Archivi tag: la situazione prefascista

Basta un poco di zucchero e il fascismo va giù

25eco11f2-800x540

Sono molti i vantaggi dell’essere – immeritatamente – ospitati da una testata giornalistica con tanto di direttore responsabile senza far parte della corporazione e senza la minima intenzione di entrare a farne parte. Il primo fra tutti consiste nella possibilità di non rispettare quel codice etologico proprio del branco giornalistico, quello per cui la scorreggia del maschio alfa viene aspirata forte come gli incensi della Pizia. Un comportamento che si ripete ogni mattina con la lettura dei vari intercambiabili buongiorni somministrati dai giornaloni. «Uno straordinario Gramellini», «uno strepitoso Serra», «un meraviglioso Cazzullo (no offence!). La cortesia tra colleghi è diventato ormai un microgenere imitato dal lettore più fedele, che un tempo poteva comunicare la sua approvazione alla grande firma soltanto a mezzo posta, mentre oggi gli sono sufficienti poche mosse di pollicione sullo schermo dell’Iphone – col quale ha cura di fotografare il colonnino oggetto di lode, come prova dell’avvenuto acquisto del giornale. La promiscuità tra giornalisti e lettori fa sì che, oltre alle lodi, non manchino le critiche o gli insulti. Ai viventi come ai morti. Persino ai morti intoccabili, signora mia, persino alla figura – deificata già in vita, quindi configurasi il reato di bestemmia – di Indro Montanelli da Fucecchio.

Ecco quindi che scorrendo i rotoloni dei social network, uno dei più autorevoli tra i buongiornisti, Mattia Feltri, si imbatte in una di quelle polemiche-lampo che per 48/72 ore investono la Rete. I «rabdomanti di Internet», così li definisce Feltri, hanno scoperto che l’Indro in Etiopia comprò una dodicenne e ora gli danno del fascista, dello schiavista e del pedofilo. Stavolta il buongiorno risulta un po’ amaro, un po’ perché – immaginiamo – l’Indro era uno di famiglia, un po’ perché la bestemmia fa male. Le prodezze coloniali di Montanelli sono note da lungo tempo, ed è solo un caso che la vicenda sia diventata virale, assieme al Buondì Motta o alla partita di pallone, specie tra chi di Montanelli sapeva poco, perlopiù i giovanissimi, quelli che non leggono libri né giornali, ma «si informano» dai social. «Ogni biografia è rivisitabile lì per lì, perché di ogni biografia nulla si sa, la biografia non esiste», scrive Feltri in un passaggio di vasta portata anche filosofica, e di certo né ciò che resta dei quotidiani né fessbook sarebbero il luogo adatto per emettere giudizi. E tuttavia i fatti, i fatterelli di un uomo fatto che adora il Dvce e parte per fondare l’Impero e compra una bambina come schiava sessuale, rimangono. La biografia quindi esiste, al di là del giudizio. E fa specie che proprio un buongiornista razionale, nemico del populismo delle fake news e dell’ignoranza dilagante possa risentirsi se, per una volta, dei cittadini poco informati vengono a conoscenza di un fatto acclarato, un fatto che dice molto del nostro passato di nazione, più ancora che della biografia di Montanelli.

Si dirà: i giudizi sommari e i linciaggi da social sono appunto tra le più tipiche manifestazioni del populismo odierno. Verissimo. Ma allora i professionisti dell’informazione dovranno ammettere – e i più onesti di loro lo fanno – che ultimamente i fronti dell’opinione si sono alquanto confusi. I social sono in effetti una chiavica da cui ci terremmo ben lontani se solo avessimo risorse materiali, morali e intellettuali sufficienti. Quando però leggiamo grandi editoriali indignati per il razzismo, il fascismo e l’analfabetismo di ritorno, non possiamo che scuotere la testa e pensare alle grandissime facce di tolla di Massimo, Mattia, Michele, Aldo e dei loro stimati direttori. La Rete, descritta per anni come il killer della stampa quotidiana, è da tempo il suo polmone d’acciaio. Dalla Rete e dai social in modo particolare, le redazioni, attraverso schiere di stagisti, attingono il materiale per confezionare le edizioni online, e non solo. Cadaveri maciullati o gattini pucciosi, va bene tutto per tenere in vita i giornaloni bandiera del ceto medio riflessivo, anche una spruzzatina di razzismo, se necessario, naturalmente edulcorata dallo zuccherino dei buongiornisti. È comprensibile che i monopoli editoriali diversifichino l’offerta – se il Paese ora è preso dalla paranoia xenofoba, tocca titillare un po’ quella paranoia. L’obiettivo potenziale è coprire tutto il mercato delle idee, e siccome di copie se ne vendono pochine e gli inserzionisti vogliono il web, al gazzettiere tocca semplificare e ridurre l’informazione a una sequenza di stimoli pavloviani. L’importante è acchiappare click su click. Intanto questa cosa sull’islamico la pubblichiamo. Poi pubblicheremo la smentita. Se ce ne sarà l’occasione. Se ce ne ricorderemo. Se ci converrà.

