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Perché, quando parlano di Islam, i nostri “liberali” assomigliano a Trump?

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Cadavere chiama commento. Dopo Nizza (come dopo Dacca, Orlando, Bruxelles, Parigi…) non possono mancare gli sciacalli à la Salvini, gli psicolabili cospirazionisti, i sonnambuli della Vera Sinistra che sanno solo ripetere la filastrocca sulle «diseguaglianze crescenti». Non manca proprio nessuno, nemmeno il sottoscritto, commentatore part-time di nessuna rilevanza. Il gruppo più numeroso, sui social come al bar, è però sempre quello dei falchetti da scontro di civiltà. Quelli che attribuiscono ogni nostro male al «buonismo di sinistra», i neoconservatori alla vaccinara, i foglianti, i teorici dell’”armiamoci e partite”. Tra i proclami lanciati da questo vasto schieramento – che è morale prima che politico – il primo in cui sono incappato, spigolando il Twitter stamattina, è il seguente:

«In un’Europa normale oggi, in tutte le moschee, sarebbe obbligatorio sentire leggere un comunicato di condanna per Nizza, pena la chiusura»

Un’uscita simile, al netto dello stile, potrebbe provenire da Matteo Salvini o da Donald Trump, non da un giornalista serio come Goffredo Pistelli di «Italia Oggi». In questi casi ormai non mi azzardo più ad usare l’argomento dello Stato di diritto e della libertà religiosa. Per i nostri liberali si tratta infatti di quisquilie derogabili alla bisogna. (Siamo o no sotto attacco, per Dio?!, come direbbe Giuliano Ferrara). Credevo almeno che i tre lustri passati dall’11 settembre sarebbero bastati all’Ordine Dei Giornalisti per fornire ai suoi iscritti i primi rudimenti dell’islam, religione tutt’altro che monolitica, priva di un clero propriamente detto e di autorità riconosciute da tutta la Umma. Mi sbagliavo. Pazienza, dove non può la cultura, possono forse la logica e il buon senso: per la maggior parte, i “lupi solitari” jihadisti di questi ultimi tempi non sono grandi frequentatori di moschee, quanto compulsivi navigatori della Rete. E se nemmeno le censure saudita, iraniana, russa o cinese riescono ad impedire ai propri cittadini di accedere al libero universo web occidentale, figuratevi cosa dovremmo diventare noi liberaldemocrazie per impedire al sociopatico di turno di venire indottrinato via whatsapp dal tagliagole islamista. Nel corso dello scambio su twitter, in difesa di Pistelli interviene un nostro follower comune: in sintesi, mi ricorda che dovremmo tagliare i rapporti con i Paesi del Golfo, finché non rispetteranno le altre religioni come noi rispettiamo l’islam. Dovremmo smetterla di fare affari coi principali sponsor di Daesh! Occidente, svegliati! Una delle disgrazie più grandi che sia capitata all’umanità nell’ultimo mezzo secolo è in effetti la dipendenza energetica da paesi in cui la versione più retriva dell’Islam è legge. Come sarebbe stato diverso il mondo, se tutto il petrolio si trovasse in Scandinavia anziché sotto il culo degli sceicchi wahabiti! Purtroppo è andata diversamente. Come si possano interrompere da un giorno all’altro i rapporti con i petrolieri arabi, i nostri crociati non lo spiegano. Qualcosa però mi dice che, dalle parti di «Italia Oggi» e «Milano Finanza», non tutti siano dello stesso avviso, almeno da quando il fondo sovrano del Qatar si è comprato il nuovo skyline della capitale morale d’Italia. Forse l’islamofobia non c’entra nulla, a ben vedere. I liberali son gente pragmatica, ecco tutto. Sanno che è più facile mettere i sigilli a un capannone uso moschea in periferia che non ai bei grattacieli di Porta Nuova.

