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Per gli amanti del revival

Sulle larghe intese mi sono già espresso, e abbastanza rudemente: le vedo come una sgradevole necessità spiegata dall’aritmetica più che dalla politica. Un’esperienza da concludere in fretta. Ma se invece Letta ci prendesse gusto a fare il dog sitter di ARF-ARF-Arfano e decidesse di rimanere per l’intera legislatura? La presenza di Emma Bonino e di Cécile Kyenge basterebbe a far passare il nostro mal di pancia? E’ ancora presto per capire a cosa ci porterà questa bizzarra Spaghetti-Grossekoalition, ma alcune sue caratteristiche non fanno ben sperare. Non mi riferisco alla questione dei processi di B., la quale ormai dovrebbe avere la stessa rilevanza dello shopping di Kate e Pippa. I problemi sono ben altri.

In molti hanno sottolineato un certo passaggio del primo discorso di Letta, al momento di ricevere il mandato, in cui il neopresidente del Consiglio, classe ’66, ricordava che in fondo gli anni ’80 non erano poi stati così male come afferma la vulgata di sinistra. Anni bui, ci avevano insegnato: gli anni della Thatcher, di Reagan, del Pentapartito e di un Craxi che spadroneggiava, di un PCI balbettante, tenuto in vita, in virtù di un larghissimo consenso, un decennio in più di quanto sarebbe stato auspicabile. Gli anni dell’ascesa di Berlusconi nel campo dei media, e quindi del supposto rincoglionimento televisivo di massa. Anni caratterizzati da un’estetica considerata dai più brutta, anzi bruttissima. Fine delle stramberie ’60-’70, fine del modernismo ordinato, gli anni ’80 consacrano il postmodernismo e il frullato degli stili. In musica il dominio della drum machine è assoluto (il che non è di per sé un male, in particolare se parliamo di una Roland Tr-808…). Rimanendo nel campo delle politiche economiche, gli anni ’80 sono protagonisti di un mito, causato forse da una sorta di errore prospettico, per cui a Sinistra ci si ricorda del neoliberismo inglese e ammaregano (Ronnie e Maggie, appunto) più che della propria realtà domestica, della quale tutti menzionano unicamente il referendum sulla scala mobile dell’84. Sarebbe comodo credere altrimenti, purtroppo il nostro stato sociale è stato distrutto dalla crisi del debito sovrano, non dai fantomatici “liberisti”.

In quegli anni iniziava l’avventura di un gruppo di giovani economisti vicini a Craxi, oggi incistatisi come zecche nelle trippe del partito-azienda di B. (escludiamo dal novero Giuliano Amato, accomodatosi in tempo utile a Sinistra). Il mio concittadino Renato Brunetta, che già minaccia di far cadere il governo sulla ridicolissima questione dell’IMU, è oggi il loro capofila, ricevuto il testimone da un Tremonti caduto in disgrazia. Questi personaggi, assieme al loro Principe di allora, vengono oggi dipinti come grandi modernizzatori, precursori delle liberalizzazioni e risanatori delle finanze pubbliche, nonostante le loro politiche – sia ai tempi dei due governi Craxi che dei quattro governi Berlusconi – siano state di segno affatto diverso e abbiano anzi causato all’economia italiana danni gravissimi tuttora ben visibili. In realtà, se si vogliono capire Brunetta e Tremonti, i cui contrasti riguardano più i loro Ego smisurati che non la sostanza delle idee, più che alle questioni di politica economica occorre forse guardare alle strategie di conquista del Potere. Il PSI di Craxi e degli allora giovani Giulio & Renato, preso atto dei suoi limiti elettorali, puntava alla “qualità” del consenso, valutato in termini di concentrazione di potere. Mentre la DC era simpliciter interclassista, i socialisti piantavano le loro bandiere in modo più ragionato, da autentiche puttane laureate. Craxi e i suoi avevano mollato la vecchia identità operaia – e quindi un soggetto sociale sconfitto  – per inseguire i ceti emergenti. Com’è noto, ciò avveniva in modo lecito e meno lecito. Per un partito del 12%,  dotato di un apparato fin troppo grosso, che puntava decisamente sull’ambizione personale dei suoi quadri, la corruzione era forse davvero un’opzione obbligata. Allo stesso tempo, il fatto di avere in mano le casse dello Stato permise loro di unirsi alla DC nella compravendita dei consensi ad ogni livello. Le PMI crescevano, la grande industria declinava ma, pubblica o privata che fosse, veniva generosamente sostenuta dallo Stato. Erano anni di benessere, senza dubbio. Non che fosse tutta una Milano da bere, fatta di sciali e gozzoviglie. Io i sacrifici dei miei genitori – dipendenti pubblici – me li ricordo molto bene. E’ anche vero che poterono permettersi una casa. I tassi dei mutui erano a due cifre, ma lo erano anche i rendimenti dei titoli di Stato – il che spiega molto del nostro presente. Ancora mi mangio le mani per aver riscosso, dopo meno di dieci anni, un buono postale da un milione di lire, regalo del nonno, che rendeva la bellezza del 12,5% annuo. Eccoci al punto chiave: gli anni ’80 furono soprattutto il momento in cui il debito pubblico esplose. Spiace per gli appassionati di certa recente agiografia, ma, con i loro 20 punti di PIL mangiati in debito, i due governi Craxi battono qualunque esecutivo della storia repubblicana:

