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Una modesta proposta per Venezia

C’è voluto infine il peggior governo della storia della Repubblica per arrivare ad approvare un provvedimento che non sarà forse “l’ultimo chiodo sulla bara di Venezia” – confidiamo nel fatto che ce ne vogliano ancora molti – ma che riveste comunque un significato simbolico importante: per entrare in città storica si pagherà un biglietto, una somma che si affiancherà alla tassa di soggiorno e che riguarderà tutti i bipedi non pernottanti in arrivo «con qualsiasi vettore». Il comma 1129 della manovra gialloverde non prevede deroghe per pendolari e residenti in regione, ma a quelle dovrà evidentemente pensare il Comune. A quanto pare, la richiesta di poter introdurre il ticket è arrivata proprio dal nostro caro sindico Brugnaro, il quale fino a ieri si diceva tuttavia contrario a qualunque tassa d’ingresso. Solo gli sciocchi non cambiano mai idea, diceva quel tale, no? Di certo, le categorie che hanno sostenuto l’ascesa politica di Brugnaro, e che hanno sempre anteposto il proprio fatturato al futuro della città, non avranno di che lamentarsi: né i rentier del centro, né quelli di Mestre – dove i posti letto disponibili crescono a un ritmo di tremila all’anno – saranno minimamente toccati dal provvedimento, mentre gli ingressi annuali non caleranno di un solo punto percentuale. Saranno certo solo moderatamente soddisfatti quei veneziani che da anni si scagliano contro il “turismo straccione” dei giornalieri – giornalieri come eravamo io e i miei genitori nelle nostre gite domenicali di una trentina di anni fa, quando mangiare un tramezzino all’aperto non era ancora oggetto di riprovazione – contrapponendogli la raffinatezza del turismo d’élite e del divismo di un tempo – «ghe sboro, me ricordo ‘ncora elisabe teilor co riciar barton imbriaghi marsi all’es’celsior». Questi nostalgici avrebbero voluto colpire i non-pernottanti ancora più duramente e sanno che la piaga dei poveracci che vorrebbero visitare questa città almeno una volta nella vita non sarà risolta sinché il ticket non verrà portato a qualche centinaia di euro. Il risultato simbolico è stato comunque raggiunto: dal 2019 Venezia diventa anche formalmente città-museo, o meglio, parco a tema.

A questo punto, sebbene io speri ingenuamente che i soldi ottenuti da questa nuova raccolta vadano a finanziare qualche opera di pubblica utilità – come il potenziamento del trasporto pubblico, ora che anche quello tra città storica e terraferma è prossimo al collasso, o lo scavo dei rii e le tante opere di manutenzione e risanamento di cui la città ha bisogno – una vocina insistente mi spinge invece a chiedere altro. Al nostro primo cittadino vorrei esporre una proposta rivoluzionaria di redistribuzione che metterà d’accordo tutti, dai suoi pasdaran sino a quelli che non votarono Casson perché troppo a destra [sic] e che troverà certamente il sostegno partecipe del ministro Di Maio: da abitanti di un parco a tema che non chiude mai, da figuranti-residenti in servizio permanente effettivo, chiediamo che la nuova imposta riscossa dai gitanti vada a finanziare un nostro reddito di cittadinanza. Crediamo di meritarcerlo, perché il nostro amato parco a tema è fatto sì di palazzi, canali, tramonti, spritz e scodelle di baccalà mantecato, ma, siamo onesti, a cosa si ridurrebbe tutta questa bellezza senza la presenza di noi residenti? A un fondale, a una quinta. Ad animare e a riempire di voci questo spazio teatrale ci pensiamo noi quando trasciniamo i nostri carretti della spesa facendoci strada tra i gruppi dei crocieristi, quando restiamo a terra perché il vaporetto che volevamo prendere è pieno, quando sopperiamo alla mancanza di sopratitoli traducendo anche gli insulti dialettali, affinché all’ospite sia garantita un’esperienza immersiva di eccezionale realismo. Di fronte a queste fatiche quotidiane, credo che i due “gigi” – il veneziano e il napoletano – potranno ben trovare un accordo. Dal canto nostro, noi cittadini di Veniceland saremmo disposti ad uscire di casa bardati da cicisbei e cortigiane fine Settecento, con tanto di nei e immancabili mascherine, per offrire all’ospite – all’ospite pernottante in primis – l’arlecchinata che gli spetta.

