdo guardarla da una distanza di 500 chilometri. Lavoravo a Belgrado, facevo la giornalista per la Tv statale. Ho preso due settimane d’aspettativa, nell’illusione che la guerra potesse durare meno di un mese.

Tutti i collegamenti con la Bosnia erano già interrotti. Partii al seguito di una Tv svedese. Mi offrii per far loro da guida, e loro in cambio mi avrebbero dato un passaggio.

Al confine tra Bosnia e Serbia, c’erano già i soldati dell’armata iugoslava, i poliziotti anche loro armati fino ai denti, e infine i paramilitari serbi. Sembravano appena usciti dai film della seconda guerra mondiale: barbe e capelli lunghi con cartucciere che gli pesavano come macigni intorno al collo. I cannoni avevano le bocche puntate verso la sponda bosniaca del fiume. Il famoso criminale di guerra Zeljko Raznatovic Arkan dava ordini a tutti. Fu lì, sul ponte di Drina, che capii che cosa stava succedendo.Le strade verso Sarajevo erano vuote. Ogni tanto apparivano e scomparivano, come le silhouette, i vari gruppi armati. Non sparavano, appena ci vedevano si ritiravano.

A Olovo, piccola città nel centro di Bosnia, incontriamo due autobus pieni di minatori: tornavano da Sarajevo dove, quel giorno, mezzo milione dei bosniaci aveva appena manifestato contro la guerra.

Faceva buio quando siamo entrati a Sarajevo. Sulla città regnava un silenzio minaccioso. Le strade che conoscevo come le mie tasche, mi sembravano sinistre, irreali. La foschia e la nebbia, le luci gialle lampeggianti dei semafori, tutto mi faceva paura. Ogni cento metri ci fermavano i civili armati, alle barricate. In fretta e correndo ci chiedevano chi fossimo, dove andassimo.

Volevo andare dritto a casa, dai miei genitori, ma non mi hanno lasciato. “Troppo pericoloso”, ci dicevano spingendoci verso il centro.

Le porte dell’albergo “Belgrado” (oggi “Bosna”) erano chiuse a chiave. Non ci lasciavano entrare. Tutto pieno, ci diceva attraverso la porta chiusa il consierge. Provammo a insistere finché la porta non si aprì. Cercò di scusarsi: “Le bande armate girano per la città”. Sulla Tv di Belgrado vediamo Arkan: “Dicono che stai per attaccare Zvornik? – gli chiede giornalista. E Arkan: “Sono qui, a Belgrado, davanti al mio negozio, dove stiamo parlando”. Alle prime ore del 6 aprile, arriva la notizia che Arkan, i suoi paramilitari e l’armata iugoslava hanno attaccato Zvornik. Si parla di decine di morti, centinaia feriti, scomparsi, detenuti.Vado dai miei genitori e li trovo tranquilli.

– E la guerra? – chiedo.

– Ma lascia perdere i “papci” – dice papa.

“Papci” è un termine peggiorativo che a Sarajevo si usa per definire i vigliacchi, montanari che non riuscivano ad integrarsi con i sarajevesi.

“Perché sei venuta? Non ce n’è bisogno: qui tutto è a posto” mi dice mamma.

E’ una bella giornata, soleggiata. Il 6 Aprile è festa, il giorno della liberazione di Sarajevo dai nazisti. Vado a trovare le sorelle e gli amici. Beviamo il caffè nei bar coi tavolini di fuori. Nell’aria pendono le paure non pronunciate. Bisogna scappare, dico, e spiego cosa ho visto arrivando a Sarajevo. “Ma lascia perdere, anche se succedesse qualcosa, non sarà niente grave. Ai “papci” bisogna dare un lezione” mi dicono.

Nel primo pomeriggio però le vie si svuotano. Rari passanti camminano in fretta.

Con la notte cade la paura. Si guarda la Tv cercando notizie che ci tranquillizzino. Il presidente bosniaco Izetbegovic dice che non ci sarà la guerra. “State tranquilli. Per la guerra ci vogliono due parti. Noi bosniaci non faremo la guerra”.

Dal primo sonno ci svegliano le cannonate: il primo attacco al Sarajevo e in corso. Serbi paramilitari, scedendo dalla collina Vrace, tentano di tagliare la città in due. Si combatte sotto la mia casa, a Grbavica. I genitori ed io, trascinandoci, ci troviamo in un angolo, dietro un piccolo muro che ci sembrava più sicuro. Abbracciati tremiamo insieme ai mura della casa. Sembra che combattano nella stanza accanto. Suonano i telefoni, e sempre strisciando, rispondo. Ma hanno appeso. Dopo un ‘altra telefonata, risponde mia sorella: “Siete vivi?”.

Cosi è cominciata la mia guerra.

(Azra Nuhefendić, Panorama.it, 6 Aprile 2007)

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Shipbuilding

Esattamente trent’anni fa (giorno più, giorno meno) la Royal Navy iniziava le operazioni di avvicinamento al teatro di una guerricciola quasi dimenticata, quella delle Falkland. All’inizio dei febbrili anni ’80, la declinante dittatura argentina aveva pensato bene di reclamare il possesso di quella manciata di isole spazzate dal vento e abitate in prevalenza da pecore. Una guerra è sempre un buon diversivo per le dittature in crisi, la gente si distrae pensando alla pelle dei parenti e i regimi guadagnano tempo. Contava di cavarsela con poco, il generale Galtieri, quel macellaio fascista e sbruffone, essendo convinto che a Sua Maestà Britannica non importasse granché di quelle quattro isole dimenticate in fondo all’Atlantico. Grandissima cazzata. Gli Inglesi reagirono molto male. Tanto più che allora a Downing Street abitava nientemeno che l’Iron Lady, a sua volta bisognosa di un’occasione simbolica. Inutile dire che l’Argentina prese un fracco di legnate e in meno di tre mesi dovette rinunciare alle sue pretese. Il risultato politico fu notevole. La guerra delle Falkland ebbe il duplice effetto di contribuire alla caduta della junta e di far riguadagnare consensi in patria alla Thatcher. Lascio a voi il compito di stilare un bilancio della vicenda.

