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Perché, quando parlano di Islam, i nostri “liberali” assomigliano a Trump?

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Cadavere chiama commento. Dopo Nizza (come dopo Dacca, Orlando, Bruxelles, Parigi…) non possono mancare gli sciacalli à la Salvini, gli psicolabili cospirazionisti, i sonnambuli della Vera Sinistra che sanno solo ripetere la filastrocca sulle «diseguaglianze crescenti». Non manca proprio nessuno, nemmeno il sottoscritto, commentatore part-time di nessuna rilevanza. Il gruppo più numeroso, sui social come al bar, è però sempre quello dei falchetti da scontro di civiltà. Quelli che attribuiscono ogni nostro male al «buonismo di sinistra», i neoconservatori alla vaccinara, i foglianti, i teorici dell’”armiamoci e partite”. Tra i proclami lanciati da questo vasto schieramento – che è morale prima che politico – il primo in cui sono incappato, spigolando il Twitter stamattina, è il seguente:

«In un’Europa normale oggi, in tutte le moschee, sarebbe obbligatorio sentire leggere un comunicato di condanna per Nizza, pena la chiusura»

Un’uscita simile, al netto dello stile, potrebbe provenire da Matteo Salvini o da Donald Trump, non da un giornalista serio come Goffredo Pistelli di «Italia Oggi». In questi casi ormai non mi azzardo più ad usare l’argomento dello Stato di diritto e della libertà religiosa. Per i nostri liberali si tratta infatti di quisquilie derogabili alla bisogna. (Siamo o no sotto attacco, per Dio?!, come direbbe Giuliano Ferrara). Credevo almeno che i tre lustri passati dall’11 settembre sarebbero bastati all’Ordine Dei Giornalisti per fornire ai suoi iscritti i primi rudimenti dell’islam, religione tutt’altro che monolitica, priva di un clero propriamente detto e di autorità riconosciute da tutta la Umma. Mi sbagliavo. Pazienza, dove non può la cultura, possono forse la logica e il buon senso: per la maggior parte, i “lupi solitari” jihadisti di questi ultimi tempi non sono grandi frequentatori di moschee, quanto compulsivi navigatori della Rete. E se nemmeno le censure saudita, iraniana, russa o cinese riescono ad impedire ai propri cittadini di accedere al libero universo web occidentale, figuratevi cosa dovremmo diventare noi liberaldemocrazie per impedire al sociopatico di turno di venire indottrinato via whatsapp dal tagliagole islamista. Nel corso dello scambio su twitter, in difesa di Pistelli interviene un nostro follower comune: in sintesi, mi ricorda che dovremmo tagliare i rapporti con i Paesi del Golfo, finché non rispetteranno le altre religioni come noi rispettiamo l’islam. Dovremmo smetterla di fare affari coi principali sponsor di Daesh! Occidente, svegliati! Una delle disgrazie più grandi che sia capitata all’umanità nell’ultimo mezzo secolo è in effetti la dipendenza energetica da paesi in cui la versione più retriva dell’Islam è legge. Come sarebbe stato diverso il mondo, se tutto il petrolio si trovasse in Scandinavia anziché sotto il culo degli sceicchi wahabiti! Purtroppo è andata diversamente. Come si possano interrompere da un giorno all’altro i rapporti con i petrolieri arabi, i nostri crociati non lo spiegano. Qualcosa però mi dice che, dalle parti di «Italia Oggi» e «Milano Finanza», non tutti siano dello stesso avviso, almeno da quando il fondo sovrano del Qatar si è comprato il nuovo skyline della capitale morale d’Italia. Forse l’islamofobia non c’entra nulla, a ben vedere. I liberali son gente pragmatica, ecco tutto. Sanno che è più facile mettere i sigilli a un capannone uso moschea in periferia che non ai bei grattacieli di Porta Nuova.

