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Orfini e Giachetti, abbiate pietà di noi iscritti

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Capisco che, dopo Mafia Capitale, la possibilità di perdere il Comune di Roma sia piuttosto alta e che, dopo il killeraggio mediatico e la defenestrazione di Marino, ogni mezzo sia lecito per portare avanti una campagna elettorale non facile. So anche quanto sia inutile mostrare delicatezza con i grillini, che di norma non risparmiano a noi piddini i loro metodi da squadristi del web. In politica tutto è lecito, purché non venga mai oltrepassato il limite della decenza e, soprattutto, non si perda mai il senso del ridicolo. Il fatterello: Virginia Raggi, ex praticante di Cesare Previti e candidata al Campidoglio col M5S ha esposto le sue idee sulla grande multiservizi romana Acea (niente profitti sull’acqua pubblica, abbasso i poteri forti, ecc.) annunciando un cambio di management in caso di vittoria alle comunali. Il titolo subisce un crollo e nel giro di poche ore il Presidente del PD, il candidato sindaco del PD e il giornale del “palazzinaro buono” (perché vicino al PD) incolpano la Raggi della perdita di 71 milioni di euro degli azionisti Acea, tra i quali figura, subito dopo il Comune di Roma, che detiene la maggioranza, il palazzinaro buono testé menzionato. L’impagabile Andrea Romano arriva persino a chiedere l’intervento della CONSOB, nemmeno si trattasse di insider trading. Aiuto. Davvero Giachetti, Orfini e Romano pensano seriamente che un candidato sindaco non possa esporre liberamente le idee contenute nel suo programma per non influenzare i mercati? Ma che davero? Nelle borse di tutto il mondo, in barba agli organismi di vigilanza, si sperimentano ogni giorno tentativi più o meno riusciti di influenzare i mercati attraverso la diffusione di informazioni più o meno riservate. A volte si tratta di atti involontari (o apparentemente involontari) come quello del viceministro Galletti, che annunciò la vendita – subito smentita – di parte delle quote pubbliche di ENI, causando una flessione simile a quella di Acea. Non ricordo grandi reazioni, allora. Io davvero non so più come dirlo a Giachetti, a Romano, ad Orfini e a tutti i dirigenti del PD. Cari compagni, noi iscritti facciamo di tutto per difendere questo nostro partito, ma sapete, un giorno ci potremmo anche stufare di prendere gli sputazzi al posto vostro.

Saluti democratici, eccetera.

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Che cosa ho capito di queste elezioni europee

Mi ero quasi deciso a dividere il commento elettorale in diversi post tematici – uno puramente tecnico, dedicato all’analisi comparata dei dati, uno sugli effetti politici del voto in Europa, uno su quelli del voto domestico, etc. Il fatto è che vorrei tentare di “depoliticizzare” progressivamente questo blog, o meglio di riservare alla politica uno spazio circoscritto, accanto ad altri temi che mi stanno a cuore (a titolo di esempio: il tramonto del cinema su pellicola, qualche dilettantesca recensione di libri dimenticati, le curiosità raccolte da un pigro flâneur di cui a voi sicuramente non frega un ciufolo). Insomma, ho concentrato tutto qui è il pezzo è venuto un po’ lungo…

La prima cosa che mi sento di poter dire è: missione compiuta. Il mio principale obiettivo rispetto a queste elezioni coincide con l’arresto dell’avanzata grillina e degli euroscettici su cifre comunque preoccupanti, ma gestibili. Il dato di per sé non è confortante, se pensiamo che, tra M5S, Lega e FLI, il 40% degli elettori attivi (i quali, per il voto europeo, rappresentano il 58% degli aventi diritto) è in qualche modo ostile all’idea di integrazione europea, e tuttavia i quattro punti persi dal buffone di S.Ilario ci rassicurano sul clima sociale del Paese. Italiani, ancora non avete sbroccato, e questo è un bene. In secondo luogo, il risultato straordinario del Partito Democratico non può che rendermi felice. Si tratta in questo caso di una vittoria storica. In Italia nessun partito di sinistra (e soltanto la DC degli anni ’50) ha superato il 40% dei consensi. L’effetto Renzi è evidente, e se leggiamo il risultato tenendo a mente che si tratta di un voto per il Parlamento Europeo, – mai davvero considerato importante dall’elettorato, e meno che mai nel clima euroscettico della grande crisi che stiamo vivendo – capiremo la portata di quest’effetto che davvero pochi, anche tra i più ottimisti, avrebbero previsto. Chiunque dovrà ammettere che questa campagna il Partito Democratico se l’è giocata davvero bene, dal punto di vista della comunicazione. Gli 80 euro sono certamente serviti, ma è stata soprattutto l’impressione di un movimento reale, possibile grazie al governo Renzi, a convincere gli elettori (su questa impressione tornerò poi, alla fine del post). Last, but not least, questa è l’elezione in cui si sancisce la fine del berlusconismo. La promessa di un bonus-crocchette-per-cani non è bastata, il carisma dell’ex-cavaliere è ormai esaurito. Berlusconi è finito in quanto agente coagulante del consenso moderato, diviso nelle sue varie componenti, diviso tra la (lunga e difficile) ricerca di una forma e di qualche leader sostitutivo, per via dinastica o meno.

