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Era meglio avere il figlio tossico

Sperando che i Russi non ci taglino il gas, non c’è niente di meglio che un bel bagno caldo per mitigare i rigori dell’inverno. Prima scoperta dell’acqua calda effettuata dai blogger italoindignati: il governo Monti è un governo di destra. Il fatto è che l’elettorato italiano necessita di occhiali correttivi, di quelli che si mettono ai bimbi strabici: vota il caimano credendo di votare la destra. None, la destra (europea & liberaldemocratica) è rappresentata da Monti. Ora che finalmente la blogosfera lo certifica, possiamo scriverlo sul nostro blocchetto degli appunti: il governo Monti è di destra. Bene, proseguiamo. Seconda scoperta dell’acqua calda: i figli di Monti, Cancellieri, Fornero e il giovane ordinario Martone sono sistemati per bene, hanno occupazioni stabili, salari alti o molto alti e non lavorano troppo distanti da mamma e papà. Ma non mi dire. L’implacabile giornalismo d’inchiesta internettaro ha dunque scoperto che le élites tendono a riprodurre loro stesse. Aggiungerei che non è sempre così, dipende dalla qualità dei rampolli, senza trascurare un pizzico di fortuna, necessaria in tutto e a tutti. Non so davvero se Armando Cossutta, Luciana Castellina e Alfredo Reichlin avessero sperato per i figli le loro brillanti carriere nel mondo della finanza, ho invece il sospetto che la famiglia operaia di Elsa Fornero puntasse proprio alla monotonia del posto garantito vicino casa e, infine, sono certo che l’Avvocato Agnelli avrebbe preferito qualunque cosa alla sorte capitata ad Edoardo, persino un part-time in copisteria.

I tecnocrati non si intendono di comunicazione politica, è evidente. Si lasciano sfuggire qualche cazzata. Ma è davvero importante cosa fanno i loro familiari? Non per me. Tutto mi separa da Monti e dai suoi: il ceto, la cultura politica, l’età, la visione della vita. Tutto però mi avvicina a Monti nel momento in cui il suo gruppo di tecnocrati riesce, per così dire, a mettere in sicurezza un Paese in bilico. C’è un tempo per ogni cosa, dice la Scrittura. Quando un chirurgo milionario ti sta mettendo le mani nella pancia, tentando di salvarti, non è il momento per l’invidia di classe o i processi alla coerenza personale.

Piena fiducia, quindi? Purtroppo no. Un governo che non ha mandato per far nulla se non per evitare che la barca affondi, e che debba quindi unicamente mettere in pratica una schietta sapienza ragionieristica, non dovrebbe manifestare alcun tic ideologico. Mi riferisco naturalmente all’insistenza sulla questione dell’articolo 18. Obiezione: perché le liberalizzazioni vanno bene, e la riforma dello Statuto dei Lavoratori no? La risposta è molto semplice: si tratta di un’evidenza sperimentale. Non c’è alcuna prova che uno strumento di tutela che interessa forse il 5% delle aziende ed esiste, in altre forme, in sistemi assai più liberisti del nostro, rappresenti il grande spauracchio che allontana i capitali e che frena la crescita economica. Se questa insistenza rappresenta, come io credo, una sorta di test politico, un modo per saggiare il terreno, punzecchiando le parti sociali e lanciando decisi segnali simbolici agli investitori esteri, rispondo modestamente allo stimolo – rappresentando unicamente me stesso, è ovvio: cari professori, lasciate stare l’articolo 18, perché il suo emendamento non rappresenta una priorità. Se il vostro progetto, condivisibile, è quello di salvare il Paese attirando contemporaneamente nuovi investitori, la ricetta la conoscete benissimo: occorre far pagare le tasse a tutti, far funzionare i tribunali e gettar via tutti i pezzi inutili della gigantesca macchina statale. Se invece preferite lo spettacolo dello sciopero generale, accomodatevi pure.