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Tempo d’estate a Venezia, tra degrado e lacrime di coccodrillo

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Venezia grande malata, Venezia palcoscenico di cafonaggini, Venezia preda del degrado. Presto, si mobilitino le signore dal doppio cognome e le loro amiche arredatrici di Luxury Homes, si mobiliti il popolo dei social network, si mobiliti l’UNESCO e perché no, direttamente i caschi blu, guidati dal Professore Settis in tuta mimetica a presidiare l’area marciana! Indignamoci, almeno sino al trentun agosto, quando i media torneranno a dimenticare la laguna e i suoi problemi. Ci siamo indignati a sufficienza? Bene. Ora cerchiamo di riflettere. Che su oltre trenta milioni di visitatori annui si possa trovare qualche centinaio di buzzurri è un’eventualità statisticamente certa. Basandomi sul mio personalissimo campione spannometrico, comprensivo di un po’ tutte le classi sociali, temo inoltre che i foresti maleducati non siano proporzionalmente più numerosi degli autoctoni che quotidianamente sfrecciano coi loro Gran Turismo, barchini e taxi al triplo della velocità consentita, che depositano interi arredamenti accanto ai cassonetti nonostante il ritiro dei rifiuti ingombranti sia gratuito, che ai pontili dei mezzi pubblici entrano dall’uscita, saltando i (ridicoli, ma questa è un’altra storia) tornelli e che spolpano nel loro piccolo il cadavere di questa meravigliosa città – la loro città – attraverso una delle mille rendite che la monocultura turistica ha reso possibili. Sia chiaro, la mia non è una difesa dei tuffatori abusivi – individui comunque da compatire per l’epatite A che avranno contratto grazie alle loro bevute dei serenissimi liquami. Sfogata la collera, sarà però utile tentare di capire come siamo arrivati a questo punto. Questi deplorevoli protagonisti delle cronache estive sono per la maggior parte visitatori di giornata. Penso ad esempio ai Nordeuropei che usano Venezia per spezzare i loro soggiorni sul litorale adriatico o sul Gartsee – il raggio del turismo giornaliero a Venezia supera del resto i 150 km e da molti anni i tour operator, da Rimini a Peschiera del Garda, vendono la gita in pullman a Venezia come diversivo alla settimana in spiaggia. Visite frettolose e faticose, in una città costosa e dagli spazi ristretti. Sgomitare sudati per fare due metri in una calle, spintonarsi per comperare una bottiglietta d’acqua, litigare coi residenti per salire in vaporetto…ecco allora i bivacchi, le pisciate in calle o in canale – praticate del resto da sempre anche dai giovani aborigeni veneziani, il sabato sera, quando la vescica è piena di spritz e cubini e la coda al cesso del baretto è troppo lunga.

Non so davvero che sensazione queste persone possano conservare delle poche ore trascorse nel carnaio estivo veneziano. Da innamorato della città, di queste pietre miracolosamente adagiate sulla fanga, ho creduto a lungo che la bellezza abbacinante di Venezia potesse ripagare di ogni disagio. Ora non ne sono più così sicuro. Non sono nemmeno sicuro che la bellezza di Venezia sia un dato universalmente condiviso anche da chi non abbia, come si dice, gli strumenti minimi per apprezzarne il genius loci. Il lavoro nel turismo mi ha fatto capire che cosa rappresenti per le classi medie o le élite di tutto il mondo – i pernottanti, altra categoria rispetto ai ciabattoni descritti poc’anzi – la visita a Venezia (e a Firenze, Roma, ecc.). Un desiderio indotto, parte di una serie di consumi materiali e immateriali legati alla propria capacità di spesa. Da Shanghai a Rio, da Mosca a Bangalore, appena hai fatto un po’ di grana, il tour in Italia diventa obbligatorio quanto un rito di passaggio. I visitatori di Venezia non sono tutti storici dell’arte, ma persone attirate da un brand tra i tanti, un nome che racchiude nella migliore delle ipotesi una vaghissima idea di antichi fasti e di Dolce Vita. Della storia della città non sanno nulla e se ne andranno altrettanto ignoranti. Ignoranti, ma appagati dall’aver aggiunto un’altra destinazione alla propria lista di viaggiatori compulsivi. Certo, a differenza di chi arriva e riparte in giornata, piedi a mollo in Piazzetta e tramezzino in mano, chi arriva in aereo per soggiornare in albergo o in b&b lascia certamente più quattrini in città, ma contribuisce comunque, direttamente e indirettamente, alla trasformazione di Venezia in Veniceland. Attorno al loro desiderio indotto di nuove borghesie emergenti, lo stesso che li spinge a collezionare costosissime borsette o scarpe «designed in Italy, made in PRC», si è costruito l’assetto di tutta l’area metropolitana veneziana. Il terzo aeroporto d’Italia, in costante espansione e in rete con lo scalo low cost di Treviso, un tronco dell’alta velocità e il primo Homeport crocieristico del Mediterraneo – piazzato nel cuore di un centro storico – sono l’apparato costruito in funzione della monocultura turistica attorno al fragile guscio di Venezia. Ci manca solo la sublagunare, vecchia idea dei socialisti demichelisiani negli ultimi anni tornata in auge presso certi settori del “neopatriziato”. Ad accogliere questi flussi, i posti letto aumentano al ritmo di centinaia all’anno, e se i vuoti lasciati dall’esodo – mille residenti in meno all’anno – non riescono a reggere nell’immediato la domanda, nuove attività nascono nell’agglomerato pseudourbano della terraferma, al punto che gli stessi pendolari dell’industria turistica che ogni mattina si recano al lavoro negli alberghi e nel ristoranti della città storica dalle loro case a Mestre e a Marghera trovano ormai gli autobus intasati di turisti.