Da elettore di sinistra non canterei tuttavia vittoria troppo presto, soprattutto dopo aver dato un’occhiata – attenzione, arrivano i dati “hard”, che vi pregherei di controllare ed eventualmente correggere – alle percentuali, raffrontate alle serie storiche del voto di questi ultimi vent’anni. Berlusconi crolla al 16%, è vero, ma è altrettanto vero che il Centrodestra nel suo complesso (FI+NCD+FLI+LN), rispetto alle Politiche del 2013, tiene e anzi guadagna un paio di punti (dal 29 al 31%). Il che, tenendo a mente da dove viene il grosso degli elettori grillini, mi fa dire che la Destra, pur frammentata, nel Paese è ancora e sempre prevalente. La coalizione berlusconiana del 1996 arrivava al 52%, che è poi il totale deila somma M5S residuo+Destra attuale. (Naturalmente le mie sono considerazioni spannometriche, che non tengono conto della composizione dell’area degli astensionisti rispetto ai vari partiti. Correzioni e suggerimenti, in particolare da chi queste cose le studia di mestiere, sono benvenuti). Sono abbastanza convinto che metà dei 4,5 punti persi da Grillo siano tornati da dov’erano venuti, è cioè la Lega Nord, la quale, con la svolta noEuro di Salvini, guadagna il 2%. Altri elettori grillini provenienti dal centrosinistra, credo in misura non superiore al 2%, potranno essere tornati al Centrosinistra renziano. Ma se guardiamo alla somma del “Centrosinistra allargato” (cioè, com’era originariamente, includendo la c.d. Sinistra radicale, allora Rifondazione, oggi la lista Tsipras), siamo sugli stessi numeri del 1996: 43-44%. A questo proposito, nonostante gli tsiprassiti siano riusciti  (in virtù di un richiamo analogo all’effetto-Renzi) a superare lo sbarramento, la tendenza generale vede i soggetti a sinistra del PD condannati al destino di tutti i “partiti d’opinione”, e cioè a percentuali irrisorie o alla scomparsa definitiva. (Un messaggio per Nichi: «Nichi, questo PD aspetta a te!». E chi si vorrà sciogliere, si scioglierà…) Sempre parlando di partiti di opinione, la batosta di Scelta Europea era prevedibile e prevista da tutti, tranne che dai diretti interessati. Permettetemi un paradosso: i liberali italiani sono minoritari perché non hanno letto Marx (ma almeno Boldrin dovrebbe averlo letto, visto il suo passato di militante nel PCI). Cioè a dire, in un paese paleocapitalista, corporativo, clientelare e retto dai sussidi come il nostro, chi parli di libero mercato con l’aggressività di FARE non va granché lontano. Ai più ragionevoli consiglierei di riunirsi ai numerosi liberali del PD, che del resto può contenere parecchie loro istanze.

Sbrigate le faccende minori, veniamo agli aspetti davvero problematici di questo voto che, nonostante la sua consapevole e scientifica riduzione a (precoce) “elezione di midterm” del governo Renzi, rimane un voto europeo. Non un voto qualunque, ma un voto pro o contro l’integrazione europea. Il sorriso per la vittoria del PD risulta un po’ smorzato dalle brutte notizie che ci arrivano dal resto dell’Unione. Il Front National è primo partito in Francia, con quasi il doppio dei voti dei Socialisti, l’UKIP di Farage, lo xenofobo, arriva al 29% in UK, superando sia i Tories che il Labour. In Austria il FPÖ raddoppia il numero di seggi al Parlamento Europeo e, per la prima volta, i neonazisti tedeschi dell’NPD avranno un loro parlamentare, che farà compagnia ai due eletti di Alba Dorata. Tutto questo a pochi giorni dall’attentato antisemita del museo ebraico di Bruxelles. Alla luce di tutto questo, dovremmo fermarci a riflettere su cosa sia stata l’Europa prima del Manifesto di Ventotene, dovremmo ricordare che ieri, come ha scritto Michele Ainis, noi abbiamo votato su Auschwitz ,«Perché l’Europa è nata lì, da quell’orrore senza precedenti. È nata per bandire il genocidio, e siccome il genocidio aveva celebrato la massima potenza dello Stato, l’idea europea coltivò fin dall’inizio il genocidio degli Stati».

