La Leopolda che non mi conquista

Difficile non è tanto uscire dagli schemi, quanto evitare di esservi fatti rientrare a forza dal tuo interlocutore. Così, giudicando a distanza la Leopolda, sarà difficile non passare per gufo. Correrò il rischio.
Io non so se questa quinta Leopolda abbia deluso i renziani della prima ora, come riportano alcuni commentatori. Di certo non è riuscita nemmeno questa volta a conquistarmi. È lo stile a non convincermi, non ci posso far nulla. «Dovresti partecipare di persona almeno una volta, per giudicare», mi dicono. Abbiate pazienza. Se dopo anni di disillusione e di cinismo sono tornato ad iscrivermi ad un partito, se partecipo con una certa costanza alla vita del mio circolo – fatta di riunioni non sempre appassionanti e di insulti ricevuti dal cittadino indignato di turno –  mi spiegate in virtù di quale irresistibile richiamo dovrei voler partecipare anche alle attività delle associazioni Adesso!, prender ferie per recarmi alla Leopolda, seguire gli Ateniesi e tutto l’insieme pulviscolare di profili fb/twitter Noi con Renzi, Noi per Renzi, Noi dietro a Renzi, Noi pendenti dalle labbra di Renzi?
Certo, tutto questo poteva avere ai miei occhi un senso durante le campagne congressuali. Ma ora? Perché, dopo aver “scalato” con relativa facilità il partito, anche grazie al mio voto, e dopo essere giunto al governo del Paese, il mio segretario sente ancora la necessità di una Leopolda?
Osservando da lontano chi la Leopolda la fa, e cioè non tanto chi affolla i suoi tavoli – attorno ai quali troviamo un po’ di tutto, visto che la smisurata area del consenso renziano si estende ormai dai gestori di hedge funds agli ex sindacalisti CGIL – quanto chi la Leopolda l’ha pensata, voluta, organizzata, finanziata, la risposta appare evidente. Il renziano tipo, per l’idea che me ne sono fatto, corrisponde ad una sorta di homo faber impolitico, ad un uomo (o donna) del fare, che non solo difende legittimamente le ragioni del mondo dell’impresa, ma che vede nel discorso politico, nella migliore delle ipotesi, soltanto un mucchio di chiacchiere improduttive o, nella peggiore, un calderone infernale in cui ribollono tutti i mali italiani – l’ipertrofia burocratica, il corporativismo, l’ipersindacalizzazione, lo “stato ladro”, la resistenza alle innovazioni e quant’altro.
L’indubbio merito di Renzi consiste appunto nell’aver portato queste persone e la loro speranza nella rinascita del Paese nel campo del centrosinistra, il suo limite sta nel non essere riuscito a portarli davvero dentro il partito, possibilmente senza scatenare la reazione di quella parte del cosiddetto popolo di sinistra ormai sconfitto in più sensi. Per farlo sarebbero state necessarie una capacità di sintesi e in generale una cultura politica che il nostro Matteo evidentemente non possiede o non intende usare. E d’altronde non mi pare che Renzi  abbia mai manifestato grande entusiasmo per la gestione del PD, né abbia mai davvero voluto chiarire la propria idea di partito. Sono questioni poco interessanti per la maggior parte delle persone, me ne rendo conto, eppure attorno a queste questioni si gioca il buon funzionamento della nostra democrazia. Non è necessario interessarsene, sarebbe consigliabile non minimizzarle.
Il refrain di queste ultime settimane sul “partito della Nazione” mi convince sino ad un certo punto. Si nota, è vero, una certa tendenza del PD renziano a diventare una sorta di nuova DC, un grande partito interclassista e inevitabilmente consociativo – ecco spiegata la delusione dei renziani della primissima ora, persi nella folla variopinta di una Leopolda in cui si rischia facilmente di trovare qualche scarto di rottamazione. Il punto è che non siamo nel 1984, ma nel 2014, in un’Italia indebitata e in declino, divisa come non mai e presa da pulsioni che personalmente mi spaventano. I toni che il premier-segretario riserva ai suoi competitor interni – e alle piazze ad essi legati – non ricordano molto la vecchia DC. La ferocia democristiana non era mai ostentata. I democristiani si accoltellavano tra loro, sì, ma sempre nel chiuso delle loro segrete stanze.
Abbiamo capito che l’apparato spettacolare del renzismo e la sua stessa aggressività dovrebbero servire ad attirare capitali in quest’Italia malconcia e mai così poco credibile, ma nel frattempo occorrerebbe che questo paese venisse governato, e non so davvero come si possa pretendere di governare come la DC senza la (sciagurata) arma politica della spesa pubblica di cui disponeva la DC, con un partito che in molti, tra cui forse lo stesso segretario, vorrebbero anzi ridotto a comitato elettorale del leader vincente.
[Come sempre, naturalmente, mi auguro di sbagliare].

