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Stamattina ho battuto forte la testa e sono rinsavito

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La prego Gnech, non faccia torto alla sua intelligenza difendendo l’indifendibile. Persino Calabresi su Repubblica parla di «furbizia e immaturità»! Alt! Fermi là, risparmiamo energie e banda. Io non voglio difendere proprio nulla, anzi. Sono indignato quanto e più di voi. Sarà per quello scivolone in bagno, stamattina. Che capocciata. Ma mi è servito, eh. Ora so. Ora capisco. Questo governo fotocopia è l’ultimo schiaffo che il Popolo possa sopportare. Una cosa invereconda, proprio. Ora, io non so se ci credano fessi a tal punto. Mi viene il dubbio che i fessi siano loro e che stavolta abbiano firmato la loro condanna definitiva. E pensare che la maggioranza degli Italiani era così ben disposta sino a ieri, tanto da soprassedere all’immolazione dei piddini agli dei del Popol Vuh proposta da Dibba. Renzi e i suoi avevano la possibilità di salvarsi e l’hanno gettata così. Arroganti maledetti. Dice: voi avete rifiutato l’ipotesi del governo di unità nazionale. Eccolo lì. Eccolo lì il verme piddino, il ratto disgustoso. Guarda che i cittadini non sono tonti come credi tu, hanno capito benissimo il trappolone! Il PD voleva coinvolgere i cittadini nei loro sporchissimi giochi, trascinarci tutti nella fanga con la scusa delle urgenze, delle scadenze, delle sofferenze (sì, quelle delle banche, mica quelle del popolo!), degli impegni internazionali…Col ciufolo che la gente ha voglia di mischiarsi con questa manica di fetenti, in un governo che rappresenta solo le élite, il grande capitale, la finanza internazionale, gli speculatori, gli affamatori, i cosmopoliti, gli intellettuali decadenti, i teorici del gender, il Bilderberg, la CIA, i massoni, i sionisti, i negri, i cinesi, la Monsanto, i petrolieri, Big Pharma, i seminatori di scie chimiche. COL CIUFOLO! Il Movimento Cinque Stelle e gli altri Difensori della Costituzione erano stati chiarissimi: Renzi non si dimetta, anzi sì, ma non subito, anzi si vada a votare immediatamente con l’italicum, o meglio un legalicum – «italicum male, legalicum bene», ripetiamolo assieme. Lo scrive la Consulta, no? Decidono il 24 gennaio e il 25 si può votare. Il resto sono chiacchiere. Al limite, un «governo del Presidente» poteva essere un compromesso accettabile. Ma si sa che Mattarella è la marionetta di Napolitano. Due traditori, come lo stesso Gentiloni, che ha regalato tutto il Tirreno compresa l’Elba ai Francesi. Ah no? Ma ce l’avete facebook? Sveglia! Lo sapete chi è Gentiloni? Gentiloni è il classico radical chic, però anche democristiano. Cioè era democristiano ma stava con Capanna, ed è pure di famiglia aristocratica. Portava il loden nel ’68, ho detto tutto. E’ ammanicatissimo, ha pure uno zio papa! Che schifo. Se proprio avessero voluto salvare almeno l’apparenza, avrebbero potuto cambiare i nomi. Guardate che c’era la fila, la fila c’era, per i ministeri. Scusate, ma chi non farebbe a gara per partecipare a un governo elettorale? Invece l’unico a sparire – per finta – è Renzie. Ma poi la Boschi, ma dico, va bene la palla del «se perdo, lascio la politica», del resto quelle son cose che si dicono, l’aveva detto pure Beppe dopo le Europee, ma nominarla ancora dopo che la sua schiforma è stata bocciata! Ovvio, Renzie gli ha tenuto una poltrona perché lei è la sua amante, si sa…o forse è l’amante di qualcun altro, ancora più potente, anzi forse è lei quella davvero potente, ma sì, dev’essere così, quel bel visino lì nasconde qualcosa, è tutta una maschera, è tutta un’apparenza per coprire un volto mostruoso, questa è come Selma Hayek in Dal tramonto all’alba, ve lo dico io!!! Ah, ma li sistemiamo per le feste noi, questi vampiri, vedrete!

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Cari compagni dell’ANPI, sicuri che questo sia ancora antifascismo?

