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Elena Ferrante e la vergogna dei soldi

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Michela Murgia e Loredana Lipperini sono indignate. Maurizio Crosetti di Repubblica denuncia «La volgarità dello svelare il trucco», perché «di un autore conta solo il libro». Giusto, in qualche misura (almeno sinché l’autore non manifesti simpatie genocidarie). Le rivelazioni di Claudio Gatti de “Il Sole 24 Ore” non riguardano però i romanzi di “Elena Ferrante”, ma il mistero della sua identità, che fa, come dire, opera a sé. Un piccolo mistero, irrilevante per la maggior parte delle persone. Una pseudonimia nata non da gravi ragioni private o politiche – che non si danno in regime di libertà di stampa – ma come gioco, come esperimento, come stratagemma di marketing editoriale. L’industria culturale ha giocato, per l’ennesima volta, con la civiltà dell’immagine ed il suo apparente rovescio, essendo l’”Autor absconditus” la controparte dello scrittore-prezzemolino che ostende il suo corpo e comunica quotidianamente le sue irrinunciabili opinioni in TV. Ogni mistero contiene in sé l’invito ad essere svelato, e il gioco irresistibile attorno a “Elena Ferrante” doveva prima o poi trovare una sua conclusione. Non è stata quindi la rivelazione di quello che era del resto da tempo un segreto di Pulcinella a irritare tanti professionisti del mondo librario, no di certo. Il problema sta evidentemente nell’argomento al centro dell’inchiesta, nella prova stessa mediante la quale il “Sole” è giunto alle sue conclusioni: i quattrini. Michela Murgia denuncia «la tristezza di andare a frugare nei movimenti economici delle persone». Il fatto è che qui non si parla genericamente di «persone». Si parla di scrittori e, se è lecito fare i conti in tasca a un politico, a un dipendente pubblico, a un imprenditore o a un prelato, tutte figure alle quali l’opinione pubblica attribuisce sempre gravi contraddizioni e/o una qualche forma di debito nei confronti della collettività, allo scrittore no, non si può chiedere quanto guadagni. Non sta bene. In un paese cattolico afflitto dal complesso dello “sterco del demonio”, la vergogna provata nel sentir parlare pubblicamente del proprio denaro, non importa se guadagnato onestamente – cioè, nel caso specifico, nel modo più onesto che si possano realisticamente concedere uno scrittore e un editore – è tanto più forte quando la scarsella appartiene all’Autore di sinistra, impegnato a denunciare i guasti del neoliberismo e della “cultura del profitto”, mettendo in bella copia l’indignazione orecchiata in giro. È naturale che in casi simili scattino i meccanismi della difesa corporativa, ma dovrebbe ormai essere chiaro anche ai diretti interessati che se la stampa borghese trova ancora vantaggioso rinfacciare al comunista la barca a vela, all’attrice le speculazioni finanziarie o allo scrittore engagé la casa da 240 mq a Roma centro, è soltanto a causa della loro ipocrisia o, meglio, della loro incapacità di vivere serenamente le contraddizioni dell’appartenenza di classe, come si sarebbe detto un tempo. Se poi, volgendo un breve sguardo all’Opera, questa si rivela non il romanzo erudito foriero di gran dibattiti né il capolavoro di denuncia sociale, ma il risultato di un raffinatissimo lavoro di costruzione del bestseller in laboratorio, epurato da ogni urgenza – perché l’urgenza dello scrittore disturba gli editor, gli editori e ormai anche i lettori – e compilato già in traduttese, allora la vergogna diventa voglia di sprofondare, di scomparire, magari dietro a un altro pseudonimo.

N.d.a. una prima versione dell’articolo faceva riferimento a una presunta ma inesistente amicizia tra Loredana Lipperini ed “Elena Ferrante”. Su richiesta della Sig.ra Lipperini, il testo è stato corretto. La Sig.ra Lipperini comunica altresì di non riconoscersi affatto nella mia generica descrizione del letterato afflitto da “vergogna dei soldi”.

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La Costituzione, Christian Rocca e i nuotatori della marana