A balzare agli occhi è ovviamente l’estrema destra, ma in generale sono i conservatori del PPE, CDU della Merkel in testa, a vincere questa tornata.

Chi, a sinistra dentro e fuori il PD, parlava di rinegoziare il debito dei paesi del sud dovrà ben riflettere sulla situazione reale e capire che l’euroscetticismo è una forza bifronte, e cioè che l’Europa rischia di essere strappata da due parti, da due populismi affini ma distinti: a Nord il populismo indica i PIIGS (noi terroni, insomma) come una zavorra che, a causa dell’Unione, rischia di tirare a fondo i paesi “virtuosi”  A Sud, un analogo populismo, trasversale da destra a sinistra, incolpa di tutti i suoi guai “l’Europa delle banche” e il rigore imposto dalla Germania. Il problema centrale rimane sempre quello del debito, e di come conciliare la tenuta del sistema creditizio con la ripresa economica del continente. Non ho né strumenti sufficienti né certezze per poter dire cosa sia meglio. Penso però che troppa gente sia troppo convinta di troppe cose. L’unica cosa di cui sono sicuro è che i conservatori avranno la presidenza della Commissione Europea e per i prossimi anni la Sinistra dovrà governare l’Europa con loro, responsabilmente.

Non posso terminare il post senza parlare del governo Renzi e del mio partito. Sono convinto che, più che guardare a questo incredibile risultato come a un capitale da spendere – o peggio a degli allori su cui ronfare – si debba prenderlo come un messaggio sul quale riflettere. Il voto mostra come la forma definitiva del Partito Democratico si stia finalmente precisando. Si è capito che la Sinistra in questo paese può (con)vincere solo se diventa inclusiva, se è capace di parlare a tutti, anche a chi non fa parte dei suoi tradizionali soggetti sociali di riferimento. Il che non significa semplicisticamente “prendere i voti a destra”, né abbandonare i soggetti deboli. È “forte” una giovane “finta partita IVA” che nessun sindacato difende? La società è cambiata e sono cambiati gli elettori. Dai partiti popolari di alcuni decenni fa stiamo arrivando a grandi contenitori la cui linea dettagliata si gioca attorno a un leader e si decide attraverso delle primarie. Ma di questo si è parlato fino alla nausea negli ultimi due anni, non mi vorrei ripetere. Per qualcuno, l’ubriacatura da consenso porterebbe al rischio di una “democristianizzazione” del PD e/o della sua trasformazione in partito-Stato. Porterebbe, se ci trovassimo nel 1984, e non nel 2014. La gestione distributiva del potere compiuta della DC oggi è impossibile: non ci sono più torte da spartire, siamo ancora nel pieno di una crisi della quale non si vede la fine, e anche un grande exploit elettorale può essere bruciato nel giro di poche settimane, se alle parole non seguono i fatti. Sbagliano di grosso i dirigenti renziani a considerare la vittoria come la legittimazione popolare che mancava al governo. Quella legittimazione ancora non c’è, e non ci sarà fino alle prossime elezioni politiche. C’è invece la tremenda responsabilità di rappresentare la Sinistra di tutto il continente, di partecipare a quelle larghe intese di cui ho scritto sopra con un’idea forte e un realismo altrettanto forte. È evidente che i sindaci renziani eletti a Bruxelles da soli non ce la potrebbero mai fare. Ci sarà bisogno di tutte le componenti del partito, dai keynesiani ai liberisti, ci sarà bisogno di un dibattito serio, la cui forma non potrà essere quella dell’hashtag. Facciamolo.

