Shimon Peres 1923 – 2016

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L’immagine di Shimon Peres confezionata dagli schematici dispacci mediorientali della nostra stampa è in buona sostanza quella del negoziatore di Oslo e del premio Nobel per la pace. Gli odiatori seriali di Israele, dal canto loro, in queste ore stanno utilizzando la locuzione “criminale di guerra”. Per quanto mi riguarda, credo che con Peres, ultimo grande esponente della generazione dei padri dello Stato di Israele, scompaia un’intelligenza politica purissima di cui proprio ora il Medio Oriente avrebbe un disperato bisogno. Ma forse è stato lo  stesso Spirito della Storia ad aver fatto sì che agli attestati di stima della cosiddetta comunità internazionale non corrispondesse mai un potere sufficiente a cambiare i destini della regione. Uomo dalle molte vite, Peres, e per una volta la formula non suona retorica. Da Vishneva, cittadina sul confine sempre mobile tra Polonia e Bielorussia, a Tel Aviv, da Szymon Perski, primo cugino della bellissima Lauren Bacall, a Shimon Peres (Peres è il nome ebraico del gipeto o “avvoltoio barbuto” che Peres vedeva volare sul Negev), dal bimbo che suonava il mandolino in un’orchestrina dello sthetl al braccio destro di Ben Gurion. “Ben Gurionista”, si definiva, e statalista (mamlachtit), prima ancora che socialista. Capace di grandi voli di immaginazione, eppure sempre controllato e calcolatore ai limiti del machiavellismo. Una figura lontana dallo stereotipo del sabra, l’israeliano nativo, indurito dalle asprezze del deserto e della frontiera (“spinoso fuori, dolce dentro”, come un fico d’india). Peres, ha scritto il politologo Avishai Margalit, «non è mai divenuto un sabra. Per l’acconciatura, per i vestiti, per l’accento o per il comportamento, potrebbe essere un europeo colto. Per lui la quintessenza del sabra rimaneva Dayan». Di Moshe Dayan e di Yitzhak Rabin, suo eterno rivale, Peres rappresentava una sorta di contraltare, essendo stato uno tra i pochissimi capi laburisti a non aver seguito la carriera militare, un fatto che ha sempre pesato sulla sua immagine di leader di un paese assediato. È tutto sommato veritiera la definizione di Peres quale “perdente di successo”, incapace di costruire rendite politiche, anticipatore e per questo poco in sintonia con la macchina elettorale. Nel 1977, dopo aver faticosamente raggiunto la leadership del partito, fu protagonista della prima sconfitta dei laburisti dalla fondazione dello Stato, quella che consegnò Israele al Likud. Fu uno degli artefici della deterrenza nucleare di Israele – la quale, piaccia o no, è servita a far desistere alcuni leader arabi dai loro propositi sterminazionisti – ma non può rivendicarlo, dal momento che nel discorso pubblico israeliano non è lecito toccare l’argomento. Come primo ministro “turnante” assieme a Shamir, dall’84 all’86, in uno dei tanti governi di unità nazionale seguiti ad altrettante elezioni “non vinte” dai laburisti (un piccolo promemoria per i proporzionalisti…) riuscì a riportare l’inflazione dal 440%, risultato della disastrosa guerra in Libano, al 20%, ma l’elettorato non sembrò accorgersi nemmeno di questo. È proprio dalla guerra in Libano che Peres inizia a essere identificato come “colomba”, dopo essere stato “falco” nei primi trent’anni dall’indipendenza, quando l’esistenza stessa dello Stato era seriamente minacciata – e quando anche gli insediamenti al di fuori della linea verde facevano parte di una strategia di difesa complessiva. Di fatto, la dicotomia falchi-colombe, come tutte le semplificazioni giornalistiche, mal si adatta alle personalità politiche complesse. Peres non fu falco né colomba (né, a dispetto del nome, avvoltoio), ma piuttosto un politico in grado di tenere assieme capacità visionaria, senso di giustizia e pragmatismo, adattando la propria visione alla fase storica. Dai primi anni ’80 avverte la necessità – e soprattutto la possibilità – del compromesso con i Palestinesi. Dopo il Nobel seguito agli accordi di Oslo, fonda il Center for Peace, contenitore della sua visione di un Medio Oriente prospero e pacificato. Nel fatidico 2005 del ritiro da Gaza, arriva a lasciare dopo sessant’anni il partito laburista per Kadima, la formazione centrista fondata da Sharon. Una scelta non facile compiuta ancora una volta guardando al futuro non prossimo. Dieci anni dopo, quelle speranze sembrano infrante e soltanto la carneficina siriana sembra avere in parte distolto la sproporzionata attenzione occidentale da quel piccolo paese che è Israele e dalle sue contraddizioni. A noi che osserviamo da una certa rassicurante distanza, la pace in quelle terre sembra essere tornata un miraggio, un sogno. Ed è proprio in momenti come questo che dobbiamo ricordare le parole di Peres: «Sento di aver guadagnato il diritto a sognare».