Che faccio, prendo il Corrierone? Sì, dai, il corrierone, bello spesso, tanta roba da leggere. Però fa caldo, e se poi c’è il corsivo di Falli della Roggia mi innervosisco, che fatica. Pure il formato non aiuta. E se invece prendessi un bel mégasin patinato? Un “Venerdì”? Quanto tempo è che non prendo “Il Venerdì” di Ripobblica? Bof. Alternative…eccola là. E’ il primo giugno ma tento ugualmente e chiedo il numero di maggio.
«Senti, ce l’hai ancora “IL“?»
«Il maschile?» fa l’edicolante.
«No, il mensile…sì insomma il mensile… di cultura del Sole 24 ore»
Proprio così, “di cultura”, gli dico. Giudicatemi male, me lo merito.
«Eh, “IL”, del Sole»
«Sì, ecco, “IL”», ribadisco, ma la scarsa lucidità del mattino, unita certo al clima atroce, da metropoli subtropicale, mi manda in confusione e il mio povero cervello traduce la definizione di “maschile” in immagini di automobili, playmate poppute e attrezzi da palestra. Essù, sveglia, giù dalle brande! “IL” maschile, nel senso di magazine-mensile-maschile. De cultura e politica e attualità, certo, semplicemente orientato in base al genere. Nel senso che questa pubblicazione si rivolge ai possessori di pene e testicoli. Me li tasto con delicatezza, mentre l’edicolante si gira per prendere la rivista. Sono al loro posto.
«Quant’è?»
«Te lo regalo, è il numero di maggio…e cosa vuoi che ti faccia pagare, 50 centesimi?»
Edicolante modello.
Bello, questo mègasin, graficamente. Da un punto di vista materiale, maschile ma non troppo virile, a dire il vero: in mano resta infatti un po’ molliccio, sarà per via della grammatura della carta e della rilegatura. Ma la sostanza pare buona, a giudicare dai nomi dei collaboratori. Prevale la parrocchia terzista-fogliante con le sue migliori penne, c’è Saviano con un articolone sulla violenza criminale in Sudamerica, e altre cosucce interessanti, mi sembra. Dico “mi sembra” perché purtroppo la rivista l’ho scordata sul tavolino di un bar dopo pochi minuti, e con quest’afa non ce l’ho proprio fatta a tornare indietro a prenderla. Qualcosa però ho fatto in tempo a leggerla. Un estratto dal prossimo libro di Luigi Zingales, il padovano di Chicago, ad esempio. E l’introduzione alla serie di articoli sulla Costituzione Italiana – cioè sulla supposta necessità di cambiarla – a firma del direttore, Christian Rocca. Rocca chi? Quello che va raccontando in giro da dieci anni la storiella secondo cui (il mio amatissimo) La Versione di Barney sarebbe stato portato al successo in Italia dal Foglio? Massì, lasciamoglielo pure credere, in fondo c’è qualcosa di teneramente infantile in questa millanteria. Non si riesce nemmeno a rimanere infastiditi dal ridicolissimo tentativo di fare della Versione una sorta di manifesto implicito dei nostri neo (e teo) con alla vaccinara. Tutta gente che si è fermata prima di leggere la postilla di Mike, al termine del romanzo, tutta gente che un giorno scoprirà la componente edipica del proprio posizionamento politico. E chi se ne frega di simili inezie, in fondo? Quando però gli stessi personaggi si mettono a scrivere di Costituzione, la faccenda si fa un tantino più seria. Perché va bene che siamo lettori curiosi del Foglio, che le utopie non ci piacciono e che la sinistra italiota ci fa pena, che semo tutti quanti open-minded, senza più dogmi (il mio, a dire il vero, ce l’ho ancora: i fascisti lo chiamano “dogma antifascista”), che saremmo curiosi di vedere un po’ di libero mercato in questo Paese, anche solo per vedere l’effetto che fa. Ma a tutto c’è un limite, signori, soprattutto alle cazzate. Vediamo un po’ che cosa ci racconta Christian – con l’acca – Rocca sulla Costituzione repubblicana. Innanzitutto dice che la nostra non è la Costituzione più bella del mondo. Il che ci può stare, perché no. Mica è caduta sul Sinai. Che ci spieghi il perché.

Nessuno nega che il testo del 1948 abbia svolto un compito importante e decisivo nell’Italia post fascista né che sia stato a lungo tutela e garanzia democratica di un Paese uscito malamente dalla dittatura mussoliniana. Ma dalla fine della Seconda guerra mondiale sono trascorsi sessantaquattro anni, e ventidue dalla caduta del Muro di Berlino.

Capito, la Costituzione non va più bene perché è vecchia.

Non che il problema sia l’anzianità della Carta. L’età non c’entra niente con la sua inadeguatezza.

Contrordine: non è un problema d’età.

Alcune Costituzioni, quelle nate nel modo giusto, addirittura migliorano con gli anni. La Costituzione americana, nata come esperimento democratico inaudito, è di due secoli fa ma ancora adesso è fresca come un fiore

La Costituzione Ammaregana, certo. Che è nata nel modo giusto, si suppone. Mentre la Costituzione Italiana è nata nel modo sbagliato. Cioè a dire, in che modo?

La Costituzione italiana è di un altro tipo: non è il prodotto di una rivoluzione democratica e liberale,

Certo che no, lo sappiamo.

non è frutto di una lotta di liberazione nazionale, ma è figlia di un particolare incrocio storico e politico post bellico.

Un particolare incr..I beg your pardon, sir:

“non è frutto di una lotta di liberazione nazionale”. Perché la Resistenza non fu una lotta di liberazione? Pare di no:

La nostra Costituzione è nata dalla devastazione di un Paese sconfitto e per molti versi è stata anche un ottimo compromesso ideologico che ci ha consentito di superare la Guerra civile e di allentare le tensioni tra i blocchi contrapposti. Se fino agli anni Settanta siamo stati l’unica democrazia del Mediterraneo,

Ma non mi dire. E Israele che fine ha fatto? Ah già, ce ne ricordiamo solo quando serve a mettere in piedi qualche polemica. (Sull’esistenza della Francia mediterranea potrei dilungarmi ma non lo farò)

un Paese capace di superare la drammatica stagione del terrorismo rosso e una nazione in grado di ridurre a triste caricatura i tentativi di golpe della destra, il merito è anche di quel testo redatto dai Padri fondatori della nostra Repubblica.

