Massimo Cacciari e lo Spirito del Tempo

È un destino davvero terribile, quello del Prof. Massimo Cacciari, il destino dei profeti e delle (barbute) cassandre, condannati a rimanere inascoltati e a registrare i segni della distruzione dall’alto di qualche scogliera di marmo televisiva senza poter fare né disporre nulla di utile. L’autore di Geofilosofia dell’Europa, dopo aver predicato per lunghissimi anni di come al centrosinistra servisse un «partito del Nord» – e soprattutto servisse un Massimo Cacciari – si ritrova ora altrettanto predicante e (finora) altrettanto inascoltato rispetto alla questione dei rapporti tra il Partito Democratico e il clan dei Casaleggesi. Il Movimento 5 Stelle, sostiene il professore, è forza lontanissima dalla Lega di Salvini, si tratta di un matrimonio di interesse destinato a finire e il PD deve attendere quel divorzio come uno spasimante, con un mazzo di rose. Mi domando se Cacciari abbia ripensato a un altro matrimonio d’interesse, quello che portò alla sua rielezione a Sindaco di Venezia grazie ai voti della destra cittadina – i DS allora sostennero Casson. Ah, se solo non fossimo genti meccaniche e Heidegger non ci provocasse il vomito potremmo capire il senso di certe operazioni politiche e di certi giudizi. Occorre ricordare che il Professore è provvisto di potenti e invisibili antenne in grado di rilevare le micro-fluttuazioni dello Zeitgeist, il che gli ha consentito di considerare Renzi «l’ultima speranza», contrapponendolo alle «teste di cazzo» della Ditta, per dargli poi della «capra pazza», collocandolo infine tra i corpi estranei alla Sinistra. Sempre grazie alle sue antenne, Cacciari ha decretato che i grillini non sono una disgrazia, non un’operazione di sabotaggio della democrazia, non un business opaco costruito sull’antipolitica e il cretinismo da social network, ma anzi una sorta di necessità storica da cavalcare, da guidare ed eventualmente da recuperare. Sarebbero per «certi versi opposti» alla Lega, dice il Prof., e avrebbero un elettorato prevalentemente di sinistra. Non sappiamo chi o cosa abbia spiegato a grandi linee il M5S all’insigne cattedatrico. Dev’essere stato un esponente di quella maggioranza di politologi che legano il successo del m5s alle ventennali delusioni del cosiddetto popolo di sinistra. Li conosciamo bene, gli sfoghi di questi delusi. «Ho votato PD per trent’anni [sic], ma ora basta», ti dicono. Quell’«ora» coincide però in maniera sospetta con le lenzuolate liberalizzatrici di Prodi e Bersani. Si tratterà di compagni che odiano i rinnegati o piuttosto di quella piccola e media borghesia spesso impoverita – ma ancora più spesso non arricchita secondo i piani – che rimpiange il piccolo mondo antico della rendita e delle economie pre-globalizzazione? Tutte persone perbene e grandi lavoratori, per carità, ma senza grandi bussole ideali. Queste persone, tra il declassamento vero o percepito e la paura di trovarsi il mondo nel tinello di casa, possono indifferentemente votare Lega o M5S, come si vedrà tra pochi giorni. Del resto non mi pare di assistere ad alcuna sollevazione delle fantomatiche masse grilline-de-sinistra di fronte all’alleanza con un partito della destra xenofoba quale è la Lega, di fronte al sostegno parlamentare del M5S a tutti i peggiori provvedimenti salviniani, porti chiusi e decreto sicurezza inclusi, o di fronte alla commedia cerchiobottista di Di Maio che da una parte finge un’inesistente opposizione ad usum gonzi e dall’altra critica Salvini per i mancati rimpatri di migranti. Che questo sordido equivoco sia unicamente frutto della scarsa lucidità dell’elettorato, cioè di quelli che il Cacciari sindaco definiva «un esercito di infanti incapaci di arrangiarsi su qualsiasi vicenda umana» è un’ipotesi plausibile. Che i consigli non richiesti del nostro “leone filosofico” possano venire per una volta ascoltati dalle parti del Nazareno è invece assai improbabile. O così speriamo.

