Calasso racconta Adelphi

Saltano agli occhi. Non li ho mai contati, ma un rapido sguardo agli scaffali di casa mia rivela una certa preponderanza dei dorsi pastello di Adelphi su quelli di altri editori. Non l’ho fatto apposta, è capitato, anche se non per caso. Adelphi pubblica il mio scrittore preferito, Joseph Roth, e poi Schnitzler, Nabokov, Canetti, Parise, Borges, Flaiano, Mordecai Richler, Oliver Sacks, Roberto Bolaño, René Girard, Moshe Idel… per non parlare di alcuni libri straordinari e indefinibili  (Gödel, Escher, Bach), e di quel po’ di letteratura religiosa orientale e occidentale che nessun razionalista curioso dovrebbe escludere dalle sue letture. Anche la mia dolce metà, con tutta o quasi la Némirovsky, e Somerset Maugham, e quel libro sul teatro Nō che forse un giorno leggerò, tende all’adelphiano. Ricordo bene il mio primo Adelphi, una ventina di anni fa: Siddharta di Hesse (e cos’altro, sennò?), libretto che col tempo ho molto ridimensionato, ma che durante l’adolescenza aveva un suo perché, e dal punto di vista della mia cultura libraria funzionò come una chiave. Più che il testo in sé, ad aprirmi dei mondi fu il catalogo riportato nelle ultime pagine, quella lista di autori che mi incuriosivano soprattutto perché la maggior parte di loro non c’entrava nulla con quello che trovavo a scuola. Adelphi mantiene un’identità e uno stile inconfondibili, una forma senza compromessi che poggia su un progetto culturale vero e proprio (il che non è affatto scontato, nemmeno tra le case editrici).

Tra gli editori che si permettano ancora tirature a quattro zeri, Adelphi è uno degli ultimi a mantenere il centro della propria attività nel fare libri. E’ anche uno degli ultimi a stamparli su carta decente. Persino i mobilifici, nei loro showroom, usano finti dorsi Adelphi per riempire le loro librerie in noce nazionale (o in truciolato scandinavo). Qualcosa vorrà dire. Lo confesso, di fronte a fenomeni di questo tipo, con tutta la riconoscenza e l’affetto, non resisto tuttavia alla tentazione di rappresentarmi il lettore tipo, o meglio la sua parodia. Con Adelphi penso a certe mogli di stimati professionisti, ricche mummie liftate alla ricerca di nuove mode intellettuali, ma soprattutto alla larga generalità degli hipster trentenni nihilochic (figli delle mummie liftate di cui sopra). Ne avrete incontrato qualcuno mentre sfogliava Limonov…Una volta esaurito il sarcasmo, è però davvero difficile individuare un qualche stereotipo, tantomeno se negativo. Adelphi piace davvero a tutti i lettori voraci e disordinati, ai cercatori curiosi, a chi si sente soffocare dai luoghi comuni, ai pendolari infreddoliti che leggono Lolita sul treno per casa e ai vacanzieri che leggono Simenon spaparanzati in spiaggia, a chi ama davvero i libri e a chi cerca in un catalogo una varietà simile a quella che si trova normalmente fuori dalle pagine di un libro. Una varietà più ordinata, però.

Ma in che cosa consisterà mai, questo benedetto stile Adelphi? E’ tra le cose che cerca di spiegare Roberto Calasso ne L’impronta dell’editore, piccola, ancorché assai densa, raccolta di articoli e testi di conferenze in cui Calasso, che di Adelphi è anche autore di punta, mette insieme le varie tessere del mosaico, descrivendo uno degli ultimi grandi fenomeni editoriali di massa (di massa, sì!) di questo Paese di pochi lettori. Ne L’impronta dell’editore si racconta della teoria dei “libri unici” di Bobi Bazlen, dell’incontro fondamentale con la letteratura della Finis Austriae, della polemica implicita con l’Einaudi “lukacsiana” degli anni ’50-’60 (risentimenti davvero lontanissimi, che il lettore odierno può tranquillamente ignorare) e di quella esplicita con chi intravedeva nelle scelte di Calasso e Luciano Foà un carattere reazionario. Vi si trovano gli strali di Calasso contro la cultura della digitalizzazione (che non impedisce ad Adelphi di produrre e vendere tanti ebook) ma, soprattutto, vi si racconta dell’ editoria come genere letterario, di un progetto di catalogo come di opera in sé, una collana dalle perle di colori, forme e dimensioni diversissimi e che tuttavia, misteriosamente, armonizzano tra loro in modo perfetto. Questo è ciò che sostiene Calasso ne L’impronta, e come lettore non me la sento di smentirlo. Forse anche gli autori che non mi attirano per niente, o che mi respingono, e che pure sono parte importante del catalogo Adelphi, contribuiscono a creare quell’armonia. Ma, a dirla tutta, non è così importante, con tanti libri così dannatamente buoni.