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I “progressisti laici” e la rivincita di Dio

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La Ka’ba al centro della Sacra Moschea della Mecca (Ph. Basil D. Soufi)

La tragicità degli eventi di Parigi (che hanno colpito indirettamente anche la città in cui vivo e per fortuna soltanto sfiorato le vite dei miei amici) e la pesantezza del dibattito pubblico che ne è seguito mi hanno finora trattenuto dall’esplicitare alcuni pensieri che, ne sono certo, verranno fraintesi da molti. Una premessa necessaria: la strategia di Daesh è “diabolica” nel senso etimologico del termine: mira a dividere. La divisione perseguita è innanzitutto quella tra le varie componenti delle società multiculturali, e la tragedia che dobbiamo assolutamente scongiurare è l’isolamento anche solo apparente – cioè mediatizzato – delle comunità islamiche. Ma se l’idea che il fondamentalismo omicida sia connaturato all’Islam in sé è un’enorme stupidaggine, è una stupidaggine altrettanto grossa dire che l’islam o la religione «non c’entrano nulla» con i morti di Parigi. Mentirei se negassi il fastidio profondo che provo di fronte alle autocensure, al benaltrismo e ai distinguo di vario tipo sentiti questi giorni, di fronte alla contraddizione di tanti tra noi che ci definiamo progressisti, che pretendiamo da una parte di difendere la laicità dello Stato (laicità fragilissima, perché Roma non è Parigi) prendendocela con nullità reazionarie come Adinolfi e dall’altra gridiamo all’islamofobia se solo qualcuno associa il terrorismo ad un’interpretazione della fede musulmana. E, prima ancora che i cadaveri si raffreddino, il pensiero di tanti non va alle vittime, ma allo sciacallaggio di Salvini. Onestamente a me questo non sembra accettabile, seppur comprensibile. Certamente comprensibile, se guardiamo al nostro orientalismo piccolo borghese, fatto di kebab, viaggi in Marocco e compilation di Fairuz. Il progressista pigro guarda al mondo arabo-islamico, della cui storia non conosce granché, soprattutto come a un serbatoio di consumi culturali. E dei conflitti di quel mondo conosce soltanto quelli che può attribuire alle potenze occidentali, riducendo così un’intera civiltà ad uno specchio in cui vedere riflesse le proprie nefandezze.

Oltre ad una certa misura di odio di sé, in questo atteggiamento c’è il disprezzo per l’altro che si cela nel paternalismo terzomondista, quello per cui i popoli arabi sono in buona sostanza bambini alla mercé di orchi cattivi. Secondo questa visione, al di fuori dell’occidente non esistono volontà, pratiche e condizioni materiali che non siano indotte dall’influenza coloniale o neocoloniale dell’occidente stesso. Il fondamentalismo? Una creazione della CIA in chiave antisovietica. Le dittature arabe? I cani da guardia dei nostri interessi petroliferi. Il terrorismo jihadista? La risposta alle bombe occidentali (e, naturalmente, alla politica di Israele, capro buono per tutte le espiazioni). Questi sono tic che conosciamo bene, ma a mio avviso di fronte alla superficialità di tanti commenti nell’area del “ceto medio riflessivo” c’è dell’altro. Se da una parte il terzomondismo più o meno peloso ci spinge a considerare il Mondo Arabo non un attore, ma una marionetta, dall’altra il rifiuto del fatto religioso ci impedisce di capire cosa spinga un giovane non più povero, non più sfruttato, non più frustrato di tanti altri a farsi saltare in aria in nome di Dio. Su questo punto purtroppo non trovo riscontro nelle cerchie che abitualmente frequento, composte prevalentemente da laici – ossia da atei – refrattari per formazione a comprendere il fatto religioso e il peso concreto che la dimensione simbolica ha su quella sociale, incapaci di elaborare la “Revanche de Dieu” di questi ultimi decenni, per citare Gilles Kepel. In queste cerchie prevale un Marx da Casa del Popolo, in cui i fenomeni non strettamente economici vengono liquidati come residui premoderni e come pezzi di “sovrastruttura” – eppure il concetto di autonomia del Politico è già servito a spiegare il nostro terrorismo. In controtendenza, tra le poche riflessioni davvero interessanti che ho letto in questi giorni ci sono il bell’articolo di Marco Belpoliti su Doppiozero e l’intervista a René Girard riportata da Alfio Squillaci qui sugli Stati, ma mi pare si tratti di eccezioni. Viviamo in un’epoca complicata. Qualunque sia il proprio atteggiamento di fronte alla religione, non credo abbia senso ripetere (religiosamente…) i mantra sull’integrazione contrapposta alla guerra se non si mette da parte il proprio senso di superiorità rispetto ai credenti di qualsiasi confessione. Perché se il dialogo interculturale fallisce con il cattolico praticante della porta accanto, scordatevi che possa avere successo con l’Islam.

