Eroe o criminale di guerra, a seconda dei gusti

Lo ammetto, pur avendo felicemente abbandonato da un anno e mezzo tutti i social media – instagram compreso, quindi superando i miei propositi iniziali, ogni tanto mi capita ancora di sbirciare. Con Twitter si può, e Twitter rimane lo strumento più utile per farsi un’idea del dibattito in rete o, meglio, delle tante echo chamber che formano la cosiddetta opinione pubblica. Lo faccio forse un paio di volte a settimana per non più di dieci minuti e la nausea che provo mi salva da ogni possibile ricaduta. Parto generalmente dagli hashtag relativi alle tre o quattro principali notizie che mi interessano, sperando di trovare almeno un link interessante. Se non lo trovo, ho comunque avuto la conferma che mollando la social-chiavica ho fatto la cosa giusta. Stamattina, conoscendo la grande passione dei twittaroli italiani per le vicende mediorientali, ho cercato subito le reazioni all’uccisione del generale dei pasdaran Qasem Soleimani, individuando i soliti tre filoni d’opinione principali. Il primo è rappresentato dagli indignati di vario orientamento: fascisti o stalinisti, tutti accomunati dall’antiamericanismo e dal nuovo (vabbè…) collante del sovranismo, che in Italia guarda comunque più a Putin che a Trump. Vengono poi i sinceri democratici giustamente preoccupati per la rappresaglia iraniana a quello che in molti hanno già definito “un nuovo attentato di Sarajevo” – oltre a #soleimani, sembra essere di tendenza anche l’hashtag #WWIII. Assolutamente minoritari, si aggiungono gli entusiasti, generalmente di area fogliante/neocon alla vaccinara. Queste le opinioni, che forse non tengono in considerazione alcuni fatti, a partire dalla figura stessa del morto. Chi era Qassem Soleimani? Di certo possiamo dire che non si trattava dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo-Este, ma del comandante della brigata Al-Qods, forza di operazioni speciali all’estero facente parte delle cosiddette Guardie della Rivoluzione. Al-Qods è un po’ reparto d’élite dell’esercito e un po’ servizio segreto e il suo compito principale è quello di addestrare, armare e consigliare tutti i gruppi terroristici e paramilitari islamici (e no) politicamente vicini all’Iran in Medio Oriente e nel resto del mondo. Hezbollah, per intenderci, è legato ad Al-Qods, ma anche i Colectivos del Venezuela di Maduro, creati a partire dal modello dei basij – altra milizia dei pasdaran formata da giovani squadristi in motocicletta. L’obiettivo di questi signori è ampliare la zona d’influenza del regime degli ayatollah, fomentando le divisioni settarie che in Medio Oriente non mancano, mettendo lo zampino in ogni area interessata dalla fitna sciita-sunnita – o, più prosaicamente, ovunque Iran e monarchie del Golfo vadano, perlopiù indirettamente, a incornarsi. Ovviamente, di Al-Qods non si sente granché parlare dalle nostre parti, mentre troverete un’infinità di cretini pronti a raccontarvi le malefatte vere o presunte del Mossad. Al momento, la narrazione prevalente è quella per cui Trump, a dispetto del suo dichiarato isolazionismo, avrebbe deciso di punto in bianco di iniziare una guerra contro l’Iran, il quale Iran si farebbe pacificamente i fatti suoi e non starebbe lavorando da tempo a prendere il controllo dell’Iraq attraverso le decine di milizie sciite alle dirette dipendenze della Guida Suprema Ali Khamenei. Per quanto ribrezzo possa fare Trump, i fatti sono questi, ma si sa, i nostri antimperialisti non riconoscono alcun imperialismo a est del meridiano di Greenwich. Facciamo un passo indietro. Oltre che l’Iraq, dove l’Iran aveva già messo un piedino durante la disastrosa guerra di Bush, negli ultimi dieci anni il teatro di operazioni più importanti per Solemaini e i suoi tirapiedi è stata ovviamente la Siria. Nel corso della guerra civile, hanno costituito una presenza cruciale, sia direttamente che indirettamente, con Hezbollah e le varie milizie sciite – composte in gran parte da profughi afghani ai quali la generosa teocrazia iraniana ha promesso la cittadinanza e cinquecento dollari al mese in cambio dell’arruolamento. Già nel 2011 l’Iran giocò un ruolo importante nella repressione delle proteste contro Assad, sia con la violenza materiale che con la cyber-propaganda. Detto per inciso, a beneficio dei distratti: in questi anni si è compiuto il crimine collettivo più odioso che un popolo in cerca di libertà possa subire. Oltre alle cluster bomb di Assad e ai raid aerei di Russia e Iran, ai siriani sollevatisi contro il despota è toccato di subire l’incessante opera di diffamazione operata dal Cremlino e dai suoi mandatari, anche sotto forma di utili idioti dediti al leak-journalism. Ci sono voluti un po’ di anni, ma la manovra è riuscita perfettamente e i ribelli della Free Syrian Army sono stati identificati dall’opinione pubblica occidentale, e segnatamente italiana, con i tagliagole dell’ISIS, mentre Assad – che ha sostanzialmente creato l’ISIS in Siria come geniale diversivo, liberando centinaia di islamisti radicali dalle galere siriane proprio all’inizio della rivoluzione – è considerato un leader nella guerra contro il terrorismo e il compianto Soleimani è ora un martire a cui dovremmo secondo alcuni twittaroli rendere omaggio. Senza voler giustificare alcunché e certamente nella speranza che in questo 2020 non ci aspetti la terza guerra mondiale, mi domando tuttavia cosa nascerebbe da uno scambio franco e aperto – faccia a faccia, non davanti a uno schermetto – tra queste persone e le centinaia di migliaia di siriani che in questo momento stanno festeggiando la morte di un assassino.