Noi Italiani facciamo fatica a capire quanto la bandiera, ad altre latitudini, sia una cosa seria. Me ne accorsi parlando della guerra delle Falkland con Aram, un amico armeno argentino («Medio armeno», e mezzo siciliano, precisava lui) che per qualche mese mi è capitato di ospitare:

« Ma avevate la dittatura!»

«No tiene nada que ver!»

E giù a tentare di spiegare che sì, lì c’era la dittatura, ma che in ogni caso gli Inglesi lì non ci dovrebbero stare, e che comunque gli imperialisti sono loro (oggi lo dice Chavez, lo dice Sean Penn, lo dice pure Morrissey, accidenti a lui, che continuasse a scrivere le canzoni che scrive, piuttosto…). La disputa non si è ancora chiusa, e se allora si trattò di una questione di bandiera, oggi Argentina e UK tornano a guardarsi in cagnesco per ragioni più concrete: pare che, oltre alle pecore, da quelle parti si trovi anche il petrolio.

Non che in una guerra qualunque manchino elementi di concretezza economica. Nell’82 l’Inghilterra era in piena recessione. Agli operai dei cantieri navali del Merseyside, rimasti senza lavoro negli anni precedenti, non doveva dispiacere quella nuova opportunità. Shipbuilding racconta proprio questa vicenda, tratteggiata nelle voci che corrono tra la gente: a rumour that was spread around town, si ricomincia a costruire navi. In quella canzone c’è tutta la malinconica contraddizione della guerra come effimera fonte di benessere per chi costruisce i suoi ordigni. La produzione e la distruzione che viaggiano assieme. Trent’anni dopo, mentre il mercantile e la crocieristica non se la passano troppo bene e nemmeno il più importante gruppo di cantieristica navale del nostro Paese viene risparmiato dalla crisi, le navi da guerra rimangono un articolo molto richiesto. Proprio Fincantieri sembra aver puntato molto sul settore militare: costruisce navi per la marina USA e per quella degli Emirati Arabi, ed è stata scelta dalla Marina Indiana (che volete che sia un piccolo incidente diplomatico) per la progettazione di sette fregate – vabbè, risparmiatevi la battuta…

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La fine di Osama Bin Laden

Confesso di non essermi granché emozionato di fronte alla fine di OBL. La sensazione è un po’ quella che si prova alla notizia della morte di una vecchia gloria del cinema o del teatro, ritiratasi da anni, dimenticata dai più. Mi auguro che l’esecuzione sul posto operata dai Navy Seals serva almeno a far rieleggere Obama, perché non la metterei tra i migliori esempi di rispetto del Diritto.

Premesso che non piango certo per la fine dell’arciterrorista, e semmai rimpiango che ci siano voluti dieci anni e due guerre inutili per arrivare a questa conclusione, mi sembra che l’episodio riapra ancora una volta la questione, sia giuridica che politica, della differenza tra una guerra e un’operazione di polizia. Alcune domande restano aperte: che status aveva Bin Laden, al momento della sua ‘scoperta’? Criminale di guerra soggetto a mandato internazionale? Combattente di un’esercito nemico al quale si applicano determinate regole d’ingaggio (leggi: sparare a vista)? Rimango in definitiva perplesso di fronte a quella che mi sembra si possa definire un’esecuzione sommaria

Quella qui sopra è l’autocitazione di un’email che ho inviato all’esponente radicale Michele De Lucia. Mi interessa l’opinione dei Radicali, ai quali ho dato a volte il mio voto (e coi quali rispetto alle faccende economiche mi trovo spesso in disaccordo). Credo siano l’unico movimento che abbia a cuore il concetto di legalità in questo paese. E amo la rassegna stampa di Massimo Bordin, naturalmente. La sollecita risposta di De Lucia mi conferma che secondo lui sarebbe stata auspicabile una cattura seguita da un processo.

E su Repubblica, anche il giurista Antonio Cassese, di sicuro più titolato del sottoscritto, solleva importanti obiezioni su quanto accaduto:

La terza violazione è quella di un principio fondamentale di civiltà giuridica. Uno Stato democratico non può trasformarsi in assassino, tranne che in due casi.

Anzitutto nell`ipotesi di violenza bellica in atto. Ma tra gli Usa e Al Qaeda non c`è guerra, né internazionale né civile; l`azione statunitense contro le reti terroristiche di Al Qaeda è solo azione di polizia che, se intende dispiegarsi a livello internazionale, ha bisogno della cooperazione delle forze dell`ordine degli altri Stati, gli Usa non essendo un gendarme planetario.Delresto, ancheinunaguerra internazionale il nemico può essere ucciso solo in campo dibattaglia, non a casa sua, tranne che si difenda con le armi, sparando e uccidendo; se sorpreso inerme nella sua dimora, va catturato e, se autore di crimini di guerra, processato.

Il resto dell’articolo lo trovate nella rassegna stampa del nostro beneamato governo.

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