Oltre alle esigenze commerciali, esiste poi il legame di servizio con l’establishment. La linea securitaria del PD ha bisogno di una cassa di risonanza, «l’Unità» è morta, il nuovo house organ ufficioso del partito, «Il Foglio», è roba per pochi, per cui saranno i grandi quotidiani a dare una mano. Negli ultimi mesi questo schema è emerso con sufficiente chiarezza. La leggenda nera sulle ONG, come non accade(va) con le altre fandonie complottiste, è stata ripresa dai quotidiani nazionali con scientifica oculatezza. Gradualmente, senza esagerare. Un colpo al cerchio – i sospetti sulle organizzazioni umanitarie – e uno alla botte – la tragedia dei migranti. A strappare una lacrimuccia al buon borghese per l’affondamento dei poveri negretti ci pensa il buongiornista. Il quale però, alla bisogna, si presterà a riequilibrare la percezione generale – due righe sull’incompatibilità della cultura d’origine del negro stupratore con la nostra, un plauso al governatore della Libia Minniti – sempre in tono dolente da «triste necessità», sia chiaro. Così forse non si formano le opinioni, ma le si rende socialmente accettabili. A ben vedere, comunque, in tema di immigrazione le differenze tra establishment e popolazzo non sono poi così grandi. L’egoismo di fondo è lo stesso, la paura di perdere «la roba» (tanta o poca che sia, non fa differenza) è la stessa. I meccanismi sottostanti sono diversi, ma complementari, come ruote dentate che si muovono in versi opposti facendo funzionare lo stesso ingranaggio. Gli apprezzamenti di Monti a Giggino Di Maio – segnale del definitivo sdoganamento del M5S presso l’establishment – sono un buon esempio dell’andazzo attuale.

Celebriamo quindi la rinnovata unione tra «casta» e cittadini comuni. Fra una ventina d’anni, quando anche questo ciclo politico sarà concluso – sperabilmente senza una guerra di mezzo – non sarà difficile ricostruire le tappe del disastro. Ma siccome sarà stata colpa di tutti, nessuno avrà voglia di farlo. Come quell’altra volta.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Il disordine nuovo

uroboro-800x540.jpg

«Le potenze di questo mondo si dividono visibilmente in due gruppi non simmetrici: da una parte le autorità costituite e dall’altra la folla. In genere, le prime prevalgono sulla seconda; in periodo di crisi, succede l’inverso. Non soltanto la folla prevale ma essa è una specie di crogiolo dove vengono a fondersi anche le autorità più consolidate. Questo processo di fusione assicura la riformazione delle autorità grazie al capro espiatorio, ossia al sacro».

(René Girard – Il capro espiatorio, Adelphi, 1999)