La Leopolda vista da lontano

Post doppio, oggi, in via del tutto eccezionale. E’ che non mi sarei potuto permettere due coccodrilli di fila – Zuzzurro e poi Lou – che sarebbero diventati tre, con Gigi Magni (Magni lo ricorderò più avanti), a meno di non voler trasformare flâneurotic in un blog di annunci mortuari.

Insomma, non avrei voluto scrivere un post sulla Leopolda, ma faccio qui di necessità virtù e cerco di fissare brevemente un paio di punti chiave del discorso complessivo – o meglio, del discorso di Renzi e di quella manciata di interventi che sono riuscito a seguire in streaming.

Mentre ho già fatto altrove i miei rilievi sui materiali di comunicazione dell’ultima campagna renziana, sul format della Leopolda 2013 (che se non ho capito male si differenzia un po’ dalle edizioni precedenti) non ho molto da dire. Non so molto di questi tipi di eventi, occorrerebbe esserci stati per poter parlare dell’aria che vi si respira. Mi limito a segnalare che, oltre alle convention di partito americane, oltre a certi meeting motivazionali (aborriti a sinistra in quanto associati allo stereotipo aziendalista), la Leopolda a me ricorda lo stile di tante associazioni giovanili cattoliche (non solo o non tanto gli scout). C’è quel tipo di atmosfera da famiglia allargata che personalmente mi infastidisce un po’, ma, me ne rendo conto, è un problema mio.

Badiamo piuttosto alla sostanza. In generale ne è uscita rafforzata la mia convizione che Matteo Renzi sia l’unica alternativa possibile per un PD che voglia cambiare (salvandolo) questo Paese in picchiata. Non la migliore delle alternative in assoluto, ma la migliore delle possibili. Esistono purtroppo ostacoli – di linguaggio e di stile, prima di tutto – che rendono quella che per comodità chiamiamo “la sinistra del partito” del tutto allergica a Matteo Renzi. In fase precongressuale questa allergia raggiunge la soglia dello shock anafilattico, la soglia, cioè, della tenuta stessa del partito. Qualcuno minaccia di lasciare se Renzi diventerà segretario. Non vi sembra di esagerare?

Eppure, cari antirenziani, l’idea per cui «la sinistra che non cambia si chiama destra» non andrebbe liquidata col sarcasmo. La Sinistra democratica, storicamente, accoglie il cambiamento, non lo rifiuta. Lo studia per governarlo, in modo che tutti abbiano la possibilità di realizzarvisi liberamente e che nessuno ne resti travolto. Questa è la natura del progressismo, e questo porta a chiedersi ogni giorno cosa significhi essere di sinistra, cioè quali strumenti scegliere per raggiungere quello stesso fine. Chiedetevi, prima di tutto, cosa abbia fatto negli ultimi vent’anni la Sinistra che custodisce le vecchie insegne per difendere realmente gli interessi di cui si fa portatrice. Esemplare, in questo senso,  mi è sembrato l’intervento di Graziano Delrio, che molto semplicemente ha ricordato come proprio perché crediamo nell’uguaglianza dei cittadini e vogliamo uno Stato in grado di fornire a tutti un servizio pubblico di qualità, a partire da sanità e istruzione, dobbiamo riconoscere la necessità di “tenere i conti in ordine” e cominciare a tagliare la spesa pubblica improduttiva (e cioè, a scanso di equivoci: la spesa che non produce ciò per cui è messa a bilancio). Per far questo, però, occorre rompere un sistema clientelare fondato appunto sulla spesa, che ha garantito consenso per decenni. E, giocoforza, dal punto di vista di Renzi, ottenere l’appoggio di soggetti esterni a questo sistema, si chiamino anche Davide Serra.