#ildibattitosì

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Ecco fatto

E bravo Matteo, che è riuscito finalmente nel suo intento: arrivare al governo del Paese. Ci è riuscito rimangiandosi la parola, facendo l’esatto contrario di quanto promesso a noi che l’abbiamo sostenuto, ma non importa. E’ possibile che il senso di delusione di questi giorni renda il mio giudizio assai più severo del necessario, ma importa ancor meno. Abbiamo un governo, sostenuto dalla maggioranza del mio partito, composto in parte da gente valida, il momento è quello che è («delicato», «drammatico», «cruciale», etc.), siamo tutti italiani, e (parlo per me) non proprio benestanti, per cui se ancora conserviamo un po’ di buon senso dobbiamo sperare con tutte le nostre forze che Renzi riesca a combinare qualcosa di buono. E lo faremo, con la pancia. La testa continuerà però ad essere impegnata nella critica, nella lettura dei dati, per così dire. Dati non proprio confortanti, a partire dalla composizione della squadra, che dice tutto senza necessità di commenti: Il presidente di Legacoop al Lavoro, l’ex presidente dei giovani industriali allo Sviluppo Economico, Emma Bonino defenestrata dagli esteri (troppo titolata, verrebbe da dire), il 50% dei ministeri a donne che sono in parte appendici femminili del premier, la conferma delle poltrone al Nuovo Centro-Destra, la sistemazione della quota D’Alema/Cuperlo/Bersani (La Ditta), la sistemazione (non richiesta e un po’ scorretta) della quota Civati. Le arrampicate sugli specchi sono inutili: Matteo Renzi presiede un governo squisitamente consociativo, e confermo qui quanto vado dicendo da mesi: stiamo vivendo la nascita del Pentapartito 2.0. Peccato che molti di noi avessero scelto Renzi proprio pensando di riuscire così a liberare finalmente l’Italia dal Centro, dalla DC perenne, dal doroteismo, dall’immobilismo…L’unica grande novità di Renzi consiste probabilmente  nell’essere un Premier-Sindaco, cioè un premier dei sindaci. Il legame con gli amministratori locali – cioè, in sostanza, il tema dello sforamento del patto di stabilità – è una delle chiavi del suo successo e della sua futura azione di governo. Sacrosanta l’attenzione ai comuni, per carità. Se però l’approccio è «da pentapartito», e cioè clientelare, attento a non rompere lo status quo, a minimizzare le responsabilità delle amministrazioni locali, considerate a priori vittime della disciplina di bilancio, beh, di quest’attenzione farei volentieri a meno.

Che cosa possiamo aspettarci da un governo espressione della stessa, identica maggioranza di quello precedente? Il nuovo Presidente del Consiglio si è affrettato a precisare che, al contrario del «governo di servizio» di Enrico Letta, il suo sarebbe un esecutivo politico. Meraviglioso: a maggior ragione la linea sarà quindi condizionata dalla puerile fronda degli Alfaniani, legati da un guinzaglio lunghissimo e quasi invisibile, ma resistentissimo, a Forza Italia. Che cosa potrebbe davvero cambiare con Renzi? Siamo d’accordo, tra lui e Letta la differenza è abissale, soprattutto in termini di carisma e di stile. Renzi colpisce e parla a tutti, per questo l’abbiamo scelto. Pensavamo che potesse rompere quell’equilibrio tra berlusconismo e antiberlusconismo che da vent’anni tiene bloccato un Paese in profondo declino. Quello stile può non piacere, ma funziona. Sullo stile di Renzi, su Matteo Renzi come oggetto politico-semiotico, nei dieci giorni che separano il voto in Direzione Nazionale dalla fiducia a Montecitorio si è scritto e detto di tutto. Il lessico, la retorica, il timing, la prossemica, la mimica, le macchine, i capelli, le giacche, le cravatte. Piccoli dettagli che, intepretati e sovrainterpretati dai professionisti della comunicazione politica, dagli «analisti», da noi dilettanti tuttologi di twitter, dovrebbero restituire dei messaggi molto semplici e molto chiari: il «cambio di passo», la rottura di vecchi schemi, lo svecchiamento del potere, il riavvicinamento della politica al «Paese reale», e così via.  Tutto giusto, quello stile funziona benissimo, trasversalmente, con gli elettori. Il problema non secondario è che le elezioni il buon Matteo le ha evitate. Ha preferito la scorciatoia di palazzo. E nel palazzo contano i numeri e i rapporti di forza con gli amici più o meno interessati. Che un giorno possono decidere di farti lo sgambetto, magari dopo averti ripetuto per mesi di stare sereno… Ripeto, siccome non voglio vedere affondare il mio Paese, mi auguro che Renzi riesca a realizzare anche solo una minima parte del suo (ancor vago) programma. Tiferò per lui da italiano. Tiferò per lui anche in quanto nemico della feccia grillina. Certamente, all’interno del PD, come si dice in questi casi, dovrò tenere una posizione interlocutoria. Passo dall’essere «diversamente renziano» a «non-più-renziano», senza per questo dare credito a Civati, né tantomeno alla vecchia maggioranza, responsabile quanto Renzi di questo colpo di mano. In realtà, non mi pesa il non avere più un’area di riferimento nel partito – è forse anzi un sollievo, per un cane naturaliter sciolto come il sottoscritto. Mi pesa però l’essere stato così ingenuo, l’aver investito male le mie speranze – perché non è vero che le mie aspettative fossero proprio minime, come andavo dicendo fino a qualche giorno fa. Mentivo un po’ a me stesso.

