Di cosa non ha bisogno la scienza/2

Questa volta me la prendo con l’altra parrocchia, con quelli che di scienza ne masticano ogni giorno e, curiosamente, passo da Andrea Inglese alla lingua inglese. Come diceva, quel tale? “Inglese, Informatica, Impresa”? Lo slogan suona piuttosto efficace, peccato che la sua interpretazione letterale sia fonte di qualche equivoco. La recente decisione del politecnico di Milano di tenere i corsi delle lauree magistrali unicamente in lingua inglese è una trovata in linea con lo stile di tanti nostri giovani rettori d’Università (Azzone è pure un ingegnere gestionale, un ottimizzatore di professione, figuriamoci). D’altronde, la competizione globale è diventata durissima: qualunque scalcagnato ateneo di provincia offre ormai la sua manciata di insegnamenti in inglese, per non parlare delle piccole università di Molvania o Sarkazzistan, che alla Scienza delle Costruzioni impartita in inglese aggiungono i loro impressionanti carichi di figa post-sovietica. Milano, coi suoi affitti e con le sue fighe di legno, che può fare per attirare l’aspirante ingegnere, se non fingersi Harvard? Le reazioni non sono mancate, dalla lettera firmata da numerosi docenti del Poli – sintomo per alcuni di pigrizia corporativa – al flusso della chiacchiera da blog, alla quale non mi sottraggo. Sempre più riciclone (sono per una produzione testuale sostenibile!), riporto un mio commento dal blog di Marco Campione:

Condivido pienamente il giudizio sulla nefasta influenza di Gentile sulla scuola italiana, non vedo però che c’entri con la sciocca proposta del Politecnico. L’idea dell’inglese come lingua unica sembra veramente un frutto del nostro peggior provincialismo. La ricerca avanzata in Italia parla già inglese da mezzo secolo e l’internazionalizzazione del settore scientifico di un Paese dipende dalla qualità della ricerca e delle pubblicazioni e (in ultima analisi) dal volume delle risorse impiegate, non dal fatto che un ingegnere faccia gli ultimi esami prima della laurea in inglese! Senza contare il fatto che, in un paese in cui il conflitto tra le ‘due culture’ permane molto forte, allontanare i tecnici e gli scienziati dall’uso dell’italiano – possibilmente di un buon italiano – sarebbe una mezza catastrofe. Non tutti finiranno al CERN, sapete, molti di loro andranno ad insegnare nelle nostre scuole (magari negli “ITIS Galileo” di cui parlava Paolini ieri sera). @Michela Cella: trovo un po’ avvilente che un insegnante la pensi come Lei. Un “inglese base”, parlicchiato da chi non si esprime bene nemmeno in italiano, quello sarebbe un bel risultato? Il Pulitzer (o il Premo Strega) non c’entrano nulla, forse che l’uso della lingua è dominio esclusivo degli scrittori? La lingua è la voce di tutti gli esseri umani ed è strumento di cittadinanza degli operai, dei fisici teorici, degli spazzini e dei professori di storia. Purtroppo, in questo nostro paesucolo, l’idea provincialissima e classista che si è ormai consolidata è quella per cui i “tecnici” lavorano coi numeri e con l’inglese, mentre i “politici” (cioè, tradizionalmente, l’esercito dei legulei) con la retorica barocca della lingua italiana. Tutti gli altri a belare. beeeh.