Perché l’accordo con l’Iran non è una nuova Monaco

In momenti come questo mi piacerebbe scrivere a Mario Nordio, mio vecchio docente di Storia e Istituzioni dell’Asia, per evitare di dire troppe stupidaggini e magari per rubargli qualche intuizione. Purtroppo il professore ha lasciato questo mondo disgraziato cinque anni fa e tutto quello che vi posso proporre è quanto segue. Premessa numero uno: a Losanna il gruppo “5+1” dei negoziatori impegnati sulla questione del nucleare iraniano non ha concluso ancora nulla, tutto si giocherà al momento di concordare i dettagli tecnici, quando, in caso di esito positivo, l’accordo verrà firmato. Il termine è fissato al 30 giugno, fino ad allora tutto rimane com’è.

Premessa numero due, ad uso degli isterici Obama-haters: francamente non tengo in gran conto le differenze, che pur esistono, tra la parte “moderata” delle gerarchie religiose al potere e le squadracce dei guardiani della rivoluzione da cui proveniva il maledetto Ahmadinejad, e vorrei che il regime degli ayatollah cadesse oggi stesso. Questo desiderio è lo stesso di milioni di Iraniani, che riescono a tollerare il regime soltanto cercando di ritagliarsi spazi di libertà privata lontano dagli sguardi degli occhiuti basiji e che di fronte alle uscite dei loro leader sollevano gli occhi al cielo.

Se gli Iraniani hanno festeggiato per strada alla notizia dell’accordo, non è certo perché la loro massima aspirazione sia che l’Iran diventi una potenza nucleare. La maggioranza degli Iraniani spera semplicemente che la loro vita, già sottoposta alle sanzioni morali del regime, non subisca più quelle materiali imposte dal mondo libero, e cioè che la loro vita quotidiana diventi un po’ meno complicata. L’embargo cui tra inasprimenti e attenuazioni, è sottoposto l’Iran nell’ultimo decennio ha infatti colpito soprattutto loro, più che il detestabile regime teocratico in cui vivono.

Mi si risponderà che nessuno ce l’ha col popolo iraniano e che qui il problema principale è un altro, qui si sta parlando di evitare che uno stato canaglia si doti di armi nucleari che permetterebbero ai suoi più fanatici rappresentanti di replicare la Shoah premendo un bottone. Difficile ragionare a mente fredda di fronte a immagini simili. Ma se smettiamo di farlo, tanto vale andare al poligono e imparare ad usare un arma. Perché l’«armiamoci e partite» di certi falchi da scrivania è davvero la posizione più miserabile che si possa tenere. Io, per ora, preferisco cercare di analizzare il problema, guardando ai fatti.