Lo spoglio dei voti non era nemmeno terminato e già si notavano le prime mani avanti, i primi distinguo, i primi scaricabarile. «il mio no è differente», si affannano a dichiarare i tanti benintenzionati di Sinistra, in lieve imbarazzo di fronte a certi loro compagni di strada. «E comunque è stato Renzi a voler personalizzare il referendum!». Il che è vero. Come è vero che se Renzi non l’avesse fatto, ci avrebbero comunque pensato i suoi avversari. E, al di là di tutto, è ragionevole che un governo resti in carica quando una riforma costituzionale che è il cuore stesso, il pilastro del proprio programma viene rifiutata dal 60% dell’elettorato? Certamente no. Inutile tentare di eludere la natura politica o minimizzare gli effetti del voto. Con la vittoria del No, a mio avviso si chiude quella che abbiamo chiamato Seconda Repubblica. Non ho idea di quando e come verrà inaugurata la Terza, ma il percorso del Paese sin qui è abbastanza lineare. Siamo arrivati impreparati alla caduta dei muri e alla globalizzazione dei mercati e stiamo andando alla cieca da un quarto di secolo. Al netto di ogni sacrosanta critica possibile, le riforme, che Renzi ha semplicemente copincollato da vari programmi della Sinistra dagli anni Ottanta in poi, avevano appunto lo scopo di attrezzarci meglio rispetto agli scenari di un mondo sempre più piccolo. Una condizione necessaria, ma tutt’altro che sufficiente a garantire di nuovo il benessere diffuso, in un futuro non troppo lontano. La riforma delle istituzioni è il comburente senza il combustibile (i capitali). L’uno in teoria dovrebbe portare l’altro. Nel mentre, l’economia non riparte e lo sciacallaggio del disagio – ingegnerizzato per il web nel caso di Casaleggio & Grillo, più ruspante e piazzaiolo in quello di Salvini – fa il resto, sfrondando la complessità a colpi di roncola per trovare tra le frasche il capro espiatorio preferito del momento: il migrante. «No ti vedi che semo pieni de negri, par colpa de Rensi?». Così si è espressa un’abitante del quartiere popolare in cui ho fatto volantinaggio durante la campagna. Una tra i tanti. A poche centinaia di metri da lì, BoBo e Sinistra identitaria hanno punito Renzi per la sua lontantanza estetica – e quindi morale – dal loro mondo, e si è alla fine compiuta la vendetta che i dirigenti PD rottamati e i loro sottopancia avevano giurato nel 2013. Chi non dorma in piedi o sia in malafede sa bene come l’insistenza di costoro sulla questione sociale e sugli strappi di Renzi col mondo del lavoro sia puramente strumentale. Quando i vari D’Alema, Bersani & C. parlano della “nostra gente”, omettono di precisare che la “nostra gente” oggi vota Grillo o Salvini anche per colpa loro. La disaffezione dei salariati e il mal di pancia della base sono fenomeni che risalgono a tempi in cui Renzi era noto soltanto agli spettatori della Ruota della Fortuna. La battaglia di Baffino è una battaglia tutta interna al ceto politico, che ha voluto defenestrare il giovane arrogante a spese di tutto il partito e di tutto il Paese. I notisti politici potranno seguire con passione le prossime evoluzioni di queste facce di culo. Io, dopo aver visto il terzo governo di centrosinistra abbattuto dal fuoco amico, mi limiterò a fare di tutto perché le nostre strade non si incrocino più.

Guardando al futuro prossimo, ciò che davvero conta è il messaggio, chiarissimo, che gli Italiani hanno lanciato, identificando in Matteo Renzi un’incarnazione, un agente di tutto ciò che temono, di volta in volta rappresentato da Unione Europea, JP Morgan, Trilateral, ecc.: in buona sostanza, il mondo globalizzato, senza più confini né sicurezze (non male, per uno scout della Valdarno…). A spingere verso i seggi persino gli impolitici è stato quindi l’odio profondo per Renzi, ma anche il desiderio di mantenere quell’anarchia non-solidale, quella competizione tra clan che è poi la forma costitutiva di (s)governo di questo Paese da sempre e, forse, per sempre. Chi anela al potere e chi ha paura del potere, tutti uniti contro Renzi, ma anche contro la democrazia liberale in sé. Gli effetti giuridici delle modifiche alla Costituzione poco c’entrano con tutto questo, la Carta qui è semplicemente l’oggetto simbolico di un’operazione rituale: il sacrificio del capro espiatorio. La semplicità del quesito reale («volete tenervi Renzi?») e la naturalezza della negazione in una fase di crisi spiegano la grande affluenza e il carattere di questo voto. A muoversi è stata la folla, al di là delle singole appartenenze. Al suo interno, tanti cittadini che, dopo anni di astensionismo, hanno deciso di mettere la testa fuori dal loro buco per esercitare la pars destruens della partecipazione democratica, e l’hanno fatto con rabbia. Una rabbia che ognuno di noi sperimenta ogni giorno in amici, colleghi, conoscenti, una forma lievemente ossessiva che ha trovato nella caduta di Renzi il suo climax. Molta energia è stata liberata, altra lo sarà molto presto, come in un Vajont politico. È evidente il carattere reazionario di questa spinta, è evidente come la situazione prefascista che ha cominciato a crearsi dalla crisi del governo Berlusconi, cinque anni fa, sia arrivata al punto di svolta. Le destre – M5S, Lega di Salvini, fascisteria residua e avanzi di berlusconismo – cercheranno una qualche forma di coalizione. La variabile della legge elettorale è importante ma non centrale. Si adatteranno. Subito dopo, quando i guastatori avranno finito il loro lavoro preparatorio, sorgerà il fascismo 2.0. Se gli Italiani lo vorranno.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Il fronte interno dello scontro di civiltà