Buon lavoro, comunque, Presidente Renzi. Da domani, solo critiche puntuali. E un po’ di satira.

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Fascisti o no?

m5s

Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati pars pro toto, a giocare il ruolo del popolo. Il popolo e’ cosi’ solo una finzione teatrale. Per avere un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo più bisogno di Piazza Venezia o dello Stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentato e accettato come la Voce del Popolo. A ragione del suo populismo qualitativo, l’ Ur-Fascismo deve opporsi ai ‘ putridi’ governi parlamentari. Una delle prime frasi pronunciate da Mussolini nel Parlamento italiano fu: “Avrei potuto trasformare quest’ aula sorda e grigia in un bivacco per i miei manipoli”. Di fatto, trovò immediatamente un alloggio migliore per i suoi manipoli, ma poco dopo liquidò il Parlamento.

(Umberto Eco, Identikit del Fascista, «la Repubblica», 2 luglio 1995, poi in Cinque scritti morali, Bompiani, 1997)

[…] Nessun movente etico-politico, […] umanità o […] carità vera, […] nessun senso artistico e umanistico e men che meno […] un’intervento di indagine critica. Si trattava per lo più di gingilloni, di zuzzuruloni, di senza-mestiere dotati soltanto d’un prurito e d’un appetito che chiamavano virilità, che tentavano il corto-circuito della carriera attraverso la «politica».

(Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, in Saggi Giornali Favole e altri scritti, vol. II, Garzanti, 2008)

Per prima cosa, vorrei qui ringraziare Grillo e i suoi. Col loro comportamento sono riusciti a ricompattare buona parte della smandrappata sinistra democratica, che potrà anche scannarsi attorno alla figura di Renzi, all’idea di partito o alle diverse ricette economiche, ma rimane unita sulla difesa della democrazia e delle sue istituzioni. Scusate se è poco. Dal 2011 non credo di aver dedicato più di quattro o cinque post al M5S. Avevo già liquidato tutta la faccenda come il peggior sintomo dei malanni della nostra democrazia: una sorta di febbre, che rivela un’infezione. Qualcuno, anche nel PD, l’aveva invece considerato un interlocutore politico come altri, coi risultati che conosciamo: nessuno, a parte l’ormai canonico vaffanculo. Anche per questo, forse, tra i più severi critici del grillismo come minaccia alle istituzioni troviamo oggi i bersaniani, mentre i renziani, a mio avviso un po’ discutibilmente, si concentrano sulla cultura “del risultato”: per non rischiare di ferire l’amor proprio dell’ex-elettore PD potenzialmente recuperabile – quello che a novembre 2012 scelse Renzi e che avrebbe votato PD in caso di una sua vittoria, si limitano a fargli notare quanto poco abbiano combinato i grillini. E non è detto che su alcuni provvedimenti non possa rendersi necessario anche il voto del gruppo M5S, o di una parte di esso.

Intanto, a sinistra del PD e fuori dal Parlamento, c’è chi considera tuttora il M5S un potenziale alleato. Si tratta della congrega dei radical-chic inaciditi, dei vari intellò rimbecilliti, dei giacobini frustrati. Una su tutti, Barbara Spinelli che qualche giorno fa rivendicava ancora la bontà dell’appello fatto a suo tempo da detta congrega a Bersani perché tentasse un governo PD-M5S. Ricordate? Si trattava del famoso «governo di cambiamento» a cui i grillini per primi non sono mai stati interessati, ma questo la figlia del povero Altiero non lo sa, finge di non saperlo, non vuole sapere, o non l’ha proprio capito. A me vengono tuttora i brividi al pensiero che il più grande partito della Sinistra potesse anche solo ricevere un appoggio esterno dai grillini. In ogni caso, fa specie che parecchi tra coloro i quali per vent’anni hanno dato del fascista a Berlusconi oggi rifiutino di vedere le componenti fascistoidi della proposta a cinque stelle.  

«Ah. Qui volevi arrivare, eh?»

Ovviamente sì, proprio qui volevo arrivare. Vorrei chiarire il mio pensiero su questo punto, e cercherò di farlo senza ricorrere al paralogismo autoreferenziale della Spinelli («Non credo che il M5S sia un movimento squadrista, perché non avrei mai firmato appelli per un movimento squadrista»). E’ chiaro che se per «fascista» intendiamo un movimento che si richiami direttamente o nascostamente al fascismo storico, il club di Grillo non si può definire «fascista». Probabilmente nemmeno «Ur-fascista» nel senso inteso da Eco. E in ogni caso, a parecchi italiani, magari di sinistra, magari dotati di sufficiente cultura ed esperienza, magari autonominatisi «difensori della Costituzione», le componenti fascistoidi di cui sopra non sembrano così evidenti.