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni crescenti all’Iran subito dopo la rivoluzione islamica e fino agli anni ’90 in risposta al sostegno iraniano a Hezbollah e al terrorismo internazionale. Risultato: in trentacinque anni, l’Iran ha continuato ad estendere la propria influenza su Siria e Libano, ha finanziato la Jihad islamica palestinese e ha fornito i razzi coi quali Hamas bersaglia Israele da Gaza. Sul versante del contrasto al nucleare iraniano, dal 2006 ad oggi, alle sanzioni americane si sono aggiunte quelle previste da quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dal 2010 altre dell’UE. Risultato: in dieci anni, nonostante le sanzioni, il numero di centrifughe destinate all’arricchimento dell’uranio è passato da poche centinaia a circa 19 mila. Stando ai fatti, quella delle sanzioni non sembra quindi una storia di successi.

I falchi naturalmente rispondono che l’embargo – peraltro già attenuato nel 2014 – non ha funzionato soltanto perché troppo morbido. «Ci vogliono le bombe!», se non altro per distruggere le centrali in cui l’uranio viene arricchito. Peccato che, visto il numero dei siti nucleari, molti dei quali non identificabili, una soluzione chirurgica come quella usata da Israele, che nel 1981 bombardò il reattore iracheno di Osirak, sia ormai impraticabile. La campagna di raid aerei necessaria per il caso iraniano porterebbe il problema del nucleare in secondo piano, perché a quel punto saremmo passati direttamente alla terza guerra mondiale.

Eliminata subito l’ipotesi Stranamore, si potrebbe pensare di inasprire ancora le sanzioni, continuando ad ignorare la realtà. Ciò che doveva tradursi in isolamento internazionale, nel mondo multipolare è diventato un cambio di baricentro. Ostacolare l’esportazione di prodotti petroliferi ha semplicemente fatto sì che la Cina, divisa in modo ambiguo tra le sanzioni occidentali e la voglia di contare in Medio Oriente, abbia potuto crearsi riserve enormi di greggio iraniano approfittando dei prezzi ribassati. Anche per quanto riguarda l’import, gli effetti collaterali sono maggiori di quelli deliberati. L’Iran è tra i primi esportatori di greggio ma importa il 40% di gasolio e benzina dall’estero perché non ha abbastanza raffinerie per produrli in loco. Così il regime, per rispondere alla domanda interna, ha creato un gran numero di piccole raffinerie improvvisate nelle città, ora più inquinate che mai.

Gli effetti delle ultime sanzioni all’Iran non sono stati uniformi, anche se in generale si può dire che abbia colpito i più poveri e soprattutto il ceto medio, non certo la classe dirigente. Il blocco delle transazioni bancarie ha sfavorito gli scambi anche individuali con l’estero, quello delle tecnologie informatiche, nell’era della Rete essenziali alla stessa opposizione e agli attivisti per i diritti civili, ha in certi casi generato l’effetto paradossale di sommarsi alla censura del regime. C’è da chiedersi se indebolire la società civile sia la mossa più intelligente per portare l’Iran a un regime change spontaneo. Perché, forse ingenuamente, credo che questo debba essere l’obiettivo finale delle democrazie, quando si parla di Iran, più che una temporanea e comunque incerta garanzia di denuclearizzazione.

Una società civile giovane – l’età media nel 2014 era di 28 anni – e largamente istruita, con contatti sempre più stretti con una diaspora numerosa e ben introdotta in Europa e Stati Uniti, lontanissima dal fanatismo, aperta al mondo ma compressa nella gabbia di una teocrazia, dovrà essere nei prossimi anni uno dei soggetti principali della pacificazione in Medio Oriente, questo lo dicono i politologi ma lo pensano tutte le persone di buon senso. Rendere la vita difficile a queste persone li renderà solo inerti rispetto al regime. La storia degli embarghi nei confronti delle dittature e dei totalitarismi dovrebbe insegnare qualcosa.

