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Basta un poco di zucchero e il fascismo va giù

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Sono molti i vantaggi dell’essere – immeritatamente – ospitati da una testata giornalistica con tanto di direttore responsabile senza far parte della corporazione e senza la minima intenzione di entrare a farne parte. Il primo fra tutti consiste nella possibilità di non rispettare quel codice etologico proprio del branco giornalistico, quello per cui la scorreggia del maschio alfa viene aspirata forte come gli incensi della Pizia. Un comportamento che si ripete ogni mattina con la lettura dei vari intercambiabili buongiorni somministrati dai giornaloni. «Uno straordinario Gramellini», «uno strepitoso Serra», «un meraviglioso Cazzullo (no offence!). La cortesia tra colleghi è diventato ormai un microgenere imitato dal lettore più fedele, che un tempo poteva comunicare la sua approvazione alla grande firma soltanto a mezzo posta, mentre oggi gli sono sufficienti poche mosse di pollicione sullo schermo dell’Iphone – col quale ha cura di fotografare il colonnino oggetto di lode, come prova dell’avvenuto acquisto del giornale. La promiscuità tra giornalisti e lettori fa sì che, oltre alle lodi, non manchino le critiche o gli insulti. Ai viventi come ai morti. Persino ai morti intoccabili, signora mia, persino alla figura – deificata già in vita, quindi configurasi il reato di bestemmia – di Indro Montanelli da Fucecchio.

Ecco quindi che scorrendo i rotoloni dei social network, uno dei più autorevoli tra i buongiornisti, Mattia Feltri, si imbatte in una di quelle polemiche-lampo che per 48/72 ore investono la Rete. I «rabdomanti di Internet», così li definisce Feltri, hanno scoperto che l’Indro in Etiopia comprò una dodicenne e ora gli danno del fascista, dello schiavista e del pedofilo. Stavolta il buongiorno risulta un po’ amaro, un po’ perché – immaginiamo – l’Indro era uno di famiglia, un po’ perché la bestemmia fa male. Le prodezze coloniali di Montanelli sono note da lungo tempo, ed è solo un caso che la vicenda sia diventata virale, assieme al Buondì Motta o alla partita di pallone, specie tra chi di Montanelli sapeva poco, perlopiù i giovanissimi, quelli che non leggono libri né giornali, ma «si informano» dai social. «Ogni biografia è rivisitabile lì per lì, perché di ogni biografia nulla si sa, la biografia non esiste», scrive Feltri in un passaggio di vasta portata anche filosofica, e di certo né ciò che resta dei quotidiani né fessbook sarebbero il luogo adatto per emettere giudizi. E tuttavia i fatti, i fatterelli di un uomo fatto che adora il Dvce e parte per fondare l’Impero e compra una bambina come schiava sessuale, rimangono. La biografia quindi esiste, al di là del giudizio. E fa specie che proprio un buongiornista razionale, nemico del populismo delle fake news e dell’ignoranza dilagante possa risentirsi se, per una volta, dei cittadini poco informati vengono a conoscenza di un fatto acclarato, un fatto che dice molto del nostro passato di nazione, più ancora che della biografia di Montanelli.

Si dirà: i giudizi sommari e i linciaggi da social sono appunto tra le più tipiche manifestazioni del populismo odierno. Verissimo. Ma allora i professionisti dell’informazione dovranno ammettere – e i più onesti di loro lo fanno – che ultimamente i fronti dell’opinione si sono alquanto confusi. I social sono in effetti una chiavica da cui ci terremmo ben lontani se solo avessimo risorse materiali, morali e intellettuali sufficienti. Quando però leggiamo grandi editoriali indignati per il razzismo, il fascismo e l’analfabetismo di ritorno, non possiamo che scuotere la testa e pensare alle grandissime facce di tolla di Massimo, Mattia, Michele, Aldo e dei loro stimati direttori. La Rete, descritta per anni come il killer della stampa quotidiana, è da tempo il suo polmone d’acciaio. Dalla Rete e dai social in modo particolare, le redazioni, attraverso schiere di stagisti, attingono il materiale per confezionare le edizioni online, e non solo. Cadaveri maciullati o gattini pucciosi, va bene tutto per tenere in vita i giornaloni bandiera del ceto medio riflessivo, anche una spruzzatina di razzismo, se necessario, naturalmente edulcorata dallo zuccherino dei buongiornisti. È comprensibile che i monopoli editoriali diversifichino l’offerta – se il Paese ora è preso dalla paranoia xenofoba, tocca titillare un po’ quella paranoia. L’obiettivo potenziale è coprire tutto il mercato delle idee, e siccome di copie se ne vendono pochine e gli inserzionisti vogliono il web, al gazzettiere tocca semplificare e ridurre l’informazione a una sequenza di stimoli pavloviani. L’importante è acchiappare click su click. Intanto questa cosa sull’islamico la pubblichiamo. Poi pubblicheremo la smentita. Se ce ne sarà l’occasione. Se ce ne ricorderemo. Se ci converrà.