Non colpiamo i civili, così avrebbe detto uno dei fratelli Kouachi prima di asserragliarsi nella tipografia a Dammartin. Ma i disegnatori di Charlie Hebdo, armati solo delle loro matite, non erano civili? Avendo raffigurato il Profeta e beffeggiato la Fede, evidentemente no. E le famiglie che facevano la spesa prima di shabbat, non erano civili? Nell’antisemitismo consustanziale all’islamismo radicale quanto al nazismo, evidentemente no. Per qualcuno non ha senso interpretare le poche e confuse idee di questi assassini. Io credo che per sconfiggerli sia necessario tentare di farlo. A muovere queste mani c’è un’ideologia, c’è un progetto che va conosciuto e dissezionato. Lo schema di fondo dei terroristi in qualche modo legati a Daesh è in realtà piuttosto semplice. La strategia della nuova stagione del terrorismo islamista, come ha spiegato in questi giorni Gilles Kepel – intervistato dalle tv francesi mentre le nostre davano spazio ai soliti sciacalli – è basata non più sulle azioni spettacolari, non sui grandi attentati ai luoghi simbolici dell’Occidente. È un «terrorismo di prossimità» che colpisce nei quartieri, dove ogni altro può diventare un obiettivo sensibile. Gli attacchi di piccoli gruppi di fanatici, oltre a paralizzare le complicate strutture di una metropoli, mirano a frammentare la società. Il fine ultimo è quello di isolare i cittadini di fede musulmana, farli percepire come una minaccia per tutti gli altri. E il processo di frammentazione non si ferma, perché una sorta di reazione a catena viene innescata.Hanno colpito Charlie Hebdo? «Je ne suis pas Charlie Hebdo», si affretta a precisare Jean-Marie Le Pen. Perché «in fondo erano quattro comunisti atei che beffeggiavano le tradizioni della Francia cristiana!» Hanno colpito l’Hyper Cacher di Porte de Vincennes? «Encore ces Juifs! Beh, questi Ebrei un po’ se lo meritano, e perché dovremmo subire noi le conseguenze di quello che fanno ai Palestinesi?». Queste sono solo ricostruzioni, ma si riferiscono a opinioni diffuse che possiamo ascoltare in Francia come in Italia. Le abbiamo ascoltate e lette in queste ore, declinate nei modi più diversi, dall’ambiguità più viscida alla violenza verbale più rozza. Dividere la società, distruggere il concetto stesso di cittadinanza per come si è venuto formando in Europa nel corso della modernità. E se nella patria dei Lumi e della Rivoluzione viene meno l’idea di fraternité, possiamo ben immaginare cosa possa avvenire in un paese di deboli tradizioni democratiche, disunito e fiaccato dalla crisi come l’Italia. Gli sciacalli cui accennavo sopra sono all’opera sin dai primi lanci di agenzia e la reazione a catena comprende naturalmente l’immancabile delirio complottista – nella quale si distinguono come al solito alcuni parlamentari grillini e il loro codazzo di casi psichiatrici. Ad approfittare di una simile situazione sono naturalmente i più lucidi – parlo di lucidità politica, che è cosa diversa dalla sensatezza – esponenti della destra identitaria e xenofoba. Come due ruote di un ingranaggio che, pur diverse per dimensioni e pur ruotando in sensi opposti, fanno parte dello stesso meccanismo, i nostri identitari e i jihadisti lavorano in buona sostanza alla costruzione dello stesso mondo. A differenza che nel meccanismo fisico, nella metafora l’energia non viene però semplicemente conservata. L’«energia», cioè il potenziale di mobilitazione di massa da parte di queste forze politiche è moltiplicato dai mass media e dai loro operatori. Consapevolmente o meno. Nel mio piccolo, qualche settimana fa ho cercato di riassumere come ciò sia tradotto in ideologia dal partito più importante della destra radicale nostrana, la Lega Nord di Matteo Salvini. Gli avvenimenti di Parigi mettono ora alla prova dei fatti i redattori del «Talebano», rivistina online sulle cui pagine l’ideologia suddetta viene esposta in modo molto più chiaro di quanto non facciano le migliaia di ore di talk politico alle quali molti di noi si sottopongono volontariamente, sperando ingenuamente che il conduttore di turno faccia le domande giuste. Sul «Talebano» questo sforzo ci viene risparmiato, e degli stessi interventi televisivi di Salvini ci viene offerta un’esegesi ufficiale:

«Il segretario della Lega Nord ha spiegato in modo comprensibile a tutti una questione semplice: chiediamo, dice in sostanza Salvini, che gli immigrati extracomunitari siano controllati e si sappia bene chi siano, cosa fanno e come vivono. Il non farlo crea un problema di sicurezza in Occidente. Poi ha spiegato quanto già detto sia al convegno con l’”islamico” Pietrangelo Buttafuoco e ribadito nell’intervista rilasciata al giornalista tedesco Luca Steinmann nel libro Vie Traverse: l’Islam ha valori forti mentre noi siamo una società in declino. […] da circa 20 anni l’Islam è diventato il male assoluto: prima c’era l’ancien regime (e il cristianesimo autentico), poi c’erano i fascismi, poi i comunismi e ora gli islamici…

«c’è sempre un cattivo da abbattere, da sottomettere alla “libera” società del materialismo e del razionalismo nata dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese».