In tutto ciò, la minaccia del “califfato” di Daesh è per molti la ragione per cui Obama avrebbe “ceduto all’Iran”. L’idea di dover dipendere dai preti in turbante nero per sconfiggere lo Stato Islamico non è esaltante, ma non credo che Obama abbia ceduto alcunché o che si sia rivelato un nuovo Chamberlain, né credo che abbia “voltato le spalle ad Israele”, come qualcuno ha scritto anche qui, e tremo al pensiero del prossimo repubblicano alla Casa Bianca. L’unica cosa di cui sono certo è che il Medioriente è un posto tremendamente complicato, in cui ogni mossa azzardata può causare disastri. È come quando cerchi di appendere un quadro al muro, il chiodo non buca, si storce, tu insisti a martellare e l’intonaco viene giù a pezzi. Ecco, a un falco non farei appendere un quadro, figuriamoci gestire il caos mediorientale. Come si suol dire, abbiamo già dato.

Dialogo sull’antisemitismo a sinistra

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Israele e la Sinistra. Ogni tanto ne scrivi, come durante i giorni tragici dell’ultima guerra di Gaza, ormai quasi solo per prendere posizione, cercando accuratamente di evitare discussioni sfiancanti quanto inutili con certi irrecuperabili odiatori. Un proposito difficile da rispettare se, tanto nel mondo dei social quanto nella real life, ti ritrovi a parlare con persone apparentemente  portatrici di valori e visioni del mondo simili ai tuoi, con le quali ad esempio condividi un generico antifascismo, l’idea di un solido welfare, il giudizio sul ventennio berlusconiano. Ti trovi d’accordo su molto, se non su tutto, ma una sorta di circospezione da campo minato non ti lascia mai tranquillo. Cerchi di aggirare l’argomento, ma non resisti e alla prima enormità senti l’urgenza di intervenire. Inutilmente. Con tanti compagni o presunti tali, quando si parla di Israele, inevitabilmente i toni cambiano, cambiano gli sguardi e il dialogo si interrompe. E in fondo Israele funziona come una sorta di cartina di tornasole grazie alla quale distinguere tra due sinistre diverse. Non solo tra una Sinistra sionista e una antisionista, ma tra una Sinistra laica e una Sinistra dogmatica. Tra il raziocinio e il pregiudizio. Mi riesce difficile capire perché un atto unilaterale come la risoluzione sul riconoscimento dello Stato Palestinese, votata a larghissima maggioranza dal Parlamento Europeo prima di Natale, rappresenti di per sé una buona notizia, mentre per anni il ritiro di Israele da Gaza è stato spesso ferocemente criticato proprio per il suo unilateralismo. Transeat. La sottosviluppata diplomazia dell’Unione sembra convinta che il gesto possa servire a far ripartire il processo di pace e trova evidentemente meno scomodo indispettire Israele sulla questione palestinese che non Erdoğan su quella curda. Niente di nuovo sotto il sole, non fosse per una sgradevole coincidenza cronologica tra la risoluzione suddetta e la decisione presa dalla Corte di Giustizia Europea di depennare Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche. I beni di Hamas in territorio europeo rimangono congelati per altri tre mesi, la sentenza non rappresenta la posizione politica dell’Unione, certo. Tuttavia è difficile non intravedere, in filigrana, il volto di una vecchia Europa vigliacca che, se e quando manifesta un barlume di politica estera, lo fa nel peggiore dei modi, all’insegna del vecchio vizio dell’appeasement. Per quanto mi riguarda, in questo caso a pesare sono certi silenzi e certe ambiguità alle quali non è estranea nemmeno la base del Partito Democratico. Sono passati più di quarant’anni da quando Umberto Terracini scriveva sull’Unità lamentando l’atteggiamento del PCI, che, dopo un momentaneo sostegno nel ’48, arrivava a negare «la legittimità sul piano del diritto internazionale di uno stato ebraico e, sul piano storico-politico, i suoi titoli all’esistenza». Da allora, mondi interi sono crollati, portando con sé partiti, progetti, ideologie, filosofie della storia. Soltanto un pregiudizio sembra rimasto immutato, se Tommaso Giuntella, presidente del PD Roma, limitandosi a deplorare la sentenza su Hamas, viene attaccato non dai prevedibili antagonisti in felpina e cappuccetto, ma nientemeno che dai giovani segretari dei circoli PD di Parigi e Bruxelles. Se nessuno oggi, nell’area della Sinistra riformista, nega la legittimità al futuro Stato Palestinese, viene allora da chiedersi quanti ancora neghino la legittimità di diritto, oltre che di fatto, dello Stato ebraico, quanto sia diffusa la posizione del «Certo, ormai c’è, mica li puoi cacciare» che ho sentito ripetere da amici e conoscenti decine di volte. Se i luoghi comuni su Israele risultano intollerabili per me che ebreo non sono, immaginate quanto possano esserlo per un ebreo tenacemente di sinistra che però rivendichi il suo legame con Israele, non sedotto dall’amicizia pelosa della destra ma nemmeno disponibile agli autodafè di taluni “ebrei buoni”, interpellati dai media ad ogni nuovo scoppio di violenza sulle sponde del Giordano. Per questa volta, quindi, niente Moni Ovadia.