Non basta che diversi rappresentanti del M5S abbiano dato giudizi assai benevoli sul Ventennio, o che utilizzino alcune formule rivelatrici di una certa cultura politica (imparaticcia, ma tant’è, questa è la cifra della nostra epoca), dall’«Europa dei popoli» alla «comunità nazionale», ai «confini sconsacrati». Non sono forse certi «revisionisti moderati» coi loro editoriali sui grandi quotidiani, ad insistere sulla rivalutazione del fascismo «prima delle leggi razziali» .

Non bastano il razzismo, la xenofobia e lo sfruttamento cinico dei problemi dell’immigrazione, una retorica attraverso la quale il centrodestra italianoda più di vent’anni, costruisce campagne e vince elezioni.

Non basta il linguaggio da stupratori fascisti dimostrato nei giorni scorsi – lo stesso linguaggio delle bestie che violentarono Franca Rame, e di fronte al quale Dario Fo resta in silenzio. Mi si dice di non scomodare il Gadda di Eros e Priapo, perché il sessismo italico è trasversale e il maschilismo della cultura patriarcale ancora radicatissimo. Vero.

Non basta una virulenta forma di antieuropeismo e di antimondialismo, unita a un generico odio per la finanza basato spesso sull’analfabetismo economico, e a bizzarre teorie di marca neofascista (vedi alla voce signoraggisti): è specificamente fascista parlare dei «disastri della globalizzazione» o prendersela con le banche?

Non basta l’irrazionalismo che va dalle scie chimiche al metodo Stamina, passando per l’indimenticabile palla biowash: in questo paese il metodo scientifico ha forse mai goduto di grande popolarità? (E comunque il Movimento è zeppo di ingegneri, a partire da… Rocco Casalino).

Non basta d’altronde nemmeno il cospirazionismo dei deliri allucinati in materia di 11/9: cosa possiamo pretendere con le nostre esperienze di stragi e servizi deviati e con un giornalismo alla ricerca dei suoi quattro lettori con ogni mezzo possibile, escluso il fact checking?

Non bastano la simpatia per regimi autoritari come l’Iran degli ayatollah e non basta il pregiudizio manifesto verso Israele: posizioni considerate «di sinistra» in Italia, dove gli antisemiti si sono comodamente sistemati tra le file degli antisionisti.

Probabilmente no, nessuno degli elementi che ho elencato è sufficiente a chiamare «fascista» il Movimento 5 Stelle. Può bastare? Non direi.

La verità è che la politologia fatica un po’ di fronte al gran frullato delle frattaglie ideologiche rimasteci dal secolo passato, di fronte a un discorso pubblico che il panico da crisi economica riduce spesso ad un’accozzaglia di slogan populisti. In un contesto simile, hanno trovato il loro spazio ideale un esagitato buffone e un faccendiere che si intende un po’ dell’internient. Il gatto e la volpe hanno deciso di inserirsi nel vuoto di consenso dei partiti e hanno inventato il M5S, non un partito in senso stretto, ma qualcosa di più vicino ad una piattaforma web, con tanto di ridicole consultazioni online. Un’operazione di marketing politico nella quale il movimento è una sorta di collettore fognario collegato via ADSL al ventre molle del Paese e in grado quindi di raccogliere ogni sorta di escremento politico nel momento stesso in cui si forma. Che poi qualche idea sensata affiori dal liquame, non stupisce, se ogni orologio rotto…

Che Grillo e Casaleggio personalmente condividano le idee dei loro simpatizzanti o che siano dei puri venditori, non rileva. E’ probabile che, dopo un paio di appuntamenti elettorali, il fenomeno grillino declini da sé. Il gatto e la volpe avranno nel frattempo ottenuto dall’operazione il ritorno economico sperato. Ma il sintomo, la febbre di cui parlavo sopra, non andrebbe sottovalutato perché ci ripete una verità che non ci piace ascoltare: a una fetta consistente di popolazione italiana non importa assolutamente nulla della democrazia e delle sue istituzioni. Non si tratta di militanti ideologizzati, di fanatici, di amanti dell’eversione. Si tratta di vittime del declino economico. Operai di un manifatturiero che muore, artigiani, piccoli imprenditori e commercianti in crisi, gente che ha sempre badato al sodo, e a maggior ragione bada al sodo in momenti di crisi profonda. Non hanno granché a cuore i fragili meccanismi delle liberaldemocrazie, non se ne sono mai interessati perché non ne hanno mai avuto il bisogno. A loro i partiti di massa chiedevano un voto, una volta ogni tanto. In cambio i più fortunati ricevevano le regalie destinate ai clientes, altri una relativa sicurezza di poter vivere e lavorare in pace. Ad un certo punto, questo patto si è rotto – sulle cause di tutto ciò altri potranno dire meglio di me. Nel corso del Novecento, in fasi e contesti diversi, queste masse sono diventate carne da adunata (o peggio). Se i rappresentanti pentastellati sono, come suggerisce Corrado Augias, «fascisti inconsapevoli», i loro elettori sono fascisti potenziali. Mi si obietterà che fascisti potenziali lo siamo un po’ tutti. E’ possibile. Personalmente, per formazione familiare ritengo di potermi escludere dal novero.