La tirata reazionaria si conclude in modo più che prevedibile:

«L’Europa rinascerà presto perché è in queste situazioni che le persone ancora forti di spirito avranno il coraggio di sollevarsi e di iniziare a riprendere il cammino. Grazie all’autocritica potremo rialzarci per riaffermare i valori e i principi su cui si costruisce una civiltà: Famiglia, Tradizioni, Identità e Sacralità della vita. L’Europa, dunque, rinascerà. Ma l’Occidente, invece, è già sconfitto».

A fare il corollario a queste scemenze ci pensa proprio il solito Buttafuoco, che dalle pagine del foglio neoconservatore diretto da Giuliano Ferrara ci avverte di aver letto l’ultimo Houellebecq:

«Ho letto Sottomissione e, alla luce dei fatti, posso ben dire che mai trama ha rischiato di risultare così scontata. Stesso inizio, stesso svolgimento, più che prevedibile nel finale. Come in Soumission, dove, pur di non far vincere Marine Le Pen…»

Non credo che il quadro possa essere più chiaro di così. In sintesi, con il declino di Berlusconi, la destra moderata in Italia è praticamente estinta (di quella propriamente liberale evitiamo di parlare per pietà), mentre le varie destre radicali si stanno coagulando attorno ad un progetto identitario che alle buffonate padane o alle gite a Predappio ha sostituito un orizzonte globale, ovviamente antieuropeista e filorusso. So che a molti di noi la sola visione di Salvini evoca un riso irrefrenabile, ma proprio per questo non dovremmo sottovalutare il suo potenziale di manchurian candidate della destra peggiore. Una doppiezza evidente nasconde dietro la solita demagogia da bar sport una visione molto più pericolosa. È questo il secondo fronte, dopo quello dell’islamismo radicale, sul quale noi democratici dovremo combattere da subito. Sarà molto, molto faticoso.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Dalla Padania all’Eurasia, dalle camicie verdi a quelle (rosso)brune

borghezio_Camicie_verdi_film.jpg

Del primo importante dato uscito da queste elezioni regionali è già stato detto molto, anche qui sugli Stati. Per quanto mi riguarda, l’astensione non è affatto un aspetto secondario, è un gran brutto segnale che andrebbe letto con attenzione. So bene che i più accesi sostenitori del mio segretario non sono d’accordo. «Me ne farò una ragione».
Il secondo dato, e cioè l’exploit della Lega Nord di Salvini, risulta per certi versi ancora più preoccupante del primo. Le ipotesi sul perché un personaggio assai mediocre come Matteo Salvini sia riuscito a raccogliere tanto consenso mi appassionano sino a un certo punto. Forse è proprio la sua mediocrità a funzionare tra i bravi cittadini indignati? Lascerei l’argomento agli appassionati di comunicazione politica. L’apparenza mi interessa, ma le idee mi interessano di più.

Quando D’Alema parlò di “Lega costola della sinistra”, pensava evidentemente più a una questione di ceto che non di ideologia. Così, tornando all’oggi, dire che Camusso e Salvini sarebbero «facce di una stessa medaglia» è certamente una stupidaggine, ma che tanti iscritti CGIL – una parte importante di ciò che resta della classe operaia – votino in effetti Lega in tanti collegi elettorali storicamente di sinistra è un dato di fatto difficilmente contestabile. Un Paese impoverito e insicuro reagisce spesso in questo modo. Ciò detto, cavarsela dicendo che Salvini «cavalca il populismo» mi sembra davvero troppo sbrigativo.

Distratti dalla componente triviale del leghismo – che ho potuto sperimentare direttamente, avendo abitato a cinquanta metri dal palco della “festa dei popoli padani” – e dalla manifesta pecoronaggine del suo ceto dirigente, tendiamo spesso a trascurare il pensiero e l’evoluzione politica di quello che è il partito più vecchio tra quelli attualmente esistenti. Dalla rivolta del contribuente incazzato all’invenzione della tradizione di un’inesistente piccola patria, dalla voglia di indipendenza da Roma all’ingresso definitivo nel sistema, dai diamanti in Tanzania al cambio di dirigenza. Oggi più che mai nella Lega si è imposta una componente legata alla destra radicale, e la sola presenza di Mario Borghezio al Parlamento Europeo è lì a ricordarcelo.