(foto di copertina: https://www.flickr.com/photos/menj)

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Daesh a Parigi: colpire la vita per colpire la libertà

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Uscire la sera, andare allo stadio a vedere un’amichevole tra due grandi nazionali di calcio oppure al concerto di una band americana nel suo tour europeo, e poi a mangiare in uno dei mille ristoranti etnici della città. E morire ammazzati. Ricordo la frustrazione di alcuni amici espatriati alle prese con l’offerta di svaghi e cultura, a Parigi come in altre metropoli occidentali: è così snervante scegliere tra tanti eventi di qualità, è così faticoso riuscire a procurarsi i biglietti per concerti e spettacoli sempre affollatissimi che alla fine si sceglie di restare a casa. Ripensare a questo «problema» oggi, quando Parigi è in stato di emergenza e gli spettacoli in città sono sospesi, può sembrare irriguardoso. Eppure la sfida è esattamente questa: riusciranno i parigini – riusciremo tutti – a vincere la paura, continuando ad affollare ristoranti, sale da concerto, stadi e teatri? Riusciremo a superare la paura di finire ammazzati da una parte e l’ansia dello stato di polizia dall’altra?  E quanto durerà ancora questo lunghissimo «autunno della guerra santa?»Non siamo Israele. Non abbiamo ancora, qui, raggiunto quel grado di consuetudine col terrore quotidiano, nonostante i morti di Madrid nel 2004, quelli di Londra l’anno successivo, e poi Tolosa e Copenhagen e Charlie e l’Hyper Cacher a Parigi, dieci mesi fa. (Parlo al plurale, riferendoci a noi Europei, senza dimenticare che quello di ieri sera è stato senza dubbio un attacco alla Francia. Come Italiani possiamo sentirci protetti in virtù delle nostre relazioni col mondo arabo e della nostra irrilevanza, ma per quanto ancora?)

I simboli affiorano da soli in questa vicenda, senza troppe forzature. Penso al luogo in cui ieri si è consumata la carneficina più grande. Bataclan è il titolo di un’operetta di Offenbach, una “cineseria” ottocentesca ambientata in un Oriente immaginario, satira del regime di Napoleone III, e il Bataclan, nato come teatro da cafè-chantant, è da tempo uno dei santuari parigini del pop e del rock, un luogo in cui hanno suonato davvero tutti, da Lou Reed a Robbie Williams. Un teatro gestito da ebrei in cui si fa rock ‘n’ roll: un tempio di noi kafir. La libertà, la modernità, il cosmopolitismo, ecco in fondo che cosa pensano di poter distruggere i terroristi. Nemmeno il più invasato e rimbecillito tra i giovani jihadisti crede davvero di poter sconfiggere uno stato occidentale e stabilirvi il califfato. Almeno non nel breve termine. L’obiettivo alla portata degli assassini è evidentemente un altro: creare divisione. Dividere le società libere al loro interno, paralizzare e polarizzare le opinioni pubbliche, e infine dividere l’Europa dal Medio Oriente, contando sull’incapacità europea di agire in modo decisivo sulla guerra in Siria. Finché quel fuoco siriano non verrà spento, saremo in pericolo. Per questo non possiamo permetterci di accendere altri fuochi dentro casa. Le prevedibili reazioni degli sciacalli leghisti e fascisti e della solita putrida stampa destrorsa non si sono fatte attendere e nemmeno ha più senso commentarle. Sono loro i primi complici del terrorismo islamista, non i “buonisti” citati da Salvini. Purtroppo, dall’altra parte, la reazione dei progressisti, fondata sulla difesa delle garanzie dello Stato di diritto e sulla lotta all’intolleranza e, in taluni casi, su di uno strisciante odio di sé, manca di qualunque visione risolutiva. Le contraddizioni politiche di fronte alla scomoda possibilità dell’uso della forza rimangono intatte. Su questo abbiamo dibattuto e continueremo a dibattere a lungo, alcuni sperando segretamente che il Putin di turno si sporchi le mani al posto nostro.