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I “progressisti laici” e la rivincita di Dio

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La Ka’ba al centro della Sacra Moschea della Mecca (Ph. Basil D. Soufi)

La tragicità degli eventi di Parigi (che hanno colpito indirettamente anche la città in cui vivo e per fortuna soltanto sfiorato le vite dei miei amici) e la pesantezza del dibattito pubblico che ne è seguito mi hanno finora trattenuto dall’esplicitare alcuni pensieri che, ne sono certo, verranno fraintesi da molti. Una premessa necessaria: la strategia di Daesh è “diabolica” nel senso etimologico del termine: mira a dividere. La divisione perseguita è innanzitutto quella tra le varie componenti delle società multiculturali, e la tragedia che dobbiamo assolutamente scongiurare è l’isolamento anche solo apparente – cioè mediatizzato – delle comunità islamiche. Ma se l’idea che il fondamentalismo omicida sia connaturato all’Islam in sé è un’enorme stupidaggine, è una stupidaggine altrettanto grossa dire che l’islam o la religione «non c’entrano nulla» con i morti di Parigi. Mentirei se negassi il fastidio profondo che provo di fronte alle autocensure, al benaltrismo e ai distinguo di vario tipo sentiti questi giorni, di fronte alla contraddizione di tanti tra noi che ci definiamo progressisti, che pretendiamo da una parte di difendere la laicità dello Stato (laicità fragilissima, perché Roma non è Parigi) prendendocela con nullità reazionarie come Adinolfi e dall’altra gridiamo all’islamofobia se solo qualcuno associa il terrorismo ad un’interpretazione della fede musulmana. E, prima ancora che i cadaveri si raffreddino, il pensiero di tanti non va alle vittime, ma allo sciacallaggio di Salvini. Onestamente a me questo non sembra accettabile, seppur comprensibile. Certamente comprensibile, se guardiamo al nostro orientalismo piccolo borghese, fatto di kebab, viaggi in Marocco e compilation di Fairuz. Il progressista pigro guarda al mondo arabo-islamico, della cui storia non conosce granché, soprattutto come a un serbatoio di consumi culturali. E dei conflitti di quel mondo conosce soltanto quelli che può attribuire alle potenze occidentali, riducendo così un’intera civiltà ad uno specchio in cui vedere riflesse le proprie nefandezze.

Oltre ad una certa misura di odio di sé, in questo atteggiamento c’è il disprezzo per l’altro che si cela nel paternalismo terzomondista, quello per cui i popoli arabi sono in buona sostanza bambini alla mercé di orchi cattivi. Secondo questa visione, al di fuori dell’occidente non esistono volontà, pratiche e condizioni materiali che non siano indotte dall’influenza coloniale o neocoloniale dell’occidente stesso. Il fondamentalismo? Una creazione della CIA in chiave antisovietica. Le dittature arabe? I cani da guardia dei nostri interessi petroliferi. Il terrorismo jihadista? La risposta alle bombe occidentali (e, naturalmente, alla politica di Israele, capro buono per tutte le espiazioni). Questi sono tic che conosciamo bene, ma a mio avviso di fronte alla superficialità di tanti commenti nell’area del “ceto medio riflessivo” c’è dell’altro. Se da una parte il terzomondismo più o meno peloso ci spinge a considerare il Mondo Arabo non un attore, ma una marionetta, dall’altra il rifiuto del fatto religioso ci impedisce di capire cosa spinga un giovane non più povero, non più sfruttato, non più frustrato di tanti altri a farsi saltare in aria in nome di Dio. Su questo punto purtroppo non trovo riscontro nelle cerchie che abitualmente frequento, composte prevalentemente da laici – ossia da atei – refrattari per formazione a comprendere il fatto religioso e il peso concreto che la dimensione simbolica ha su quella sociale, incapaci di elaborare la “Revanche de Dieu” di questi ultimi decenni, per citare Gilles Kepel. In queste cerchie prevale un Marx da Casa del Popolo, in cui i fenomeni non strettamente economici vengono liquidati come residui premoderni e come pezzi di “sovrastruttura” – eppure il concetto di autonomia del Politico è già servito a spiegare il nostro terrorismo. In controtendenza, tra le poche riflessioni davvero interessanti che ho letto in questi giorni ci sono il bell’articolo di Marco Belpoliti su Doppiozero e l’intervista a René Girard riportata da Alfio Squillaci qui sugli Stati, ma mi pare si tratti di eccezioni. Viviamo in un’epoca complicata. Qualunque sia il proprio atteggiamento di fronte alla religione, non credo abbia senso ripetere (religiosamente…) i mantra sull’integrazione contrapposta alla guerra se non si mette da parte il proprio senso di superiorità rispetto ai credenti di qualsiasi confessione. Perché se il dialogo interculturale fallisce con il cattolico praticante della porta accanto, scordatevi che possa avere successo con l’Islam.