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Tra le tante case in cui ho abitato qui a Venezia c’è stato anche un umido bugigattolo nei pressi di via Garibaldi, cuore di Castello, sestiere operaio dai tempi in cui l’Arsenale era fabbrica nella città viva – e non vetrina di idee come durante le biennali. A pochi passi dalla mia porta, il 3 agosto 1944, sette giovani antifascisti vennero fucilati dai nazisti. A loro è dedicata riva Sette Martiri, già riva dell’Impero – alla quale sino a pochi anni fa attraccavano le navi da crociera (ma questa è un’altra storia). Girato l’angolo, sbucando in via Garibaldi, passavo ogni giorno davanti alla sede della piccola sezione ANPI, tenuta aperta da alcuni anziani – non tutti ex resistenti, per evidenti ragioni anagrafiche. Il tempo scorre inesorabile, al punto che, sessant’anni dopo la guerra di Liberazione, riva Sette Martiri era diventata location della bizzarra e un po’ inquietante adunata leghista, il “Raduno dei popoli padani”. Il Palco addobbato di verde veniva montato lì davanti alle sette fiammelle accese sotto alla lapide dei partigiani. A placare l’inquietudine e l’indignazione non bastava il ricordo di un Bossi antifascista (almeno a parole, presto rimangiate: «la Lega con i fascisti, mai!»), visto che il leghismo ha sempre rappresentato quanto di più lontano ci possa essere dai valori della Resistenza, anche senza contare i neofascisti mai pentiti confluiti nell’autonomismo negli anni ’80, Borghezio in testa, e la nuova linea “eurasiatista” del miracolato Salvini. Vivere accanto a un luogo della memoria nell’anno del 150° anniversario dell’Unità, vedere quel luogo in qualche modo profanato dalle orde fascioleghiste. Insomma, tutta questa serie di coincidenze spaziali e simboliche, nel 2011 hanno fatto sì che mi iscrivessi all’ANPI. Non ho fatto la tessera perché bisognoso di una certificazione del mio antifascismo, ma perché convinto del valore della testimonianza – si dice così, no? I partigiani invecchiano e passano a miglior vita, i loro figli e nipoti hanno il dovere di portare avanti i valori repubblicani, democratici e antifascisti. Questo credevo, sebbene non credessi più da tempo alll’antifascismo più o meno militante come sinonimo di democrazia  – anche senza scomodare Flaiano. Non importava, perché «il valore della testimonianza» è troppo grande per lasciar posto ai dubbi.

Mi sono sbagliato, come tante altre volte in vita mia, e pazienza. L’aver aperto le iscrizioni a qualunque cittadino maggiorenne dichiarante il proprio antifascismo non ha contribuito a diffondere la memoria della Resistenza, ma ha decretato semplicemente la sostituzione della cultura antifascista dell’ANPI con quel pastone ideologico postmoderno di cui le generazioni attuali si ingozzano quotidianamente attraverso la Rete. Se la sinistra di sistema si ricorda di essere antifascista soltanto il 25 aprile, quella all’opposizione se ne ricorda persino quando va al cesso, chiedendosi se pisciare in piedi possa o no rappresentare un’offesa alla Costituzione. O se gli Ebrei abbiano il diritto di sfilare alla Festa della Liberazione. All’interno dell’ANPI, la vecchia cultura istituzionale del PCI, che dovrebbe essere rappresentata dal Presidente Smuraglia – ahinoi, adeguatosi al nuovo andazzo – è pressoché estinta. Al suo posto, un massimalismo parolaio tutto schiacciato sul presente, che usa l’associazione come strumento e la sua eredità storica come fonte di legittimazione. Da una parte parte i c.d antagonisti, che pure hanno avuto qualche screzio con l’ANPI nazionale a proposito dei noTAV come «nuovi partigiani», e dall’altra naturalmente il meraviglioso universo grillino, nel quale, grazie al decervellamento generale (e alla prevalenza del cretino anche a Sinistra), si pretende di tener assieme una piattaforma da Destra Nazionale e figure simboliche come Pertini e Berlinguer. In alcune sezioni in giro per l’italia, questa metamorfosi dell’ANPI si è vista meglio che in altre. Ad esempio qui a Venezia, città di spiriti militanti e di fiere rivendicazioni identitarie, in cui le minoranze rumorose – grazie alle doti spettacolari ereditate dalla grande tradizione teatrale cittadina – hanno sempre contato un po’ più del loro peso elettorale effettivo. Giusto un anno fa, subito dopo la prima dura presa di posizione del direttivo nazionale rispetto all’Italicum, la nuova anima dell’ANPI è uscita definitivamente allo scoperto. Un comunicato apparso sul web e inviato a tutti gli iscritti chiudeva così:

«A tutti i parlamentari che hanno detto sì a questa legge, l’ANPI 7 Martiri di Venezia ricorda che hanno ignorato i valori per cui hanno lottato e sofferto quei Partigiani che solo dieci giorni prima, nel settantesimo della Liberazione, in quella stessa Aula, hanno testimoniato la loro fede nella Costituzione e nella Democrazia. Per queste ragioni, l’ANPI Venezia ritiene che la scelta fatta da quei parlamentari rende incompatibile con i principi statutari, la loro permanenza nell’Associazione».

Una piccola svista redazionale chiariva l’origine del comunicato. Il file di Open Office allegato all’email a noi iscritti conservava ancora una nota di revisione recante il nome di Gianluigi Placella, “cittadino prestato alla politica”, già consigliere comunale del M5S. A quel punto avevo già preso la mia decisione. Ho scritto quindi una letterina al direttivo locale chiedendo di essere eliminato dall’anagrafe degli iscritti, motivando la mia uscita con l’insopportabile “deriva tribunizia” dell’associazione.

E veniamo a queste ultimi deprimenti settimane. Dopo l’Italicum, la riforma costituzionale e il dibattito – finora assai superficiale – sul “combinato disposto” tra le due, le nuove, sempre più dure prese di posizione dell’Associazione e il botta e risposta tra questa e il Governo. Colpisce e fa male la reazione di Pier Luigi Bersani, che credevo uomo di buon senso. Non so decidermi: è peggio pensare alla malafede o ad un’improvvisa epidemia di analfabetismo funzionale? Maria Elena Boschi era criticabile per il colpo basso su CasaPound (e qui l’abbiamo criticata senza sconti), ma in questo caso si è limitata a rilevare un fatto incontrovertibile: a votare Sì alla riforma saranno anche alcuni “veri partigiani”, cioè alcuni veri resistenti del ’43-’45. Pochi o molti – ma il numero non dovrebbe contare in una cultura che fu assolutamente minoritaria durante il fascismo – essi hanno combattuto per liberare l’Italia, al contrario di qualche cazzone cinquantenne grillino o rifondarolo autoproclamatosi difensore della Costituzione. E persino tra gli antifascisti che la guerra di liberazione non l’hanno fatta c’è qualche dissenso. Il segretario del mio circolo PD, a titolo di esempio, presenzierà ai gazebo dei comitati per il Sì con il suo fazzoletto dell’ANPI al collo. (Per la cronaca, non si tratta di un renziano). A questo punto la riforma in sé – davvero un ben misero spauracchio – non è più la questione principale. E forse la questione non è neppure più politica in senso stretto, ma morale. Perché è lecito domandarsi che moralità possa avere chi usi il sangue della Resistenza nella sua piccola, miserabile battaglia contro una maggioranza di governo non gradita, sebbene pienamente legittimata proprio dalla nostra Costituzione, «democratica e antifascista». Siamo solo all’inizio, perché da qui ad ottobre raggiungeremo, ne sono certo, bassezze davvero inusitate.

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Come Casapound?

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Premessa: difficile, per chi conservi un minimo di serena obiettività, essere davvero soddisfatti di una riforma costituzionale che mostra tutti i limiti dati dalla fretta, dalla superficialità e dalla mancanza di una visione organica. Credo sarebbe però un grosso errore ripartire da zero votando NO ad un referendum che, peraltro, Matteo Renzi ha molto improvvidamente trasformato in plebiscito su se stesso. Come in ogni treno in corsa, una brusca frenata provocherebbe teste rotte a non finire, in particolare tra chi si sta facendo il viaggio in piedi, e cioè tra le componenti più deboli della nostra società. E’ sorprendente che chi critica Renzi da sinistra non se ne renda conto o, peggio, che sacrifichi il Paese alla propria sopravvivenza politica. Non sorprende per nulla invece la campagna condotta da sfascisti e fascisti che cercano di aprire una fase di ammuìna per avvicinarsi alle elezioni. In un momento in cui i temi cari alla destra radicale – monoculturalismo, antimondialismo, sovranità monetaria, ecc. – sono rientrati nei programmi di governo di importanti forze politiche, arrivando a contaminare i resti della sinistra-sinistra in una sorta di marmellata rossobruna, il Partito Democratico ha tutte le ragioni per presentarsi come l’unica grande forza progressista in campo, unica barriera di fronte alle derive reazionarie salviniane e grilline. Per entrare a gamba tesa in certi dibattiti occorre però una cultura politica ben più solida di quella costruita alle leopolde. Non basta ascoltare quello che ti dice lo spin doctor o magari il neorenziano ex PCI, che ben conosce i suoi vecchi compagni. Un conto, insomma, entrare nel merito delle idee, un altro accomunare, sulla base di un singolo voto comune, soggetti lontanissimi.