Scenari molto improbabili? Fantapolitica da blog? Pippe da politologi della domenica? Lo spero, ma continuo a praticare l’esagerazione come forma di scaramanzia. E a sperare che il Paese non prosegua nel suo declino, che cessi di distruggere, giorno dopo giorno, tutta la sua ricchezza. Perché il fattore determinante, come sempre nella storia delle democrazie, è quello economico.

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Per gli amanti del revival

Sulle larghe intese mi sono già espresso, e abbastanza rudemente: le vedo come una sgradevole necessità spiegata dall’aritmetica più che dalla politica. Un’esperienza da concludere in fretta. Ma se invece Letta ci prendesse gusto a fare il dog sitter di ARF-ARF-Arfano e decidesse di rimanere per l’intera legislatura? La presenza di Emma Bonino e di Cécile Kyenge basterebbe a far passare il nostro mal di pancia? E’ ancora presto per capire a cosa ci porterà questa bizzarra Spaghetti-Grossekoalition, ma alcune sue caratteristiche non fanno ben sperare. Non mi riferisco alla questione dei processi di B., la quale ormai dovrebbe avere la stessa rilevanza dello shopping di Kate e Pippa. I problemi sono ben altri.

In molti hanno sottolineato un certo passaggio del primo discorso di Letta, al momento di ricevere il mandato, in cui il neopresidente del Consiglio, classe ’66, ricordava che in fondo gli anni ’80 non erano poi stati così male come afferma la vulgata di sinistra. Anni bui, ci avevano insegnato: gli anni della Thatcher, di Reagan, del Pentapartito e di un Craxi che spadroneggiava, di un PCI balbettante, tenuto in vita, in virtù di un larghissimo consenso, un decennio in più di quanto sarebbe stato auspicabile. Gli anni dell’ascesa di Berlusconi nel campo dei media, e quindi del supposto rincoglionimento televisivo di massa. Anni caratterizzati da un’estetica considerata dai più brutta, anzi bruttissima. Fine delle stramberie ’60-’70, fine del modernismo ordinato, gli anni ’80 consacrano il postmodernismo e il frullato degli stili. In musica il dominio della drum machine è assoluto (il che non è di per sé un male, in particolare se parliamo di una Roland Tr-808…). Rimanendo nel campo delle politiche economiche, gli anni ’80 sono protagonisti di un mito, causato forse da una sorta di errore prospettico, per cui a Sinistra ci si ricorda del neoliberismo inglese e ammaregano (Ronnie e Maggie, appunto) più che della propria realtà domestica, della quale tutti menzionano unicamente il referendum sulla scala mobile dell’84. Sarebbe comodo credere altrimenti, purtroppo il nostro stato sociale è stato distrutto dalla crisi del debito sovrano, non dai fantomatici “liberisti”.