Oltre alle esigenze commerciali, esiste poi il legame di servizio con l’establishment. La linea securitaria del PD ha bisogno di una cassa di risonanza, «l’Unità» è morta, il nuovo house organ ufficioso del partito, «Il Foglio», è roba per pochi, per cui saranno i grandi quotidiani a dare una mano. Negli ultimi mesi questo schema è emerso con sufficiente chiarezza. La leggenda nera sulle ONG, come non accade(va) con le altre fandonie complottiste, è stata ripresa dai quotidiani nazionali con scientifica oculatezza. Gradualmente, senza esagerare. Un colpo al cerchio – i sospetti sulle organizzazioni umanitarie – e uno alla botte – la tragedia dei migranti. A strappare una lacrimuccia al buon borghese per l’affondamento dei poveri negretti ci pensa il buongiornista. Il quale però, alla bisogna, si presterà a riequilibrare la percezione generale – due righe sull’incompatibilità della cultura d’origine del negro stupratore con la nostra, un plauso al governatore della Libia Minniti – sempre in tono dolente da «triste necessità», sia chiaro. Così forse non si formano le opinioni, ma le si rende socialmente accettabili. A ben vedere, comunque, in tema di immigrazione le differenze tra establishment e popolazzo non sono poi così grandi. L’egoismo di fondo è lo stesso, la paura di perdere «la roba» (tanta o poca che sia, non fa differenza) è la stessa. I meccanismi sottostanti sono diversi, ma complementari, come ruote dentate che si muovono in versi opposti facendo funzionare lo stesso ingranaggio. Gli apprezzamenti di Monti a Giggino Di Maio – segnale del definitivo sdoganamento del M5S presso l’establishment – sono un buon esempio dell’andazzo attuale.

Celebriamo quindi la rinnovata unione tra «casta» e cittadini comuni. Fra una ventina d’anni, quando anche questo ciclo politico sarà concluso – sperabilmente senza una guerra di mezzo – non sarà difficile ricostruire le tappe del disastro. Ma siccome sarà stata colpa di tutti, nessuno avrà voglia di farlo. Come quell’altra volta.

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Quando furono in mezzo al mare

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Quando furono in mezzo al mare
il bastimento si sprofondò

Pescatore che peschi i pesci
la mia figlia vai tu a pescar

Pescatore che peschi i pesci
la mia figlia vai tu a pescar

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Dolce Fortezza Europa

Mentre l’ignavia europea lascia languire la rivoluzione in Libia e il Cav. continua nei suoi tentativi di sfuggire ai processi, per distrarre l’italiota medio viene proiettato il vecchio filmino sull'”emergenza immigrazione”. Come scenario (quasi à la Antonioni!) l’estrema propaggine insulare della malconcia Repubblica, già bersaglio dei missili di Gheddafi un quarto di secolo fa, oggi palco per l’ennesimo show del Caimano e simbolo di una vergogna nazionale, quella dei Centri di Identificazione ed Espulsione.
Sulla vergogna dei CPT/CIE non si dirà mai abbastanza. L’esistenza di quei campi è un’onta per ogni paese che si definisca civile e lo è persino per un paese incivile quale l’Italia berlusconizzata. Anche senza ricorrere ai discutibili papiri di Agambenuccio nostro, L’idea che lo spostamento in massa di esseri umani inermi possa essere ‘gestito’ con il concentramento degli stessi ha in se qualcosa di malato, e certamente risulta funzionale, se non ad un’ideologia globalmente diffusa, almeno agli squallidi interessi di una “classe dirigente” fatta di s t r o n z i.
L’industria della crisi e delle emergenze vere o finte è come sappiamo una voce stabile dell’economia nazionale. Lo stato emergenziale, o meglio la percezione dello stesso, ha un valore d’uso politico altissimo in campagna elettorale e  la campagna elettorale in Italia comincia durante lo spoglio delle schede, non finisce mai. Ma oltre all’uso politico c’è quello puramente economico. Il cittadino onesto, preoccupato per la robba e la virtù della figliola, minacciate entrambe dagli sbarchi dei pirati barbareschi, non si interessa di queste cose. Non si indigna per i CIE, ma forse nemmeno sa quale sia l’indotto gravitante attorno all’ingabbiamento, all’identificazione e all’espulsione di questa gente.
(Ministro Testicoli, se proprio li vuole rinchiudere, questi migranti, anziché nelle tendopoli dentro al filo spinato, li sistemi nelle caserme dismesse. Ho capito che le dobbiamo tenere da parte per le prossime pappate degli speculatori ma nel frattempo usiamole no? Lo faccia sapere al suo collega Ignazio, il mulo parlante, che ne ha la competenza. I miei rispetti.)