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L’arresto di Touil e le prime, misurate reazioni della nostra classe dirigente

Io non so se il giovane Abdelmajid Touil sia o meno un terrorista. La storia del suo arresto e dei suoi (presunti) movimenti tra Italia e Tunisia nel giorno dell’attentato al museo del Bardo lascia quantomeno perplessi: Touil arriva in Italia da clandestino su di un barcone il 17 febbraio, viene identificato (ma fornisce un nome falso), si riunisce alla famiglia presso Milano (e dunque perché tornare in barcone?) e frequenta una scuola di italiano, dove è presente il giorno precedente e quello successivo all’attentato (il che fa supporre che tra le armi dell’ISIS vi sia anche il teletrasporto dell’astronave Enterprise). Una traccia degna del commissario Santamaria – almeno per noi che continuiamo a preferire Fruttero e Lucentini ai giallisti-magistrati di questi ultimi anni. Una vicenda «dai molti lati oscuri», sempre per rimanere alle formule più trite, che a molti di noi ha subito ricordato quella del cittadino marocchino ingiustamente accusato dell’omicidio della povera Yara Gambirasio. In quel caso fu la traduzione pedestre di una telefonata a far scattare i nostri inquirenti e, di seguito, la nostra stampa peggiore, qui le nostre autorità rispondono ad una richiesta di estradizione di cui non sono stati resi pubblici i dettagli. Un errore di persona, dettato dalla fretta di Tunisi di mostrarsi efficiente di fronte alla minaccia jihadista, giusto all’inizio della stagione turistica (i manifesti di Emma Bonino non sono una rassicurazione sufficiente…)? Un successo investigativo di cui dobbiamo soltanto rallegrarci, senza improvvisarci investigatori, perché tanto i fatti non li conosciamo (e non è nemmeno detto che li si debba conoscere sino in fondo)? Staremo a vedere. Di tutta questa vicenda, per il momento a me interessano soprattutto i riflessi politici, o meglio le prime reazioni della nostra straordinaria classe dirigente – in senso esteso. Chi pensa che i barconi di migranti siano uno dei mezzi di trasporto usati dagli islamisti radicali (nei casi in cui il teletrasporto sia fuori servizio) ha già identificato nel caso Touil una prova sufficiente. Borghezio è probabilmente già in sella ad uno dei maiali della Decima Flottiglia, rapidi ed invisibili, diretti verso la fiancata del peschereccio Yasmin, ormeggiato nel porto di Tripoli. Il nostro caro Angelino, che non si può dire abbia mai brillato nella sua azione di ministro, avendo collezionato ben altre topiche, se la cava in questo caso dignitosamente, dimostrando la radice comune tra doroteismo meridionale ed empirismo anglossassone: Non abbiamo elementi certi. Non neghiamo una cosa, non neghiamo nemmeno il suo opposto. Non sappiamo nulla, ma stiamo bene all’occhio, stiano tranquilli i cittadini! I terzisti e i garantisti a cucù, rapidi quanto i motosiluranti di cui sopra nel caso il mostro sbattuto in prima pagina sia Presidente del Consiglio, sottosegretario, grande palazzinaro o almeno faccendiere ben introdotto, in questo caso tacciono. Seguirà forse un meditato editoriale, carico di distinguo. Ma la «difesa della civiltà occidentale» viene ben prima delle garanzie (occidentali pure quelle, ma non sottilizziamo), e in questo senso i neconservatori italiani non si distinguono da quelli d’oltreoceano. Last but not least, Matteo Renzi, che si congratula con le nostre Forze dell’Ordine per il risultato conseguito. Alla Procura di Milano restano ancora dubbiosi, ma si sa, per Renzi un qualsivoglia risultato è ciò che conta, poi casomai si vede. Matteo nostro macina risultati. Così, oltre a congratularsi, dall’alto della sua cultura giuridica, il premier sgancia una delle sue battute migliori, seppellendo con una risata qualunque concetto di garanzia: «Chi dice che era meglio non arrestarlo io vorrei stenderlo sul lettino e fargli raccontare che cosa ha fatto da piccolo». Siamo o non siamo un paese meraviglioso?