Perché l’accordo con l’Iran non è una nuova Monaco

In momenti come questo mi piacerebbe scrivere a Mario Nordio, mio vecchio docente di Storia e Istituzioni dell’Asia, per evitare di dire troppe stupidaggini e magari per rubargli qualche intuizione. Purtroppo il professore ha lasciato questo mondo disgraziato cinque anni fa e tutto quello che vi posso proporre è quanto segue. Premessa numero uno: a Losanna il gruppo “5+1” dei negoziatori impegnati sulla questione del nucleare iraniano non ha concluso ancora nulla, tutto si giocherà al momento di concordare i dettagli tecnici, quando, in caso di esito positivo, l’accordo verrà firmato. Il termine è fissato al 30 giugno, fino ad allora tutto rimane com’è.

Premessa numero due, ad uso degli isterici Obama-haters: francamente non tengo in gran conto le differenze, che pur esistono, tra la parte “moderata” delle gerarchie religiose al potere e le squadracce dei guardiani della rivoluzione da cui proveniva il maledetto Ahmadinejad, e vorrei che il regime degli ayatollah cadesse oggi stesso. Questo desiderio è lo stesso di milioni di Iraniani, che riescono a tollerare il regime soltanto cercando di ritagliarsi spazi di libertà privata lontano dagli sguardi degli occhiuti basiji e che di fronte alle uscite dei loro leader sollevano gli occhi al cielo.

Se gli Iraniani hanno festeggiato per strada alla notizia dell’accordo, non è certo perché la loro massima aspirazione sia che l’Iran diventi una potenza nucleare. La maggioranza degli Iraniani spera semplicemente che la loro vita, già sottoposta alle sanzioni morali del regime, non subisca più quelle materiali imposte dal mondo libero, e cioè che la loro vita quotidiana diventi un po’ meno complicata. L’embargo cui tra inasprimenti e attenuazioni, è sottoposto l’Iran nell’ultimo decennio ha infatti colpito soprattutto loro, più che il detestabile regime teocratico in cui vivono.

Mi si risponderà che nessuno ce l’ha col popolo iraniano e che qui il problema principale è un altro, qui si sta parlando di evitare che uno stato canaglia si doti di armi nucleari che permetterebbero ai suoi più fanatici rappresentanti di replicare la Shoah premendo un bottone. Difficile ragionare a mente fredda di fronte a immagini simili. Ma se smettiamo di farlo, tanto vale andare al poligono e imparare ad usare un arma. Perché l’«armiamoci e partite» di certi falchi da scrivania è davvero la posizione più miserabile che si possa tenere. Io, per ora, preferisco cercare di analizzare il problema, guardando ai fatti.