Organizzatore culturale, creatore di festival musicali, titolare di un’agenzia di comunicazione per trent’anni e, più di recente, ristoratore, Raffaele Barki ha lasciato Tripoli per l’Italia con la sua famiglia quando aveva dodici anni, nel clima da pogrom che attraversava il mondo arabo dopo la guerra dei Sei Giorni. Attaccato ai valori della sinistra come alla propria identità ebraica, in entrambi i casi coltivando il dubbio e un’idea profonda di laicità. Barki non è uno che le mandi a dire. Rivendica orgogliosamente il suo essere «un rompicoglioni». Ha cominciato presto, facendosi sospendere dalla scuola ebraica di Milano quando – a 15 anni – sosteneva il diritto dei Palestinesi all’autodeterminazione. Nei giorni della guerra del Libano decise di non rinnovare la sua iscrizione alla Comunità Ebraica di Milano – un gesto che altri, molto più di recente, hanno avuto l’accortezza di comunicare urbi et orbi, a beneficio soprattutto del pubblico pagante di sinistra. Barki Detesta profondamente Bibi Netanyahu, ma allo stesso modo detesta il pregiudizio verso Israele che da quasi mezzo secolo avvelena il dibattito a sinistra. Otto anni fa, ben prima della candidatura di Moni Ovadia con la lista Tsipras, si presenta a Milano come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista. A partire da quell’esperienza, non posso non cominciare la nostra lunga chiacchierata chiedendogli se per un ebreo oggi sia possibile militare a sinistra del PD sostenendo allo stesso tempo le ragioni di Israele: «Una volta non era nemmeno immaginabile. Oggi, per quanto mi riguarda, risulta impossibile perché quello che è rimasto della Sinistra radicale è quanto di più antistorico possa esistere. Se penso ai Ferrero o ai Diliberto, mi vengono i brividi. Sono persone che ormai vivono al di fuori della realtà. Poi ci sono delle persone perbene come Vendola, che però sono circondate da chi ancora vive di retaggi preconfezionati. Tanti anni fa facevo politica attiva in uno dei gruppi più settari del periodo, addirittura di ispirazione bordighista. Quando mi sono accorto che avevo abbandonato il credo religioso e stavo cascando nel credo laico, mi sono allontanato, e a lungo. C’è poi stato un momento, nel 2005, in cui mi sono accorto che occorreva sporcarsi le mani perché c’era un problema grosso come una montagna, liberarsi di Berlusconi, e ho iniziato a mettere le mani nella merda. Ho iniziato a coltivare un sogno, quello di una sinistra vera, laica, fatta di valori, di contenuti – quando dico laica intendo anche non dogmatica. Sul significato della parola Sinistra oggi si potrebbe discutere, ma questo è un altro problema…Tornando alla domanda: quella Sinistra che descrivi è assolutamente incompatibile con un sentimento di appartenenza ebraica, anche non religiosa, perché intrisa di ignoranza e pregiudizio, di non conoscenza della storia e di cliché.