«Alcuni aspetti positivi»

Forse non ha davvero molto senso fissare l’attenzione sui distinguo che la grillina Roberta Lombardi e il Sottosegretario Gianfranco Polillo hanno fatto in questi giorni, parlando del fascismo. Se li si considera opinioni isolate, dicono molto dei loro portatori. Ma si tratta davvero di opinioni isolate? Purtroppo, guardando (anche) ad altre parti d’Europa, pare di no:

Secondo un sondaggio condotto dal quotidiano conservatore Der Standard in vista del 75esimo anniversario dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich del 12 marzo 1938, oggi un austriaco su due crede che il regime di Adolf Hitler abbia avuto alcuni aspetti positivi (da presseurop.eu)

[..] la porta del caffè fu spalancata e sulla soglia apparve un giovane stranamente abbigliato. Portava gambali neri di cuoio, una camicia bianca e un tipo di berretto militare che mi faceva pensare insieme a un vaso da notte e a una caricatura dei nostri vecchi berretti austriaci; insomma: non era neanche un copricapo prussiano (perché i prussiani non portano in test né cappelli né berretti, bensì copricapi). Io, lontano dal mondo e dall’inferno che per me rappresentava, non ero affatto idoneo a distinguere i nuovi berretti e le nuove uniformi, tanto meno a riconoscerli. Ci potevano essere camicie bianche, azzurre, verdi e rosse; calzoni neri, marroni, verdi, azzurro-lacca; stivali e speroni, foderi e cinghie e cinture e pugnali in guaine di ogni tipo: io, a ogni buon conto, io avevo deciso per quanto mi riguardava, da tempo ormai, fin da quando ero tornato dalla guerra, di non distinguerli e di non riconoscerli. Perciò sulle prime fui più sorpreso dei miei amici per l’apparizione di questa figura, che era come salita dalla toeletta giù nello scantinato e che invece era entrata dalla porta di strada. Per qualche secondo avevo realmente creduto che la toeletta dello scantinato, a me pur ben nota, a un tratto si trovasse fuori e che uno degli inservienti fosse entrato per annunciarci che tutti i posti erano già occupati. ma l’uomo disse: «Compatrioti! Il governo è caduto. Abbiamo un nuovo governo popolare tedesco!». Da quando ero rimpatriato dalla guerra mondiale, rimpatriato in un paese pieno di rughe, mai avevo avuto fiducia in un governo; figuriamoci poi, in un governo popolare. Io appartengo ancora oggi – nell’imminenza della mia ultima ora, io, un uomo, posso dire la verità – a un mondo palesemente tramontato, nel quale pareva naturale che un popolo venisse governato e che dunque, se non voleva cessare di essere un popolo, non poteva governarsi da solo. Ai miei orecchi sordi –  spesso avevo sentito che li chiamavano ‘reazionari’ – suonò come se una donna amata mi avesse detto che non aveva affatto bisogno di me, che poteva fare l’amore con sé sola, e che anzi doveva farlo, e invero al solo scopo di avere un bambino. Proprio per questo mi sorprese lo spavento che colse tutti i miei amici all’arrivo dell’uomo bizzarramente calzato e al suo bizzarro annuncio. Avevamo a stento occupato, fra tutti noi, tre tavoli. Un attimo dopo restai, anzi, mi trovai solo. Mi trovai effettivamente solo e per un secondo fu come se da molto tempo io fossi andato effettivamente in cerca di me stesso e mi fossi trovato, con sorpresa, solo. Tutti i miei amici difatti si alzarono dai loro posti e invece di dirmi prima: «Buonanotte!», come da anni era stata consuetudine fra noi, gridarono: «Cameriere, il conto». Ma siccome il nostro cameriere Franz non veniva, gridarono, rivolti al proprietario ebreo Adolf Feldmann: «Paghiamo domani!», e se ne andarono senza neanche guardarmi più in faccia. Io ero ancora convinto che l’indomani sarebbero veramente tornati a pagare e che il cameriere Franz fosse al momento trattenuto in cucina o da qualche altra parte e che unicamente per questo non fosse stato così svelto a comparire come al solito. Dopo dieci minuti, però, il proprietario Adolf Feldmann spuntò da dietro il suo banco col pastrano e la bombetta in testa e mi disse: «Signor barone, ci diciamo addio per sempre. Se mai ci dovessimo rivedere in qualche parte del mondo, ci riconosceremo. Domani di certo lei non tornerà più qui. Voglio dire, a causa del nuovo governo popolare tedesco. Lei va a casa o pensa di restare qui seduto?»