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L’intervista via Twitter a una giovane fan dell’ISIS

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Parto col dire che Nurul potrebbe non esistere, se non come artefatto da social network, anche se la sua esistenza nella Real Life è del tutto verosimile. Di lei sappiamo molto poco: ha vent’anni, vive in Malesia ed è una musulmana osservante – nella foto del profilo, porta il niqab, il velo che lascia scoperti soltanto gli occhi. Sappiamo che sembra essere stata conquistata dal tormentone virale di Happy. Ha infatti retwittato un simpatico clip girato da alcuni musulmani americani sulle note del singolo di Pharrell. Le frivolezze pop però finiscono qui, e una canzonetta come Happy, lasciata in sottofondo mentre scorro i tweet di Nurul, diventa anzi perturbante quanto Singin’ in the Rain durante le scene di ultraviolenza di Arancia Meccanica, come l’idea dei valzer di Strauss suonati dalle orchestre di Auschwitz.

Non credo di esagerare, dal momento che il resto dell’attività della giovane Nurul su twitter si riassume in un lungo, interminabile elenco di stragi, aggiornato a cadenza regolare a partire dai lanci della Reuters. Tra i cinguettii di Nurul ritroviamo i morti della guerra civile in Ucraina, quelli di un incidente ferroviario in India e quelli delle sparatorie tra narcos e polizia in Messico. Ci sono i morti intossicati dalla birra fatta in casa in Mozambico e gli operai bruciati vivi in una fabbrica in Bangladesh. Ci sono i profughi annegati nel Mediterraneo e, naturalmente, gli abitanti di Siria e Iraq caduti sotto i colpi di Daesh, l’autoproclamato Stato Islamico. Ciò che unisce queste vittime è l’essere tutti kafir, empi, termine che Nurul alterna a murtadin (o murtadeen, all’inglese), pl. di murtad, apostata. Apostata è ad esempio Re Abdallah di Giordania, paparazzato mentre beve una birra, variazione leggera alla lista dei massacri. Oggi 30 morti qui, altri 50 lì…«è strano, più twitto di kuffar e murtadin morti, più succede».

In quasi vent’anni di frequentazione della Rete, dai newsgroup ai social network, mi sono ovviamente imbattuto nelle opinioni più ripugnanti ed in ogni tipo di violenza verbale, eppure Nurul è riuscita a colpirmi come raramente mi è successo. Ripeto ancora: non so se questa ventenne malese esista davvero, io comunque ho tentato di interloquire con la sua identità virtuale, provando (ingenuamente) a comprendere come una giovane abitante di uno dei paesi più ricchi ed avanzati del continente asiatico possa essere arrivata a un tale grado di disumanizzazione, in nome di un’atroce idea di Islam. Il risultato è uno scambio a tratti surreale. Non ho trovato risposte, né sono arrivato a qualcosa che potesse assomigliare lontanamente ad un vero dialogo. Del resto la mia pazienza si è esaurita molto presto.