«Un’aspetto fondamentale è la mistificazione che viene praticata a sinistra nella distinzione tra sionismo ed ebraismo, tra antisemitismo e antisionismo. “Non sono antisemita, sono antisionista”. Chi dice una stronzata di questo genere è perché non capisce che cos’è lo Stato di Israele. Io oggi scherzando dicevo che è dal 1492 che giro il Mediterraneo e che mi sono da un lato arricchito, dall’altro mi sono rotto i coglioni di dover scappare continuamente!». Non posso fare a meno di interromperlo chiedendogli se ricordi la bellissima Arringa per la mia terra di un altro tripolino, un altro ebreo di sinistra, Herbert Pagani. Mi risponde ridacchiando: «la mamma di Herbert è cugina di mia madre!. La questione è che se tu non riconosci che è indispensabile che gli Ebrei abbiano un luogo dove nessuno li possa cacciare, perseguitare, chiudere nei ghetti, bruciare nei forni, discriminare, isolare, deridere, appiccicargli delle etichette d’infamia, o cose di questo genere, se non si riconosce il diritto ad avere uno spazio all’interno del quale essere ebrei non è importante, non è un handicap, mettiamolo in questo modo, se tu neghi questa necessità e questo diritto, automaticamente assumi un atteggiamento antisemita. È inevitabile». Tornando al riferimento ai gruppetti extraparlamentari d’antan, mi chiedo se l’ostilità antiebraica di certa sinistra non derivi dal rifiuto di quel germe di laicità che sta dentro il pensiero ebraico, da parte di chi invece fonda il suo agire politico sul dogmatismo e sul fanatismo. Ma per Barki, attribuendo al pregiudizio un’origine ideologica o filosofica, pecco di eccessiva generosità: «Io credo che l’origine di tutto questo sia una profonda ignoranza del problema, una profonda mancanza di conoscenza dei fattori storici e materiali. Tu guarda quante sono le persone che parlano di Medio Oriente e tu dimmi quante hanno i titoli per poterlo fare, quanti ne hanno la consapevolezza, quanti hanno gli strumenti anche geopolitici per poter fare una valutazione». Sarò forse troppo generoso, ma Barki risulta in fondo molto più ottimista di me, dal momento che l’ignoranza si può correggere con un po’ di studio, mentre curare il fanatismo è assai più problematico. Ciò detto, se il problema è culturale, il martellamento dei media – spesso aderenti al filoarabismo democristiano e agli interessi petroliferi – che per decenni hanno descritto un Davide Palestinese contro un Golia israeliano non può non aver dato i suoi frutti. «Certo. Purtroppo Israele ha commesso un errore fatale in passato, manifestando quell’arroganza “renziana” per cui la consapevolezza di stare dalla parte del giusto ti spinge a non comunicare le tue ragioni. Così, a furia di lasciar comunicare agli altri, nell’immaginario collettivo sono prevalse le ragioni degli altri. Dopodiché, se tu frequenti i paesi arabi come ho fatto per moltissimi anni e poi vai, come sono stato spessissimo, in Israele, ti rendi conto che tutti i luoghi comuni crollano non appena scendi dall’aereo». La realtà dei luoghi e della loro quotidianità, in effetti, parla da sé, per chi solo voglia vederla.