«Io resto qui, come tutte le sere» risposi.

«Allora addio, signor barone! Io spengo le lampade! Ecco, qui ci sono due candele!».

E detto questo accese due smunte candele, e prima ancora che io mi potessi rendere conto dell’impressione che mi faceva, poiché erano dei ceri da morto che mi aveva acceso, tutte le luci nel caffè erano spente ed egli pallido, con una bombetta nera in testa, piuttosto un becchino che l’ebreo gioviale Adolf Feldmann dalla barba d’argento, mi porse una massiccia croce uncinata di piombo e disse:

«Per ogni evenienza, signor barone! Continui pure a bere tranquillamente la sua grappa! Io lascio chiusa la saracinesca. E quando lei vuole andare, la può aprire dall’interno. La pertica è accanto alla porta, a destra».

(Joseph Roth, La cripta dei cappuccini, traduzione di Laura Terreni, Milano, Adelphi, 1974)

Due casi di inciviltà italiota

Primo caso:

Come sapete, Alessandro Sallusti rischia la galera a seguito di una condanna per diffamazione. La storia, risalente ad alcuni anni fa, dell’aborto di una tredicenne era stata commentata in modo particolarmente duro sulle pagine de “Il Giornale”. Un anonimo notista, riferendosi ai genitori della ragazzina, al magistrato responsabile del suo caso e al medico che aveva praticato l’aborto – falsamente descritto come “coattivo” –  si era espresso in questi termini:

«Se ci fosse la pena di morte, se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso»

Premesso che una simile allucinata visione della giustizia va bene giusto per alcuni lettori de “Il Giornale”, che gli articoli vanno sempre firmati e che l’autore del corsivo meriterebbe un paio di ceffoni per aver usato il nome di Dreyfus nel contesto di una polemica strumentale di quel tipo, premesso infine che non saranno un paio di sbarre a fermare Nosferatu Sallusti, a lui va la mia piena e incondizionata solidarietà.

Secondo caso:

Di Gianrico Carofiglio so che è Senatore nelle file del PD, che è stato magistrato e che scrive libri. Non ho letto nulla di suo né probabilmente lo farò. Di Vincenzo Ostuni so che è poeta ed intellettuale engagé e che lavora nell’editoria. Non ho letto nulla di suo né probabilmente lo farò. Più esattamente, l’unica cosa di Ostuni che mi sia capitato di leggere è il seguente giudizio sull’ultimo libro di Carofiglio:

«un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes»

Non avendo letto il romanzo oggetto di giudizio, non posso sottoscrivere o contestare nulla. E’ una stroncatura molto pesante – non la più pesante che mi sia capitato di leggere, detto per inciso. In parecchi si sono mobilitati in solidarietà di Ostuni. Mi associo e aggiungo una mia personale speranza. (Non mi pare che le speranze e i desideri malevoli siano perseguibili penalmente, almeno sino ad oggi, no?). Dunque, io spero che il Senatore Carofiglio, oltre a perdere la causa contro Vincenzo Ostuni finisca la sua carriera politica con la fine dell’attuale legislatura, che non venga pubblicato o venduto più nulla a suo nome e che il suo nome svanisca dal dibattito pubblico.