Grillini, non servite più

«Temperature in picchiata», recitano le agenzie, in perfetto giornalese, accanto a «M5S in picchiata nei sondaggi». E come i tre-quattro gradi in meno portati dalla pioggia e dal vento delle scorse ore fanno parte delle fisiologiche bizze della primavera incipiente, così anche i dieci punti persi dal movimento cinque stelle nel suo primo anno di governo in coabitazione con la Lega sono, di fatto, un fenomeno puramente fisiologico. Lo dicono tutti i politologi, anche se la lettura prevalente sembra essere quella del “tradimento del progetto originario”, insomma di quella manciata di banalità demagogiche che solo degli occhiali molto sporchi o una mente molto confusa possono definire “di sinistra”. Eh ma l’acqua pubblica? Ah già, l’acqua pubblica, il no alle grandi opere. Tutta roba di sinistra, come il neocorporativismo che prevede il superamento dei sindacati…ah, no? «Ma come, tu giochi sporco! e allora il piddì???». Si potrebbero citare altri temi, ma a che pro? A che pro rispiegare tutto daccapo a chi non sente, non vuol sentire, non capisce e non ricorda nulla?

È possibile che qualche benintenzionato sia davvero rimasto ferito dai vari voltafaccia apparenti di questi anni. Io credo invece che alla base del calo dei consensi del M5S vi sia proprio l’aderenza al progetto originario. Il movimento è stato concepito da suoi inizi come una sorta di divaricatore del quadro politico, un buffer a tempo in grado di tenere occupati gli elettori mentre la buriana della crisi passava e soprattutto mentre la Destra perenne di questo paese si ristrutturava senza più Belluscone come astro fisso. Oggi questa missione si può dire compiuta; mancano gli ultimi ritocchi, ma le europee son dietro l’angolo. La funzione del M5S si è esaurita o lo sarà molto presto e, quando Salvini e i suoi avranno recuperato i posfascisti di FdI e gli avanzi berlusconiani prontissimi a riposizionarsi anche in Europa, non ci sarà più bisogno di questo strano attrezzo politico cresciuto grazie a fessbook.

Resta ovviamente il grottesco spettacolo dello scarto tra le trascurabili ambizioni individuali della classe dirigente grillina e il declino del movimento. Resta la faccia di un Di Maio apparentemente alle prese con una terribile mossa de panza mentre spiega a Bruno Vespa come il M5S voglia attirare nuovi simpatizzanti radicandosi sul territorio. Il collegamento non è dei migliori, l’immagine di Giggino appare sgranata, fuori fuoco, come sul punto di dissolversi, e mi riesce impossibile non pensare a Casaleggio Jr. che spinge di un’anticchia il cursore “presence” dalla centrale di controllo del suo manchurian candidate. Facciamo le prove, vediamo se funziona. Fuori Giggino, dentro Dibba. Oppure no. Pixeliamolo soltanto un po’, a Luigi, giusto per tenerlo vigile. Al sudato e tremebondo vicepresidente del consiglio vorremmo chiedere qualche chiarimento. Ma come, Giggì? Ce li avete fatti a peperini per dieci anni con la fine della casta dei politici, con la morte dei partiti, col superamento dei meccanismi di rappresentanza tradizionali, sostituiti dalla biattaforma, dal uebbe, da russò, clicca qua e passa la paura, clicca là e sarai padrone del tuo destino, attento a non cliccare qua o ti becchi il virus della democrazia…dieci anni di questa roba e ora te ne esci con la voglia delle sezioni, dei luoghi dove il cittadino «possa portare le proprie istanze». Ci sei arrivato pure tu, complimenti, ma come la spieghiamo ai vostri fan?

Spieghiamola come farebbe Beppe: «sono ragazzi fantastici», imparano in fretta. A fare come gli altri. Ad esempio, ha imparato in fretta Marcellone de Vito, che Giggino ha espulso un’ora dopo il suo arresto riferendosi a lui come a «quel signore». Mi spiace, Giggino, ma «quel signore» è figura di primissimo piano del M5S romano: oltre ad aver racimolato il numero di più alto di preferenze alle scorse amministrative, è stato il vostro candidato sindaco nel 2013, presiedeva il Consiglio Comunale e, fino a un attimo prima dell’arresto, rappresentava la ruota di scorta – ahimè, già bucata – della giunta attuale in caso di dimissioni della Raggi. Sono i rovesci del potere. Più rapida l’ascesa, più rumoroso lo schianto. È un vero peccato, Giggino, ma in questa situazione gli strumenti politici non servono a nulla. Occorre semmai ascoltare i consigli del medico di base: reintegrare i liquidi, assumere fermenti lattici, mangiare leggero. Auguri.