In quegli anni iniziava l’avventura di un gruppo di giovani economisti vicini a Craxi, oggi incistatisi come zecche nelle trippe del partito-azienda di B. (escludiamo dal novero Giuliano Amato, accomodatosi in tempo utile a Sinistra). Il mio concittadino Renato Brunetta, che già minaccia di far cadere il governo sulla ridicolissima questione dell’IMU, è oggi il loro capofila, ricevuto il testimone da un Tremonti caduto in disgrazia. Questi personaggi, assieme al loro Principe di allora, vengono oggi dipinti come grandi modernizzatori, precursori delle liberalizzazioni e risanatori delle finanze pubbliche, nonostante le loro politiche – sia ai tempi dei due governi Craxi che dei quattro governi Berlusconi – siano state di segno affatto diverso e abbiano anzi causato all’economia italiana danni gravissimi tuttora ben visibili. In realtà, se si vogliono capire Brunetta e Tremonti, i cui contrasti riguardano più i loro Ego smisurati che non la sostanza delle idee, più che alle questioni di politica economica occorre forse guardare alle strategie di conquista del Potere. Il PSI di Craxi e degli allora giovani Giulio & Renato, preso atto dei suoi limiti elettorali, puntava alla “qualità” del consenso, valutato in termini di concentrazione di potere. Mentre la DC era simpliciter interclassista, i socialisti piantavano le loro bandiere in modo più ragionato, da autentiche puttane laureate. Craxi e i suoi avevano mollato la vecchia identità operaia – e quindi un soggetto sociale sconfitto  – per inseguire i ceti emergenti. Com’è noto, ciò avveniva in modo lecito e meno lecito. Per un partito del 12%,  dotato di un apparato fin troppo grosso, che puntava decisamente sull’ambizione personale dei suoi quadri, la corruzione era forse davvero un’opzione obbligata. Allo stesso tempo, il fatto di avere in mano le casse dello Stato permise loro di unirsi alla DC nella compravendita dei consensi ad ogni livello. Le PMI crescevano, la grande industria declinava ma, pubblica o privata che fosse, veniva generosamente sostenuta dallo Stato. Erano anni di benessere, senza dubbio. Non che fosse tutta una Milano da bere, fatta di sciali e gozzoviglie. Io i sacrifici dei miei genitori – dipendenti pubblici – me li ricordo molto bene. E’ anche vero che poterono permettersi una casa. I tassi dei mutui erano a due cifre, ma lo erano anche i rendimenti dei titoli di Stato – il che spiega molto del nostro presente. Ancora mi mangio le mani per aver riscosso, dopo meno di dieci anni, un buono postale da un milione di lire, regalo del nonno, che rendeva la bellezza del 12,5% annuo. Eccoci al punto chiave: gli anni ’80 furono soprattutto il momento in cui il debito pubblico esplose. Spiace per gli appassionati di certa recente agiografia, ma, con i loro 20 punti di PIL mangiati in debito, i due governi Craxi battono qualunque esecutivo della storia repubblicana:

Debito pubblico e governi (Centro Einaudi/Linkiesta)

Insomma, gli anni ’80 come luogo simbolico cui andare nel momento in cui si discute della questione delle questioni, della coppia oppositiva più importante nel dibattito politico: politiche di spesa o di rigore? La natura stessa di questo governo Letta lascia spazio a qualche importante ambiguità. Fatte salve tutte le (enormi) differenze del caso, questo governo ricorda davvero le grandi ammucchiate messe su da democristiani e craxiani ai tempi belli. Si dirà che oggi abbiamo a che fare con dei democristiani giovani e liberaleggianti (assai più liberali dei craxiani, come abbiamo visto). Vero. Ma, in linea di massima, le culture politiche maggioritarie di questo Paese sembrano più adatte a distribuire ricchezza quando ce n’è (e anche quando non ce n’è), che non a riformare radicalmente le istituzioni e l’economia. Tornando a Brunetta, rigorista superficiale, tanto aggressivo rispetto al mondo del lavoro quanto “keynesiano” se si tratta di grandi opere. E’ sua, ad esempio, la curiosa idea delle cinquanta centrali nucleari da costruire “per far scendere il prezzo di gas e petrolio”, pagate naturalmente a debito (eurobond “garantiti dalle riserve auree della Banca Centrale”). Una roba molto anni ’80, non trovate?

Suvvia, basta con le cazzate, mi direte. Ormai quei tempi son lontanissimi. L’integrazione europea ha fatto passi enormi, da allora. C’è l’unione monetaria, i nostri creditori non ci lascerebbero mai tornare a vivacchiare. Piuttosto, rimane il dubbio che la grande buffonata demagogica dell’IMU altro non sia che un geniale trappolone architettato da Berlusconi luimême. La meccanica è elementare: andare ad elezioni ora, col pretesto dell’IMU e con un PD agonizzante, significa stravincerle e sentirsi in diritto di non fare prigionieri. Restando su un piano strettamente politico, al di là della nota persistenza dell’eredità craxiana, la vera (pessima) notizia è che tanti cattolici si stanno ricoagulando attorno ad un centro per ora ancora virtuale. Ci pensino in fretta, gli scontenti e i nostalgici querciaioli. Lascino perdere le super-Sel e stiano ben lontani dai diciannovisti pentastellati. Perché se per caso una nuova DC dovesse nascere, in questo Paese non cambierebbe davvero più nulla per un altro mezzo secolo almeno [sempre che non succeda qualcosa di peggio, anche grazie ai fasciogrillini e a tanti utili idioti. Ma  questo è soltanto un mio incubo ricorrente]. Perciò sono convinto che l’obiettivo politico più importante sia quello di tenere insieme i pezzi del Partito Democratico ad ogni costo. Oppure il passato ritornerà, e questa volta per restare a lungo.

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