Un Paese in cui si rischi la galera per le proprie opinioni, per quanto discutibili, per quanto ripugnanti, in cui si viene querelati per un giudizio letterario (!) è un Paese orribile. Si tratta, del resto, del Paese di Azzeccagarbugli, dei duecentomila avvocati (uno ogni trecento abitanti) e della diffida facile, della querela minacciata o messa in atto, abitudine limitata ormai non soltanto alle personalità pubbliche e ai (pre)potenti, ma ad ogni sconosciuta testa di cazzo in grado di permettersi un legale (se poi uno è fidanzato con un’avvocata, come quel tale che conoscevo, l’abitudine diventa vizio).

Non ho mai fatto a botte in vita mia, ma quanto non sarebbe preferibile una bella scazzottata, ogni tanto?

La bestemmia più grande

Non è una novità che, assieme alle merci e alle idee migliori, la globalizzazione abbia contribuito a diffondere l’imbecillità, venduta spesso come “informazione” o “controinformazione”. Il caso della rozza psyop messa in piedi da un gruppo della destra evangelica americana assieme a qualche copto egiziano ce ne fornisce un perfetto esempio. Gli ingredienti utili a far scattare i riflessi pavloviani del pubblico ci sono tutti: le offese all’Islam, la menzogna antisemita dei “cento ebrei” che avrebbero finanziato il film di un sedicente “ebreo israeliano”, la prevedibile canea di una massa che nel mondo arabo è alla mercè dei seminatori d’odio, le nostre – di noi occidentali – variegate reazioni, sempre più tendenti alla fesseria complottista. A trarne vantaggio sono naturalmente i soggetti peggiori di ogni tendenza: dagli eterni antisemiti agli antiamericani (due gruppi che al di fuori degli Stati Uniti sono largamente sovrapponibili), dai razzistucoli antiarabi alla destra evangelica americana (quella di Mitt Romney), dal club mafioso di Al-Qa’ida alla feccia islamista di Hezbollah. In poche ore si sono avute già le prime vittime, e francamente rimane ben poco dell’entusiasmo che in molti avevamo provato durante la cosiddetta Primavera Araba o dopo l’elezione di Obama. Sembra piuttosto che stia per finire l’incerta mezza stagione in cui, nel dibattito pubblico, lo scontrino fiscale era diventato più importante di qualunque scontro di civiltà. All’imbecillità purtroppo non c’è rimedio e, per quanto smart siano, nulla possono i costosi giocattoli di casa Apple. La prevalenza del cretino è globale, e tuttavia ancora mi stupisco di fronte alla tragica arretratezza di società dove si toglie la vita a chi bestemmia. Ma la bestemmia più grande non è forse il rifiuto del dono più grande, quello dell’intelligenza?

Cerco di curare lo sconforto con un romanzo straordinario, un libro per cui si è ucciso – ma questo vale per numerosissimi libri –  spesso senza nemmeno averlo letto.

A proposito di rigore

E’ probabile che a tanti italiani il risultato portato a casa da Monti stanotte non tocchi quanto quello portato a casa dagli Azzurri. In effetti la natura tangibile di due gol batte l’annuncio dell’accordo raggiunto a Bruxelles.  E ormai la vulgata, da destra a sinistra, racconta di tecnocrati impegnati a salvare le banche e a far suicidare la povera gente. Nonostante i fatti dicano qualcosa di diverso, in tanti a sinistra continueranno a parlare di “offensiva neoliberista” . Ma non ha importanza, ciò che importa è che sia possibile un buon compromesso tra le politiche di spesa e quelle di rigore fiscale, che la moneta unica tenga e che nessuno venga lasciato per strada. Ecco perché le quindici ore di “partita” giocata, in buona sostanza, tra Monti e la Merkel dovrebbe interessare anche i monomaniaci con i loro abbonamenti Sky e i loro 42″ comprati a rate. O forse no:

Certo, me la sono goduta e sofferta pure io, Germania-Italia. Come un bel film. Anzi, meno di un bel film, perché domani non ricorderò nulla dei movimenti in campo e forse neppure dei gol. Continuo a pensare che il calcio professionistico – cioè il discorso su di esso – in questo Paese occupi troppo spazio, troppo tempo, troppe risorse. Ma piace alla maggioranza, e tanta gente ci campa, dunque va bene così. E’ poi capitato – e capita ancora spesso – che un oggetto così pervasivo, alla base di un immaginario così forte e diffuso, diventi materiale di riflessione intellettuale e di creazione letteraria. Impossibile dimenticare Umberto Saba e le sue Cinque poesie sul calcio. Pur non condividendo la passione dei tifosi, il grande poeta triestino così scriveva:

E’ (il gioco) più popolare che ci sia oggi, ed è quello in cui si esprimono con più appassionata evidenza le passioni elementari della folla. L’atmosfera che si forma intorno a quegli undici fratelli che difendono la madre è il più delle volte così accesa da lasciare incancellabili impronte in chi ci è vissuto dentro. E questo per non parlare della bellezza visiva dello spettacolo, dei gesti necessari dei giocatori durante lo svolgimento della gara. Che dire poi di quello che succede tra il pubblico e i giocatori quando una  squadra paesana riesce a segnare un goal contro una squadra superiore (la cui superiorità molte volte è dovuta a denaro) e rinnova, sotto gli occhi dei concittadini, lucenti alle lacrime, il miracolo di Davide che vince il gigante Golia?

Un’allegoria riproposta in queste settimane, inevitabilmente. Oggi l’edizione online del Corrierone riporta la prima pagina del 13 luglio 1982, un paio di giorni dopo la fine del Mundial. Scorrendo i nomi degli scrittori e degli intellettuali che commentavano la nostra vittoria mi è impossibile non tentare un confronto con il nostro presente: Moravia, Testori, Parise, Volponi, Sereni…e, tra gli scrittori, un professore di economia nemmeno quarantenne, il bocconiano Mario Monti. Il suo pezzo va letto come se fosse stato scritto oggi:

Mi sembra che negli ultimi anni si siano sviluppati due fenomeni: il gusto della spettacolarità e la sfiducia, nel prossimo e nella verità. Il gusto della spettacolarità l’abbiamo visto emergere nelle marce non competitive, nella contemplazione in massa di opere d’arte, persino in una politica giocata e valutata in termini di immagine molto di più che di contenuti. In senso opposto e cioè centrifugo, ha giocato la sfiducia. Se parli con qualcuno che non conosci e forse anche se lo conosci bene, può essere un terrorista, un aderente a società segrete, un impeccabile bancarottiere. Soprattutto sei posto sempre più spesso davanti a eventi misteriosi “dietro” i quali stanno cose gravi e contraddittorie per cui l’unica certezza è che non conoscerai mai la verità. Ecco di colpo la vittoria dell’Italia: è una verità semplice, giustamente ritenuta importante e a tutto tondo: “dietro” non c’è niente. Credo che non sia un ritorno di nazionalismo, malgrado il revival degli anni Trenta e il fatto che eravamo stati campioni nel ’34 e ’38. Piuttosto da economista quale sono vedo in tutto ciò tre caratteristiche che si ritrovano anche quando l’Italia “gioca” l’economia invece del calcio: il passaggio dall’autoflagellazione all’entusiasmo spinto; la difficoltà di identificazione rispetto all’estero (“siamo proprio gli ultimi; ma no, in fondo siamo i più brillanti”) e infine il saper agire risolutamente solo in condizioni di emergenza (il rischio era di essere accolti a pomodori al ritorno in Italia oppure una crisi della lira). Abbiamo battuto i brasiliani per fantasia, i tedeschi per gioco di squadra. Sarà un caso, ma il nostro punto debole è stato il…rigore. Come in economia.