Per macchiettistica che sia la sua figura, Borghezio possiede un pedigree inequivocabile, diviso tra Ordine Nuovo e la ”Jeune Europe” dell’ex SS Jean Thiriart, il rossobruno per eccellenza. Una “destra di popolo” tra le più ripugnanti, e destra di popolo non è forse anche la Lega? Salvini non arriva a tanto, se non altro per motivi anagrafici, dedicandosi prevalentemente alla sciura Rosetta del Giambellino, alla quale serve le consuete banalità xenofobe («se è razzista dire che le case popolari [bla bla bla] allora sono razzista») spacciate per un pragmatismo speculare e alternativo a quello renziano. Matteo n.2 tiene tutto sommato un basso profilo retorico, come del resto Marine Le Pen al di là delle Alpi. Se però alziamo lo sguardo oltre il populismo da mercato rionale e le visite alle periferie incazzate, ci accorgiamo di uno sfondo più vasto e ancora più preoccupante.

Il tour eurasiatico di Matteo Salvini, da Parigi a Mosca, appare ridicolo soltanto perché ridicolo è il suo protagonista. Ma la sostanza andrebbe presa seriamente. Come il progetto imperiale di Vladimir Putin si possa sposare con le fanfaronate di un Salvini qualunque è presto detto: a Putin fa comodo un’Europa piccola, divisa, impaurita e possibilmente un tantino più lontana dagli Stati Uniti. È vero che lo zar ci tiene già in pugno a causa della nostra dipendenza energetica. È vero che l’Italia è il secondo partner commeciale della Federazione Russa – come l’effetto delle sanzioni ci ha ricordato – e che i capitali russi hanno fatto il loro ingresso in svariati settori, dall’industria all’edilizia all’università. È altresì vero che Putin può contare sul lavoro di lobbying dei pensionati della nostra sinistra di sistema, da Blair a Schroeder.

Il problema è che, nonostante tutto, l’integrazione europea procede. Ecco perché, dal punto di vista russo, l’ondata di antieuropeismo di questi ultimi tre anni rappresenta un’occasione da non perdere, ed ecco perché i (non più tanto) piccoli attori politici della virulenta destra no-euro sono seguiti con una certa attenzione da Mosca. I milioni ricevuti dal Front National probabilmente non sono che un inizio. Nel frattempo il pensiero politico alla base di questi avvicinamenti si precisa e si mostra in tutti i suoi aspetti più deliranti.
Finora ho citato Borghezio, Jean Thiriart. Putin. Mancherebbe un nome, quello di Aleksandr Dugin, e il quadretto della destra “eurasiatista” sarebbe completo.

E come potrebbe mancare il nefando Dugin, invitato a Milano l’estate scorsa dall’associazione Lombardia-Russia di Gianluca Savoini e Gianmatteo Ferrari, i principali organizzatori del pellegrinaggio di Salvini alla corte dello zar. Non che certe imbarazzanti liaisons siano nuove – basti ricordare le simpatie della Lega per Milošević o Zhirinovskij. A fare la differenza tra una qualche affinità ideologica e l’azione politica comune è però il contesto globale, che negli ultimi quindici anni è cambiato al punto che i peggiori deliri distopici stanno acquistando una rispettabilità politica a livello di massa. Sarà dunque il caso di drizzare bene le antenne. (continua)

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Che cosa ho capito di queste elezioni europee

Mi ero quasi deciso a dividere il commento elettorale in diversi post tematici – uno puramente tecnico, dedicato all’analisi comparata dei dati, uno sugli effetti politici del voto in Europa, uno su quelli del voto domestico, etc. Il fatto è che vorrei tentare di “depoliticizzare” progressivamente questo blog, o meglio di riservare alla politica uno spazio circoscritto, accanto ad altri temi che mi stanno a cuore (a titolo di esempio: il tramonto del cinema su pellicola, qualche dilettantesca recensione di libri dimenticati, le curiosità raccolte da un pigro flâneur di cui a voi sicuramente non frega un ciufolo). Insomma, ho concentrato tutto qui è il pezzo è venuto un po’ lungo…