Del terrorismo e dell’eversione di destra – quella delle bombe – non rimane nulla, nella sintesi di Rocca. Resta soltanto la “triste caricatura” dei golpe stile Vogliamo i colonnelli. Ma non ci lamentiamo, in fondo Rocca riconosce qualche merito ai Padri fondatori. Purtroppo non basta:

Oggi però non è più così. Siamo tutti consapevoli che la Costituzione del 1948 non è più all’altezza della situazione.

Tutti consapevoli, dice. Ma di che altezze – o bassezze – parla? Che abbia deciso di spiegarci finalmente il perchè?

Altrimenti non si spiegherebbero i tentativi di cambiarla, compresi quelli recentissimi di Alfano, Bersani e Casini

Alfano. Angelino Alfano. Quello del Lodo…Scusate, mi ero distratto. Dice Christian Rocca: la Costituzione non va più bene perché altrimenti nessuno avrebbe tentato di cambiarla. Quando il pragmatismo anglossasone incontra la caponata di melanzane. So impressive.

Non spetta a IL entrare nel merito dei principi e delle regole da cambiare nella Costituzione. Rientra però nei compiti di una rivista di attualità ribadire che la Costituzione va cambiata, ok, ma non a spizzichi e bocconi, non rubacchiando una norma alla Quinta repubblica francese e il resto al cancellierato tedesco o al presidenzialismo degli Stati Uniti. Le Costituzioni non nascono a tavolino. [?] Il tentativo di migliorare la Carta con interventi rapsodici e successivi è stato il grande errore di questi anni. A confusione si è aggiunta confusione. A problemi si sono sommati altri problemi. Qualche miglioramento c’è anche stato, ma a danno di una visione di insieme, di un sistema coerente, di regole chiare.

Il titubante avvoltoio gira attorno alla carogna ma non si posa. Rocca parla poi di legge elettorale, del ruolo del Presidente – che di fatto, dice Rocca, conta già più di quanto non dica la Costituzione, e quindi tanto vale diventare una repubblica presidenziale. Ma quello che veramente non gli va non ce lo vuole dire. Lo fa dire al ben più navigato Piero Ostellino. Non oseranno prendersela con Ostellino, pensa Rocca.

Se il problema fosse soltanto quello del funzionamento degli organi costituzionali, non saremmo neanche messi male. Piero Ostellino sostiene da anni, pressoché solitario, che la causa principale del ritardo del nostro Paese sia la struttura socio-economico-costituzionale ancora collettivista, dirigista, corporativa. Abbiamo un ordinamento giuridico che non si fonda sull’individuo ma sul lavoro, su un’astrazione collettiva stabilita dall’articolo 1 della Carta. Secondo Ostellino sono i principi della Costituzione, ancora più che le regole, a essere superati. Difficile dargli torto.

Eccoci qui, dove volevamo arrivare sin dall’inizio. Naturalmente, degli orientamenti sociali della Costituzione o della “modernizzazione del Paese” non frega nulla a nessuno dei cosiddetti liberali che scrivono su IL. La propaganda in favore di una riscrittura radicale della Costituzione è stata in questi anni uno dei più remunerativi lavori su commissione presi in carico dai pennivendoli terzisti, dotati o meno di qualche competenza in materia. L’obiettivo è produrre e diffondere la volgare falsificazione secondo cui la carta del ’48 sarebbe una sorta di porcheria totalitaria, mezza cattocomunista e mezza fascista, che è dovere di ogni “liberale” contribuire a riformare. Che i liberali propriamente detti avessero contribuito a scriverla, quella costituzione, che i veri liberali oggi la difendano, è del tutto irrilevante. Un Berlusconi defilato ha reso ancora più semplice il compito dei pennivendoli, i quali riescono persino a mettere da parte la loro vis polemica. Almeno sinché parliamo di riforme costituzionali, s’intende. Perché ci son cose molto più serie di una costituzione repubblicana, di fronte alle quali è tuttora impossibile mantenere l’aplomb. Ad esempio, come si fa a mantenere l’aplomb parlando dei soliti magistrati rompicoglioni? E come si fa a rimanere sereni parlando di calcio, l’unica grande ossessione nazionale? Non si può. E se poi i magistrati tornano ad occuparsi di calcio, no, dico, come si fa a mantenere l’aplomb?

«Di nuovo, non so se Buffon scommettesse. So, però, che in Italia c’è il fascismo.»

Nel frattempo è arrivata l’estate. A sguazzare nella marana pseudoliberale, cercando un po’ di refrigerio, cercando di recuperare la serenità perduta, troviamo tutti i nostri opinionisti Ammaregani, da Christian Rocca a Pigi Battista. Hanno timore degli scherzi e fanno il bagno vestiti.

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