Venezia vive di questo da molti anni ormai, e i vecchi che rimpiangono la civiltà e lo stile di visitatori alla Von Aschenbach o alla Katherine Hepburn in Tempo d’Estate dimenticano che quel tipo di turismo dava da mangiare a pochi, perché Venezia allora viveva d’altro, a partire dalle vituperate industrie. Il turismo di massa comporta sempre una certa misura di degrado, mettiamoci il cuore il pace. Ciò che sfugge un po’ a tutti i commentatori occasionali e a molti degli stessi cittadini di Venezia è che il cosiddetto degrado portato dal turismo è soltanto l’epifenomeno, il sintomo della lenta agonia di Venezia in quanto città vissuta, della sua trasformazione in parco a tema. Nessuna delle trovate frutto dell’indignazione, dalle soluzioni un po’ classiste e reazionarie, dal numero chiuso con tanto di sbarre sul ponte della Libertà ai vademecum storico-culturali da far digerire al visitatore incolto, sino alle sparate di Brugnaro, sindaco assai chiacchierone che vorrebbe «poter mettere in cella per una notte gli ubriachi», vanno al cuore del problema. Né possono fare granché certe iniziative simboliche rivolte ai residenti, dall’esporre striscioni alla propria finestra ai flashmob con carrettino della spesa al mercato di Rialto. Scatti d’orgoglio, certo, ma anche puri atti performativi che confermano il carattere di spazio scenico cui è ridotta la città. La storia è nota a tutti. Almeno un quarto di secolo fa, la classe politica cittadina, diretta espressione di una cittadinanza che poco ha protestato sino a tempi recenti, decise che i flussi turistici non andavano governati in alcun modo, e iniziò ad assecondare e a favorire la cultura della rendita immobiliare e dell’”urbanistica contrattata”, alla faccia delle infinite chiacchiere sulla cultura come risorsa, sulla produzione immateriale, sulla green economy e delle innumerevoli altre bugie ripetute nei convegni e nelle conferenze stampa. Lo svuotamento della città è strettamente legato al costo per metro quadro determinato dall’industria turistica e dalla gentrificazione che colpisce sia il settore residenziale che quelli commerciale e produttivo. Ecco perché, più che i buzzurri a torso nudo, a recare danno alla città sono le rendite immobiliari. Ed ecco perché, ammesso che la necrosi del tessuto sociale della città storica non sia ormai irreversibile, una classe politica appena decente dovrebbe agire proprio sul settore immobiliare. In primo luogo con il blocco ventennale dei cambi di destinazione d’uso da residenziale a turistico. In secondo luogo, dopo un’opera di censimento analitico di tutto il patrimonio residenziale pubblico e privato, attraverso una campagna di investimenti che riesca ad influenzare in modo sostanziale il mercato immobiliare. Più facile a dirsi che a farsi, per tante ragioni economiche, politiche e culturali, non ultima la plurisecolare inerzia di questa città di mohicani d’acqua. Per ora, è più facile condividere le foto dei tuffatori dal ponte di Rialto e, al limite, multarli. Più facile piangere lacrime di coccodrillo e rimpiangere i bei tempi andati, quando Katherine Hepburn si faceva rimorchiare da Rossano Brazzi.

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Per Brugnaro è più facile guidare il Centrodestra che salvare Venezia