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni crescenti all’Iran subito dopo la rivoluzione islamica e fino agli anni ’90 in risposta al sostegno iraniano a Hezbollah e al terrorismo internazionale. Risultato: in trentacinque anni, l’Iran ha continuato ad estendere la propria influenza su Siria e Libano, ha finanziato la Jihad islamica palestinese e ha fornito i razzi coi quali Hamas bersaglia Israele da Gaza. Sul versante del contrasto al nucleare iraniano, dal 2006 ad oggi, alle sanzioni americane si sono aggiunte quelle previste da quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dal 2010 altre dell’UE. Risultato: in dieci anni, nonostante le sanzioni, il numero di centrifughe destinate all’arricchimento dell’uranio è passato da poche centinaia a circa 19 mila. Stando ai fatti, quella delle sanzioni non sembra quindi una storia di successi.

I falchi naturalmente rispondono che l’embargo – peraltro già attenuato nel 2014 – non ha funzionato soltanto perché troppo morbido. «Ci vogliono le bombe!», se non altro per distruggere le centrali in cui l’uranio viene arricchito. Peccato che, visto il numero dei siti nucleari, molti dei quali non identificabili, una soluzione chirurgica come quella usata da Israele, che nel 1981 bombardò il reattore iracheno di Osirak, sia ormai impraticabile. La campagna di raid aerei necessaria per il caso iraniano porterebbe il problema del nucleare in secondo piano, perché a quel punto saremmo passati direttamente alla terza guerra mondiale.

Eliminata subito l’ipotesi Stranamore, si potrebbe pensare di inasprire ancora le sanzioni, continuando ad ignorare la realtà. Ciò che doveva tradursi in isolamento internazionale, nel mondo multipolare è diventato un cambio di baricentro. Ostacolare l’esportazione di prodotti petroliferi ha semplicemente fatto sì che la Cina, divisa in modo ambiguo tra le sanzioni occidentali e la voglia di contare in Medio Oriente, abbia potuto crearsi riserve enormi di greggio iraniano approfittando dei prezzi ribassati. Anche per quanto riguarda l’import, gli effetti collaterali sono maggiori di quelli deliberati. L’Iran è tra i primi esportatori di greggio ma importa il 40% di gasolio e benzina dall’estero perché non ha abbastanza raffinerie per produrli in loco. Così il regime, per rispondere alla domanda interna, ha creato un gran numero di piccole raffinerie improvvisate nelle città, ora più inquinate che mai.

Gli effetti delle ultime sanzioni all’Iran non sono stati uniformi, anche se in generale si può dire che abbia colpito i più poveri e soprattutto il ceto medio, non certo la classe dirigente. Il blocco delle transazioni bancarie ha sfavorito gli scambi anche individuali con l’estero, quello delle tecnologie informatiche, nell’era della Rete essenziali alla stessa opposizione e agli attivisti per i diritti civili, ha in certi casi generato l’effetto paradossale di sommarsi alla censura del regime. C’è da chiedersi se indebolire la società civile sia la mossa più intelligente per portare l’Iran a un regime change spontaneo. Perché, forse ingenuamente, credo che questo debba essere l’obiettivo finale delle democrazie, quando si parla di Iran, più che una temporanea e comunque incerta garanzia di denuclearizzazione.

Una società civile giovane – l’età media nel 2014 era di 28 anni – e largamente istruita, con contatti sempre più stretti con una diaspora numerosa e ben introdotta in Europa e Stati Uniti, lontanissima dal fanatismo, aperta al mondo ma compressa nella gabbia di una teocrazia, dovrà essere nei prossimi anni uno dei soggetti principali della pacificazione in Medio Oriente, questo lo dicono i politologi ma lo pensano tutte le persone di buon senso. Rendere la vita difficile a queste persone li renderà solo inerti rispetto al regime. La storia degli embarghi nei confronti delle dittature e dei totalitarismi dovrebbe insegnare qualcosa.

In tutto ciò, la minaccia del “califfato” di Daesh è per molti la ragione per cui Obama avrebbe “ceduto all’Iran”. L’idea di dover dipendere dai preti in turbante nero per sconfiggere lo Stato Islamico non è esaltante, ma non credo che Obama abbia ceduto alcunché o che si sia rivelato un nuovo Chamberlain, né credo che abbia “voltato le spalle ad Israele”, come qualcuno ha scritto anche qui, e tremo al pensiero del prossimo repubblicano alla Casa Bianca. L’unica cosa di cui sono certo è che il Medioriente è un posto tremendamente complicato, in cui ogni mossa azzardata può causare disastri. È come quando cerchi di appendere un quadro al muro, il chiodo non buca, si storce, tu insisti a martellare e l’intonaco viene giù a pezzi. Ecco, a un falco non farei appendere un quadro, figuriamoci gestire il caos mediorientale. Come si suol dire, abbiamo già dato.