Debito pubblico e governi (Centro Einaudi/Linkiesta)

Insomma, gli anni ’80 come luogo simbolico cui andare nel momento in cui si discute della questione delle questioni, della coppia oppositiva più importante nel dibattito politico: politiche di spesa o di rigore? La natura stessa di questo governo Letta lascia spazio a qualche importante ambiguità. Fatte salve tutte le (enormi) differenze del caso, questo governo ricorda davvero le grandi ammucchiate messe su da democristiani e craxiani ai tempi belli. Si dirà che oggi abbiamo a che fare con dei democristiani giovani e liberaleggianti (assai più liberali dei craxiani, come abbiamo visto). Vero. Ma, in linea di massima, le culture politiche maggioritarie di questo Paese sembrano più adatte a distribuire ricchezza quando ce n’è (e anche quando non ce n’è), che non a riformare radicalmente le istituzioni e l’economia. Tornando a Brunetta, rigorista superficiale, tanto aggressivo rispetto al mondo del lavoro quanto “keynesiano” se si tratta di grandi opere. E’ sua, ad esempio, la curiosa idea delle cinquanta centrali nucleari da costruire “per far scendere il prezzo di gas e petrolio”, pagate naturalmente a debito (eurobond “garantiti dalle riserve auree della Banca Centrale”). Una roba molto anni ’80, non trovate?

Suvvia, basta con le cazzate, mi direte. Ormai quei tempi son lontanissimi. L’integrazione europea ha fatto passi enormi, da allora. C’è l’unione monetaria, i nostri creditori non ci lascerebbero mai tornare a vivacchiare. Piuttosto, rimane il dubbio che la grande buffonata demagogica dell’IMU altro non sia che un geniale trappolone architettato da Berlusconi luimême. La meccanica è elementare: andare ad elezioni ora, col pretesto dell’IMU e con un PD agonizzante, significa stravincerle e sentirsi in diritto di non fare prigionieri. Restando su un piano strettamente politico, al di là della nota persistenza dell’eredità craxiana, la vera (pessima) notizia è che tanti cattolici si stanno ricoagulando attorno ad un centro per ora ancora virtuale. Ci pensino in fretta, gli scontenti e i nostalgici querciaioli. Lascino perdere le super-Sel e stiano ben lontani dai diciannovisti pentastellati. Perché se per caso una nuova DC dovesse nascere, in questo Paese non cambierebbe davvero più nulla per un altro mezzo secolo almeno [sempre che non succeda qualcosa di peggio, anche grazie ai fasciogrillini e a tanti utili idioti. Ma  questo è soltanto un mio incubo ricorrente]. Perciò sono convinto che l’obiettivo politico più importante sia quello di tenere insieme i pezzi del Partito Democratico ad ogni costo. Oppure il passato ritornerà, e questa volta per restare a lungo.

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Codesto solo oggi possiamo dirti…./2

Eccoci arrivati alla roba di sostanza, al mucchio grosso. Se appartenete a quella maggioranza di elettori di sinistra mossi dal timore che questo Paese (ma non si riesce nemmeno più a chiamarlo Paese…chiamiamolo troiaio, d’accordo?) collassi, pensate che la cosa più sensata da fare sia votare PD. Io penso che abbiate ragione. Non sono iscritto e nemmeno trovo granché appetibile la frittata che attualmente è il Partito Democratico. Ma, come scrivevo nel post precedente, le alternative sono risibili. E un partito di massa pensato per un sistema bipolare contiene un ventaglio di idee abbastanza ampio da soddisfare la maggior parte di noi – mi sembra che il violento scontro interno di queste settimane ne sia una prova, tra l’altro. Nel caso siate tesserati, sarete in parte mossi dall’antica disciplina di partito, in parte dall’abitudine, da quel residuo identitario sul quale è campato per vent’anni il gruppo dirigente PDS/DS/PD. Siete naturalmente schifati dall’andazzo generale, ma non vi garba il cacofonico cri-cri grillesco. Credete ancora nel partito, o meglio, sapete bene che i partiti rimangono uno strumento fondamentale della democrazia rappresentativa – un sistema al quale siete affezionati. Avete quindi capito che il problema non sono i partiti il sé, ma il potere delle segreterie. Siete stufi delle solite facce, e lo sono anch’io. Mica per una questione d’età, intendiamoci. Anzi, se devo dirla tutta, i miei coetanei – i trentenni – nemmeno mi piacciono granché. Credo molto al valore dell’esperienza. Ma se l’esperienza è quella degli apparatčik dalemiani? Beh, ne faccio volentieri a meno. Mi spiace per Pierluigi Bersani, che rimane una persona in gamba e perbene, oltre che uno dei migliori ministri che il centrosinistra abbia avuto. Putroppo, nonostante gli ultimi tentativi di smarcarsi da Cane Pazzo D’Alema, da Richelieu D’Alema, da Renzi-ti-spiezzo-in-due D’alema, Bersani rimane legato a quei settori del partito. Se fosse per una questione di simpatia viscerale, si trattasse di fare una chiacchierata davanti ad una birra (o ad un bianco dei colli piacentini), non avrei alcun dubbio: Bersani tutta la vita. Ma per rompere certe incrostazioni ci vuole altro. Ecco perché, se andrò a votare a queste primarie, sceglierò Renzi (votando PD anche se dovesse vincere Bersani, beninteso). Ma vi sento fremere. Arriviamo dunque all’obiezione fondamentale:

«Tutto giusto, ma purtroppo Irrènzi è liberista!»

Lo dice pure Nichi:

«Matteo RenFi rappreFenta la dottrina liberiFta. AnFi, NEOliberiFta!»

Ammesso e non concesso che lo sia, voi che cosa siete, marxisti-leninisti? In tal caso, come detto nel post precedente, dovreste votare uno dei piccoli partiti comunisti sulla piazza. Cioè, intendiamoci, esistono tanti comunisti che votano PD in nome di complicate strategie attendiste, o dell’antica disciplina che descrivevo sopra, o per il senso di sicurezza che soltanto i partiti di massa possono dare…

«No, ma che comunista, dai, sono socialdemocratico…diciamo almeno keynesiano…ma l’articolo diesciotto, eccheccazzo!»

Vi rivelo un segreto: Matteo Renzi non è un neoliberista. Non lo è tecnicamente, come non lo è Monti. Parlerei di social liberalism, piuttosto. Più o meno le stesse idee di Prodi, ricordate? Quando Renzi dice di voler aprire gli asili perché le donne italiane possano lavorare come nel resto d’Europa, dice una cosa “neoliberista”? E infine, diciamolo francamente, nello scontro tra keynesiani e social-liberali, siete proprio sicuri di preferire i primi? Siete certi che il sistema dei carrozzoni pubblici all’italiana, delle controllate e delle partecipate da Stato ed enti locali, quelle grandi e piccole macchine da debito, coi loro consigli di amministrazione nominati dai partiti, siano veramente una cosa de sinistra? Non vi sfiora il sospetto che lo scontro interno al PD non sia soltanto uno scontro “di programmi”, ma di rendite di posizione?

«Ma ti dico che è neoliberista, e se la fa coi finanzieri, con gli speculatori! A Milano si è fatto pagare la cena da Davide Serra».

Purtroppo in questo caso il buon Bersani non è riuscito ad evitare una figura grottesca. Faccio mio il commento di Gad Lerner, che di certo non è sospettabile di simpatie renziane:

« “Non accetterei consigli da chi ha la società alle Caiman”. Davvero? Temo debba cancellare metà della sua agenda telefonica. Le conversazioni con i Gavio, le affettuosità con i Tanzi, l’affidamento della sua segreteria politica a Filippo Penati, la confidenza con i vari Consorte e Sacchetti che nel frattempo si costituivano fondi per decine di milioni all’estero…»

Al di là dello scontro Renzi-Bersani, il rapporto con la finanza è per molti un discriminante rispetto alla possibilità di votare PD. Fate le vostre scelte. Io, che non ho denari da investire, né particolari pregiudizi, credo che la finanza possa (e debba) essere governata soltanto da chi non ne faccia un demone col quale spaventare le piazze.

«Irrenzi è andato a trovare Berlusconi e ha persino detto che vuole cercare voti a destra! E’ uno di destra! »

E’ vero, Irrenzi è andato da Berlusconi a prendere il caffè. Un gesto evitabile, e spregiudicato, dal punto di vista simbolico, quanto irrilevante da quello politico. Ma gli inciuci di D’Alema sulla questione del conflitto di interessi, ai tempi della bicamerale, ve li siete già dimenticati? Un caffè o una cena contano più di un fatto politico? In quanto alla ricerca di consenso tra i delusi del centrodestra…beh, io ve lo dico: se la cosa vi sembra strana, la democrazia non fa per voi. Avete proprio sbagliato indirizzo, credetemi. Per quindici anni una parte della mia famiglia ha votato il Caimano. Col tempo si sono resi conto di aver fatto una cazzata. Vi fanno schifo i loro voti?

Essù, scendiamo dal pero, almeno una volta ogni secolo.

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