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Venezia è un sogno così grande da far dimenticare ogni male, e questa è la sua rovina. Così, dopo aver presenziato al Brugnaro Show al centro civico delle Zitelle – toponimo che provoca sempre grandi sorrisi tra i non Veneziani – ci consoliamo con lo spettacolo del sole che emerge tra le nubi del temporale e si tuffa dietro le ciminiere di Porto Marghera, in fondo al canale della Giudecca, in un’esplosione di rosso che a tratti sembra virare al fucsia, colore della lista creata dal patron di Umana. In linea con i trend politici attuali, Brugnaro ha deciso di rapportarsi con la cittadinanza attraverso i “tavoli di consultazione” «una nuova forma di democrazia partecipativa in cui tra eletti ed elettori lo scambio di idee e informazioni sarà costante e costruttivo. Sindaco, Assessori, Consiglieri Delegati, Presidenti di Commissione e tecnici si metteranno a disposizione dei cittadini per informarli sull’andamento della propria attività, cercare assieme la soluzione dei problemi su cui il Comune abbia competenza, raccogliere suggerimenti e proposte». Un’idea in linea di principio tutt’altro che disprezzabile, i cui esiti lasciano però alquanto a desiderare. Al gran dispiego di mezzi video, diretta streaming con tanto di presentatore e claque al seguito (tutto a carico del Luigi Brugnaro imprenditore) non corrisponde purtroppo altrettanta sostanza politica. Lo scambio coi cittadini è a tratti lunare, tra lagnanze reali e pittoresche tirate sia dal palco che dalla platea. Tra i supporter di Brugnaro c’è chi si lamenta dei volantini strappati dagli avversari politici («sono circondato da lupi!!!»), un altro chiede di poter andare in macchina sull’isola di S.Erasmo…

In generale, chi sa non parla e chi parla non sa, ma non importa, perché lo scopo dell’evento è dimostrare la presenza, soprattutto scenica, del Sindaco, mentre il dibattito sui problemi della città non prende mai veramente corpo. Al primo cittadino va però riconosciuta una grande franchezza che lo porta sempre più spesso a mettere le mani avanti: «Ci rendiamo conto di aver fatto poco, pochissimo rispetto ai programmi», «non vogliamo promettere». Il non detto, a meno di un anno dall’elezione, è che il problema Venezia sia ben al di là delle possibilità di Luigi Brugnaro (come di chiunque altro sia attualmente sulla piazza, al di là del colore politico). Il tema fondamentale, quello del bilancio, ritorna spesso durante l’incontro. Ottocento milioni di euro di debito consolidato, ricorda L’assessore al Bilancio, Michele Zuin. Un capestro al quale la città è legata, ma anche un alibi di ferro in caso di qualunque fallimento dell’attuale amministrazione. Alla Giudecca, luogo che il sindaco considera «difficile da raggiungere e da vivere» Brugnaro arriva accompagnato come sempre dal fido Giovanni Giusto, consigliere con delega alla tradizione ormai divenuto per il sindaco “campagnolo” una sorta di guida indiana tra gli ultimi mohicani d’acqua della Serenissima, anche se non tutti i mohicani sembrano gradire la sua presenza.

Alla Giudecca, come in altre periferie interne della “città monoclasse” Venezia, i residui di sottoproletariato assisitito e quel “ceto acqueo” arricchitosi col turismo – tassisti, gondolieri, trasportatori, ecc. – convinvono con un ceto medio e medio-alto in gran parte non nativo, fatto di professionisti (architetti in particolare), “lavoratori della conoscenza” e pensionati coi figli sistemati altrove. Gli interessi del secondo gruppo, centrati sulla qualità della vita del proprio buen retiro – da cui nascono le battaglie contro le navi da crociera e per la gestione dell’isola della Poveglia – confliggono spesso con quelli dei primi, divenuti elettori di Brugnaro nell’isola più rossa della rossa Venezia. Alcuni dei sostenitori del Sindaco trovano giusto che un tassista che guadagna cinquecento euro al giorno possa essere assegnatario di un alloggio popolare, ma inaccettabile che lo sia un lavoratore immigrato. Al voto di reazione corrispondono la paura di venire sostituiti e l’amara consapevolezza di essere tra gli ultimi mohicani della città d’acqua, senza comprendere le cause della propria scomparsa. Nel frattempo, la gentrificazione della Giudecca prosegue. I fondi dei negozi abbandonati da anni diventano, alla spicciolata, piccole gallerie e atelier improvvisati, arrivano i primi franchising e anche il giudecchino scopre Airbnb.

Se anche non se ne fossero resi conto gli autoctoni, se n’è reso conto il Sindaco, e se n’erano resi conto i suoi predecessori di Centrosinistra: il destino di Venezia, svuotata dei suoi residenti, è segnato da molti anni. Il dato elettoralmente rilevante è che i voti sono in terraferma e, in meno di una generazione, la trasformazione di Venezia in parco a tema sarà completa e irreversibile. Casa e welfare locale per questi residenti in via di estinzione sono per chi governi Mestre, Marghera e l’intera città metropolitana solo una seccatura che va affrontata temporeggiando il più possibile. Occorre gestire l’eutanasia della città storica e in questo senso Brugnaro ha semplicemente raccolto il testimone dal Centrosinistra. Che voglia tenerlo per più di una legislatura è improbabile e sempre più chiaramente, assieme all’idea – invero assai fondata – per cui i problemi di Venezia si risolvono a Roma, emerge la vera vocazione non dichiarata del Sindaco. In una lunga intervista comparsa sul «Foglio» alcuni mesi fa, Claudio Cerasa cuciva addosso a Brugnaro il ruolo di nuovo possibile leader del Centrodestra ora allo sbando. Un nuovo Berlusconi più ruspante, ma anche più moderno, o meglio postmoderno, eclettico, indefinibile.