Questa è la strategia di Matteo Renzi, che se la prende un po’ superficialmente con “i sessantottini” (notazione di stampo neo-con, diciamolo), afferma la centralità dell’impresa («chi crea un posto di lavoro è un eroe»), e continua a rompere alcuni schemi consolidati. Schemi più retorici che sostanziali, in realtà. Senza dover tornare ai tempi del PCI, che qualche rapporto col mondo dell’impresa lo intratteneva eccome, ricordiamo in cosa sia consistito – in teoria –  il progetto del centrosinistra unitario, dell’ulivo il cui rametto sta ancora, stenterello, ai piedi del logo del Partito Democratico: unire le forze produttive del Paese nel segno della solidarietà e dell’innovazione. Nel programma del ’96 si leggeva di «Aspirazione locale e globale, vicinanza al proprio territorio e straordinaria circolazione di idee, immagini, capitali, uomini e donne, competizione, non più solo militare o mercantile, ma “istituzionale”, di istituzioni e norme che reggono la vita sociale ed economica del paese». Che fine abbiano fatto questi propositi lo sperimentiamo ogni giorno. E quindi non ci si può stupire se Renzi, soprattutto quando si trova a casa sua, a Firenze, alla Leopolda, sfodera una retorica aggressiva.

Detto questo, occorre stare attenti alla possibilità dello shock anafilattico di cui parlavo sopra. Se la comunità dell’Ulivo e poi del PD è riuscita comunque ad essere un soggetto di massa interclassista, come si diceva un tempo, ora il declino del Paese, le sconfitte politiche e l’incapacità di fondare davvero un partito unito e plurale stanno polarizzando le posizioni dei candidati in modo che probabilmente non avremo un congresso di idee, ma di ceti. Mi pare ovvio che alla Leopolda prevalessero imprenditori e partite IVA. L’impressione è che l’unico sindacalista presente fosse Guglielmo Epifani, lì in quanto segretario del partito – un partito ospite tra gli altri ospiti, assenti i suoi simboli. E guardando agli altri candidati, appare altrettanto ovvia l’identità dei loro soggetti sociali di riferimento: grossomodo, il pubblico impiego per Cuperlo, e la piccola borghesia intellettuale (studenti inclusi) per Civati. Chi uscirà vincitore dal congresso dovrà cercare una sintesi all’interno del partito, in vista di quella che chiamerei una “conferenza di pace sociale”, nella quale chiunque voglia riuscire a salvare questo paese dovrà far dialogare i tre grandi settori del mondo del lavoro: autonomi, dipendenti pubblici, dipendenti privati.

Il tema del partito, di cosa dovrà essere il futuro Partito Democratico, rimane in parte eluso da Renzi. Dopo un periodo di distanza, il rottamatore, spinto dagli eventi, si è finalmente messo in gioco. Occorre capire se il rapporto col governo Alfetta consentirà un periodo di elaborazione politica, perché non è detto che lo scalpitante Matteo resista. Occorre anche capire che effetto avranno i numerosi salti sul carro del (presunto) vincitore registrati in queste ultime settimane. A livello di congressi locali le manovre si sprecano: qui a Venezia, a titolo di esempio, la giovane candidata renziana alla segreteria provinciale ha ritirato la candidatura all’ultimo momento, e siamo stati di fatto costretti a “scegliere” un candidato unico appoggiato da segreteria uscente e renziani della penultima e ultima ora. Per non parlare degli improvvisi flussi di tessere segnalati in alcune grosse federazioni. Cose di cui si prova vergogna a parlare, da iscritti.

Che i meccanismi di partecipazione vadano ripensati mi sembra chiaro, nel frattempo anche tra i modelli Leopolda e quello congressuale tradizionale andrebbe cercata una sintesi. Matteo Renzi deve fare chiarezza sul proprio modello di partito, come suggerisce Stefano Menichini in un ottimo editoriale su “Europa”. Nemmeno questo congresso potrà essere il congresso fondativo che è mancato al Partito Democratico. Avremo comunque molto di cui discutere, riprendiamo a farlo (io non ho mai smesso, in verità), non perdiamo anche questa occasione.