Non ho nemmeno scalfito la superficie di un vissuto che potrebbe spiegare molte cose (oppure no). Comprendo i limiti enormi della twittervista, delle sfumature perse in una lingua terza, della mentalità religiosa, che però non arrivano a spiegare la distanza siderale tra me e la giovane Nurul. L’unica cosa che sono riuscito a capire è che mi trovavo di fronte ad una mente molto diversa dalla mia. Una mente aliena.Mi è tornato in mente il test di Voight-Kampff che Philip K. Dick aveva immaginato per i replicanti. Ho pensato al cretinismo globalizzato dei milioni di giovani replicanti in attesa di un ideale qualsiasi, ho pensato al loro incontro con l’islamismo radicale, e ho pensato che siamo davvero fottuti.

[trascrivo qui lo scambio con Nurul, tradotto dall’inglese, editato in minima parte per ragioni di leggibilità]

«Un kafir potrebbe farti qualche domanda, Nurul? Prima di tutto, sei vera?»

«Sono vera? Sono stata creata da Allah subhanahu wa ta’ala [all’incirca sia glorificato ed innalzato] per adorare solo Lui e sono una seguace del Profeta Muhammad. Questa è la mia definizione di vera»

«Grazie. Ma, questioni teologiche a parte, mi chiedo soltanto se la tua “vera” identità corrisponda al tuo profilo twitter. È difficile crederti, visto che sembri piuttosto un fake basato sul volto più macabro dell’Islam politico. Puoi provare di essere una ragazza musulmana esistente? (Non mi fraintendere, non ho bisogno di nomi, non sto cercando di rintracciarti)»

«Nemmeno io credo a te. Sei un agente della CIA o un reporter della CNN»

«Non sono né l’uno né l’altro. Questo sono io: http://www.glistatigenerali.com/users/federico.gnech/»

«Un’informazione te la posso dare. Non sono del Medio Oriente. Sono malese. Mostro già il mio nome pubblicamente»

«Potresti rispondere ad un paio di domande generali? (in DM, se preferisci) [un piccolo test: dubito che una fanatica musulmana si conceda a scambi in DM con un estraneo]»

«No»

«Ok. La domanda principale è: come può una ragazza provare piacere elencando massacri su twitter? Fammi capire, per favore»

«Ci sono molte notizie a disposizione. Devi solo copincollarle»

«Dovrei ridere?»

«Questa ragazza, non lontano da casa mia, ha sette anni meno di me: http://goo.gl/z646UX. È stata presa all’aeroporto»

«Conosco i fatti, sto tentando di capire le motivazioni. Sei sicura che compiacersi di un massacro sia parte dei doveri del buon musulmano?»

«Non mi piacciono i massacri»

«E allora perché stai twittando compulsivamente notizie di assasini di “kafir”, come li (ci) definisci?»

«Per i fratelli e le sorelle su twitter è normale scambiarsi informazioni di vario tipo»

«Aspetta un attimo. Hai capito quello che ti sto chiedendo?»

«Ci si mette meno di dieci minuti a condividerle. Non è difficile [no big deal

«Io credo – no, spero –  che tu stia tentando di fare dell’ironia…Hai anche scritto che i profughi meritano di annegare in mare, visto che hanno rifiutato di prendere parte alla cosiddetta jihad»

«Sì, fa parte della loro punizione. È nel Corano, parole dirette di Allah azza wajal»

«Quanti anni hai?»

«21»

«Sei sposata? Hai figli?»

«Domanda irrilevante»

«Mi diresti qualcosa della tua educazione?»