Brugnaro sbandiera il tema della sicurezza e invoca sì poteri speciali – la possibilità di «mettere in cella di sicurezza per una notte» gli ubriachi, ma si vuole distanziare dall’immagine dei sindaci sceriffo del Veneto. Parla dei problemi del cambiamento climatico («in tutto il mondo se ne parla, solo qui parliamo delle beghe tra ministri») in riferimento al MOSE. In realtà, le acque alte a Venezia, più che con il global warming hanno a che fare con lo scavo della laguna (questo però non si dice, perché il sindaco ha deciso che per salvare la crocieristica occorre appunto scavare un nuovo canale). Senza alcun imbarazzo, Gigio si attribuisce anche l’operazione che ha assegnato ad Emergency un ex incubatore di imprese, risalente alla precedente amministrazione («ho incontrato Gino Strada…») e ne mena vanto, cosa che nel resto del Centrodestra pochi farebbero. Il postmoderno in politica è così: antideologico, apolitico, e per questo intrinsecamente populista e reazionario, ma anche assai pragmatico nell’approccio e capace di suggestioni trasversali. Brugnaro e Renzi si piacciono esattamente per questo. Brugnaro ha certo un handicap non da poco: è veneto e quindi troppo periferico, troppo vernacolare per la politica romana. Ma la politica romana sta cambiando, è già cambiata, la stessa classe dirigente renziana è fatta di provinciali arrembanti. Staremo a vedere. Non sappiamo ancora se Brugnaro potrà proporsi come leader nazionale. Sappiamo però che il suo governo non risolverà i problemi più grandi di Venezia.

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A Venezia c’è un congresso PD, ma pochi se ne sono accorti, anche in città

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Nell’invito a questa presentazione ufficiali dei candidati, un’iscritta si augura che non si tratti della solita occasione puramente rituale. Wishful thinking. Come potrebbe non esserlo? Dalle dimissioni dei segretari, dopo una disfatta elettorale che ha segnato la fine di un’epoca, sono passati ben nove mesi. Nove lunghi mesi in cui la dirigenza del partito ha temporeggiato in modo da evitare lo psicodramma del dibattito sulle ragioni della vittoria di Brugnaro, in cui tanti iscritti hanno chiesto un congresso “per tesi” e non “per correnti” – richiesta formalmente accolta, salvo poi fissare scadenze ridicole per la presentazione dei documenti. Pazienza. Una volta letti questi benedetti documenti, che cosa mai potremmo scoprire di nuovo sulle idee dei candidati? Bastano i nomi in calce alla pagina, basti sapere che, in lieve ritardo, il congresso straordinario riprodurrà il solito schemino suicida renziani (da tempo divisi tra loro)  vs cuperliani  o filogovernativi vs malpancisti, ecc. E la discussione sulle tesi? Discussione? Ma qualcuno ha davvero voglia di discutere? La discussione politica – quella ‘alta’ – è uno sport che la sinistra di governo non pratica illo tempore. Forse l’ultima occasione in cui si sia prodotto uno straccio di pensiero politico strutturato risale alla fondazione del primo Ulivo e alla stagione dei sindaci, più di vent’anni fa. Che importa dunque se ci sono voluti nove mesi per partorire la data di un congresso in cui eleggere segretari che dureranno un anno soltanto, e cioè fino al prossimo congresso ordinario? Delle circa sessanta persone presenti ieri pomeriggio, non so in effetti quante abbiano davvero voglia di ascoltare. Il solito fastidioso chiacchiericcio di queste occasioni, il bisbigliare di chi è venuto a trovare qualcuno o a farsi vedere da qualcun altro a tratti diventa più forte della voce dei candidati. “Siamo un grande partito”, ma in questa saletta concessa dalla municipalità non c’è un microfono – o forse c’è ma non si trova o nessuno riesce a farlo funzionare. Il brusio mi innervosisce e quasi grido “I PETTEGOLEZZI DOPO AL BAR”, attirandomi un rimbrotto della professoressa Andreina Zitelli, seduta alle mie spalle. La Zitelli è uno dei massimi esperti di salvaguardia della laguna e un’importante voce critica del PD veneziano, immancabile controcanto sarcastico dei relatori in tanti incontri pubblici di questo tipo, feroce come il pubblico del vecchio avanspettacolo – e cos’è la politica, in fondo?