«Una volta in Israele sono andato a trovare un amico di un mio parente che aveva avuto un incidente in moto ed era rimasto tetraplegico. Aveva bisogno di un letto molto particolare e in ospedale ce n’era soltanto uno. Non ha potuto godere di quella disponibilità, perché c’era un terrorista palestinese che si era fatto esplodere, era diventato a sua volta tetraplegico e gli avevano messo a disposizione quel letto per curarlo. E ai confini fra la Cisgiordania e Israele, fra il Sinai e Israele, fra la stessa Giordania e Israele, c’erano file di persone che andavano in Israele a farsi curare – a farsi curare gratuitamente, tra le altre cose. Ecco come di fronte ai fatti, i luoghi comuni sulla bastardaggine degli Israeliani e sullo stato permanente di vittime dei Palestinesi decadono automaticamente. Se invece vai a vedere come invece vengono trattati i Palestinesi nei paesi arabi, c’è da rabbrividire. In Giordania li hanno massacrati, in Libano li hanno maciullati, li hanno maciullati i Cristiani Maroniti – poi lì c’era Sharon che aveva la sua grossa fetta di responsabilità legata al fatto che aveva cessato la custodia dei campi profughi [a Sabra e Shatila, ndr], ed è stato per quell’episodio che ho cancellato il mio nome dalle liste della comunità ebraica di Milano. Ma in generale i Palestinesi sono stati massacrati quasi sempre dai loro “fratelli” Arabi!. Altra cosa da dire è che l’Occidente non conosce il mondo arabo e quindi non conosce neanche il mondo palestinese, per cui gli occidentali non possono concepire che si mettano in prima fila i bambini per generare vittime e attribuire la responsabilità al presunto aggressore. Non lo concepiscono. È un tipo di mentalità che il mondo occidentale non riesce a capire e fino a quando non impareranno a decodificare il linguaggio e la cultura e la mentalità del mondo arabo, non riusciranno a capire il problema mediorientale e le posizioni internazionali risulteranno sempre distorte come da specchi rotti». A proposito dei problemi del medioriente e del loro uso politico-mediatico, chiedo a Barki che cosa pensi dell’amicizia interessata di certa stampa di destra o terzista, a partire dal «Foglio» di Giuliano Ferrara, più volte promotore di manifestazioni di solidarietà ad Israele. «Ma io questa ghenga…io non ho mai consentito a questa gentaglia di lisciarmi il pelo. Io non dimentico che gli unici esperimenti riusciti di socialismo reale sono quelli tentati nei kibbutzim, non dimentico che il pensiero laico e di sinistra nasce anche nel ventre del mondo ebraico. Quando Berlusconi venne ad inaugurare Binario 21 [il memoriale della Shoah in Stazione Centrale a Milano] mica lo si sarebbe dovuto cacciare, ovviamente. È comprensibile un atteggiamento di opportunità politica, ma non puoi pretendere di fare il Principe della situazione!»

Soltanto verso la fine della telefonata mi accorgo di aver appena scalfito il problema che mi aveva spinto a chiamare Barki, e mi sta bene così. L’orizzonte si allarga necessariamente quando si parla di pace, un tema ben più importante delle miserie della politica politicante e dei pregiudizi e dei ritardi intellettivi della Sinistra europea.  «L’errore è tentare di sciogliere una matassa che ormai non può più essere sciolta. La matassa del Medio Oriente, di Israele e della prossima futura Palestina non è più una matassa di cui trovi il capo, perché ormai torti, ragioni, verità storiche sono talmente annodate che non riesci più a scioglierle, non ci sono santi. Bisogna ripartire da questo momento, prendendo atto del fatto che c’è un grumo insolubile e si dovrebbe partire da principi di buona volontà e di rispetto reciproco. Ma la verità è che per essere razzisti una ragione la trovi sempre, e non mi sto riferendo alla sinistra nei confronti degli Ebrei o di Israele. Mi riferisco al fatto che il mondo sta assumendo un tono sempre meno tollerante. Se tu vedi quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove addirittura riemergono i conflitti razziali, o in Francia, in Indonesia, in Pakistan, in Afghanistan, ovunque. È diventato un virus. Una ragione per identificare una minoranza e dare argomenti per odiarla la trovi sempre. Perfino quel pitalpiteco di Salvini è in grado di farlo!». Una chiusa non proprio confortante, giustificata dal momento che stiamo vivendo. Ma la mia l’impressione di un qualche ottimismo di fondo viene confermata quando, due giorni dopo la nostra conversazione, Barki mi chiama unicamente per avvertirmi, un attimo prima che vengano diffuse le agenzie, che in Tunisia il laico Essebsi ha vinto le elezioni presidenziali. Un piccolo segno di speranza, forse, e Dio sa quanto abbiamo bisogno di questi segni.