(foto di copertina: https://www.flickr.com/photos/menj)

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Il fronte interno dello scontro di civiltà

Non colpiamo i civili, così avrebbe detto uno dei fratelli Kouachi prima di asserragliarsi nella tipografia a Dammartin. Ma i disegnatori di Charlie Hebdo, armati solo delle loro matite, non erano civili? Avendo raffigurato il Profeta e beffeggiato la Fede, evidentemente no. E le famiglie che facevano la spesa prima di shabbat, non erano civili? Nell’antisemitismo consustanziale all’islamismo radicale quanto al nazismo, evidentemente no. Per qualcuno non ha senso interpretare le poche e confuse idee di questi assassini. Io credo che per sconfiggerli sia necessario tentare di farlo. A muovere queste mani c’è un’ideologia, c’è un progetto che va conosciuto e dissezionato. Lo schema di fondo dei terroristi in qualche modo legati a Daesh è in realtà piuttosto semplice. La strategia della nuova stagione del terrorismo islamista, come ha spiegato in questi giorni Gilles Kepel – intervistato dalle tv francesi mentre le nostre davano spazio ai soliti sciacalli – è basata non più sulle azioni spettacolari, non sui grandi attentati ai luoghi simbolici dell’Occidente. È un «terrorismo di prossimità» che colpisce nei quartieri, dove ogni altro può diventare un obiettivo sensibile. Gli attacchi di piccoli gruppi di fanatici, oltre a paralizzare le complicate strutture di una metropoli, mirano a frammentare la società. Il fine ultimo è quello di isolare i cittadini di fede musulmana, farli percepire come una minaccia per tutti gli altri. E il processo di frammentazione non si ferma, perché una sorta di reazione a catena viene innescata.Hanno colpito Charlie Hebdo? «Je ne suis pas Charlie Hebdo», si affretta a precisare Jean-Marie Le Pen. Perché «in fondo erano quattro comunisti atei che beffeggiavano le tradizioni della Francia cristiana!» Hanno colpito l’Hyper Cacher di Porte de Vincennes? «Encore ces Juifs! Beh, questi Ebrei un po’ se lo meritano, e perché dovremmo subire noi le conseguenze di quello che fanno ai Palestinesi?». Queste sono solo ricostruzioni, ma si riferiscono a opinioni diffuse che possiamo ascoltare in Francia come in Italia. Le abbiamo ascoltate e lette in queste ore, declinate nei modi più diversi, dall’ambiguità più viscida alla violenza verbale più rozza. Dividere la società, distruggere il concetto stesso di cittadinanza per come si è venuto formando in Europa nel corso della modernità. E se nella patria dei Lumi e della Rivoluzione viene meno l’idea di fraternité, possiamo ben immaginare cosa possa avvenire in un paese di deboli tradizioni democratiche, disunito e fiaccato dalla crisi come l’Italia. Gli sciacalli cui accennavo sopra sono all’opera sin dai primi lanci di agenzia e la reazione a catena comprende naturalmente l’immancabile delirio complottista – nella quale si distinguono come al solito alcuni parlamentari grillini e il loro codazzo di casi psichiatrici. Ad approfittare di una simile situazione sono naturalmente i più lucidi – parlo di lucidità politica, che è cosa diversa dalla sensatezza – esponenti della destra identitaria e xenofoba. Come due ruote di un ingranaggio che, pur diverse per dimensioni e pur ruotando in sensi opposti, fanno parte dello stesso meccanismo, i nostri identitari e i jihadisti lavorano in buona sostanza alla costruzione dello stesso mondo. A differenza che nel meccanismo fisico, nella metafora l’energia non viene però semplicemente conservata. L’«energia», cioè il potenziale di mobilitazione di massa da parte di queste forze politiche è moltiplicato dai mass media e dai loro operatori. Consapevolmente o meno. Nel mio piccolo, qualche settimana fa ho cercato di riassumere come ciò sia tradotto in ideologia dal partito più importante della destra radicale nostrana, la Lega Nord di Matteo Salvini. Gli avvenimenti di Parigi mettono ora alla prova dei fatti i redattori del «Talebano», rivistina online sulle cui pagine l’ideologia suddetta viene esposta in modo molto più chiaro di quanto non facciano le migliaia di ore di talk politico alle quali molti di noi si sottopongono volontariamente, sperando ingenuamente che il conduttore di turno faccia le domande giuste. Sul «Talebano» questo sforzo ci viene risparmiato, e degli stessi interventi televisivi di Salvini ci viene offerta un’esegesi ufficiale:

«Il segretario della Lega Nord ha spiegato in modo comprensibile a tutti una questione semplice: chiediamo, dice in sostanza Salvini, che gli immigrati extracomunitari siano controllati e si sappia bene chi siano, cosa fanno e come vivono. Il non farlo crea un problema di sicurezza in Occidente. Poi ha spiegato quanto già detto sia al convegno con l’”islamico” Pietrangelo Buttafuoco e ribadito nell’intervista rilasciata al giornalista tedesco Luca Steinmann nel libro Vie Traverse: l’Islam ha valori forti mentre noi siamo una società in declino. […] da circa 20 anni l’Islam è diventato il male assoluto: prima c’era l’ancien regime (e il cristianesimo autentico), poi c’erano i fascismi, poi i comunismi e ora gli islamici…

«c’è sempre un cattivo da abbattere, da sottomettere alla “libera” società del materialismo e del razionalismo nata dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese».

La tirata reazionaria si conclude in modo più che prevedibile:

«L’Europa rinascerà presto perché è in queste situazioni che le persone ancora forti di spirito avranno il coraggio di sollevarsi e di iniziare a riprendere il cammino. Grazie all’autocritica potremo rialzarci per riaffermare i valori e i principi su cui si costruisce una civiltà: Famiglia, Tradizioni, Identità e Sacralità della vita. L’Europa, dunque, rinascerà. Ma l’Occidente, invece, è già sconfitto».

A fare il corollario a queste scemenze ci pensa proprio il solito Buttafuoco, che dalle pagine del foglio neoconservatore diretto da Giuliano Ferrara ci avverte di aver letto l’ultimo Houellebecq:

«Ho letto Sottomissione e, alla luce dei fatti, posso ben dire che mai trama ha rischiato di risultare così scontata. Stesso inizio, stesso svolgimento, più che prevedibile nel finale. Come in Soumission, dove, pur di non far vincere Marine Le Pen…»

Non credo che il quadro possa essere più chiaro di così. In sintesi, con il declino di Berlusconi, la destra moderata in Italia è praticamente estinta (di quella propriamente liberale evitiamo di parlare per pietà), mentre le varie destre radicali si stanno coagulando attorno ad un progetto identitario che alle buffonate padane o alle gite a Predappio ha sostituito un orizzonte globale, ovviamente antieuropeista e filorusso. So che a molti di noi la sola visione di Salvini evoca un riso irrefrenabile, ma proprio per questo non dovremmo sottovalutare il suo potenziale di manchurian candidate della destra peggiore. Una doppiezza evidente nasconde dietro la solita demagogia da bar sport una visione molto più pericolosa. È questo il secondo fronte, dopo quello dell’islamismo radicale, sul quale noi democratici dovremo combattere da subito. Sarà molto, molto faticoso.

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Charlie Hebdo e la sfida all’Occidente