Come la città, anche il partito è diviso tra terraferma e centro storico e, con il progressivo svuotamento di quest’ultimo, ad ogni discesa dei candidati “campagnoli” in laguna si ripetono le stesse scene, tra il buffo e il deprimente. Nessun politico o amministratore lo ammetterà mai, ma Venezia per la maggior parte di loro è soprattutto una gran rottura di palle. Chiunque dichiarerà pubblicamente di voler “frenare l’emorragia di residenti dalla città storica, perché una città senza residenti non è più comunità e bla bla bla”, desiderando intimamente l’estinzione rapida e definitiva dei veneziani d’acqua. Perché gestire un parco a tema che chiudesse alle otto di sera sarebbe infinitamente più semplice di dover rispondere alle esigenze di alcune decine di migliaia di aborigeni, perlopiù anziani, orgogliosi, cagnarosi e pervicacemente attaccati a queste quattro pietre in ammollo. Il punto è che, senza Venezia, i quattrini della legge speciale non sarebbero mai arrivati a Mestre e nel resto di quel brutto agglomerato mai divenuto città. Tocca quindi fare di necessità virtù e ripetere qualche formuletta retorica ad uso dei mohicani-veneziani. Questa volta è il turno di Gigliola Scattolin, candidata renziana alla segreteria metropolitana (ex provinciale), che si profonde in una meravigliosa dichiarazione d’amore per Venezia: «amo questa città e non appena posso vengo qui con mio marito, specialmente per le cene di coppia. Per le cene di coppia, Venezia è il massimo! [sic]». L’altra “governativa” candidata alla segreteria comunale, Alessandra Miraglia, precisa di esser mestrina ma di aver fatto vita studentesca a Venezia, dove ha abitato per ben due anni e dove vorrebbe tornare, se solo ne avesse la possibilità. Dal fondo della sala qualcuno commenta a voce alta “SE VUOLE VIVERE A VENEZIA DEVE TROVARSI UN MARITO VENEZIANO”. Naturalmente si tratta dell’inesorabile Zitelli. E francamente verrebbe da partecipare al suo sfottò, perché, passi la retorica a buon mercato su Venezia, ma le lodi sperticate “al nostro segretario”, che ha fatto le riforme, che ci ha resi il partito progressista più forte d’Europa, ecc., questo no, la candidata Miraglia poteva davvero risparmiarcelo, almeno in questa sede.

Per questo, nonostante il desiderio fortissimo di veder pensionati gli ex FGCIotti che hanno retto la “ditta” in città fino ad oggi, sentendo parlare le candidate renziane, a molti non può non venire una gran nostalgia del partitone di Alessandro Natta, delle Frattocchie e di tutto quel mondo ormai scomparso. Perché ai cuperliani – rappresentati al congresso da Maria Teresa Menotto e Fabio Poli – si deve almeno riconoscere un plus di preparazione politica che manca e mancherà nei prossimi anni e che purtroppo non sembra rientrare nell’idea di partito di Matteo Renzi. Se la scelta fosse limitata a questi due fronti, sarebbe davvero difficile, per quanto mi riguarda, non scegliere l’astensione. Ma, fortunatamente,  per una volta tertium datur. Non si tratta di qualche emanazione della lista Casson. Lo sconfitto alle comunali è ormai distante dal partito che l’ha fatto arrivare in Senato e in Consiglio Comunale. Ha scelto anzi di non formare un gruppo unico e veleggia solitario verso qualche secca. No, l’alternativa questa volta è rappresentata dal trentenne Alessandro Baglioni, già vicesegretario dei Giovani Democratici veneziani. Nativo democratico, eloquio lontano sia dal sinistrese che dagli slogan pubblicitari renziani, idee chiare sulla distanza tra cittadinanza e PD, nessuno snobismo riguardo a Brugnaro. Basta ascoltarlo per pochi secondi per capire quanto sia lontano da qualunque giochetto o faida abbia coinvolto il partito cittadino e nazionale. Uno sguardo diverso, (ancora) non incattivito dal cinismo della politica. Un dubbio: sarebbe in grado di tenere assieme il partito? Crediamo di sì, ma in fondo non ha molta importanza. Il rischio di morire asfissiati, rimanendo legati agli schemi degli altri, è troppo grosso. Allontanandosene, il Partito Democratico veneziano può ancora salvarsi. Lo scopriremo a partire dal 9 marzo.