Comprereste un pensiero usato da quest’uomo?

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«Lungi da me l’idea di un complotto giudaico-massonico. Credo che lo Stato di Israele sia stato l’inizio della rovina. E comunque ricordiamoci che la Federal Reserve è di proprietà di Rothschild e Rockefeller». (Gianni Vattimo, 2014)

«Non voglio che ci sia uno stato confessionale e razzista come Israele». (Gianni Vattimo, 2013)

«Allora mi dico: non ho mai creduto alla menzogna dei Protocolli degli anziani di Sion. Ora comincio a ricredermi, visto il servilismo dei media». (Gianni Vattimo, 2008)

La prima citazione fa quasi pensare ad un’autoparodia. Ma c’è poco da ridere, a mettere insieme queste ed altre opinioni del più famoso reazionario di sinistra che esista in Italia. Voi forse distinguerete il pensatore dal personaggio politico, i testi filosofici dalle uscite pubbliche, eccetera.

Io no.

Il teatro della guerra

Magari voi non l’avete mai notato, e in tal caso potete anche interrompere la lettura del post: se da qualche altra parte, magari poche centinaia di km più a nord, centinaia di civili cadono sotto i colpi dell’artiglieria, la quasi totalità dei nostri telegiornali riferisce di generici “violenze e scontri” tra due parti di cui ci si interessa molto poco. A Gaza, per contro, si perpetrano «stragi di bambini». Una notizia è una notizia. Sì, e i pregiudizi sono pregiudizi. A qualcuno potrà apparire cinico fare le pulci ai media e al loro bias antisraeliano nel momento in cui vengono diffuse le immagini dei bimbi di Gaza morti durante i bombardamenti. Il punto è che questa è soprattutto una guerra mediatica, combattuta secondo schemi drammaturgici elementari. Che Hamas pensi di sfidare la superiorità militare di Israele è ridicolo. Hamas punta ad uccidere, certo, ma soprattutto a suscitare una reazione che, con le sue inevitabili vittime civili, bimbi in primis, generi la riprovazione dello spettatore e della cosiddetta comunità internazionale, e quindi l’isolamento di Israele. La reazione in sé, necessaria e puramente meccanica, alle centinaia di razzi lanciati da più di quindici giorni sulle città israeliane, non poteva che essere quella di queste ore. Non c’è proprio nessuna lettura politica da fare, bisogna soltanto riconoscere il diritto all’autodifesa di Israele e augurarsi che il conflitto armato cessi al più presto. Ci si dovrebbe chiedere, piuttosto, se la chiave (morale?) di tutta la vicenda non stia nel fatto che lo Stato di Israele tiene alla vita dei suoi cittadini molto più di quanto la mafia islamista di Gaza – assieme alle élite di tutto il mondo arabo – tenga alla vita dei suoi.

Scrivo questo al netto di ogni considerazione sulle cause storiche e le responsabilità (arabe, israeliane, internazionali) del conflitto, una guerricciola che dura da appena una frazione del tempo durante il quale Francesi e Tedeschi si sono periodicamente scannati, uno dei tanti conflitti, di certo non il più sanguinoso, ma sicuramente il più seguito dagli occhi di bue dei media internazionali. La guerra civile siriana ha fatto più vittime in venti mesi che la guerra dei Sei Giorni e la prima e la seconda Intifada messe assieme. Ma non si è vista traccia di indignazione per la Siria da parte di chi si straccia le vesti per Gaza, naturalmente: «An acquaintance of mine, a Syrian living in Beirut, wrote me in frustration about this last night. “We get very little interest from the international press compared to the Palestinians. What should we do to get more attention?”. My advice is to get killed by Jews. Always works.» (Jeffrey Goldberg per «The Atlantic», qui).