La prima cosa che mi sento di poter dire è: missione compiuta. Il mio principale obiettivo rispetto a queste elezioni coincide con l’arresto dell’avanzata grillina e degli euroscettici su cifre comunque preoccupanti, ma gestibili. Il dato di per sé non è confortante, se pensiamo che, tra M5S, Lega e FLI, il 40% degli elettori attivi (i quali, per il voto europeo, rappresentano il 58% degli aventi diritto) è in qualche modo ostile all’idea di integrazione europea, e tuttavia i quattro punti persi dal buffone di S.Ilario ci rassicurano sul clima sociale del Paese. Italiani, ancora non avete sbroccato, e questo è un bene. In secondo luogo, il risultato straordinario del Partito Democratico non può che rendermi felice. Si tratta in questo caso di una vittoria storica. In Italia nessun partito di sinistra (e soltanto la DC degli anni ’50) ha superato il 40% dei consensi. L’effetto Renzi è evidente, e se leggiamo il risultato tenendo a mente che si tratta di un voto per il Parlamento Europeo, – mai davvero considerato importante dall’elettorato, e meno che mai nel clima euroscettico della grande crisi che stiamo vivendo – capiremo la portata di quest’effetto che davvero pochi, anche tra i più ottimisti, avrebbero previsto. Chiunque dovrà ammettere che questa campagna il Partito Democratico se l’è giocata davvero bene, dal punto di vista della comunicazione. Gli 80 euro sono certamente serviti, ma è stata soprattutto l’impressione di un movimento reale, possibile grazie al governo Renzi, a convincere gli elettori (su questa impressione tornerò poi, alla fine del post). Last, but not least, questa è l’elezione in cui si sancisce la fine del berlusconismo. La promessa di un bonus-crocchette-per-cani non è bastata, il carisma dell’ex-cavaliere è ormai esaurito. Berlusconi è finito in quanto agente coagulante del consenso moderato, diviso nelle sue varie componenti, diviso tra la (lunga e difficile) ricerca di una forma e di qualche leader sostitutivo, per via dinastica o meno.

Da elettore di sinistra non canterei tuttavia vittoria troppo presto, soprattutto dopo aver dato un’occhiata – attenzione, arrivano i dati “hard”, che vi pregherei di controllare ed eventualmente correggere – alle percentuali, raffrontate alle serie storiche del voto di questi ultimi vent’anni. Berlusconi crolla al 16%, è vero, ma è altrettanto vero che il Centrodestra nel suo complesso (FI+NCD+FLI+LN), rispetto alle Politiche del 2013, tiene e anzi guadagna un paio di punti (dal 29 al 31%). Il che, tenendo a mente da dove viene il grosso degli elettori grillini, mi fa dire che la Destra, pur frammentata, nel Paese è ancora e sempre prevalente. La coalizione berlusconiana del 1996 arrivava al 52%, che è poi il totale deila somma M5S residuo+Destra attuale. (Naturalmente le mie sono considerazioni spannometriche, che non tengono conto della composizione dell’area degli astensionisti rispetto ai vari partiti. Correzioni e suggerimenti, in particolare da chi queste cose le studia di mestiere, sono benvenuti). Sono abbastanza convinto che metà dei 4,5 punti persi da Grillo siano tornati da dov’erano venuti, è cioè la Lega Nord, la quale, con la svolta noEuro di Salvini, guadagna il 2%. Altri elettori grillini provenienti dal centrosinistra, credo in misura non superiore al 2%, potranno essere tornati al Centrosinistra renziano. Ma se guardiamo alla somma del “Centrosinistra allargato” (cioè, com’era originariamente, includendo la c.d. Sinistra radicale, allora Rifondazione, oggi la lista Tsipras), siamo sugli stessi numeri del 1996: 43-44%. A questo proposito, nonostante gli tsiprassiti siano riusciti  (in virtù di un richiamo analogo all’effetto-Renzi) a superare lo sbarramento, la tendenza generale vede i soggetti a sinistra del PD condannati al destino di tutti i “partiti d’opinione”, e cioè a percentuali irrisorie o alla scomparsa definitiva. (Un messaggio per Nichi: «Nichi, questo PD aspetta a te!». E chi si vorrà sciogliere, si scioglierà…) Sempre parlando di partiti di opinione, la batosta di Scelta Europea era prevedibile e prevista da tutti, tranne che dai diretti interessati. Permettetemi un paradosso: i liberali italiani sono minoritari perché non hanno letto Marx (ma almeno Boldrin dovrebbe averlo letto, visto il suo passato di militante nel PCI). Cioè a dire, in un paese paleocapitalista, corporativo, clientelare e retto dai sussidi come il nostro, chi parli di libero mercato con l’aggressività di FARE non va granché lontano. Ai più ragionevoli consiglierei di riunirsi ai numerosi liberali del PD, che del resto può contenere parecchie loro istanze.