Nella fattispecie, accostare Roberto Benigni o Gianni Cuperlo a Casapound, come ha fatto Maria Elena Boschi. Rispondendo a Cuperlo durante la Direzione PD di ieri, la Boschi ha precisato come non fosse affatto sua intenzione mettere la minoranza del partito sullo stesso piano dei neofascisti. La sua andrebbe letta piuttosto come una reazione piccata di fronte al continuo nominare Verdini da parte della minoranza stessa. Evidentemente, la Ministra crede – come chi scrive – che Verdini sia comunque più presentabile dei fascisti, e sa quanto toccare l’identità antifascista a Sinistra equivalga a toccare la mamma. Se così fosse, risponderemmo alla Boschi che un ministro si dovrebbe astenere dai comportamenti da asilo infantile, e che continuare a provocare una minoranza del partito che alla fine voterebbe comunque Sì (per evitare la brusca frenata di cui sopra) rivela ancora una volta l’inadeguatezza politica dei rottamatori. Seriamente: se il fatto di votare «assieme a Casapound» è usato come stigma, è perché il fascismo è considerato o comunque [opinione dello scrivente] dovrebbe essere considerato alla stregua della lebbra, in una società democratica. Ma ve la vedete, voi, la dolce Maria Elena chiamare “lebbra” i fascisti? Evidentemente no. L’homunculus della cultura politica renziana è trasversale, dialogante, ecumenico, pacificatore e, in ultima analisi, apolitico. E del resto ricordiamo bene i rapporti più che cordiali intrattenuti proprio con Casapound da alcuni renziani della prima ora, molto attivi pubblicamente. Cristiana Alicata (nipote di Mario!) nel 2009 manifestava ad esempio un grande interesse per le posizioni di parte della destra radicale romana sulle tematiche LGBT, incontrando i vertici di Casapound e giudicando positivamente un documento del gruppo:

«Mi sono sentita dire:” forse noi di destra […] oggi riconosciamo nella discriminazione del mondo omosessuale quella che molti di noi vivono perché si definiscono di destra.” Qualcuno di loro, infatti, in certi posti non può nemmeno mettere piede».

A proposito dello stesso comunicato, Anna Paola Concia, a sua volta ospite dei giovani neofascisti, renzianissima e ora candidata a Roma con Giachetti, si esprimeva così:

«Questo documento potrebbe benissimo essere una mozione congressuale del Pd. Diciamo pure che è più avanti di quella di Bersani. Con le vostre proposte avete aperto un varco».

Tutt’altro che lebbra, insomma. Simone Regazzoni, filosofo «allievo di Derrida», tra i responsabili della campagna elettorale di Raffaella Paita nelle disastrosi elezioni liguri e romanziere, nel 2013 presentò a Casapound il suo Sfortunato il paese che non ha eroi. Etica dell’eroismo, interessante saggio politico che potremmo definire neodannunziano. Così recita il risvolto, abbastanza esemplificativo del contenuto:

«Perché scrivere, oggi, un libro sull’eroismo? Perché, diciamo la verità, ci siamo trasformati in una “generazione di femminucce”. Parola di Clint Eastwood. Domanda: ma di quale eroismo stiamo parlando? Risposta: di un nuovo tipo di eroismo. Un eroismo senza una Causa per cui combattere, che non chiede sacrifici per il bene comune, il bene dell’altro, la patria, l’umanità intera. Un eroismo in cui occorre mettere in gioco una sola Cosa: il proprio singolarissimo godimento – sfidando pregiudizi, buone maniere, regole, norme sociali. In altri termini: la Legge. Compito dell’etica dell’eroismo: fare fuori l’idiota della morale, ligio alla Legge e al dovere».

Effettivamente, cara Maria Elena Boschi, forse qualcuno che assomiglia a Casapound nel PD c’è davvero. Ma non è certo Gianni Cuperlo.

Immagine di copertina: CC 4.0 Jose Antonio – Wikipedia

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