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Venezia ai tempi di Brugnaro

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Ahimè, sembra proprio destino che io non riesca più a vedere a Venezia la Giuditta II di Klimt né il Rabbino di Vitebsk di Chagall. Come se non bastassero i frequenti e lunghi prestiti che privano la collezione di Ca’ Pesaro dei suoi pezzi più importanti (la Giuditta già adesso non è praticamente mai a Venezia), ci si è messo ora Luigi Brugnaro, che vorrebbe venderli per rimpinguare le casse ormai vuote del Comune. L’entusiasmo privo di progetto del Centrodestra cittadino si è subito scontrato con la durezza dei numeri: circa 70 milioni di deficit e più di 350 di debito sono naturalmente il pensiero più assillante per il nuovo Sindaco, che parla dei capolavori del Novecento come un nuovo padrone di casa parla del mobilio dell’inquilino precedente. Si tratta di una logica discutibile ma non sorprendente, e di certo non nuova: durante i vent’anni di governo del Centrosinistra, a Venezia si sono svenduti o lasciati svendere interi pezzi di città. Numerosi palazzi storici di proprietà pubblica e gran parte delle isole-ospedale in disuso sono stati alienati a prezzi ridicoli e senza troppo clamore (se si esclude la protesta degli studenti per la vendita di gran parte delle sedi storiche dell’università Ca’ Foscari), per diventare infine hotel più o meno “esclusivi”, sorte ineluttabile di gran parte delle pietre di Venezia. Ciò che sorprende in questo caso è però la motivazione culturale della scelta. Il Sindaco Brugnaro, il presenzialista televisivo e storico dell’arte Vittorio Sgarbi e persino un intoccabile gran sacerdote della Venezianità come Arrigo Cipriani – “Mr. Harry’s Bar” – considerano infatti Klimt estraneo al genius loci e alla storia della città. Se Brugnaro parla di «roba moderna», «Corpo estraneo» è esattamente l’espressione utilizzata da Sgarbi. Che un argomento di questo tipo sia utilizzato senza remore, dà la misura dello stato in cui ci troviamo e della distanza siderale – o meglio, secolare – tra l’idea di Venezia come quintessenza della città cosmopolita e la città attuale. Il punto è che, comprensibilmente, Klimt non trova posto nel parco a tema in cui Venezia si sta trasformando. Non fa parte degli oggetti di scena consentiti, per così dire.

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La sala dedicata a Klimt alla Biennale del 1910. La Giuditta II è visibile sulla parete di destra.

Davvero Klimt non c’entra nulla con Venezia? Eppure i celebri sfondi in foglia d’oro del suo Goldene Periode furono ispirati dalla visione dei mosaici bizantini di S.Marco, mentre la Giuditta II fu presentata alla Biennale del 1910 per poi essere acquistata dal Comune, quando a Venezia non mancavano gli estimatori della «roba moderna» in arrivo da Vienna. Mi sento comunque di escludere che Brugnaro, dopo i «libri gender» e le fotografie delle navi da crociera, abbia intenzione di censurare anche le influenze austroungariche presenti nella cultura veneziana, a meno che l’intenzione (suicida) non sia quella di eliminare anche il sacro bibitone esportato in tutt’Italia e oltre, protagonista assoluto non solo degli aperitivi, ma dell’immaginario veneziano in sé: lo spritz! Inoltre, portando tale logica alle sue estreme conseguenze, si arriverebbe al paradosso suggerito da Michele Fusco qualche giorno fa su Twitter: il sindaco medesimo, in quanto nativo di Mirano, sarebbe di fatto un corpo estraneo alla città d’acqua. Perché se il chioggiotto Casson, oggetto delle mordaci ironie dei veneziani (compresi quei dirigenti PD che durante la campagna elettorale si riferivano a lui come al branzin – il branzino, o spigola che dir si voglia), rimane pur sempre uomo di laguna, Brugnaro è irrimediabilmente uomo di terraferma. La sua parlata lo tradisce. Gliel’ha ricordato Tommaso Cacciari, leader dei Centri Sociali del Nordest e nipote del più noto Massimo, in occasione di un incontro pubblico col movimento No Grandi Navi: a Venezia per dire “(tu) sei” si dice “ti xe”, non “te si”. “Te si” è il marchio del campagnolo. Se persino i centri sociali da diversi anni tentano in qualche modo di competere col discorso localista-venetista, si può immaginare quanto a Venezia sia forte l’uso politico della Tradizione. L’unicità di Venezia si regge del resto su di un delicato equilibrio tra natura e cultura, in cui la seconda non può prevalere sulla prima, perché in definitiva Venezia rimane un’isola, un luogo che un’alta marea può ancora sommergere. Un veneziano d’acqua rimane quindi un isolano, attaccato, almeno a parole, alle tradizioni lagunari, dalla voga alla pesca all’arte – ormai declinante – degli squeraroli e delle imbarcazioni tradizionali. Simbolo di tutto ciò, più ancora della gondola è forse il Bucintoro, galea sulla quale i dogi si imbarcavano per celebrare la cerimonia del cosiddetto Sposalizio del mare, rito di unione di Venezia col suo elemento originario.