«No. Ma ho studiato arabo come materia secondaria»

«E conosci la storia del pensiero islamico e dell’itjihad [l’interpretazione indipendente della dottrina]»?

«Sì, la conosco molto bene»

«Ottimo. Allora puoi provare a spiegare perché segui una certa interpretazione contemporanea e marginale del corano, piuttosto che un’altra?»

«Non c’è nessuna interpretazione contemporanea o marginale. Come musulmana, seguo rigorosamente il Corano e la Sunnah»

«Dai, non prendermi in giro. Sai che non è per niente vero. Tanti imam, tante interpretazioni»

«Hai confuso il vero Islam con la shi’a. Le regole sono molto chiare. Le linee guida sulle cose da fare e da non fare sono facili da capire. Le parole nel Corano e nella sunnah, anche se alcune di esse non sono così dettagliate e specifiche, sono inequivocabili»

«Eh, no. Anche all’interno della Sunna c’è dibattito. Lo Shaykh di Al-Azhar ha condannato Daesh e la loro jihad»

«Hanno applicato alcune frasi del Corano e ignorato altre. Questo è immorale [sinful]»

«E comunque nei primi secoli del califfato – prima del declino del mondo islamico – c’erano moltissime scuole filosofiche e teologiche…»

«Non mi interessa la filosofia. Tutti quelli che hanno agito al di fuori della guida islamica, li chiamiamo murtaddeen. Meritavano di essere condannati a morte, se non si sono pentiti»

«Quindi tu – una giovane donna – ti consideri superiore a uno shaykh? Non è “immorale” anche questo?»

«No. Quegli shaykh non sono riusciti a spiegare un hadith valido o delle parole dal Corano per gli insegnamenti che volevano adottare»

«Ok. Cambiamo argomento: secondo te, può una buona musulmana diventare una prostituta: http://goo.gl/tZR8sI ?»

«Questa è una notizia ridicola»

«Mi spiace informarti del fatto che tante donne, dopo aver raggiunto la Siria e l’Iraq, sono state schiavizzate e stuprate dagli uomini di Daesh. Stento a credere che lo possano fare per scelta, come nella notizia della ragazza malese. Ma è noto che sono costrette con la forza. È un fatto»

«Se sono sposate, non c’è alcuna schiavitù o stupro»

«Ci sono stati molti matrimoni fasulli, come anche tanti casi di schiavitù sessuale di donne sposate. Daesh ha stuprato, torturato e ucciso moltissime donne musulmane (e moltissimi uomini). Si tratta di uno stupro di massa, oltre che un omicidio di massa. Apri gli occhi»

«Dillo al vescovo della tua chiesa che sodomizza e stupra le suore e i ragazzini»

«La differenza è che noi non li chiamiamo eroi, li mettiamo in prigione. Io, in ogni caso, non appartengo a nessuna chiesa o setta»

«L’hanno fatto per secoli»

«Come ti ho detto, non sono religioso, ma conosco la Chiesa Cattolica abbastanza bene. Ma ti stavo chiedendo di Daesh…»

«Preti nelle chiese, reverendi, vescovi, il papa. La lista continua»

«Non essere sciocca. I pedofili sono ovunque nel mondo, non solo nel clero (di qualunquereligione)»

«No. Non nell’islam. Stupro e adulterio sono due dei più grandi peccati nell’Islam. Ecco perché adottiamo la legge della Sharia»

«E quindi continui a tifare per un branco di maniaci sessuali che uccide gente innocente in nome della loro orribile idea di Islam? Come puoi sostenere chi uccide e stupra in nome di Dio?»

«Le azioni di cui parli sono rigorosamente proibite nell’Islam. Un mujahideen non avrebbe modo di compierle in nessun modo, senza alcun testimone»

«Va bene, fermiamoci. Noto un serio problema cognitivo. Spero solo che il lavaggio del cervello che hai subito non abbia effetti permanenti»

«Sei proprio un miscredente. Che la pace sia con te, comunque».

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