E con la parte istituzionale abbiamo chiuso. Ma dei nuovi arrivati che possiamo dire?
L’impressione, confermata dai fatti, è che le migliaia (migliaia, non milioni…) di ragazzi tunisini non si vogliano fermare nel Bel Paese ma vogliano semmai raggiungere la Francia e i paesi del Nord Europa.
E’ possibile che di questo i nazileghisti siano contenti, convinti di essere riusciti nel miserabile intento di mostrare l’Italia quale paese inospitale. Purtroppo per loro non possono cancellare per decreto la posizione geografica dello stivale, che ne ha fatto per secoli un’ideale banchina di transito tra Europa e Mediterraneo. Quindi i migranti continuano ad arrivare, seppure per non fermarsi. E in ogni caso i Francesi li rispediscono a Ventimiglia senza tanti complimenti.

Non tutte le ondate, o mini-ondate migratorie sono uguali. E’ certo che i settanta eritrei che hanno perso la vita tre giorni fa sfuggivano alle violenze in Libia, come le altre vittime della notte scorsa,  in quella che sempre più spesso si rivela una traversata mortale. Ma da cosa sfuggono i giovani tunisini che arrivano a Lampedusa? E’ difficile riconoscere uno status preciso a questi ultimi migranti: sono richiedenti asilo? No, e il paradosso è vederli partire da un paese in cui si è appena svolta una rivoluzione, la meglio riuscita, finora, tra quelle che interessano il Mondo Arabo. “perché se ne vanno proprio ora?”, verrebbe da chiedere ingenuamente.
La risposta più interessante è forse quella di Gabriele Del Grande, che da anni si occupa di narrare le storie delle migrazioni dal Sud del Mondo verso la Fortezza Europa. Prendendo spunto da un popolarissimo brano hip-hop algerino, Partir loin, forse meglio che attraverso centinaia di report socioeconomici, è possibile capire cosa spinge le decine di migliaia di giovani nordafricani ad attraversare il canale di Sicilia:

Vogliono viaggiare. Il perché, sono fatti loro. Dopotutto viaggiare non é un’esclusiva dei disperati, ma al contrario è una parte imprescindibile della vita di ogni ragazzo nel mondo globale di oggi. Se non fosse che le nostre ambasciate da anni vietano a tutta una generazione in Africa di poter viaggiare legalmente con un visto sul passaporto.
[…]
il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo.

Beh, che dire: sottoscrivo.

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Stronzoooooh!

L’Assessore regionale (“Identità veneta, Protezione civile, caccia, flussi migratori, semplificazione amministrativa, devoluzione ai Comuni e alle Province, antincendio boschivo” ) Daniele Stival propone di fermare i profughi nordafricani «col mitra».

Lo sciacquone è azionabile via e-mail: daniele.stival@consiglioveneto.it

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“Un giorno senza di noi”

Un piccolo promemoria per i tre o quattro lettori del blog: domani è il 1 marzo e c’è lo sciopero dei lavoratori stranieri. E’ una buona idea, che naturalmente non nasce in Italia, ma al di là delle Alpi. (Non che le buone idee nascano soltanto in Francia, anzi. Ma sappiamo dove, generalmente, non nascono). Un giorno senza di loro, per vedere l’effetto che fa, in paesi in cui gli immigrati, “regolari” o meno, producono parti consistenti del PIL (il 7% in Italia). Che siano essenziali per la vita economica lo dicono tutti, a partire dalle imprese. Anche e soprattutto per chi fa profitti col sommerso. Non lo dicono, ma lo pensano, i sostenitori dell’ideologia securitaria, ossia le merdacce che raccolgono voti dopo aver diffuso paura e pregiudizio razzista. Un primo segnale per questi filistei, se non altro, anche se i dubbi sull’efficacia della mobilitazione rimangono. Da un lato, i sindacati non partecipano perché contrari a scioperi ‘separatisti’ e perché costretti a contendersi coi leghisti gli ultimi residui di classe operaia autoctona (ma questo non si dice…). Pure i COBAS contestano l’iniziativa ma, per motivi di opportunità politica, indicono uno sciopero generale coincidente. Dall’altro, i tanti lavoratori non sindacalizzati, tra autonomi e “atipici” – per non parlare degli schiavi senza permesso di soggiorno impiegati nell’agricoltura e nell’edilizia – non possono materialmente permettersi di scioperare. Le voci delle varie comunità straniere non sembrano granché favorevoli, stando a quanto si legge su Assaman, la rivista diretta da Pap Khouma. Va detto comunque che quello di domani non è un vecchio sciopero operaio. Si può aderire non soltanto astenendosi dal lavoro, ma anche dal consumo, dalla fruizione dei servizi pubblici e in generale dalla partecipazione alla vita del paese. In particolare, le famiglie degli immigrati dovrebbero, per un giorno, tenere i figli a casa da scuola. Quest’ultima cosa mi lascia perplesso. Sono convinto che saranno anche quei ragazzini a cambiare questo paese ed eventualmente il mondo, ma devono farlodi loro iniziativa, quando saranno cresciuti.

Nel frattempo, per quello che può valere, io domani porterò il mio bel nastro giallo.

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