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Mario, pensaci tu

Mi ritengo una persona profondamente laica, eppure, devo ammetterlo, non son del tutto libero dal dogmatismo. Pratico infatti il culto di Amici Miei. Amici Miei, il primo. Salvo con riserva l’atto II, il terzo non lo considero nemmeno e di certo non concepisco l’idea di sequel o prequel di sorta. E’, la mia, una forma di ortodossia intollerante di cui vado fiero. Ora, come tutti sapete, è accaduto che il regista Neri Parenti abbia girato appunto un prequel di Amici Miei, in questi giorni nei cinema. Un’operazione volgare che in tanti abbiamo considerato alla stregua di una profanazione. E quindi questo film io non lo vedrò e dissuaderò amici parenti e conoscenti dall’andare a vederlo. Dice: “ma se non l’hai nemmeno visto, come fai tu a giudicar?” Sono dogmatico, ve l’ho detto. Si potrebbe tagliare la testa al toro con il vecchio argomento scatologico: “nemmeno la merda l’ho mai mangiata, eppure…”. In realtà i due clip visti a Che tempo che fa bastano ed avanzano a confermare il mio pregiudizio. Nel cast l’immancabile Christian De Sica (quello che mio padre ha inventato il neorealismo, mio zio ha ucciso Trotsky, io faccio ridere con le scorregge), assieme a Michele Placido, Massimo Ghini, Paolo Hendel e Giorgio Panariello. Nessuno stupore. Si sa, l’attori son burattini, i produttori fanno i quattrini. Stendiamo anche un velo pietoso sulla campagna promozionale del film: sulle ospitate da Fazio e a Hollywood Party, chez Steve Della Casa ed Enrico Magrelli, su tutti i critici marchettari e i produttori peracottari. Velo doppio strato per Marco Giusti e la sua incredibile recensione su “Il Manifesto”.

Assieme ai fratelli Vanzina e ad Enrico Oldoini (che ultimamente si dedica alle serie tv, anche se è del 2009 un suo sequel de I Mostri, per restare in tema), Neri Parenti rappresenta la quintessenza della tragica degenerazione del cinema comico in Italia, quello che, a partire dagli anni ’80 ci ha regalato Vacanze di Natale, a Cortina, in India, a Beverly Hills e soprattutto nel budello della su ma‘. E’ nelle mani di Parenti che Paolo Villaggio ha tristemente consegnato il proprio talento per molti anni, costretto al cinema alimentare dei tardi Fantozzi e de Le comiche. Visto il pregresso, c’era da aspettarsi anche quest’ultima boiata, uscita a pochi mesi dalla scomparsa di Monicelli. E’ a proposito dell’assenza di una dedica al regista scomparso che Parenti si esprime così:

«Mario lo conoscevo bene, sono sempre stato certo che non gli si potesse fare una dedica senza chiederglielo prima. Se l’avessi fatto, sono sicuro, mi sarebbe venuto a tirare i piedi di notte»

Secondo me ci va lo stesso, a tirargli i piedi.

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Mario Monicelli 1915-2010

Se n’è andato Mario Monicelli. Ha scelto lui il quando e il come. Mica era uno da mettere la sua vita nelle mani di qualcun altro. E ha deciso di volarsene via dal suo letto d’ospedale. Pochi oggetti della cultura – libri film musiche opere d’arte che siano – stanno nella mia mente e nel mio cuore come alcuni suoi lavori. Quand’ero ragazzino, e le televisioni non sputtanavano canone e soldi dell’inserzionista in fiction insulse, in storie di sbirri, preti e dottori, era facile, in certi afosi pomeriggi d’estate, incappare in una qualche commedia all’italiana. Non soltanto il gusto per certe maschere, per certe parabole grottesche e per lo sberleffo al Potere, ma anche una parte importante della mia formazione intellettuale e di cittadino vengono da lì. L’armata brancaleone, Amici miei, I compagni, La Grande Guerra, Caro Michele, Totò e Carolina, Vogliamo i Colonnelli…per cui grazie, Mario, e alla prossima.

Vent’anni dopo Tognazzi, dieci anni dopo Gassman, l’Aldilà sta diventando un luogo sempre più divertente.

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