Sbrigate le faccende minori, veniamo agli aspetti davvero problematici di questo voto che, nonostante la sua consapevole e scientifica riduzione a (precoce) “elezione di midterm” del governo Renzi, rimane un voto europeo. Non un voto qualunque, ma un voto pro o contro l’integrazione europea. Il sorriso per la vittoria del PD risulta un po’ smorzato dalle brutte notizie che ci arrivano dal resto dell’Unione. Il Front National è primo partito in Francia, con quasi il doppio dei voti dei Socialisti, l’UKIP di Farage, lo xenofobo, arriva al 29% in UK, superando sia i Tories che il Labour. In Austria il FPÖ raddoppia il numero di seggi al Parlamento Europeo e, per la prima volta, i neonazisti tedeschi dell’NPD avranno un loro parlamentare, che farà compagnia ai due eletti di Alba Dorata. Tutto questo a pochi giorni dall’attentato antisemita del museo ebraico di Bruxelles. Alla luce di tutto questo, dovremmo fermarci a riflettere su cosa sia stata l’Europa prima del Manifesto di Ventotene, dovremmo ricordare che ieri, come ha scritto Michele Ainis, noi abbiamo votato su Auschwitz ,«Perché l’Europa è nata lì, da quell’orrore senza precedenti. È nata per bandire il genocidio, e siccome il genocidio aveva celebrato la massima potenza dello Stato, l’idea europea coltivò fin dall’inizio il genocidio degli Stati».

A balzare agli occhi è ovviamente l’estrema destra, ma in generale sono i conservatori del PPE, CDU della Merkel in testa, a vincere questa tornata.

Chi, a sinistra dentro e fuori il PD, parlava di rinegoziare il debito dei paesi del sud dovrà ben riflettere sulla situazione reale e capire che l’euroscetticismo è una forza bifronte, e cioè che l’Europa rischia di essere strappata da due parti, da due populismi affini ma distinti: a Nord il populismo indica i PIIGS (noi terroni, insomma) come una zavorra che, a causa dell’Unione, rischia di tirare a fondo i paesi “virtuosi”  A Sud, un analogo populismo, trasversale da destra a sinistra, incolpa di tutti i suoi guai “l’Europa delle banche” e il rigore imposto dalla Germania. Il problema centrale rimane sempre quello del debito, e di come conciliare la tenuta del sistema creditizio con la ripresa economica del continente. Non ho né strumenti sufficienti né certezze per poter dire cosa sia meglio. Penso però che troppa gente sia troppo convinta di troppe cose. L’unica cosa di cui sono sicuro è che i conservatori avranno la presidenza della Commissione Europea e per i prossimi anni la Sinistra dovrà governare l’Europa con loro, responsabilmente.

Non posso terminare il post senza parlare del governo Renzi e del mio partito. Sono convinto che, più che guardare a questo incredibile risultato come a un capitale da spendere – o peggio a degli allori su cui ronfare – si debba prenderlo come un messaggio sul quale riflettere. Il voto mostra come la forma definitiva del Partito Democratico si stia finalmente precisando. Si è capito che la Sinistra in questo paese può (con)vincere solo se diventa inclusiva, se è capace di parlare a tutti, anche a chi non fa parte dei suoi tradizionali soggetti sociali di riferimento. Il che non significa semplicisticamente “prendere i voti a destra”, né abbandonare i soggetti deboli. È “forte” una giovane “finta partita IVA” che nessun sindacato difende? La società è cambiata e sono cambiati gli elettori. Dai partiti popolari di alcuni decenni fa stiamo arrivando a grandi contenitori la cui linea dettagliata si gioca attorno a un leader e si decide attraverso delle primarie. Ma di questo si è parlato fino alla nausea negli ultimi due anni, non mi vorrei ripetere. Per qualcuno, l’ubriacatura da consenso porterebbe al rischio di una “democristianizzazione” del PD e/o della sua trasformazione in partito-Stato. Porterebbe, se ci trovassimo nel 1984, e non nel 2014. La gestione distributiva del potere compiuta della DC oggi è impossibile: non ci sono più torte da spartire, siamo ancora nel pieno di una crisi della quale non si vede la fine, e anche un grande exploit elettorale può essere bruciato nel giro di poche settimane, se alle parole non seguono i fatti. Sbagliano di grosso i dirigenti renziani a considerare la vittoria come la legittimazione popolare che mancava al governo. Quella legittimazione ancora non c’è, e non ci sarà fino alle prossime elezioni politiche. C’è invece la tremenda responsabilità di rappresentare la Sinistra di tutto il continente, di partecipare a quelle larghe intese di cui ho scritto sopra con un’idea forte e un realismo altrettanto forte. È evidente che i sindaci renziani eletti a Bruxelles da soli non ce la potrebbero mai fare. Ci sarà bisogno di tutte le componenti del partito, dai keynesiani ai liberisti, ci sarà bisogno di un dibattito serio, la cui forma non potrà essere quella dell’hashtag. Facciamolo.

#ildibattitosì

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,