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Anche la toponomastica è motivo di scontro: i difensori della Tradizione non amano le doppie comparse dopo il restauro dei tipici nizioleti. 

Un piccolo aneddoto che riguarda il Bucintoro può servire ad illuminare la storia presente della città. Nel 2014, prima dell’arresto dell’ex sindaco Orsoni per le note vicende di corruzione relative al MOSE (il quale, per inciso, rappresenta un tentativo di rimediare alla crisi di quel “matrimonio acquatico”), in città è sorto un comitato avente come scopo proprio la ricostruzione del Bucintoro. Il primo importantissimo contributo al progetto è arrivato dalla Francia: il legno di seicento querce dei boschi d’Aquitania è stato donato per la costruzione del vascello. Un gesto generoso, un segno di amicizia tra regioni d’Europa che ogni veneziano non può che accogliere con gratitudine. Eppure, alla cerimonia di posa in opera, a giugno dell’anno scorso, uno dei principali promotori dell’iniziativa, il leghista Giovanni Giusto, Presidente del Coordinamento delle Associazioni Remiere, ha trovato qualcosa da ridire. La bandiera francese accanto a quella di S.Marco a detta di Giusto rappresenta un affronto, in quanto bandiera «napoleonica», cioè vessillo del nemico numero uno della Repubblica Serenissima (!). Giusto, per la cronaca, è oggi consigliere di maggioranza in Comune e Brugnaro gli ha assegnato appunto la «delega alla Tradizione» della sua Giunta. Questo è in buona sostanza lo zoccolo duro del leghismo in città, interprete della sua anima più reazionaria, ma finora minoritaria. Per capire la vittoria di Brugnaro occorre però ricordare come Venezia non sia soltanto città d’acqua ma ormai soprattutto città di terra. La Venezia di terraferma, costituita dagli agglomerati di Mestre e Marghera, ospita ormai i tre quarti dell’intera popolazione del Comune. Questa città anfibia non ha più un vero centro e sembra tenuta assieme unicamente dalla sottile lingua d’asfalto e binari del Ponte della Libertà, attraversato ogni giorno da 35 mila lavoratori pendolari che si dirigono verso i bar, gli hotel e i negozi del centro storico, sempre più svuotato dei suoi residenti.

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Il Sindaco Luigi Brugnaro

Dell’esodo verso Mestre e i comuni limitrofi si è quasi smesso di parlare, tanto esso sembra irreversibile. Dopo la prima grande emorragia di abitanti nel ventennio ’50-’60, quando lo sviluppo del petrolchimico di Porto Marghera attirò un terzo dei veneziani verso la città-dormitorio di terraferma, la gentrificazione e la monocultura turistica degli ultimi decenni hanno reso proibitivi i prezzi delle case in centro storico. In più, inutile negarlo, per molti abitanti la lentezza dei ritmi lagunari perde il confronto con le comodità di una città “normale”. Anche la “misura d’uomo” di Venezia rischia del resto di perdersi, schiacciata dalla pressione dei quasi trenta milioni di turisti l’anno e dal gigantismo delle crociere. Tra quelli che resistono, in particolare se anziani, è diffusa una sorta di “sindrome del Mohicano”, fatta di chiusura ed insofferenza, di cui a volte fa le spese l’inconsapevole turista in coda alla fermata del vaporetto. Ma i mohicani sono pochi, per definizione. Con la fine dell’industria, i poli del territorio urbano sono ormai del tutto invertiti. Oggi è la città d’acqua ad essere (tornata) “zona industriale”, un distretto destinato quasi unicamente alla produzione di servizi turistici che dà lavoro alla maggior parte dei residenti del Comune. Anche tanti continuatori delle antiche tradizioni remiere ora al servizio del turismo di massa, e cioè i gondolieri, e molti di coloro che passano la maggior parte delle loro giornate in acqua – i tassisti, i piloti dei lancioni turistici – vivono ormai in terraferma. Brugnaro ha colto perfettamente questa trasformazione. Da buon campagnolo, il Sindaco cita spesso nei suoi discorsi l’unione di “Stato da mar” e “Stato da tera” della Repubblica Serenissima, la quale controllava territori migliaia di volte più estesi della sua metropoli lagunare: ancora l’uso politico della Tradizione.

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Canaletto, Il ritorno del Bucintoro al molo nel giorno dell’Ascensione, Windsor Castle, Royal Collection

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