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Non saranno certo le ultime vittime dell’islamismo radicale, gli undici di Parigi. Tanti altri hanno pagato con la vita e stanno pagando per aver semplicemente espresso un’idea. A certe latitudini non occorre nemmeno una vignetta che raffiguri il Profeta. Non mi dovrei stupire, in effetti, non fosse che stavolta è capitato nel cuore d’Europa, al centro della Ville Lumière. Con Kurt Westergard non ce l’avevano fatta, col povero Wolinski – che tante volte ho letto anche su Linus, da ragazzino – e con gli altri di «Charlie Hebdo» sì. Organizzatissimi, armati sino ai denti, spietati. Lo ammetto, non ho resistito e ho visto il video del terrorista che torna indietro per finire il poliziotto ferito e disteso a terra. Come al macello. La nausea ancora non mi passa. È dannatamente difficile, in momenti come questo, tenere la barra al centro evitando di aggregarsi a qualche “brutale corrente” che attraversi l’opinione pubblica. Eppure occorre farlo. E devono farlo soprattutto i nostri eletti. Ecco cosa si intende quando si parla di una “politica responsabile”. Una politica che non sfrutti la canea del momento, che non presti ascolto alla voce del ventre molle di un paese. Di Hollande si può dire tutto il male possibile, ma è proprio nel suo appello all’unità della nazione che sta la risposta. Un appello a tutti i francesi, religiosi e laici, di destra e di sinistra, cristiani, ebrei e musulmani. In Francia, per vari motivi, appelli come questi hanno più senso che da noi. Di fronte a questi fatti, mi restano due sole certezze. La prima è che nessun tentativo isolazionista, nessuna diplomazia sotterranea, nessun appeasement con l’islamismo radicale ci possono salvare dai tagliagole. Chi mostra debolezza sarà macellato per primo, come chi vive in Medio Oriente, da Israele al Kurdistan, sa benissimo, avendolo sperimentato sulla propria pelle, senza bisogno delle raffinate analisi sociopolitiche dei nostri orientalisti. Con il fondamentalismo islamico non ci può essere alcun dialogo, ma solo la massima fermezza, e quando necessario l’uso della forza guidata dal Diritto. La seconda cosa di cui sono certo è che questa fermezza guidata dal Diritto non ha nulla a che vedere con le reazioni di certi nostri politicanti e dei loro fan. Com’era prevedibile, in queste ore, tutti i leader della destra peggiore, da Salvini alla Meloni, stanno cavalcando in modo vomitevole la strage di Parigi, come nemmeno Marine Le Pen ha fatto. I loro consensi in queste ore crescono, ovviamente, e non possiamo farci nulla. Una cosa però la pretendiamo. Io, personalmente, la pretendo: non voglio che la mia fermezza sia confusa con quella della feccia più reazionaria d’Italia e d’Europa. La verità è che della nonviolenza, della libertà di stampa e di satira, della laicità dello Stato e della tolleranza a questi misirizzi dello scontro di civiltà non interessa un bel nulla. A dirla tutta, non vedo grandi differenze tra queste persone e i fondamentalisti musulmani. A differenza degli islamisti non uccidono né lanciano fatāwā, è vero. Non lo possono fare soltanto perché non si trovano nel secolo giusto. La loro è la frustrazione della bestia senza più denti né artigli. È stata la Rivoluzione Francese a tagliare le unghie ai fanatici religiosi d’europa, che oggi scaricano tutta la loro violenza nei canali che la democrazia concede loro, cristiani senza cristiana compassione, europei senza tolleranza europea, occidentali senza Ragione occidentale. All’Islam, come suggeriva Bernard Lewis, è mancato un’89 in cui poter maturare l’idea di laicità, e forse da questo nasce il profondo declino sociale e morale del mondo musulmano. Questo ci rende di per sé migliori? Non credo. Da noi l’89 non è bastato, non ci ha reso immuni dalla barbarie. Due secoli di reazione, spesso sotterranea, a volte manifesta e selvaggia, a volte intrecciata con la Ragione stessa, hanno fatto riemergere la sete di sangue degli Europei. Tra loro c’erano anche quei bravi Francesi e quei bravi Italiani che segregavano i loro concittadini ebrei, uomini, donne, bambini, gli uni al Vel d’Hiv, gli altri a Fossoli, in attesa di spedirli ad Auschwitz. Se oggi parliamo di islamofascismo, o di assassini nazi-islamici, è perché ci sono stati un fascismo e un nazismo. Made in Europe. Cerchiamo di non dimenticarlo mai.

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Un altro mondo è possibile

Non ho nulla da dire sull’uccisione di Gheddafi in sé, attendo i consueti esercizi dietrologici e, nel giro di qualche settimana, lo sputtanamento di quanto di buono c’è nella deposizione di un tiranno. Quello che ha veramente attirato la mia attenzione è il commento di Mario Borghezio sulla fine del rais:

«Un grande leader, un vero rivoluzionario non confondibile con i nuovi dirigenti libici portati al potere dalle baionette della Nato e dalle multinazionali del petrolio»

Il personaggio lo conosciamo bene, ce lo siamo immaginato in mimetica, novello Rommel, a sostenere il Colonnello, il nostro fidato poliziotto di frontiera. Ma la simpatia per Gheddafi non è faccenda recente per Borghezio né, tantomeno, per un suo vecchio amico e camerata dei tempi della Jeune Europe, il nazislamico-tradizionalista  Claudio Mutti. (Si consoli il prof.Mutti per la grave perdita: la morte dell’autore, come sempre avviene, farà impennare le vendite di Socialismo e Tradizione).

Sia chiaro, di fascisti nella Lega non ce n’era nemmeno l’ombra, prima che li portasse Tosi, e nessuno è mai andato a rendere omaggio ai caudillos di mezzo mondo.

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