Una modesta proposta per Venezia

C’è voluto infine il peggior governo della storia della Repubblica per arrivare ad approvare un provvedimento che non sarà forse “l’ultimo chiodo sulla bara di Venezia” – confidiamo nel fatto che ce ne vogliano ancora molti – ma che riveste comunque un significato simbolico importante: per entrare in città storica si pagherà un biglietto, una somma che si affiancherà alla tassa di soggiorno e che riguarderà tutti i bipedi non pernottanti in arrivo «con qualsiasi vettore». Il comma 1129 della manovra gialloverde non prevede deroghe per pendolari e residenti in regione, ma a quelle dovrà evidentemente pensare il Comune. A quanto pare, la richiesta di poter introdurre il ticket è arrivata proprio dal nostro caro sindico Brugnaro, il quale fino a ieri si diceva tuttavia contrario a qualunque tassa d’ingresso. Solo gli sciocchi non cambiano mai idea, diceva quel tale, no? Di certo, le categorie che hanno sostenuto l’ascesa politica di Brugnaro, e che hanno sempre anteposto il proprio fatturato al futuro della città, non avranno di che lamentarsi: né i rentier del centro, né quelli di Mestre – dove i posti letto disponibili crescono a un ritmo di tremila all’anno – saranno minimamente toccati dal provvedimento, mentre gli ingressi annuali non caleranno di un solo punto percentuale. Saranno certo solo moderatamente soddisfatti quei veneziani che da anni si scagliano contro il “turismo straccione” dei giornalieri – giornalieri come eravamo io e i miei genitori nelle nostre gite domenicali di una trentina di anni fa, quando mangiare un tramezzino all’aperto non era ancora oggetto di riprovazione – contrapponendogli la raffinatezza del turismo d’élite e del divismo di un tempo – «ghe sboro, me ricordo ‘ncora elisabe teilor co riciar barton imbriaghi marsi all’es’celsior». Questi nostalgici avrebbero voluto colpire i non-pernottanti ancora più duramente e sanno che la piaga dei poveracci che vorrebbero visitare questa città almeno una volta nella vita non sarà risolta sinché il ticket non verrà portato a qualche centinaia di euro. Il risultato simbolico è stato comunque raggiunto: dal 2019 Venezia diventa anche formalmente città-museo, o meglio, parco a tema.

A questo punto, sebbene io speri ingenuamente che i soldi ottenuti da questa nuova raccolta vadano a finanziare qualche opera di pubblica utilità – come il potenziamento del trasporto pubblico, ora che anche quello tra città storica e terraferma è prossimo al collasso, o lo scavo dei rii e le tante opere di manutenzione e risanamento di cui la città ha bisogno – una vocina insistente mi spinge invece a chiedere altro. Al nostro primo cittadino vorrei esporre una proposta rivoluzionaria di redistribuzione che metterà d’accordo tutti, dai suoi pasdaran sino a quelli che non votarono Casson perché troppo a destra [sic] e che troverà certamente il sostegno partecipe del ministro Di Maio: da abitanti di un parco a tema che non chiude mai, da figuranti-residenti in servizio permanente effettivo, chiediamo che la nuova imposta riscossa dai gitanti vada a finanziare un nostro reddito di cittadinanza. Crediamo di meritarcerlo, perché il nostro amato parco a tema è fatto sì di palazzi, canali, tramonti, spritz e scodelle di baccalà mantecato, ma, siamo onesti, a cosa si ridurrebbe tutta questa bellezza senza la presenza di noi residenti? A un fondale, a una quinta. Ad animare e a riempire di voci questo spazio teatrale ci pensiamo noi quando trasciniamo i nostri carretti della spesa facendoci strada tra i gruppi dei crocieristi, quando restiamo a terra perché il vaporetto che volevamo prendere è pieno, quando sopperiamo alla mancanza di sopratitoli traducendo anche gli insulti dialettali, affinché all’ospite sia garantita un’esperienza immersiva di eccezionale realismo. Di fronte a queste fatiche quotidiane, credo che i due “gigi” – il veneziano e il napoletano – potranno ben trovare un accordo. Dal canto nostro, noi cittadini di Veniceland saremmo disposti ad uscire di casa bardati da cicisbei e cortigiane fine Settecento, con tanto di nei e immancabili mascherine, per offrire all’ospite – all’ospite pernottante in primis – l’arlecchinata che gli spetta.